L’Italia piange Francesco Guccini, il “maestrone” della canzone d’autore, morto a 86 anni nella sua Pavana, in provincia di Pistoia. Colonna sonora di più generazioni, Guccini è stato anche uno dei primi musicisti italiani a parlare degli orrori della Shoah. Lo fece in uno dei suoi brani più celebri, “Auschwitz”, scritto nel 1964 e pubblicato nel 1966, in un momento in cui un processo di costruzione consapevole della Memoria era ancora lontano dal manifestarsi. Almeno in Italia. Si tratta del più noto ma non dell’unico testo che lo collega al mondo ebraico. Ci sono ad esempio “Shomer Ma Mi-Llailah?”, cioè “Sentinella, quanto resta della notte?”, del 1983, per comporre il quale si ispirò a un versetto di Isaia. Mentre è più recente la decisione di interpretare il brano popolare ebraico “Hava Nagila” nell’album “Canzoni da osteria” uscito nel novembre del 2023 e dedicato a un suo amico israeliano che aveva «nostalgia dei suoi amici di Bologna, delle serate passate a cantare in osteria, anche “Hava Nagila”».
Il suo sguardo al testo biblico…
Cosa voleva dire scrivere una canzone come “Auschwitz” nel 1964? «In un momento in cui non c’era una riflessione seria sulla Shoah fu di fatto una rivoluzione», spiega la musicista ed ebraista Maria Teresa Milano. «Possiamo collegarlo a Bob Dylan, al quale certamente si ispirò. Il punto comunque fondamentale è il suo inserirsi in un movimento internazionale di artisti consapevoli del ruolo della musica come strumento per veicolare messaggi». È una canzone che riflette il suo tempo, con le sue domande e le sue denunce, prosegue Milano, «e quindi se venisse scritta oggi in quel modo non sarebbe adatta, ma allora fu dirompente».
Per quanto riguarda “Shomèr Ma Mi-Llailah” «è interessante constatare il suo approccio di persona non credente al testo biblico: come tutte le persone intelligenti ha letto la Bibbia, la conosceva e ne ha colto un messaggio». C’è nel suo elaborare un’attenzione «al senso della vita, al cammino, al valore della domanda», dice Milano.
Dopo averla cantata, Guccini “camminò” anche ad Auschwitz. Avvenne per i 50 anni del brano, al termine di un viaggio iniziato al Memoriale della Shoah di Milano, dove partivano i treni dei deportati. Da quell’esperienza sarebbe poi nato il film documentario “Son morto che ero bambino – Francesco Guccini va ad Auschwitz”, presentato in Parlamento con la partecipazione tra gli altri del sopravvissuto alla Shoah, Sami Modiano. «Avevo letto due libri, uno di Primo Levi, e Il flagello della svastica di Lord Russell. Il testo mi uscì di getto, lo scrissi su un quadernino» raccontò Guccini. «Non avevo ancora nessuna reale intenzione di fare il cantautore. Mio padre era stato in campo di concentramento, come internato militare, ma non mi aveva mai raccontato niente. Forse anche per questo scrissi quella canzone».
…e alla politica internazionale
In occasione dell’uscita di “Canzoni da osteria”, gli fu chiesto un pensiero sul conflitto in Medio Oriente. Era da poco iniziata la guerra a Gaza, dopo i massacri del 7 ottobre. Guccini parlò dell’esistenza nel dibattito pubblico di «due fazioni opposte, due tifoserie che si urlano contro, mentre ci si dimentica chi c’è in mezzo: le vittime». Nel 2019 fece scalpore una sua intervista con il Corriere della Sera in cui Guccini spiegò che, contrariamente a quanto alcuni sostenevano, non era mai stato né comunista, né filosovietico, ma di essere da sempre un ammiratore dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, trucidati dal fascismo nel 1937.
Il cordoglio del mondo ebraico
«Guccini è stato un grande artista della canzone italiana, capace di raccontare con parole indimenticabili anche la tragedia della Shoah», sottolinea in una nota la Comunità ebraica di Milano. «Sua è Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), uno dei testi più intensi mai scritti sullo sterminio degli ebrei d’Europa, che da decenni continua a far conoscere quella tragedia a generazioni di italiani». La Comunità milanese esprime «profondo cordoglio» per la sua scomparsa.
Adam Smulevich