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Bokertov 6 agosto 2026

Bokertov 6 agosto 2026

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di non aver approvato la bozza di accordo sul disarmo di Hamas e che non si muoverà dalle posizioni conquistate negli ultimi mesi, ribadendo che «l’esistenza di Israele non è negoziabile, con un accordo o senza un accordo». Il nodo, spiega il Sole 24 Ore, resta quello delle tempistiche: Israele controlla oltre il 60% della Striscia e il Board of Peace ha già concesso una prima modifica alla bozza, togliendo la parola «completo» dal ritiro previsto dopo il disarmo di Hamas, lasciando intendere che Israele potrebbe mantenere posizioni a Gaza anche dopo. L’Egitto ha risposto che il «ritiro israeliano dalla Striscia è condizione necessaria per la rapida attuazione dei programmi di ricostruzione». L’Iran ribadisce il suo supporto a Hamas: il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che Teheran «sostiene ogni decisione adottata dai leader palestinesi durante il processo negoziale».

I colloqui tra Gerusalemme e Beirut a Roma si sono interrotti anticipatamente ieri pomeriggio a causa di «eventi sul terreno» in Libano – attacchi israeliani contro Hezbollah dopo l’esplosione di un ordigno del gruppo terroristico che ha ucciso due soldati delle Idf – ma riprenderanno stamani, racconta La Stampa. I mediatori americani hanno definito i negoziati «estremamente produttivi», con progressi nella definizione dei dettagli chiave per l’attuazione del Quadro trilaterale. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha avuto colloqui sia con l’omologo iraniano Abbas Araghchi sia con le delegazioni negoziali, ha confermato che l’Italia «continuerà a lavorare a livello politico e diplomatico per facilitare ogni iniziativa volta a favorire il dialogo e la stabilità regionale».

Il Foglio intervista il giornalista israeliano Amit Segal sul doppio processo di disarmo di Hamas e Hezbollah. Il nodo è la sequenza: Israele insiste affinché il disarmo preceda anche senza il ritiro completo delle Idf, Hamas sostiene il contrario. «È uno scontro tanto sostanziale quanto simbolico», spiega Segal: «Per Hamas sarebbe politicamente devastante mostrare i propri uomini consegnare le armi a Israele». Dietro la disputa tecnica si nasconde «la totale assenza di fiducia reciproca». La posta in gioco è enorme: «Se Hamas e Hezbollah dovessero rinunciare davvero alla propria struttura militare, l’intero asse regionale costruito dall’Iran negli ultimi vent’anni subirebbe il colpo più duro della sua storia».

Abdul El-Sayed, 41 anni, medico figlio di immigrati egiziani, ha vinto le primarie democratiche in Michigan per un seggio al Senato, battendo la deputata moderata Haley Stevens dopo una sfida all’ultimo voto. «Il dottore anti Ice figlio di egiziani che ha vinto su Gaza», titola Repubblica; «Usa, rivoluzione El-Sayed», scrive il Sole 24 Ore; «Vince il socialista pro Pal», titola il Giornale; Libero cita il presidente Usa: «Trump: i Dem votano per chi odia gli ebrei». El-Sayed, sostenuto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ha costruito la sua campagna contro l’Aipac, l’organizzazione Usa pro Israele, e chiedendo la fine degli aiuti americani a Israele. Trump lo ha definito «uno sfigato comunista che odia gli ebrei e Israele» e ha parlato di «elezioni truccate». El-Sayed ha risposto: «Il mio impegno per la sicurezza delle sorelle e fratelli ebrei è lo stesso che ho per la sicurezza delle mie figlie». A novembre affronterà il repubblicano Mike Rogers in uno stato vinto da Trump nel 2024 e ritenuto fondamentale per la maggioranza dem al Senato.

La vittoria di El-Sayed in Michigan fotografa «un’America nella morsa del populismo», scrive Maurizio Molinari su La Stampa: come Trump ha stravolto il partito repubblicano, i Democratic Socialists of America puntano a fare lo stesso con i democratici, con l’obiettivo dichiarato di «combattere contro l’establishment democratico e repubblicano» per un «futuro senza capitalismo». L’avversione «viscerale al sionismo e allo Stato di Israele» è percepita, spiega Molinari, come «un’aperta minaccia alla sicurezza da una parte importante degli ebrei americani». Su Repubblica, Gianni Riotta offre un quadro più sfumato: El-Sayed ha vinto tra studenti e borghesia bianca istruita, mentre Stevens ha prevalso tra gli afroamericani di Detroit e nelle zone rurali, cruciali a novembre. «Più cresce il reddito degli elettori meglio vanno i candidati socialisti», osserva Riotta: «fra lavoratori, camionisti, contadini, i moderati prevalgono». Per l’editorialista, «la storica novità non è la metamorfosi socialista dei democratici, ma la resurrezione di ideali riformisti alla europea».

Dopo l’aggressione antisemita a Sofia contro un gruppo di giovani ebrei italiani, il consigliere comunale di Milano Manfredi Palmeri (Noi Moderati) ha proposto di invitare i ragazzi coinvolti a Palazzo Marino, racconta il dorso milanese di Libero. Il presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi ha accolto con favore l’iniziativa: «Sarebbe un segnale molto forte che Milano può dare per dimostrare di essere vicina ai suoi ragazzi che prima di tutto sono italiani e sono milanesi come chiunque altro in questa città». La vice presidente Dalia Gubbay, il cui figlio Gabriel era presente a Sofia, aggiunge: «Quanto successo negli ultimi giorni ci ha colpito molto e sarebbe un modo per non dimenticare».

Sul Foglio Giuliano Ferrara collega in un editoriale l’aggressione antisemita di Sofia alla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche del Michigan, «un medico musulmano nato in Egitto, imparentato con la Fratellanza, quella all’origine di Hamas». Per Ferrara entrambi gli episodi sono facce della stessa medaglia: «È passata l’idea che gli ebrei e Israele rompono i c., fanno aumentare il prezzo della benzina, sono rei di genocidio». Per Ferrara il punto è che «Israele, con i suoi governi, i suoi delinquenti, i suoi coloni odiosi, la sua democrazia, i suoi scrittori, cantanti, artisti, medici, scienziati, va difeso punto e basta».

Repubblica intervista ad Assisi il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che guarda alle elezioni israeliane del 27 ottobre e palestinesi di fine novembre: «Abbiamo bisogno di voltare pagina», dichiara, «le leadership attuali non sono adatte a promuovere la pace». Per Pizzaballa la religione non è un ostacolo al dialogo in Medio Oriente ma uno strumento «per promuoverlo». Repubblica chiede delle violenze dei «coloni israeliani»: «Questa tendenza è in espansione territoriale». Altra domanda sui «cristiani tentati di lasciare la Terra Santa». Per Pizzaballa: «Arrendersi è esattamente quello che il diavolo vuole». Sull’aggressione antisemita ai giovani ebrei italiani in Bulgaria: «Possiamo esprimere disaccordo per la politica di un governo, ma questo non deve diventare un ostracismo per tutto ciò che riguarda il mondo ebraico».

La piattaforma musicale Bandcamp ha rimosso la canzone pro-Israele di Boy George We Will Dance Again, dedicata alle vittime del 7 ottobre, ufficialmente perché «sostanzialmente creata dall’intelligenza artificiale», riporta Libero. L’artista ha reagito definendo la piattaforma «un branco di str..» e ribadendo le sue posizioni: «Sono un hippie queer che ama gli ebrei. Ho letto membri della stampa definirmi un “negazionista del genocidio”, eppure chi nega la sofferenza degli israeliani sembra passare sempre indenne».

Avvenire recensisce Zibaldone ebraico. Feste, simboli e Maestri di Israele di Massimo Giuliani (Castelvecchi): novanta «scintille» di sapienza ebraica ispirate al concetto kabbalistico degli Nitzotzot, le scintille divine disperse nel mondo con la missione di «scuotere, colpire per essere trovate, raccolte e riportare tutta la luce insieme». Tra le figure evocate, Regina Jonas, prima rabbina ufficiale nella storia, e il misterioso maestro errante Monsieur Shushani. Per Giuliani la tradizione ebraica ha «rivoluzionato il modo di pensare» della cultura occidentale, che spesso non sa di attingere a concetti e termini di origine biblica e rabbinica: il libro vuole restituire visibilità a questa eredità sommersa. (modificato) 

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