ISRAELE

Il relitto dell’Altalena ritrovato al largo di Tel Aviv

Vercelli: «Un capitolo tra i più dolorosi e formativi della storia israeliana»

Il relitto dell’Altalena ritrovato al largo di Tel Aviv

A 503 metri sotto il Mediterraneo, una ventina di chilometri al largo delle coste israeliane, il sonar ha restituito la sagoma di una nave. È ancora integra, adagiata sul fondo del mare da quasi ottant’anni. È l’Altalena, il cargo carico di armi e combattenti dell’Irgun diventato il simbolo di una delle fratture più dolorose nella nascita dello Stato d’Israele. Il relitto è stato individuato nella notte tra domenica e lunedì, al termine di mesi di ricerche condotte con sensori e sistemi avanzati di mappatura marina.
«Un momento decisivo per la nostra memoria nazionale», lo hanno definito i ministri del Patrimonio e della Pubblica Sicurezza, Amichai Eliyahu e Itamar Ben Gvir, annunciando il ritrovamento. È stato proprio Eliyahu a finanziare l’operazione di ricerca con un investimento di un milione di shekel, circa 280mila euro. Ora resta da capire cosa fare del relitto: riportarlo in superficie, vista la profondità, appare molto difficile. Tra le ipotesi allo studio ci sono la sua documentazione subacquea e la realizzazione di un memoriale in mare.
Per capire perché il ritrovamento abbia un peso che va oltre quello archeologico bisogna tornare al giugno del 1948. Israele era nato da poco più di un mese ed era già impegnato nella sua prima guerra. L’Altalena arrivò davanti alle coste del Paese con centinaia di uomini – secondo le ricostruzioni tra 853 e 940, molti sopravvissuti alla Shoah – e un ingente carico di armi, perlopiù di origine francese, destinato all’Irgun, l’organizzazione armata della destra revisionista guidata da Menachem Begin.
Prima dell’arrivo dell’Altalena, il 26 maggio David Ben Gurion aveva ordinato la costituzione di un unico esercito nazionale, Tsahal, nel quale dovevano confluire Haganah, Irgun e Lehi. Formalmente le diverse milizie erano state incorporate; nella pratica continuavano per lo più a rispondere ai propri comandanti. «L’esercito del nuovo Stato nasceva quindi dalla confluenza di gruppi preesistenti, ben poco disponibili, al di là delle dichiarazioni di principio, a riconoscere una giurisdizione politica unitaria», osserva lo storico Claudio Vercelli. Una condizione che rendeva la nascita dello Stato particolarmente fragile: «La persistenza di questa situazione bicefala era estremamente pericolosa per Ben Gurion», costretto a confrontarsi con «una vera e propria concorrenza politica nel seno delle istituzioni di recentissima formazione».
Fu in questo quadro che l’Altalena divenne oggetto di scontro. Ben Gurion pretendeva che uomini e armi passassero sotto l’autorità del nuovo esercito; Begin rivendicava il diritto di destinarne una parte alla propria organizzazione. Per il capo del governo la questione era di principio: «Non ci saranno due Stati e non ci saranno due eserciti», dichiarò. E davanti all’esecutivo definì il rifornimento di armi e uomini per l’Irgun «un tentativo di distruggere l’esercito. Questo è un tentativo di assassinare lo Stato. Su queste due cose non ci può essere compromesso».
La trattativa tra le due anime dello Stato d’Israele fallì. Il 22 giugno le forze governative, su ordine dell’allora tenente colonnello Yitzhak Rabin, spararono colpi di cannone contro l’Altalena che prese fuoco.
Fu, nelle parole di Vercelli, «un’operazione bellica che vide contrapposte di fatto due fazioni ebraiche»: negli scontri morirono 16 uomini dell’Irgun e tre soldati israeliani. Ciò che rimaneva della nave sarebbe stato successivamente rimorchiato al largo e affondato. Dietro allo scontro, prosegue lo storico, c’era una domanda essenziale per qualsiasi Stato appena nato: «A chi spettava l’autentico monopolio della forza?». Il dilemma, ricorda Vercelli, aveva già attraversato il movimento sionista nei decenni precedenti, ma nel giugno 1948 assumeva un carattere potenzialmente esplosivo. «Il principio di fondo era netto: non un’arma ed un uomo di più se non al nuovo Stato». «Diarchie o conflitti di autorità», aggiunge, avrebbero potuto rivelarsi «rovinosi» se non fossero stati rapidamente sedati.
Ben Gurion non arretrò. Davanti all’assemblea provvisoria arrivò a elogiare il «cannone benedetto» che aveva sparato sull’Altalena. Una formula destinata a sedimentarsi nella memoria revisionista, che non la dimenticò né la perdonò. Per Vercelli l’ordine del primo ministro va letto anche come un tentativo «di equilibrare meglio il proprio potere e inibire a priori tentazioni secessioniste». Ben Gurion si adoperò «fin da subito per depoliticizzare l’esercito», collocando ai vertici di Tsahal «militari di professione, la cui formazione era avvenuta perlopiù all’interno dell’esercito britannico». Un mutamento che, annota lo storico, fu «rodato sui campi di battaglia, indispensabile per stabilire un’unica giurisdizione sulle forze armate». Con la soppressione del Palmach, la forza d’élite dell’Haganah legata alla sinistra laburista sionista, nel settembre del 1948, quel disegno arrivò a compimento.
«La vicenda dell’Altalena segnò un punto di svolta definitivo nei già tesissimi rapporti tra la classe dirigente laburista e la destra nazionalista», osserva Vercelli. La prima «celebrava, anche con il ricorso alle armi contro i correligionari, la sua primazia»; la seconda dovette invece iniziare «un lungo percorso di dissenso» che l’avrebbe tenuta all’opposizione fino alla vittoria elettorale di Begin del 1977. La regola imposta dal nuovo Stato era ormai chiara: «Nessuna spinta tendenzialmente autonomista», e dunque nessuna forza armata concorrente, sarebbe stata tollerata.
78 anni dopo, quella frattura è tornata visibile sul fondo del Mediterraneo. Anche per questo, osserva Vercelli, il ritrovamento può essere letto «in molti modi», a partire dal «culto che Israele nutre per la propria storia nazionale, anche nei suoi aspetti più controversi». Ma lo storico invita a considerare anche il momento in cui il relitto riemerge: «I tempi con i quali una tale iniziativa si sta realizzando rivelano un prevedibile tempismo», legato alla «forte accentuazione dell’impatto del nazionalismo nel campo della politica israeliana in questi ultimi anni».

d.r.

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