Dall’Italia agli Stati Uniti, negli ultimi mesi diversi turisti israeliani hanno affrontato proteste, intimidazioni e minacce. Se il caso più violento si è registrato in Thailandia – due donne israeliane sono state picchiate da un cittadino francese – quello più eclatante arriva dalla Grecia, dove di recente la comunità ebraica locale ha lanciato l’allarme per «una serie di gravi episodi» contro persone identificate come israeliane. Una situazione tanto tesa da spingere la ministra del Turismo Olga Kefalogianni a intervenire pubblicamente: «La Grecia garantisce la sicurezza di tutti i visitatori». Il caso greco è il riflesso di un’inquietudine più ampia, confermata da un recente sondaggio: per molti israeliani mostrare la propria identità quando viaggiano all’estero è diventato motivo di crescente preoccupazione.
Secondo un’indagine condotta tra luglio e agosto dal Center for Jewish Impact di Tel Aviv, oltre la metà degli israeliani teme di dichiarare la propria nazionalità quando si trova all’estero. Dal 7 ottobre 2023, il 52% degli intervistati afferma di provare almeno qualche esitazione nel presentarsi come israeliano durante un viaggio, mentre il 41% ha modificato concretamente le proprie abitudini: cambiando destinazione, cancellando partenze già programmate o rinunciando a determinate attività. Timori che, spiegano gli autori della ricerca, si inseriscono in un quadro segnato dall’aumento dell’antisemitismo, da una diffusa ostilità anti-israeliana e dal deterioramento dei rapporti tra Israele e diversi Paesi.
La diplomazia pubblica bocciata
Il sondaggio, dedicato anche alla coesione sociale, alle tensioni religiose e ai rapporti con la diaspora, restituisce un giudizio particolarmente severo sulla capacità di Israele di raccontare le proprie ragioni all’estero. Se il 64% considera solida la relazione strategica con gli Stati Uniti, appena il 23% ritiene efficace la comunicazione del Paese verso l’opinione pubblica internazionale. Nel complesso, il 70% boccia la diplomazia pubblica israeliana.
Il pessimismo, tuttavia, non si traduce nella convinzione che il danno sia irreversibile. Per il 33% degli intervistati, il passo più importante sarebbe costruire una strategia di comunicazione di lungo periodo; il 25% indica invece la necessità di cambiare alcune scelte politiche del governo. Solo il 14% ritiene ormai molto difficile recuperare la posizione internazionale di Israele.
I numeri del ministero degli Esteri
A indicare che non si tratta soltanto di percezioni sono anche i dati del ministero degli Esteri israeliano. Tra luglio 2025 e luglio 2026, 45 cittadini israeliani vittime di episodi antisemiti all’estero hanno chiesto l’intervento del Dipartimento per gli Israeliani in Difficoltà: un fenomeno che, sottolineano dal ministero, negli anni precedenti era quasi inesistente.
Le segnalazioni riguardano aggressioni fisiche, risse, sputi, insulti, rifiuti di servizio ed espulsioni da hotel, caffè e ristoranti. «Nell’ultimo anno ci siamo trovati di fronte a una problematica di portata mai vista prima: israeliani che ci contattano dopo aver subito episodi antisemiti durante i loro soggiorni all’estero», ha spiegato a Ynet Eli Yifrah, vicedirettore generale per gli Affari consolari. In diversi Paesi «sono stati segnalati casi in cui gli israeliani sono stati identificati a causa della loro identità o di caratteristiche israeliane visibili e sono stati presi di mira con molestie, minacce e persino aggressioni fisiche».
Tra gli Stati da cui è arrivato il maggior numero di richieste di assistenza figurano Emirati Arabi Uniti (615), Thailandia (347), Grecia (206), Stati Uniti (202), Italia (181) e Georgia (166).