Israele sta valutando l’espulsione di funzionari britannici dall’International Gaza Support Center, il quartier generale multinazionale per il monitoraggio del cessate il fuoco, «come ritorsione per le critiche di Londra alle politiche di Netanyahu nei Territori palestinesi», riporta il Sole 24 Ore citando il Financial Times. Misure analoghe sarebbero allo studio contro Roma e Berlino, ipotesi però smentita da Gerusalemme. I Paesi Bassi erano già stati estromessi dallo stesso centro dopo aver vietato il commercio di prodotti dagli insediamenti israeliani: ora, prosegue il Sole, Israele li ha portati in tribunale, accusandoli di violare le norme Ue sulla libertà degli scambi. Il Corriere cita l’iniziativa di 15 rappresentanze diplomatiche europee e occidentali che hanno condannato lo smantellamento della sede Unrwa di Gerusalemme Est del 25 agosto, chiedendo «immediato e pieno rispetto degli obblighi Onu».
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha chiesto di estendere la «giudaizzazione» della Cisgiordania al Negev e alla Galilea «a spese dei residenti arabi, in vista delle elezioni», scrive il Corriere della Sera. Il programma del suo partito, il Sionismo religioso, si chiama «Sì, giudaizzazione» e punta a portare «un milione di ebrei in più nel Negev e in Galilea» attraverso 40 nuovi insediamenti, aggiunge il Sole 24 Ore. Lo slogan è «Ahmed ha ragione ad avere paura»: un video con intelligenza artificiale mostra un palestinese avvertire un arabo israeliano che «Smotrich sta arrivando per fare a voi quello che ha fatto a noi». Dietro l’offensiva ideologica c’è però un problema elettorale, commenta il quotidiano economico: diversi sondaggi collocano il Sionismo religioso a ridosso della soglia di sbarramento del 3,25%, mentre il nuovo partito Amcha Yisrael del generale Ofer Winter viene accreditato di sei-otto seggi pescando dallo stesso bacino elettorale.
Il premier qatarino Mohammed bin Abdulrahman Al Thani è arrivato a Teheran per discutere la riapertura di Hormuz e la ripresa del dialogo tra Iran e Stati Uniti. Sul tavolo, riporta il Corriere della Sera, un corridoio provvisorio attraverso lo Stretto e un progetto comune di sminamento. Ma i falchi frenano: il nuovo capo del Consiglio per la Sicurezza Mohsen Rezaei ribadisce che «gli Usa devono prima adottare misure concrete per soddisfare le condizioni dell’Iran, e solo allora procederemo all’apertura di Hormuz». Il presidente Usa Donald Trump, sottolinea Repubblica, non è d’accordo: per lui «lo Stretto è aperto e attraversato ogni giorno da milioni di barili». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha accusato il regime di finanziare «proxy terroristi», e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ulteriormente alzato i toni dichiarando che gli Usa «dirottano miliardi verso il loro proxy terrorista, Israele».
Sul Giornale Fiamma Nirenstein ricorda i 25 anni dalla Conferenza di Durban, iniziata il 31 agosto 2001, che definisce «la moderna Wannsee che ha programmato la distruzione del popolo ebraico». Nirenstein era presente come giornalista: «Il sentore di marcio già emanava dalla preparazione del grande raduno “contro il razzismo” indetto dall’Onu», con tremila Ong «tutte col coltello fra i denti per dimostrare che il vero grande nemico, sotto l’egida dei diritti umani, era Israele». Nelle strade di Durban la folla marciava «dietro ritratti di Bin Laden», pochi giorni prima dell’11 settembre. Per Nirenstein è a Durban che nasce la convergenza moderna tra antisemitismo e antisionismo: «L’Onu è il suo profeta».
Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, è stretto da sette avamposti sulle colline circostanti, riporta il Corriere della Sera in un reportage dall’area. «Di giorno entrano con le pecore, di notte arrivano per vandalizzare», afferma il parroco don Bashar Fawadleh, parlando dei residenti degli insediamenti israeliani vicini, denunciando incendi, auto bruciate, trattori rubati, vigne tagliate. Dal 7 ottobre 2023 16 famiglie hanno lasciato il paese. Don Bashar critica l’inerzia dell’Autorità palestinese: «L’Anp di Abu Mazen non muove un dito. A noi chi ci pensa?». Madees Khoury, titolare del primo microbirrificio del Medio Oriente, denuncia che uno degli abitanti degli insediamenti «da solo, in una notte, ci ha tagliato tutte le vigne del cabernet». «Restare è l’unico modo che abbiamo per resistere. Questa è casa nostra».
«Trump e Netanyahu, gli interessi divergenti e il costo delle guerre a scadenza», titola il Foglio un’analisi di Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund. I due leader arrivano ai rispettivi voti – Israele il 27 ottobre, Usa il 3 novembre – con necessità politiche opposte. Netanyahu è in svantaggio e «la sopravvivenza politica non richiede vittorie strategiche finché persiste un’atmosfera di emergenza». Trump ha invece bisogno di chiudere alcuni fronti: il suo indice di gradimento è al 33% e le nuove sanzioni annunciate contro l’Iran non sono ancora state imposte. Per Irdi le minacce non seguite da conseguenze «consumano capitale»: «La scelta non è tra un costo e la sua assenza, ma tra un costo immediato per la sua Amministrazione e un costo differito per il suo paese: l’erosione della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente e della deterrenza americana in tutto il mondo».
Da Gaza al Libano, l’Espresso propone tre approfondimenti. Il primo è un’intervista al deputato libanese Nadim Gemayel, figlio del presidente assassinato Bachir: «L’elefante nella stanza è il fatto che il governo non sta disarmando Hezbollah», afferma, indicando nell’arsenale della milizia «il principale ostacolo alla sovranità del Paese». Il secondo è il diario di viaggio di Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia, che racconta le ferite sui bambini libanesi del conflitto tra Hezbollah e Israele. Il terzo racconta gli ostacoli burocratici che impediscono agli studenti di Gaza di raggiungere le università italiane.
La Nazione riporta le critiche sollevate dalla Comunità ebraica di Firenze sul mancato rinnovo del mandato di Marco Carrai alla presidenza della Fondazione Meyer: «Una scelta che si configura come un premio a chi manifesta da anni contro Carrai, chi gli augura la peggior sorte sui muri, chi lo contesta non per una divergenza di idee, ma perché essere console di Israele è una patente di indegnità morale». Con il cambio ai vertici dell’ospedale pediatrico, la guida della Fondazione passerebbe a Luigi Salvadori. «Nulla conta il suo ruolo nella Fondazione e come l’abbia svolto», conclude la Comunità, «conta solo aggiungere un trofeo alla “caccia al sionista”».
Il Foglio pubblica il quinto episodio del racconto del ministro della Giustizia Carlo Nordio sul processo di Norimberga. La figura centrale è il gerarca nazista Hermann Göring, che dopo la disintossicazione forzata dalla morfina mise in difficoltà il procuratore americano Robert Jackson: «Un grande giurista e un ottimo giudice può rivelarsi un pessimo pubblico ministero. Una lezione che non abbiamo ancora imparato». La requisitoria finale di Jackson fu invece memorabile: «Se doveste proclamare questi uomini non colpevoli, sarebbe come affermare che non c’è stata guerra, non ci sono stati massacri, non sono stati commessi delitti».