La Germania ha accusato la Russia del fallito attentato con droni ed esplosivo all’aeroporto di Lipsia, definendolo «un atto di guerra ibrida» sul proprio territorio. Secondo Berlino, l’operazione avrebbe avuto come obiettivo principale un aereo ucraino carico di materiale militare e avrebbe coinvolto anche un cargo Dhl. Il Corriere della Sera riferisce che il governo tedesco ha annunciato la chiusura del consolato russo di Bonn e della Casa di Cultura a Berlino, oltre a controlli più severi sui cittadini russi e nuove pressioni sulla flotta ombra di Mosca. La Nato parla di «prove inequivocabili» e l’Italia, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha espresso «piena solidarietà» alla Germania: «La sicurezza dei nostri Alleati è la sicurezza di tutti noi».
Come uno «specchio che si è infranto»: così il Sole 24 Ore descrive la politica israeliana a meno di due mesi dal voto del 27 ottobre. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo principale sfidante, Gadi Eisenkot, guidano i due blocchi maggiori, ma nessuno dispone oggi di una maggioranza sicura: il Likud è dato tra 20 e 22 seggi, contro i 32 del 2022, mentre Yashar di Eisenkot oscilla tra 24 e 25. A fare la differenza potrebbero essere i piccoli partiti e soprattutto la soglia di sbarramento del 3,25%: «Basta che una lista resti appena sotto per cambiare completamente gli equilibri», sottolinea il quotidiano, indicando tra le incognite Sionismo religioso di Bezalel Smotrich e il nuovo Amcha Israel di Ofer Winter. Sul fronte arabo, il Sole segnala inoltre l’inedita alleanza tra il leader di Ra’am Mansour Abbas e Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale della polizia e sionista dichiarato.
Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di raid contro obiettivi dei pasdaran nel sud dell’Iran, colpendo diverse località lungo la costa e nello Stretto di Hormuz, da Bandar Abbas a Qeshm e Chabahar. Teheran ha risposto poche ore dopo con missili balistici e droni contro basi americane in Giordania, promettendo una reazione «molte volte maggiore». Il Corriere sottolinea come il confronto si stia ormai concentrando sempre più attorno a Hormuz, mentre il presidente Usa Donald Trump ha minacciato conseguenze «molto più dure» in caso di nuovi attacchi iraniani e ha liquidato il memorandum con Teheran come un’intesa che «non vale nemmeno la carta su cui è scritta».
«Eravamo già nel baratro e non l’avevamo capito», scrive Goffredo Buccini sul Corriere, richiamando il precedente degli anni Trenta per leggere l’attuale somma di crisi regionali. Russia, Iran, Corea del Nord e Cina formano sempre più un «asse degli avversari» di un Occidente indebolito, mentre il presidente russo Vladimir Putin intensifica provocazioni e azioni ibride contro l’Europa. Ma Buccini indica anche un elemento di speranza nella resistenza ucraina e nelle difficoltà interne russe: «La storia può essere specchio, ma anche freno: e possiamo cambiarne l’esito».
Nuove violenze in Cisgiordania: un gruppo di estremisti israeliani ha dato fuoco all’ingresso della moschea di Bazariya, vicino a Nablus, lasciando sulla facciata scritte minacciose contro l’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee – «Huckabee, saluti dai terroristi» – e contro Roi Sharon, corrispondente militare di Kan. Il Sole 24 Ore riporta la condanna dell’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, che ha definito le immagini delle violenze «estremamente disturbanti» e affermato che «un’azione forte manderebbe un segnale molto chiaro». Al momento, spiega il quotidiano, tra i Paesi dell’Unione non c’è però accordo sulla proposta di interrompere gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani. Domani inserisce l’episodio in un quadro più ampio di soprusi in Cisgiordania e cita un recente intervento sul New York Times di alcuni ex generali delle Idf, che hanno parlato apertamente di «terrorismo ebraico», definendo «gli attacchi dei coloni la vera minaccia per Israele».
«Se il riarmo è dell’Europa, il riarmo è criminale. Se il riarmo è dei nemici dell’Occidente, il riarmo non fa notizia», scrive Claudio Cerasa sul Foglio, accusando il «pacifista collettivo» di usare due pesi e due misure. Il direttore richiama l’aumento della spesa militare russa, il riarmo iraniano e il rifiuto di Hamas di disarmarsi, mentre in Occidente «si va in piazza» contro il rafforzamento della difesa. Per Cerasa, chi «sogna il disarmo dell’Occidente e fischietta di fronte al riarmo dei nemici» finisce per rendere «l’Europa più debole» e «l’Occidente più fragile».
A pochi giorni dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, Repubblica racconta la battaglia dell’Afd contro la cultura della memoria tedesca. Il partito, che da anni invoca «basta con il culto della colpa», punta a ridimensionare il peso del nazismo nella scuola e nelle istituzioni culturali: tra le proposte, l’abolizione dei finanziamenti alle visite scolastiche nei memoriali e una linea sintetizzata dallo slogan «Più Bismarck, meno Hitler».
«La Palestina purtroppo non è ancora uno Stato, anche se tutti vorremmo che lo fosse», afferma a Repubblica il direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera, spiegando perché la Biennale non esporrà la bandiera palestinese. A parlare, sostiene, saranno i film: «Quest’anno ce ne sono quattro che affrontano la questione in modo esplicito, polemico e duro. Credo siano la migliore dichiarazione di responsabilità politica». Tra questi indica soprattutto Naza, dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor: «Contiene interviste a ufficiali dell’esercito e dell’intelligence israeliana» e, aggiunge Barbera, testimonianze «sconvolgenti». Avvenire sottolinea la forte presenza a Venezia di film dedicati alle guerre contemporanee, con particolare attenzione a Gaza: oltre Naza, anche a Citizen Osama del gazawi Ahmed Hassouna – intervistato dal Fatto Quotidiano – e Road to Jericho dell’israeliano Amos Gitai. Libero, descrivendo i film a Venezia, si sofferma sul legame tra cinema e letteratura e segnala Succederà questa notte di Nanni Moretti, ispirato ai racconti di Legami dello scrittore israeliano Eshkol Nevo e ambientato a Roma. Sempre a Venezia Sara Drago presenta Anatomia di un ritratto, dedicato a Fernanda Wittgens, direttrice di Brera e impegnata durante la guerra ad aiutare perseguitati politici e famiglie ebraiche. «Era una valchiria, quasi una soldatessa dell’arte», racconta Drago a Repubblica.
«Caro Giani, perché caccia Marco Carrai?»: il Riformista rilancia una petizione, firmata da circa 130 persone, contro il mancato rinnovo del presidente della Fondazione Meyer. I firmatari sostengono che a pesare sia il suo ruolo di console onorario d’Israele e denunciano una «caccia all’ebreo, comunque mascherata da caccia al sionista», ricordando anche l’impegno di Carrai nella raccolta fondi per la cura di bambini, compresi quelli provenienti da Gaza.
«Addio ad Ada Yonath, chimica da Nobel pioniera dei ribosomi»: il Corriere ricorda la scienziata israeliana, scomparsa a Tel Aviv a 87 anni. Premio Nobel per la Chimica nel 2009, Yonath dedicò gran parte della sua carriera allo studio della struttura dei ribosomi, aprendo con le sue ricerche nuove strade anche nella lotta alle infezioni batteriche.
Lo scrittore australiano Richard Flanagan ha negato la matrice antisemita della strage di Hanukkah a Sydney: «Dove si trovava l’antisemitismo? Da nessuna parte, da nessuna parte, da nessuna parte». Per il Foglio le parole di Flanagan rientrano in un clima in cui le stragi contro gli ebrei suscitano «distinguo e comprensione».
È morto a 83 anni Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose e protagonista del dialogo ecumenico. Il Sole 24 Ore ricorda la sua idea di una Chiesa «capace di accorciare le distanze con l’ebraismo» e la centralità della Bibbia, definita «la biblioteca che non divide, non separa» e che chiede «diversità, pluralità e dunque dialogo».