«Aprire sinagoghe e luoghi ebraici a un pubblico in larghissima parte non ebraico significa raccontare la ricchezza di una cultura, ma anche il contributo che le comunità ebraiche hanno dato e continuano a dare alle città nelle quali vivono. Significa promuovere conoscenza, dialogo e convivenza. E significa anche contrastare concretamente l’antisemitismo». Lo ha dichiarato il presidente della Comunità ebraica di Bologna, Daniele De Paz, inaugurando la 27esima edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica (Gece) di cui il capoluogo emiliano-romagnolo è la città capofila per l’Italia. L’edizione di quest’anno è dedicata all’amore nell’ebraismo e per celebrarla è arrivato a Bologna il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, intervenuto in sinagoga. «Siamo tutti interpellati dal dolore e dalle divisioni per quanto continua ad accadere in Medio Oriente. Un dolore che non può e non deve renderci indifferenti alla sofferenza di nessuno», ha affermato ancora De Paz. «E allora vorrei che proprio da Bologna, oggi, attraverso una Giornata dedicata all’amore si levasse un messaggio semplice, forte e universale: che nessuna appartenenza possa renderci ciechi di fronte al dolore dell’altro, che continuiamo ad avere il coraggio di incontrarci, conoscerci, parlarci. E soprattutto di riconoscerci, prima di ogni altra cosa, come esseri umani».
Livia Ottolenghi: Cultura ebraica parte del destino nazionale
«La Giornata Europea della Cultura Ebraica ha un valore che va oltre la celebrazione culturale ed è un momento in cui la presenza ebraica si confronta con il Paese e con i territori», ha spiegato la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, sottolineando come, per gli ebrei, essere minoranza «non ha mai significato essere estranei» al destino nazionale e ribadendo il valore dello studio e della conoscenza. «La presenza ebraica non chiede privilegi, ma di essere pienamente parte della società, chiede che gli spazi della cultura, dell’università e del dibattito pubblico restino aperti a tutti», ha proseguito Ottolenghi, denunciando il restringersi di spazi di espressione, non sempre «in modo esplicito», per ebrei, comunità ebraiche, cittadini israeliani. «Si tratta di un fenomeno che non possiamo né vogliamo ignorare ed è una sofferenza particolarmente sentita nel mondo giovanile». Ottolenghi ha in questo senso auspicato la prossima adozione del disegno di legge contro l’antisemitismo da parte della Camera, definendolo «un segnale forte e necessario».
«Ci riconosciamo in una storia comune», ha detto il sindaco della città, Matteo Lepore. «Il tema dell’amore deve essere un impegno politico, nel senso più ampio della parola. Non dobbiamo permettere la normalizzazione del linguaggio dell’odio». Lepore ha parlato di antisemitismo in crescita in Italia e in Europa e sostenuto la necessità di «scegliere l’amore, una scelta non consolatoria», ponendola in contrapposizione con l’idea che «la forza sia il mezzo per risolvere le controversie tra popoli e stati e in un momento in cui si discute apertamente se tutte le vite valgono allo stesso modo». Per Lepore, questo principio «si difende prima con le parole e poi con i fatti».
«Questa giornata serve per affermare cose importanti», ha dichiarato il vicepresidente dell’Emilia-Romagna, Vincenzo Colla. La prima delle quali «è il fatto che la cultura ebraica è una componente essenziale della storia di tutti». Colla ha testimoniato «la vicinanza delle istituzioni democratiche nel contrasto all’antisemitismo in crescita» e annunciato l’intenzione di contrastare anche «le discriminazioni contro le università israeliane».
Guido Ottolenghi, presidente del Museo ebraico di Bologna e del Meis di Ferrara, ha svolto una riflessione sull’amore che «si compie non solo seguendo l’impulso e l’empatia», ma anche disciplinando l’azione. È il caso del giudizio di re Salomone. «Non esiste amore senza giustizia e non c’è giustizia senza amore», ha osservato. Ottolenghi ha affrontato anche altre parole chiave. Come libertà, un bene «da difendere» ogni giorno.
«L’amore è il modo in cui scegliamo di riconoscere l’altro, di prendercene cura», ha detto Mattia Peradotto, il coordinatore dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) della Presidenza del Consiglio dei Ministri. «Come Unar siamo abituati a dire molti no necessari: no al razzismo, all’antisemitismo, all’odio. Ma una società non può fondarsi solo su divieti e la cultura diventa in quest’ottica uno strumento fondamentale».

Le parole dell’ambasciatore Peled e del ministro Piantedosi
«Ci troviamo a pochi giorni da Rosh haShanah, il Capodanno ebraico», ha affermato Jonathan Peled, l’ambasciatore d’Israele in Italia. «Nel guardare al nuovo anno non possiamo tacere la crescita esponenziale dell’antisemitismo, anche nelle nuovi vesti dell’antisionismo. Contro questo fenomeno odioso dobbiamo continuare a lavorare insieme, coinvolgendo tutti i settori della società italiana». Peled ha stigmatizzato il «tentativo inaccettabile di tappare la bocca» a voci della cultura israeliana, azioni che, ha sostenuto, hanno «violato brutalmente la libertà di espressione, sfociando anche nella violenza fisica». L’ambasciatore si è soffermato sull’amore collegato «all’azione, alla giustizia, alla solidarietà e alla responsabilità collettiva» e rivendicato l’impegno «per la pace e la coesistenza con i suoi vicini» promosso dallo Stato ebraico.
«La cultura ebraica rappresenta una delle radici profonde della società occidentale», ha dichiarato Piantedosi, lodando la capacità del mondo ebraico di «custodire la memoria, di essere una presenza viva, di assumersi una responsabilità verso il presente». Per il ministro, «non si può raccontare la storia dell’Europa senza raccontare la storia degli ebrei europei». Una storia da tutelare anche da violenza e intimidazioni. «Garantire la sicurezza delle comunità ebraiche è da sempre una priorità di questo governo», ha spiegato Piantedosi. «Una responsabilità diventata più forte dopo il 7 ottobre e con l’inizio della guerra a Gaza, con il rafforzamento della vigilanza».
Tra musica e parole di Torah
La Giornata in sinagoga, moderata dal giornalista Enrico Franco, è iniziata con una performance del gruppo musicale Progetto Davka di Maurizio Di Veroli, nato con l’intento di narrare l’esperienza ebraica attraverso il canto. Il primo brano in scaletta è stato un omaggio a Francesco Guccini, da poco scomparso, con l’esecuzione di “Shomér ma mi-llailah?”. La musica era stata già protagonista sabato sera, al Teatro San Leonardo, con un concerto di Gabriele Coen e Ziad Trabelsi organizzato dal museo ebraico cittadino con un messaggio incentrato sulla speranza di pace e di convivenza. Ha concluso la mattinata un intervento del responsabile del culto e neo maskil, Marco Del Monte, che ha affrontato varie “declinazioni ebraiche dell’amore” nel tentativo di dare una risposta all’interrogativo: «Quando ciò che chiamiamo amore merita questo nome?». Per farlo ha approfondito le vicende di alcuni personaggi del testo biblico. «Amore è unità, non assimilazione: il vero uno non cancella “io” e “tu” ma li mette in relazione, li integra».
Di seguito il discorso della presidente Ucei, Livia Ottolenghi: https://www.ucei.it/wp-content/uploads/2026/09/Discorso-Livia-Ottolenghi-GECE-2026-1.pdf
Adam Smulevich