Dai giornali di oggi

Bokertov 9 settembre 2026

Bokertov 9 settembre 2026


«Mi dispiace che non si riesca a dare un segnale chiaro contro l’antisemitismo», afferma a La Stampa la presidente dell’Ucei Livia Ottolenghi alla vigilia dell’avvio dell’iter alla Camera del ddl. «È un fenomeno che sta crescendo in maniera esponenziale nel nostro Paese, e questo non è un problema degli ebrei, ma dell’intera società». Ottolenghi ricorda che gli episodi di antisemitismo sono «aumentati di circa il 400%» e critica il presidio di oggi contro il provvedimento: «Chi va in piazza nega questo problema, preferisce parlare di altro, di assetti internazionali, invece di affrontare l’antisemitismo». E aggiunge: «Mi addolora vedere scendere in piazza sigle che dovrebbero essere unite nell’affermazione di principi di contrasto all’odio e alle discriminazioni. Temo che molti non abbiano letto attentamente il testo oppure che lo abbiano fatto attraverso una lente distorcente». Dura anche la replica alla Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi): «La posizione secondo cui il ddl impedisce le critiche a Israele è imbarazzante. Le accuse che vengono mosse non trovano riscontro nel provvedimento». Ottolenghi insiste: «Non c’è alcuna limitazione della libertà di espressione o della libertà di stampa» e ricorda che «il primo articolo del ddl evidenzia che la libertà di critica politica e la libertà di espressione del pensiero, nel rispetto dei principi costituzionali, sono espressamente tutelate». Il testo, sottolinea la presidente Ucei, «non introduce nuovi reati d’opinione né prevede un aggravamento delle pene», ma strumenti di prevenzione, raccolta dati e formazione. E sulla contestata definizione Ihra Ottolenghi ricorda che anche la Dichiarazione di Gerusalemme «contiene esempi di comportamenti che possono essere considerati antisemiti e che, in larga misura, coincidono con quelli presenti nell’Ihra», mentre la differenza principale è che l’Ihra «nasce da un contesto istituzionale e governativo internazionale».

Alla Camera si vota oggi il ddl antisemitismo e il Pd resta diviso: l’area riformista è orientata al sì, il resto del partito verso l’astensione già espressa al Senato. Pd, M5S e Avs hanno presentato un emendamento per chiarire che «non è considerato antisemitismo l’espressione della libera critica» al governo israeliano e un altro per sostituire la definizione Ihra con la Jerusalem Declaration. Saranno oltre 250 le sigle, riporta il Corriere, che parteciperanno al presidio a Montecitorio contro il ddl, definito dai promotori una «norma bavaglio». Su Repubblica Emanuele Fiano e Luciano Belli Paci, figli dei sopravvissuti ad Auschwitz Nedo Fiano e Liliana Segre, difendono la necessità del provvedimento e chiedono al campo progressista di considerarne la prevenzione «una responsabilità comune» e «una parte essenziale dell’impegno antifascista». Intervistato dal Riformista, il senatore Pd Graziano Delrio difende il ddl e si dice «molto sorpreso» dalla partecipazione dell’Anpi alla manifestazione contro il testo. «Non è assolutamente in gioco la libertà di parola», chiarisce Delrio, e le polemiche sulla definizione Ihra sono «totalmente prive di fondamento e ricche di propaganda». Sulle stesse pagine Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d’Italia, scrive che la legge ha «uno scopo preciso, e unico: spegnere l’odio».

Regno Unito, Francia, Canada e altri nove Paesi hanno annunciato sanzioni contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, con il divieto di importare prodotti provenienti da quelle aree e misure contro individui e aziende che ne favoriscono l’espansione. Il Sole 24 Ore sottolinea la svolta di Londra, con il ministro degli Esteri Ed Miliband che ha parlato di «pulizia etnica» e definito «terroristi» gli estremisti israeliani responsabili delle violenze, precisando però che «non sono sanzioni contro Israele». Il Corriere della Sera evidenzia la durissima reazione israeliana: il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar, ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e ha avvertito che «chiunque agisce contro Israele, Israele agirà contro di loro». Il Corriere cita anche la reazione del rabbino capo del Regno Unito, Ephraim Mirvis, che ha parlato di «un giorno nero per gli ebrei britannici» e denunciato una «mendace retorica anti-israeliana» capace di alimentare l’odio antiebraico. Repubblica insiste sulla portata della crisi diplomatica e sul progetto E1 promosso in Cisgiordania dal governo di Gerusalemme: secondo la dichiarazione di Londra, Parigi e Ottawa, «la crescente violenza dei coloni e la sistemica espansione degli insediamenti» impongono di intervenire «per proteggere anche lo Stato di Israele». Sul tema interviene Libero, che attacca: «Antisemita e anti-ricchi. Burnham peggio di Starmer», criticando la svolta del premier britannico sia su Israele sia sulla tassazione dei grandi patrimoni. Per il Foglio c’è invece un «doppio standard»: Londra sanziona Israele, ma non adotta misure analoghe per altre contese territoriali, come Cipro Nord e Sahara occidentale.

«L’Italia si sfila: “Scelte con l’Ue”. Pd e 5S: governo senza dignità», titola Repubblica. «Ma l’Italia non si schiera. Tajani: decida la Ue», sintetizza il Corriere della Sera. Roma, come Berlino, non ha aderito al gruppo di dodici Paesi che ha annunciato le sanzioni contro gli insediamenti israeliani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sostiene che eventuali misure commerciali debbano essere decise a livello europeo: «Altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno». Dalle opposizioni, la leader Pd Elly Schlein definisce «vergognoso» che l’Italia non compaia tra i Paesi firmatari e accusa il governo di «doppi standard», mentre la guida dei Cinque Stelle Giuseppe Conte chiede alla maggioranza «un briciolo di dignità».

Grande attenzione sui media italiani alle rivelazioni di Haaretz secondo cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe stato avvertito dal presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed, una decina di giorni prima del 7 ottobre, che il leader di Hamas Yahya Sinwar preparava una grande operazione contro Israele. Il Corriere della Sera ricostruisce la telefonata di 45 minuti e gli altri segnali arrivati nelle settimane precedenti, sottolineando che Netanyahu avrebbe rassicurato l’interlocutore sul fatto che Gaza fosse sotto controllo. Repubblica dedica diversi approfondimenti alle conseguenze politiche dell’inchiesta alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre e intervista l’ex ambasciatore Nimrod Novik, già consigliere di Shimon Peres: «Fui diretto testimone dell’avvertimento che, pochi giorni prima del 7 ottobre, l’Egitto consegnò a Israele. Il rapporto che ricevetti io e che ricevette Netanyahu era del più alto livello». Novik aggiunge che «la responsabilità di Netanyahu è politica e si estende ai mesi e agli anni che hanno portato al 7 ottobre».
La Stampa registra la reazione del primo ministro, che definisce la ricostruzione «una bugia assoluta», mentre l’opposizione torna a chiedere una commissione statale d’inchiesta. Per Fiamma Nirenstein sul Giornale, la rivelazione va letta con cautela: «l’ufficio di Netanyahu nega, da Bin Zayed non c’è conferma», mentre sulle responsabilità ricorda che «Netanyahu ha denunciato il fatto che non fu avvertito» e che «dalla sua parte, si rovescia l’accusa sull’esercito». «Certezze che uccidono. Bibi credeva di aver ammansito Hamas e non ascoltò un alleato», titola il Foglio, parlando dell’«abbaglio di un paese intero». Intervistato dal Fatto Quotidiano, Gershon Baskin, a lungo mediatore tra israeliani e palestinesi, attribuisce la scelta di Netanyahu alla «hybris», la superbia, ma ricorda che «il 7 ottobre è un fallimento colossale anche dell’intelligence».

Oltre 20mila ebrei si sono trasferiti in Israele nell’ultimo anno da più di cento Paesi, nonostante il conflitto e le tensioni nella regione. Dalla Francia sono arrivati in 4.364, circa undici al giorno, con un aumento del 31,5% rispetto all’anno precedente. Il Foglio segnala una crescita significativa dell’aliyah anche da Gran Bretagna e Australia, collegandola al forte aumento degli episodi antisemiti.

La serie israeliana Fauda torna con una quinta stagione riscritta dopo il 7 ottobre e costruita attorno al tema della vendetta, racconta Repubblica. Due episodi ricostruiscono il massacro esclusivamente dal punto di vista israeliano: «Siamo israeliani, la narrazione è israeliana, io e Avi siamo sionisti», spiega Lior Raz. Per l’ideatore Avi Issacharoff, però, il punto è interrogarsi sul desiderio di vendetta: «Ora che hai ottenuto la tua vendetta, sta cambiando la realtà? Io credo che non porti da nessuna parte».

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