Sicurezza, economia e il trauma ancora aperto del 7 ottobre. Sono i fattori che più pesano sugli israeliani a meno di due mesi dalle elezioni del 27 ottobre, secondo il nuovo sondaggio dell’Israel Democracy Institute. Tra gli elettori ebrei, il 39% indica la posizione del partito su politica estera e sicurezza tra i due elementi principali nella scelta del voto, praticamente alla pari con economia e caro vita, citati dal 38%. Seguono il tema dell’arruolamento, al 27%, i rapporti tra religione e Stato, al 26%, e l’identità del leader del partito, al 23%. Soltanto il 18% inserisce invece tra le priorità la riforma del sistema giudiziario.
Il quadro cambia tra gli arabi israeliani, dove la criminalità interna alla società araba, indicata dal 53,5% degli intervistati, è il primo tema nella decisione elettorale. Al secondo posto, con il 46%, tornano economia e costo della vita.
Il peso del 7 ottobre
A quasi tre anni dal massacro compiuto da Hamas, il 7 ottobre resta un riferimento centrale nelle scelte di voto. Il 68% degli ebrei israeliani afferma che quanto avvenuto quel giorno avrà un peso «molto» o «abbastanza» importante nella decisione su quale partito sostenere. Tra gli arabi la percentuale scende a circa un terzo.
Il dato attraversa tutti gli schieramenti ebraici, ma con intensità diversa. Centro e sinistra attribuiscono al 7 ottobre un peso maggiore rispetto alla destra. La distanza più marcata emerge però sul piano religioso: circa tre quarti degli ebrei laici e di chi si definisce religioso non osservante considerano il 7 ottobre un fattore centrale nella scelta di voto. La quota scende a circa due terzi tra chi si definisce osservante e a poco più della metà tra chi si identifica nella corrente nazional-religiosa. Tra gli haredi, soltanto un quarto attribuisce al 7 ottobre un peso centrale, mentre il 64% lo considera poco o per nulla rilevante nella propria scelta elettorale.
Destra, centro e sinistra
Anche le priorità cambiano in modo significativo a seconda dell’orientamento politico. A destra domina nettamente politica estera e sicurezza: il 47% la indica tra i primi due fattori di voto. Al centro, la prima preoccupazione è economia e caro vita, al 40,5%, seguita dall’arruolamento, al 34%; sicurezza e politica estera scendono al quarto posto, con il 25%.
A sinistra il tema principale è il rapporto tra religione e Stato, indicato dal 39%, seguito da economia e caro vita al 34%. Politica estera e sicurezza sono al terzo posto, al 30%, mentre la riforma giudiziaria si ferma al 22,5%.
Un altro elemento seguito con attenzione è il rapporto con Washington. Per metà del campione complessivo le relazioni tra Israele e Stati Uniti saranno importanti nella scelta del voto; tra gli ebrei la quota sale al 55%, contro il 26,5% degli arabi. Il tema pesa soprattutto tra gli elettori dei partiti identificati come sionisti oggi all’opposizione, dove viene considerato centrale da oltre il 60% degli elettori. Percentuale simile anche tra chi vota Likud.
I timori sul voto
Accanto alle intenzioni elettorali, l’Israel Democracy Institute ha misurato anche il livello di fiducia nel processo democratico. Il 59% degli intervistati ritiene probabili tentativi di interferenza impropria da parte di attori politici israeliani, mentre il 51% teme ingerenze da parte di soggetti stranieri. Tra gli ebrei le percentuali salgono rispettivamente al 63% e al 54%.
Sulla reazione al risultato delle urne, il 56% degli israeliani considera probabile che esponenti dello schieramento sconfitto possano rifiutare l’esito ufficiale e ricorrere alla forza nel tentativo di modificarlo. Il timore è particolarmente diffuso a sinistra e al centro, ma supera comunque la metà degli intervistati anche a destra.
Rispetto alla rilevazione condotta tra fine luglio e inizio agosto, l’ottimismo sulla tenuta della democrazia è sceso dal 40 al 36%, mentre quello sulla sicurezza nazionale è calato dal 37 al 34%. Alla vigilia del nuovo anno ebraico, il 61% degli israeliani definisce negativo il clima generale del Paese.