Memoria

Addio a Yehuda Widawski, il più anziano sopravvissuto alla Shoah in Israele

Addio a Yehuda Widawski, il più anziano sopravvissuto alla Shoah in Israele

Nel 1978 Yehuda Aharon Widawski tornò in Polonia per cercare la tomba della nonna, Hinda Ordinans, nel cimitero ebraico di Łódź. Sopravvissuto ad Auschwitz ed emigrato in Israele nel Dopoguerra, trovò il luogo in stato di abbandono e decise di occuparsene. «Quella ricerca divenne la missione della sua vita: per decenni Yehuda si è adoperato per individuare e restaurare cimiteri e tombe ebraiche in Polonia, contribuendo a identificarne oltre tremila», ha ricordato il presidente israeliano Isaac Herzog. Widawski è morto il 13 settembre all’età di 107 anni. I media israeliani lo hanno ricordato come il più anziano sopravvissuto alla Shoah residente nello Stato ebraico.

La vita in Polonia e l’occupazione nazista
Nato il 26 luglio 1919 a Turek, vicino a Łódź, Widawski era il secondo di quattro figli di una famiglia ebraica sionista. Nel 1933 si trasferì con i genitori e i fratelli a Łódź, dove entrò nel Hashmonaim, movimento giovanile ebraico di orientamento religioso-sionista. A 17 anni Widawski aprì un’impresa tessile che impiegava 38 sarte nella produzione di camicie e biancheria per l’esercito polacco.
Della città prima della guerra conservava il ricordo della vita ebraica. «Di sabato i negozi del centro erano chiusi e si respirava l’atmosfera dello Shabbat», raccontò a Ynet. «C’erano yeshivot, rebbe e molti studiosi della Torah, tra cui mio fratello Gabriel, allievo della celebre Yeshivat Chachmei Lublin».
Con l’occupazione nazista del settembre 1939 tutto cambiò. I Widawski acquistarono un appartamento nella zona destinata a diventare il ghetto di Łódź e vi si stabilirono in 15, continuando a lavorare nel settore tessile e aprendo in casa una delle prime mense del ghetto per aiutare amici e conoscenti.

La deportazione
Nell’agosto 1944, durante la liquidazione del ghetto, la famiglia fu deportata ad Auschwitz-Birkenau. Sul treno, ricordò Widawski nella sua testimonianza per Yad Vashem, uno zio vide il crematorio e il fumo. «Yehuda, lo vedi? Dev’essere un forno per il pane», gli disse. «Che scherzi fa la mente! Tutto ciò a cui riuscivamo a pensare era il pane».
I genitori, Abraham e Leah, e il fratello maggiore Gabriel furono assassinati all’arrivo in una camera a gas. Il fratello Chaim Moshe morì a Buchenwald, la sorella Yocheved a Stutthof. Yehuda e il fratello minore Jehoszua superarono la selezione. Otto giorni dopo furono trasferiti nel campo di lavoro di Friedland, vicino a Breslavia, dove i prigionieri costruivano ali per gli aerei tedeschi.
Quando fu chiesto ai deportati di indicare le proprie competenze, tutti si presentarono come ingegneri, operai o specialisti dell’aviazione. Widawski ammise di essere un commerciante. «Ero convinto che quell’onestà mi sarebbe costata la vita», raccontò a Ynet. Il nazista, invece, accusò gli altri di mentire e ordinò di assegnargli una doppia razione di cibo caldo.
A Friedland Widawski divenne il punto di riferimento del gruppo di deportati. Quando i tedeschi aumentarono da sei a otto la quota giornaliera, Widawski escogitò un sistema per proteggere il gruppo: nelle giornate più produttive i prigionieri nascondevano due ali già completate, per consegnarle quando non riuscivano a raggiungere l’obiettivo imposto. Alla fame e al lavoro forzato si aggiungevano diciotto chilometri di marcia quotidiana tra il campo e la fabbrica. «Era terribile, ma vivevamo con la speranza di farcela». A sostenerli, spiegò, era anche la fede. «Nel campo eravamo centinaia di prigionieri e molti continuavano a pregare. Non da un siddur, perché non c’era, ma la fede ci ha tenuti in vita».
Nel maggio 1945 i tedeschi abbandonarono Friedland, lasciando i prigionieri rinchiusi. Il giorno successivo arrivò l’Armata Rossa. Yehuda e il fratello tornarono a Łódź, trovarono il loro appartamento occupato e appresero che quasi tutta la famiglia era stata assassinata. «Non lo rivivo soltanto ogni giorno, ma ogni ora. Li vedo tutti davanti ai miei occhi», avrebbe poi spiegato a Yad Vashem.
Nel Dopoguerra Widawski riaprì una fabbrica tessile, sposò Lea Dobrysz e aiutò l’Irgun a trasferire armi nella Palestina mandataria. Nel 1950 emigrò in Israele con la moglie e il figlio Avraham. La famiglia si stabilì a Tel Aviv, dove nacque la figlia Leah, chiamata così in memoria della madre di Widawski, assassinata nella Shoah.

Il ritorno in Polonia
A partire dal 1978, Widawski trasformò il ritorno a Łódź in un lavoro sistematico di recupero della memoria ebraica. Ottenuto dal sindaco l’accesso agli archivi municipali, attraverso registri e documenti iniziò a ricostruire la posizione delle tombe nell’area del cimitero riservata alle vittime del ghetto, dove tra il 1939 e il 1944 erano stati sepolti circa 50 mila ebrei. Nei decenni successivi si recò decine di volte in Polonia, restaurando anche luoghi di sepoltura di importanti maestri chassidici e aiutando molte famiglie a ritrovare le tombe dei propri cari. Yad Vashem ricorda il suo contributo alla sistemazione di circa settemila sepolture.
Nel 2012 Yad Vashem scelse Widawski come uno dei sei tedofori della cerimonia ufficiale di Yom HaShoah. Nel 2023 fu ricevuto con la famiglia alla Residenza presidenziale. Nel messaggio di cordoglio Herzog ha ripreso le parole con cui Widawski spiegava il proprio riscatto: «La mia vendetta contro i nazisti è che loro hanno perso e noi abbiamo lo Stato d’Israele. Siamo liberi e forti e nessuno potrà più distruggerci». La sua vita, ha concluso il presidente, è stata «una straordinaria testimonianza della vittoria della vita, della memoria e della rinascita nazionale».

d.r.

I nostri siti