Mentre la platea della Mostra dei cinema di Venezia applaudiva per 25 minuti “Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor, in molti Paesi arabi e islamici i telecomandi dei cinefili e appassionati di intrattenimento erano puntati su un altro prodotto israeliano dal taglio assai diverso: la serie-cult “Fauda”, di cui è da poco arrivata su Netflix la quinta stagione. Una serie rigorosamente “sionista”, come hanno rivendicato i suoi creatori Avi Issacharoff e Lior Raz in una recente dichiarazione, ma capace comunque di farsi apprezzare in molti Paesi con rapporti diplomatici blandi o inesistenti con lo Stato ebraico. E in alcuni casi persino con Paesi ostili.
È sempre stata la forza di Fauda e lo è anche in questa quinta stagione, la prima realizzata dopo i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza contro Hamas, una stagione inevitabilmente centrata su queste vicende, su nuove minacce incombenti e su alcuni conti personali da regolare per i componenti dell’unità antiterrorismo più famosa del piccolo schermo, capitanata come sempre da Lior Raz alias Doron Kabilio.
I numeri forniti dallo staff della serie parlano chiaro: a pochi giorni dalla sua messa in onda, Fauda è la serie Netflix più vista in Libano, la sesta in Giordania ed Emirati Arabi Uniti, l’ottava in Bahrein e in Qatar, il Paese che “ospita” la dirigenza di Hamas in esilio. Ha inoltre un seguito rilevante, al decimo posto della top ten internazionale, in Marocco, Oman e Turchia. Buon riscontro anche in Italia, dove è nona. La quinta stagione «è forse la sceneggiatura più importante che abbiamo scritto», ha spiegato Raz al New York Times. «Era qualcosa che ci bruciava dentro, che sentivamo di dover far uscire», ha confermato Issacharoff.
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Fauda la serie più vista in Libano, molti fan anche in Qatar