Il tentato dirottamento del volo Flydubai 1073 da Dubai a Tel Aviv è in prima pagina su tutti i principali quotidiani. Il copilota omanita avrebbe accoltellato il comandante indiano Smit Machchhar e tentato di prendere il controllo del Boeing, prima di essere neutralizzato da alcuni passeggeri. Il velivolo è poi atterrato in emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. Il Corriere ricostruisce nel dettaglio la dinamica: il Boeing ha perso 14 mila piedi, oltre 4.200 metri, in meno di trenta secondi. Il comandante, nonostante le ferite, è riuscito a sbloccare la porta blindata della cabina, permettendo l’intervento dei passeggeri. «Ho afferrato la cloche e ho tirato con tutta la forza che avevo», racconta l’israeliano Yaniv Hayun, che è riuscito a fermare la picchiata. «A un certo punto l’aereo ha cominciato a risalire». Poco dopo un pilota fuori servizio ha assunto i comandi. Le autorità israeliane considerano l’episodio un tentativo di attentato, ma gli investigatori, sottolineano Corriere e Stampa, non hanno al momento elementi che colleghino l’aggressore all’Iran o a un’organizzazione. Per l’intelligence israeliana sarebbe «quasi certo» un lupo solitario.
Repubblica si concentra sugli «eroi del volo». Hayun racconta di aver trascinato via l’aggressore dai comandi e tirato la cloche verso l’alto: alla domanda su come sapesse cosa fare, ha risposto di aver imparato guardando Mayday – Air Crash Investigation. Zvika Manes, che ha contribuito a immobilizzare il copilota con i cavi delle cuffiette, racconta: «Non ho pensato, ho agito». Il dentista Musaev Shota ha invece prestato i primi soccorsi al comandante. Repubblica dedica anche un ritratto a Machchhar, 39 anni e quasi diecimila ore di volo, ora ricoverato in condizioni stabili: Netanyahu lo ha definito «un vero eroe» che «ha salvato la vita di 174 persone». La Stampa dà voce al terrore vissuto dai passeggeri. Miriam, 23 anni, ha recitato la preghiera Shema Israel pensando al fratello Itamar, soldato della Golani ucciso il 7 ottobre. Un altro passeggero racconta di aver pensato: «È finita. L’11 settembre si ripete», mentre durante i 55 minuti verso Tabuk qualcuno temeva che l’aereo potesse essere diretto in Iran. All’arrivo, i passeggeri sono stati assistiti dalle autorità saudite. Il Foglio allarga la vicenda al quadro regionale e agli Accordi di Abramo. Ricorda che Flydubai ha mantenuto senza interruzioni dal 2020 il collegamento Dubai-Tel Aviv, anche dopo il 7 ottobre, e legge il possibile attentato come un attacco non soltanto a Israele ma al processo di normalizzazione regionale. Sottolinea inoltre il paradosso dell’atterraggio in Arabia Saudita, dove gli israeliani sono stati soccorsi nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche tra Riyad e Gerusalemme.
«Un estremista religioso» che «pregava tutto il tempo e si rifiutava di stringere la mano alle donne»: così un collega ha descritto ai media il copilota omanita del volo Flydubai. Il Mossad, scrive il Corriere della Sera, sta cercando di capire se abbia agito da solo o con l’appoggio di un’organizzazione o di uno Stato, mentre l’Arabia Saudita non avrebbe finora consentito agli israeliani di partecipare agli interrogatori. Repubblica segue la pista del «jihadista solitario»: non sarebbero emersi legami con organizzazioni islamiste. Il ministro della Difesa israliano Israel Katz ha parlato di «attacco jihadista», mentre il collega agli Esteri Gideon Sa’ar di «un attentato contro gli Accordi di Abramo con gli Emirati». Il primo ministro Netanyahu, sottolineano i quotidiani, ha mantenuto cautela sulla matrice. Sul Giornale Fiamma Nirenstein parla di ritorno della «Jihad dei cieli» e inserisce l’episodio nel più ampio allarme per la propaganda jihadista: «Su menti malate come il copilota omanita […] e chissà quanti lupi solitari annidati fra noi, questi appelli possono fare scattare l’azione terroristica». Il quotidiano segnala che anche in Italia il livello di allerta terrorismo è «elevato», richiamando gli appelli di Isis e al Qaida a colpire Stati Uniti, Israele e i loro alleati. Libero guarda invece alla rete iraniana in Europa e al sospetto coinvolgimento di Teheran.
Hagai Meyer, presidente dell’associazione dei piloti di linea israeliani, descrive a Repubblica i possibili punti deboli emersi dopo il caso Flydubai. Israele vieta alle compagnie straniere di impiegare sulle rotte verso il Paese piloti con passaporto di Stati ostili, ma «non tutto è sotto il controllo dei nostri apparati», spiega Meyer. Un problema riguarda chi rimane a bordo durante gli scali e quindi può non essere controllato: «I fatti di ieri dimostrano che un problema esiste». Meyer teme ora anche «atti di emulazione» e si aspetta un rafforzamento delle misure, pur avvertendo che «il problema» non può essere risolto «al cento per cento». Il ruolo della sicurezza israeliana nell’aviazione civile è richiamato dal Foglio, che ricorda come negli anni l’intelligence abbia contribuito a sventare diversi attentati contro voli di linea, compreso un piano dell’Isis per nascondere una bomba in un computer portatile. Il Corriere ripercorre la lunga storia degli attentati contro l’aviazione civile, dai dirottamenti palestinesi degli anni Settanta alle bombe di Lockerbie e all’11 settembre, fino ai tentativi dell’Isis.
«Un Medio Oriente nuovo» emerge dal salvataggio del volo Flydubai, sostiene il direttore del Foglio Claudio Cerasa. Attorno all’aereo si è attivata una catena di cooperazione tra Emirati Arabi Uniti, Israele e Arabia Saudita, frutto di rapporti costruiti con gli Accordi di Abramo e rimasti in piedi anche dopo il 7 ottobre. Cerasa richiama la collaborazione regionale contro l’Iran, dalla difesa aerea allo scambio di intelligence, e sottolinea come il 7 ottobre mirasse anche a colpire «un equilibrio del Medio Oriente che i terroristi di Hamas sognavano di distruggere». Un’«infrastruttura delicata, fragile, ma reale», destinata ad aiutare la regione ad «arginare gli sponsor del terrorismo e gli esportatori del terrore».
Il ddl contro l’antisemitismo ha superato il passaggio in commissione Affari costituzionali della Camera e approderà domani in Aula. La maggioranza ha votato a favore insieme a Italia viva e Azione; M5s, Avs e Futuro nazionale contro, mentre il Pd non ha partecipato al voto. Repubblica sottolinea le divisioni interne ai dem e ricorda che il nodo resta la definizione Ihra: il deputato Pd Arturo Scotto dichiara che «se la legge non cambia voteremo contro», mentre il partito prepara emendamenti. Libero e Giornale leggono l’astensione del Pd come un modo per rinviare la resa dei conti tra riformisti favorevoli al testo e la linea della leader Elly Schlein. Libero parla di opposizione «in frantumi» e ricorda le parole dell’Ucei: il ddl «non introduce alcun divieto di critica nei confronti dello Stato di Israele». Il Giornale richiama l’appello della senatrice a vita Liliana Segre: «Ci sono temi sui quali un Paese civile dovrebbe ritrovarsi unito al di là delle logiche di schieramento». Il Foglio definisce «pilatesca» la scelta del Pd e contesta l’argomento secondo cui il ddl impedirebbe di criticare Israele, parlando di una «palese menzogna». In un secondo articolo, il quotidiano segnala il tentativo di mediazione attraverso un ordine del giorno che ribadisca la libertà di critica al governo israeliano e ricorda che contro il ddl è prevista domani una nuova manifestazione promossa, tra gli altri, da Amnesty, Anpi e Cgil.
A meno di un mese dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Domani mette in evidenza le difficoltà di Netanyahu sul fronte haredi, che in migliaia hanno manifestato a Gerusalemme contro la leva – «Moriremo piuttosto che arruolarci» – mentre i partiti Shas ed Ebraismo della Torah Unito potrebbero diventare decisivi per la formazione del prossimo governo. Secondo Domani, le concessioni agli haredim potrebbero spingere una parte dell’elettorato di destra verso formazioni centriste, aggiungendo un altro problema per Netanyahu dopo le critiche sulla gestione del 7 ottobre.
«Abbiamo paura. Non siamo al sicuro in casa, nei campi, in auto», racconta a Repubblica Wael Mahmod Tubasi, palestinese di Jalud, in Cisgiordania. Dopo una sentenza dell’Alta Corte israeliana che gli consentiva di rientrare nella propria abitazione, Tubasi e la famiglia sono stati nuovamente costretti ad allontanarsi: un centinaio di coloni avrebbe assediato la casa, lanciato pietre e appiccato il fuoco. «Siamo ancora determinati a tornare a casa e ricostruire», afferma Tubasi. L’episodio è stato condannato dal presidente israeliano Isaac Herzog, dal primo ministro Netanyahu e dai leader delle opposizioni Gadi Eisenkot e Yair Lapid.
Avvenire dedica spazio ad Anatomia di un ritratto, il documentario di Francesco Clerici e Mattia Colombo su Fernanda Wittgens, presentato a Venezia e atteso nelle sale nel 2027. Prima donna alla guida della Pinacoteca di Brera, durante il fascismo salvò opere d’arte e aiutò numerosi ebrei a fuggire in Svizzera. «Spostava sia le opere d’arte che gli ebrei attraverso automobili e furgoni», racconta la scrittrice Paola Fargion, che ne ha ricostruito la rete clandestina. Arrestata dai nazifascisti nel 1944, Wittgens è stata recentemente riconosciuta Giusta tra le Nazioni da Yad Vashem.
Il Foglio, con Maurizio Crippa, parte dalle frasi antisemite attribuite al giovane Jordan Bardella – «Tutte le banche sono di proprietà di ebrei» – per denunciare quello che considera un doppio standard. Per Crippa è giusto condannare Bardella, ma la stessa severità dovrebbe valere per chi, a sinistra, usa slogan come «dal fiume al mare» o «globalizzare l’Intifada». «Siccome Bardella è un fascistone, lo si può attaccare pure per le frasi antisemite», scrive, mentre per altri analoghi atteggiamenti verrebbero derubricati a «legittime opinioni».