SIMCHAT TORÀ

Un ciclo che integra tradizione, interpretazione e riscoperta

Un ciclo che integra tradizione, interpretazione e riscoperta

Ogni anno, a Simchat Torah, si conclude e ricomincia la lettura della Torà. Si arriva alla morte di Mosè sul monte Nebo, con la Terra promessa in lontananza, e subito si riparte dalla creazione del mondo. Fra la fine e l’inizio non c’è intervallo, il paradosso riguarda la natura stessa della lettura: che cosa significa arrivare alla fine di un libro nel momento in cui lo si sta per ricominciare? La storia si interrompe proprio quando dovrebbe compiersi e il lettore torna all’origine, a “Bereshit”, parola che contiene già almeno in potenza tutto ciò che verrà. È un movimento circolare che sarebbe riduttivo scambiare per un ritorno al punto di partenza: chi ricomincia ha già attraversato il testo, ne conosce promesse e contraddizioni, e anche quando ripete le stesse parole non può più essere lo stesso lettore. Nella tradizione ebraica questo è un esercizio collettivo, la Torah viene letta integralmente secondo una scansione inserita nel tempo della comunità con una regolarità che rende possibile una pluralità di letture. Il testo resta e i lettori cambiano, così come cambiano le domande che gli vengono rivolte e le esperienze attraverso cui il testo viene attraversato, le voci con cui si cercano di restituirne il significato.

Il testo e chi lo legge
È una scelta di fedeltà che comporta l’impossibilità di considerare concluso il lavoro della comprensione. Si tratta di una questione che la filosofia europea ha affrontato, soprattutto nel Novecento. Hans-Georg Gadamer, in Verità e metodo, ha mostrato quanto sia illusoria l’idea di un interprete capace di liberarsi dalla propria storia: comprendere significa sempre arrivare a un testo portando con sé comunque una lingua, delle aspettative, una determinata esperienza del mondo. L’approccio al testo è per forza di cose condizionato dalle nostre aspettative, e capire un testo significa anche capire se stessi. Comprendere definisce l‘essere. E la tradizione è ciò che rende possibile la comprensione molto più che un deposito di significati che vengono recuperati nella loro (presunta) purezza originaria. L’applicazione di questa intuizione alla Torah richiede cautela – la lettura ebraica possiede storia e regole proprie che non si lasciano ricondurre a una teoria filosofica contemporanea – ma l’ermeneutica di Gadamer può aiuta a mettere a fuoco l’idea, caratteristica della cultura rabbinica, che il significato di un testo può manifestarsi attraverso interpretazioni differenti, anche in conflitto fra loro.
Il Talmud babilonese (Eruvin 13b), riferisce che per tre anni le scuole di Hillel e di Shammai discussero su questioni di diritto religioso finché una voce celeste dichiarò che entrambe le posizioni erano אֵלּוּ וְאֵלּוּ דִּבְרֵי אֱלֹהִים חַיִּים: «queste e quelle sono parole del Dio vivente». La conclusione del passo attribuisce la prevalenza normativa alla scuola di Hillel, la pluralità non cancella la necessità di decidere; convive con essa. L’apertura interpretativa non è assenza di vincoli: il mondo rabbinico conosce la libertà dell’interpretazione, ma la esercita entro una trama di testi, discussioni e responsabilità, e il dissenso davvero è un meccanismo vitale. Anche l’interpretazione più audace deve misurarsi con una parola (o una lettura) che le preesiste e che proprio per questo può resisterle.
Per Paul Ricoeur, invece, la scrittura una volta affidata alla pagina acquista una (relativa) autonomia rispetto alle intenzioni di chi l’ha prodotta: il testo si offre a lettori che vivono in tempi diversi e che possono riconoscervi possibilità di significato non previste dall’autore. Nel caso della Torah, la distanza fra la parola e le generazioni che la ricevono assume una dimensione particolare: il testo riesce a essere allo stesso tempo memoria fondativa, oggetto di studio e fonte di obblighi. La sua interpretazione investe la vita, non soltanto la conoscenza.

Quando la Torah si chiude e si comincia a danzare
A Simchat Torah accade però qualcosa che sfugge tanto alla filosofia quanto alla consueta immagine dello studio: si danza con la Torah, chiusa. Il rotolo viene sottratto alla lettura e affidato al movimento, alla voce, alla partecipazione dei corpi in un gesto che può apparire estraneo alla severità dello studio, e ne rivela un’altra dimensione. Prima ancora di comprenderla la comunità riconosce nella Torah un oggetto di appartenenza e una presenza che attraversa le generazioni. Resta una questione scomoda: se il testo è sempre aperto a nuove interpretazioni, come si può distinguere l’approfondimento dall’arbitrio? L’ebraismo offre risposte molteplici e spesso in conflitto, la tradizione ha conosciuto tanto la conservazione rigorosa quanto le trasformazioni più profonde e non ha mai potuto sottrarsi alla tensione fra la stabilità della parola e la mutevolezza di chi la legge. Simchat Torah ci riporta all’inizio di un testo che porta con sé il peso di tutto ciò che, paradossalmente, lo precede: la prima parola è attraversata dalla storia delle sue letture e ogni nuovo inizio custodisce la promessa della scoperta insieme alla memoria di quanto è stato compreso e di quanto rimane oscuro.


Ada Treves

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