Shemini Atzeret

Un giorno di festa in più perché lasciarsi è difficile

Un giorno di festa in più perché lasciarsi è difficile

Sukkot è finita, o quasi… La Torah ha contato sette giorni e quando sembrerebbe venuto il momento di tornare a casa ne aggiunge uno: Shemini Atzeret. Che non è l’ottavo giorno di Sukkot, non esattamente: ha un suo nome, una propria convocazione e il verbo la’atzor, che significa fermare, trattenere, custodire qualcuno che sta per andarsene. Il Talmud prova a raccontare perché: a Sukkot si sono offerti settanta tori, uno per ciascuna delle settanta nazioni; l’ottavo giorno se ne offre uno solo. Poi il Talmud cambia registro e racconta di un re che ha invitato tutti a un grande banchetto. Quando gli ospiti se ne sono andati, trattiene quello che gli è più caro e gli chiede di fermarsi ancora per un pasto semplice, soltanto per stare insieme. Rashi, commentando il passo di Bamidbar che istituisce l’ottavo giorno riprende un’altra versione della stessa scena: il re ha invitato i figli per molti giorni e quando arriva il momento di separarsi chiede loro di restare ancora: «È difficile per me la vostra separazione», dice. Forse il punto è proprio questo: alla festa non manca niente, è finita, ed è per questo che si chiede di restare. È una festa che sopravvive alla fine della propria festa.

Il tempo che resta
La storia ebraica è piena di forme nate in un mondo e arrivate in un altro, parole che hanno continuato a essere pronunciate quando non significavano più esattamente ciò che avevano significato all’inizio, gesti conservati anche quando il senso era cambiato. Ogni tradizione riceve qualcosa che non ha scelto: parole, nomi, racconti, calendari, abitudini, e insieme riceve anche tutto ciò che il tempo ha fatto a quelle cose. Le riceve già usate, vissute. Nessuna generazione comincia da capo, e nessuna riesce a conservare intatto ciò che trova; in mezzo c’è il lavoro della tradizione. Hannah Arendt, parlando della natalità, indicava proprio nella capacità umana di iniziare qualcosa di nuovo una delle condizioni fondamentali dell’agire. In Tra passato e futuro (1961), la rottura della tradizione moderna appare come una perdita: il passato non offre più, come aveva fatto per secoli, un filo continuo attraverso cui orientarsi; restano i frammenti, e con i frammenti bisogna fare qualcosa. La storia ebraica è fatta anche di questo, dal mondo biblico a quello rabbinico, dalla distruzione del Tempio alla Diaspora, dall’emancipazione alla nascita dello Stato di Israele. Le forme della vita ebraica sono cambiate più e più volte. A volte lentamente, altre volte sotto la pressione di eventi che hanno reso impossibile continuare come prima eppure testi, riti, preghiere e discussioni hanno continuato a circolare, passando da un mondo all’altro, cambiando nel passaggio: non è una continuità pura, e forse non è nemmeno questo che la tradizione promette. In Zakhor (1982) per Yosef Hayim Yerushalmi il passato che la tradizione conserva non coincide sempre con quello che uno storico ricostruisce. Per secoli la memoria ebraica è passata attraverso liturgia, commento e ripetizione rituale e non era necessario scrivere una storia completa perché un evento continuasse a essere presente: bastava farlo tornare ogni anno dentro una festa, una preghiera, una pagina. Il passato non rimaneva alle spalle e tornava a occupare il presente. Ma allo stesso tempo ogni ritorno modifica qualcosa, e una festa celebrata per mille anni non è la stessa festa celebrata la prima volta. La Diaspora è stata anche traduzione, adattamento, invenzione, e poi lingue nuove, usi nuovi, liturgie differenti, forme diverse di autorità e di vita comunitaria. Shemini Atzeret non offre grandi racconti, semplicemente dopo sette giorni, aggiunge un giorno, un altro. Quasi niente, se si guarda da fuori.


Ada Treves

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