Garrone – responsabilità della scelta di fronte al proprio fine vita

In molte chiese valdesi e metodiste del nostro paese – e con particolare tempestività e continuità in questa che ci ospita – sono regolarmente aperti “sportelli” per la raccolta di “disposizioni di fine vita” o “testamenti biologici”.

Sappiamo che la legislazione italiana, vergognosamente arretrata sullo scenario europeo, non attribuisce alcuna validità a questi atti, e vogliamo tuttavia con questo manifestare la nostra posizione in materia, compresa la visione della fede e della vita che essa anche vuole esprimere – e anche dare voce a quegli italiani che come noi auspicano libertà di scelta in questa materia. Tra l’altro vari sondaggi – che solo la classe politica colpevolmente ignora – testimoniano un orientamento favorevole in misura superiore al 70 %.

Una premessa è necessaria per chi non ci conosca. Non ci sono per noi protestanti norme etiche vincolanti perché espresse da un magistero e tanto meno abbiamo la pretesa – tipica delle gerarchie cattolico-romane che tengono finora in scacco la nostra insipiente classe politica – che esiste un’etica naturale che la legislazione pubblica dovrebbe assumere come sovraordinata e quindi imporre ai cittadini di qualsivoglia orientamento. Chi è cristiano è personalmente chiamato nelle sue scelte a un’obbedienza responsabile al comandamento di Dio, ma queste sue scelte non pretendono di essere normative anche per altri.

I progressi della scienza, della medicina e delle tecnologie ad essa applicate pongono interrogativi nuovi, ai cittadini, ai medici e ai legislatori che richiedono di essere affrontati con un dialogo franco, con un atteggiamento anche solidale e talora compassionevole, assumendo la complessità dei problemi e il pluralismo delle visoni, in vista di scelte miti e soprattutto della libertà di scegliere in autonomia e in piena libertà in tutti quei campi in cui sono in gioco la vita – e il morire che né parte non meno umana – di ognuno di noi.

Come abbiamo ben visto in occasione delle vicende di Pier Giorgio Welby e di Eluana Englaro, la discussione pubblica sui problemi etici e giuridici posti dagli sviluppi della scienza è in Italia condizionata, ipotecata, bloccata o avvelenata – ognuno scelga il termine che gli sembra più pertinente – da un’offensiva ecclesiastica romana (io dico clericale) senza pari in Europa, finora supinamente subita dal Parlamento della Repubblica. Il tema della discussione non è stato e non è come consentire scelte libere in ambiti delicati e personali, ma una astratta concezione della “vita naturale”. I toni sono stati quelli di una crociata in cui compassione, senso civico e franchezza (ad esempio da parte di Peppino Englaro) sono stati bollati come vera e propria empietà civile. Così, la sospensione di sofisticatissime cure mediche ad alta tecnologia come l’alimentazione artificiale è stata equiparata – e con toni altisonanti – all’eutanasia attiva o addirittura bollata come omicidio. In nome di una concezione del tutto particolare della ”fine naturale della vita” è così violato l’art. 32 della costituzione che prevede che i “trattamenti medici” siano subordinati alla volontà del paziente. Si è avallata l’idea non soltanto che il cristianesimo e la religione debbano necessariamente condividere le dure posizioni delle gerarchie cattolico romane, ma che addirittura ciò debba essere chiesto a chiunque abbia un senso di decenza morale. Basta però alzare lo sguardo oltre i confini del nostro orticello, per scoprire uno scenario del tutto diverso. Nel volume che oggi segnaliamo alla vostra attenzione invitandovi a leggerlo, si trova una riflessione di chiese cristiane europee – quelle riunite nella Comunione delle chiese protestanti in Europa detta di Leuenberg – con toni e contenuti del tutto diversi a quelli a cui siamo ormai tristemente avvezzi qui da noi. Un confronto franco, mite e compassionevole, persino sui temi da noi tabù, come il suicidio assistito e l’eutanasia. Faccio solo un esenpio particolarmente rilevante per noi qui e oggi. In Germania, da molti anni la chiesa evangelica (EKD) e la Conferenza episcopale tedesca hanno pubblicato una comune Christliche Patientenverfügung che, dopo aver escluso l’eutanasia attiva (“Aktive Sterbehilfe”) come “non conciliabile con la comprensione cristiana dell’uomo”, afferma che la “eutanasia «passiva»” “tende ad un umano lasciar morire/un lasciar morire degno dell’uomo (“menschenwürdiges Sterbelassen”), in particolare con la non prosecuzione o il non impiego, per una persona affetta da malattia incurabile e morente, di un trattamento di prolungamento della vita (ad es. alimentazione artificiale, ventilazione artificiale o dialisi, somministrazione di medicinali come ad es. antibiotici.” Secondo gli autorevoli firmatari del documento, ormai sottoscritto in Germania da vari milioni di cristiani delle due confessioni, la “eutanasia passiva presuppone il consenso del morente ed è giuridicamente ed eticamente ammissibile (“zulässig”).”

Che l’utilizzo – nella materia di cui stiamo parlando – del concetto di “fine naturale della vita” sia fuorviante è mostrato anche solo da un banale considerazione: in Italia, la speranza di vita alla nascita era, nel 1910, di circa 44 anni per i maschi e 46 le femmine, per poi passare, nel 1990, rispettivamente a 73 e 80 anni. Speranza di vita alla nascita vuol dire che si doveva già aver superato una prima prova naturale, il parto. Ciò può avvenire anche con parto detto “cesareo”, cioè con un intervento chirurgico, contro natura. Una volta nato, statisticamente, ognuno di noi avrebbe potuto esser portato via da una delle malattie “naturali” che nel frattempo abbiamo debellato con vaccini e cure. E vogliamo e speriamo di potere andare ancora più avanti, non soltanto nel senso di scoprire altre cure, ma anche di estendere a tutti gli umani i livelli “innaturali” di sopravvivenza e la qualità “innaturale” della vita che oggi sono appannaggio di una parte soltanto dei figli e delle figlie di Adamo.

Non si può parlare di morte “naturale” (che la sospensione dei trattamenti di cui sopra provocherebbe in modo illecito perché contrario alla legge naturale) nel caso di una persona in stato vegetativo permanente che sia giunta fino a quel punto grazie ad interventi chirurgici, cure chimiche e radiologiche, magari un trapianto, che sia stata in precedenza “rianimata” con interventi possibili soltanto da un tempo brevissimo se confrontato con la lunghissima storia del genere umano e che magari avesse in precedenza sofferto di altre malattie un tempo incurabili. La “natura”, di per sé, senza interventi umani, avrebbe già risolto ogni problema con largo anticipo e con metodi drastici.

I seri problemi che dobbiamo affrontare non sono dunque “naturali”, ma legati all’interazione dell’uomo con la “natura”. Non possiamo contrastare la natura con le cure mediche, per poi invocarla quando dobbiamo affrontare i nuovi interrogativi che esattamente questo contrasto ha sollevato. Né sul fronte dei problemi, né su quello delle soluzioni – e sarebbe meglio parlare di scelte – la “natura” può essere invocata come criterio sufficiente e dirimente.

Tanto meno è sensato opporre natura e cultura da parte di chi crede che l’umanità sia creata “a immagine somiglianza di Dio”, il che vuol dire incaricata di gestire il creato con il “potere” e la “responsabilità” che il Creatore le ha attribuito. La responsabilità della creatura “a immagine di Dio” è cosa diversa da una legge immutabile iscritta nella natura. E’ la gestione sofferta e responsabile, sofferta in quanto responsabile, responsabile in quanto sofferta delle libertà e delle capacità della creatura.

Ogni potenzialità sviluppata – come gli enormi progressi nel campo delle cure mediche, che sono oggi ad esempio in grado di “risuscitare” chi solo pochi decenni fa sarebbe stato naturalmente e irreversibilmente morto e di prevenire accidenti che solo fino a pochi decenni fa erano da subirsi come ineluttabile destino – pone anche nuovi problemi come appunto lo stato vegetativo permanente e il cosiddetto accanimento terapeutico (overtreatment a fronte della futility dei risultati, nel linguaggio anglosassone) che sono un risvolto delle opportunità che ha aperto.

La nostra posizione è molto semplice: riteniamo che uno stato democratico basato sui diritti dell’uomo debba consentire e rendere efficace la libera decisione in materia di prosecuzione e o sospensione dei trattamenti medici, anche in fase terminale e nel caso di stato vegetativo permanente e anche con serie e garantite disposizioni anticipate.

Questa libertà non è per noi arbitrio autocentrato e edonistico – anche se certamente non abbiamo una concezione del valore corredentivo della sofferenza – e neppure hybris, ma una delle implicazioni della libertà e responsabilità di chi concepisce la sua vita come un dono e come centrata sulla relazione, con il Dio che ci ha creati, chiamati, perdonati e orientati al servizio del prossimo.

Ammettiamo che a partire dalle stesse premesse di fede (cristiana) si possa giungere a conclusioni diverse, ma ci rimane incomprensibile e inaccettabile che il legislatore adotti una posizione confessionale come dirimente per tutti. Come la depenalizzazione dell’adulterio non costringe al medesimo e come la liceità del divorzio non impedisce un matrimonio indissolubile, così dobbiamo arrivare a che scelte opposte di fronte al fine vita abbiamo, per la legge, la stessa liceità e godano dello stesso rispetto: nulla di più, ma anche nulla di meno.

La responsabilità della scelta di fronte al proprio fine vita può a nostro avviso essere umilmente assunta senza ergersi ad arbitri assoluti di se stessi, ma al tempo stesso senza idolatrare la vita biologica e nella speranza che “ciò che è mortale sia assorbito dalla vita.” (2 Cor 5,4). Nell’affermare questa libertà di scelta riteniamo che Dio non ci respinga come nemici della sua legge, ma ci accolga come esseri fragili e peccatori perdonai, cosa che del resto fa in ogni momento della nostra vita. Insomma, anche questa scelta può essere vissuta nella prospettiva della fede, che non è adesione ad un complesso di dottrine e valori, ma relazione personale con colui al quale dobbiamo vita e la libertà.

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