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Bolero

La Death Railway è stato il più grande Campo di concentramento e prigionia di guerra (tecnicamente, il più vasto Campo di lavoro coatto) della Seconda Guerra Mondiale e probabilmente dell’intera Storia della Guerra.
L’obiettivo dell’esercito giapponese era costruire una linea ferroviaria che, partendo dalla periferia di Bangkok e attraversando giungla, montagne e ponti ferroviari di Thailandia e Birmania sfociasse nell’India coloniale britannica.
I Campi sorti lungo la Death Railway non avevano un profilo autonomo ma erano funzionali alla costruzione di una linea ferrata che avrebbe come un trapano forato il diaframma geografico che ancora mancava all’impero giapponese per dilagare nel continente asiatico.
La Death Railway è stato uno dei capolavori dell’ingegneria ferroviaria a scartamento ridotto e peraltro realizzato in soli 20 mesi; tuttavia ha avuto un brutale costo umano (da cui il famigerato nome di Ferrovia della Morte) di 120.000 persone tra prigionieri militari prevalentemente australiani (ma anche neozelandesi, americani, canadesi, britannici) e Romusha (popolazione civile indigena cooptata al lavoro dalle autorità militari giapponesi).
Le brutalità messe in atto dai militari giapponesi nei riguardi dei prigionieri di guerra non sono neanche lontanamente immaginabili; trattasi di crudeltà che andavano contro ogni residuo di umanità nonché tutte le convenzioni internazionali (peraltro mai riconosciute dal Giappone).
Fiumi di musica vocale, corale, cameristica e teatrale (i ruoli femminili erano interpretati da giovani soldati depilati e truccati) scorrevano da queste latitudini dell’universo concentrazionario; non si può concepire l’esecuzione di musica creata in simili condizioni senza toccare con mano quei luoghi, visitarli, perlustrare i medesimi vagoni ferroviari nei quali erano stipati sino a 30 prigionieri in condizioni di temperatura atmosferica assolutamente insopportabili, costretti a lavorare sino a 18 ore giornaliere e costretti a mangiare topi, serpenti, cuccioli di cane, animali selvatici.
In tali casi, storia e musica divengono un tutt’uno, l’una sorregge l’altra e nessuna delle due è intellegibile senza l’altra.
Norman Smith e Han Samethini furono rispettivamente autore e arrangiatore del meraviglioso Bolero per ottoni, violini e chitarra scritto a Chung–kai (tuttavia gli eredi di entrambi i musicisti rivendicano la piena titolarità dell’opera); a Juang–po il britannico Tom Boardman suonava e cantava nostalgiche Songs accompagnandosi con il suo ukulele (oggi conservato presso il Manchester Museum); sempre a Juang–po Fergus Anckorn intratteneva i militari giapponesi facendo giochi di prestigio e improvvisando canzonette; le compagnie teatrali dei prigionieri di guerra anglofoni crearono una intensa attività di cabaret e teatro leggero con piccole e medie orchestre a Juang–po, Kanchanaburi e Chung–kai (è pervenuta molta musica e numerose Songs di questi spettacoli).
Dulcis in fundo, non poteva mancare la Colonel Bogey March scritta nel 1914 dal tenente F.J. Ricketts alias Kenneth J. Alford e resa celebre dal leggendario film Il ponte sul fiume Kwai (1957) di David Lean; nel film il ponte di legno esplode dopo essere stato minato ma in realtà è un solidissimo ponte di ferro e cemento tuttora funzionante a Kanchanaburi nonché famosa meta turistica e tuttora ci passa il treno che utilizza in parte il vecchio tratto ferroviario costruito dai prigionieri di guerra.
Durante le immense fatiche di costruzione del ponte sul fiume Kwai, i prigionieri non potevano di certo esimersi dal prendere in giro se stessi (ottimo viatico contro gli sforzi sovrumani cui erano sottoposti) e i giapponesi che, non conoscendo la lingua inglese, non diedero peso a parole triviali e pesanti epiteti contenuti nella versione “thailandese” della Colonel Bogey March.

Francesco Lotoro

(25 gennaio 2017)