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L’emozione del mare

valentina di palmaDunque abbiamo iniziato a cantare, di pomeriggio a casa, con la registrazione audio in macchina (il potere della tecnologia), e anche quest’anno la voce di Alberto Servi che intona l’Haggadà risuona prima potente, poi più bassa insieme alle nostre che si fanno via via più sicure, ed infine in sottofondo a darci quella sicurezza in più quando ormai riusciamo ad accordarci in un canto tutto nostro.
Come quando studiamo la struttura della tefillà e costruiamo questo Tempio fatto di tempo partendo dall’Arvit di Shabbat (le fondamenta: i canti da Lechà Dodi attraverso Hashivenu fino a Ygdal, e solo quando sappiamo bene questi aggiungiamo i muri portanti e maestosi dello Shemà, prima solo l’inizio e poi la prima, la seconda e la terza parte, e allora costruiamo il nostro tetto, l’amidà che si innalza fino al cielo), così facciamo con l’Haggadà, iniziando dai canti collettivi in cui ognuno possa sentirsi sicuro dall’essere insieme ad altre voci. Ma Nishtanà, Vehi SheAmda e Betzet Israel sono sempre i primi che ripetiamo ogni anno per prepararci al Seder. 
Quest’ultimo, uno dei salmi dell’Hallel, ogni anno suona sempre così moderno e sorprendente, non solo per le sue iperboli, perché non basta la discussione tra il Signore e Moshe (leva il bastone e apri le acque, comanda il primo, ma il secondo è recalcitrante, ricorda ad HaShem di aver posto la sabbia come argine al mare) ma il mare stesso si fa attore, parlante e disubbidiente, prima con il rifiuto ad aprirsi (“non obbedirò alle tue parole perché tu sei soltanto un uomo nato di donna e inoltre io sono di tre giorni più anziano di te, caro uomo, perché il Signore mi fece il terzo giorno della creazione, mentre tu fusti fatto soltanto il sesto: Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei, IV, Mosè in Egitto, Mosè nel deserto, Adelphi 2003, pp. 146-147) poi scongiurando la terra di offrirgli riparo, quando Moshe si impone impartendogli l’ordine con il bastone alzato, in preda al terrore non verso l’uomo ma verso Dio che dietro l’uomo vince la sua ostinazione. 
“Allora il mare vide e fuggì, il Giordano si ritrasse, i monti saltellarono come montoni e le colline come agnelli. Tu, o mare, perché fuggi? E tu, Giordano, perché ti ritrai? E voi monti e voi colline, perché saltellate come se foste montoni o agnelli?” (Tehillim114, dall’Haggadà di Pesach illustrata da Emanuele Luzzati, Giuntina 1984, p. 63). 
Non si tratta ‘solo’ del miracolo di elementi piegati alla volontà divina, con il mare che retrocede, il fiume che inverte il suo corso e le montagne tremanti in un terremoto che è anche un’emozione per quanto sta accadendo, ma della personificazione degli elementi i quali da oggetti inanimati diventano vivi e pensanti, esprimendo timore e gioia per la grandezza divina. Si commuove il salmista, si commuovono mare, fiume e colline, ci commuoviamo noi. 

Sara Valentina Di Palma