Un test non può decidere chi è ebreo

La stagione dei test genetici commerciali ha introdotto un tipo di domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile: può una percentuale statistica, un frammento di DNA attribuito da un algoritmo, diventare l’inizio di un percorso verso l’ebraismo? Negli Stati Uniti accade spesso: il Forward ha raccolto storie di donne cresciute in famiglie cristiane che, dopo aver letto nel referto un 3 o un 5 per cento di “Jewish ancestry”, hanno cominciato a frequentare corsi introduttivi, osservare lo Shabbat, partecipare ai minyanim, fino a scegliere il ghiur, la conversione. L’elemento genetico diventa l’innesco, non la prova; un dato che chiede di essere interpretato, e che qualcuno valuta come un richiamo.
Questo movimento, però, entra subito in tensione con la struttura halakhica, molto meno malleabile degli entusiasmi identitari. La trasmissione dell’ebraicità è matrilineare, o passa attraverso una conversione condotta secondo procedure precise. Lo ripete da tempo la letteratura rabbinica contemporanea: non esiste un “gene ebraico” che di per sé stabilisca l’appartenenza alla nazione ebraica. Un test non ricostruisce linee genealogiche, non certifica madri, non stabilisce discendenze: fornisce percentuali basate su popolazioni di riferimento, non individui reali. Ma la realtà è più intricata dei principi. In Israele, nel 2019, emerse che alcuni funzionari del rabbinato avevano chiesto test genetici a immigrati dell’ex Unione Sovietica per verificare la loro ebraicità. L’ex rabbino capo di Israele, David Lau, difese parzialmente questo uso, sostenendo che «l’onere della prova spetta a chi rivendica di essere halachicamente ebreo» e che un dato genetico, pur non essendo determinante, può offrire indizi in casi difficili. Di segno opposto la posizione di Rabbi Seth Farber, impegnato nella tutela dei diritti religiosi, secondo il quale «con l’affidarsi alla genetica per provare l’ebraicità, il rabbinato sta alterando radicalmente la prassi tradizionale». Per Farber il rischio è duplice: trasformare l’identità ebraica in un fatto biologico e discriminare chi arriva da contesti in cui gli archivi sono scomparsi, ma la continuità familiare è reale.
Dentro questo quadro globale, la discussione italiana si muove con cautela ma anche con consapevolezza. Rav Riccardo Di Segni, medico radiologo e rabbino capo di Roma, ricorda come già da tempo alcune ricerche sui mitocondri abbiano individuato quattro tipologie di DNA materno particolarmente diffuse tra coloro che hanno ascendenza ebraica: un numero che richiama – solo casualmente, sottolinea rav Di Segni – le quattro madri di Israele. Una suggestione che ha alimentato ipotesi discutibili tra cui l’idea che se la trasmissione dell’ebraicità è matrilineare, quelle varianti potrebbero essere un segno identitario.
La conclusione degli studi è però netta, e rav Di Segni chiarisce: «Qualcuno ha ipotizzato che, essendo l’ebraicità trasmessa per via matrilineare, queste varianti possano costituire un segno di appartenenza. Dal punto di vista rabbinico, però, la questione è stata studiata e ampiamente contestata: non tutte le donne ebree presentano queste varianti e in intere aree della popolazione ebraica tali marcatori non esistono affatto. La prova genetica, quindi, non è sufficiente. Può semmai essere un indizio da sommare ad altri elementi in casi dubbi, ma con estrema cautela». E aggiunge che, allo stato attuale delle conoscenze, i test genetici non permettono alcuna diagnosi di ebraicità: «Sono a conoscenza di test fatti in Italia in cui vengono fornite indicazioni assurde. Sono dati che, presi alla lettera, non hanno alcun senso».
Molto più grave, per Di Segni, è il rischio ideologico. «Le implicazioni potenzialmente razziali di queste ricerche sono estremamente pericolose: basta che qualcuno prenda sul serio certe letture per costruirci sopra dottrine deliranti».
Il riferimento ai criteri nazisti basati sui nonni è esplicito. E non è un caso che rammenti quanto la presenza ebraica in Italia attraversi duemila anni, durante i quali conversioni, matrimoni misti, violenze, diaspora e schiavismo antico hanno generato una varietà genetica enorme. «Non è affatto escluso che milioni di persone, anche in Italia, abbiano ascendenze ebraiche remote», sottolinea il rav. Ma questo non significa, per la halakhah, essere ebrei. La definizione halakhica resta sempre la stessa: si è ebrei se si nasce da madre ebrea o se lo si diventa tramite conversione. E la genetica, oggi, non consente di stabilire l’identità ebraica.
Per rav Di Segni l’unica prova decisiva rimane la discendenza materna, documentata. Aggiunge: «Se un giorno la scienza porterà elementi nuovi, se ne discuterà; per ora la materia è un campo pieno di domande più che di risposte. Alcuni poi scoprono remote ascendenze ebraiche perché manifestano malattie genetiche più frequenti tra gli ebrei. Ma questo non significa che siano ebrei davvero. Esistono, ad esempio, mutazioni del gene BRCA2 che aumentano il rischio di cancro della mammella e altri tumori, e sono molto diffuse tra gli ebrei, ma una specifica variante presente nelle famiglie ebraiche romane è stata trovata anche tra non ebrei in Puglia e nel Mediterraneo orientale. Sono con ogni probabilità discendenti di ebrei di molte generazioni fa».
Anche rav Alex Meloni, rabbino capo di Trieste ,rifiuta con decisione l’idea di un’ebraicità su base genetica, secondo lui ridurre l’ebraismo alla biologia significa fraintenderne la natura più profonda: «L’ebraismo ha sempre combattuto questa idea: non siamo una razza, siamo un popolo caratterizzato da una grande varietà al suo interno». Che cosa accomuna un ebreo etiope e uno dell’Azerbaigian? Continua Meloni: «non abbiamo certo un patrimonio genetico uniforme, ma una cultura, una storia, un sistema di pensiero.
È su questa base che si fonda la trasmissione per via materna, indipendentemente dall’origine biologica della madre. Ciò che conta è la sua appartenenza e la sua adesione alla vita ebraica».
Rav Meloni insiste sul valore non biologico della conversione: diventare ebrei è un atto culturale e spirituale, non un ritorno a presunte radici genetiche. E cita una nota formulazione di rav Soloveitchik: «non si nasce ebrei, si diventa ebrei». Anche una prova genetica totale non produrrebbe automatismi halakhici ma, semmai, potrebbe avere un ruolo di facilitazione. L’unico automatismo esistente riguarda chi può dimostrare che la madre, o la nonna materna, è ebrea. Tutto il resto è un lavoro di ricostruzione, di studio, di responsabilità. Il compito del rav, dice, è accompagnare quella persona nel costruirsi come ebreo.
Dentro questo orizzonte, la domanda che ritorna è la più semplice e la più enigmatica: perché un dato genetico marginale diventa per alcuni così significativo? Qualcuno riconosce un’eco familiare taciuta; altri sentono un’affinità culturale; altri trovano nell’ebraismo un linguaggio del mondo che parla al loro presente. In tutti i casi, il test è un innesco, non un verdetto. Un’occasione che spinge a cercare, a studiare, a interrogarsi. Che poi si scelga la strada della conversione o semplicemente quella della curiosità e della ricerca, è una questione che non appartiene ai laboratori, ma alle persone.

Ada Treves