SOCIETA’ – László Nemes, l’intellettuale ebreo che non si allinea
A Cannes László Nemes è tornato con un linguaggio che molti, nel cinema europeo contemporaneo, evitano accuratamente. Moulin, dedicato a Jean Moulin e alla Resistenza francese arriva dopo Orphan, il lavoro più autobiografico del regista ungherese dopo Il figlio di Saul. In mezzo, la questione ebraica come punto di osservazione sulla crisi europea. Jonathan Freedland, intervistandolo sul Guardian, raccoglie parole dure: Nemes parla di un’«orgia di antisemitismo» che starebbe attraversando l’Occidente, di un conformismo ideologico che colpisce soprattutto il mondo culturale, di una crescente difficoltà a raccontare storie ebraiche senza essere immediatamente risucchiati nella polarizzazione politica. Toni bruschi, che acquistano una consistenza diversa quando li si colloca dentro il suo percorso artistico: Nemes non è un autore che usa la Shoah come dispositivo simbolico, fin da Il Figlio di Saul ha cercato di sottrarre Auschwitz alla trasformazione in spettacolo, lavorando invece sull’opacità, sulla percezione limitata, sulla prossimità fisica dell’orrore.
Nel 2016 spiegava di non avere alcun interesse per una «storia di sopravvivenza». Gli interessava piuttosto mostrare uomini privati del passato e quasi della stessa possibilità di pensarsi individui. Una scelta che derivava anche dalla lezione di Béla Tarr, di cui era stato assistente: quel rigore dello sguardo che non concede consolazioni narrative e diffida delle semplificazioni morali. Tarr, insieme allo scrittore e sceneggiatore ungherese László Krasznahorkai – premio Nobel per la Letteratura che ha scelto di appartenere a Trieste e alla sua comunità ebraica – rappresenta una delle ultime grandi scuole dell’Europa centrale: un’idea di arte che considera il caos storico come sostanza stessa dell’esperienza umana. Nemes viene da lì. Anche per questo il suo discorso sull’antisemitismo non ha il tono dell’intervento militante. È attraversato da una memoria centro europea secondo cui la civiltà può incrinarsi molto più rapidamente di quanto le società liberali amino credere. In Orphan, accolto dalla critica come una cupa parabola sulla rabbia nell’Ungheria post-1956, tutto ruota attorno a un ragazzo che rifiuta il proprio padre e costruisce fantasie alternative sulle proprie origini. Il trauma ebraico non è nominato in continuazione ma impregna ogni gesto. La famiglia appare come un archivio spezzato, attraversato da omissioni, violenza, menzogne necessarie. È difficile non leggere in questo film una riflessione sulla trasmissione dell’identità ebraica nel dopoguerra, spesso costruita su silenzi, paure e adattamenti forzati. In questo senso Nemes resta profondamente distante dall’estetica commemorativa oggi dominante. Nei suoi film la memoria non è pacificata, non produce edificazione civile. La memoria in Nemes rimane materia instabile, irritante, persino scomoda.
Da qui nasce il conflitto con il regista britannico Jonathan Glazer dopo il discorso pronunciato da quest’ultimo agli Oscar per La zona d’interesse. Nemes lo accusò di avere adottato slogan e formule incapaci di reggere il peso storico della Shoah. Al di là della polemica immediata, ciò che emergeva era una divergenza più profonda sul ruolo dell’artista ebreo contemporaneo. Glazer sembrava rivendicare una posizione universalista, quasi di sottrazione dall’identità; Nemes, invece, insiste sulla necessità di non separare troppo rapidamente l’universalismo dalla concreta vulnerabilità ebraica. Non è una differenza marginale: attraversa oggi gran parte della cultura europea, soprattutto dopo il 7 ottobre, e riguarda il modo in cui gli ebrei vengono nuovamente percepiti nello spazio pubblico: da minoranza con una memoria da onorare a presenza problematica, talvolta sospetta, spesso costretta a giustificarsi. Nemes coglie questo slittamento con una sensibilità difficilmente liquidabile come paranoia. Quando osserva la crescente insofferenza di alcuni ambienti culturali verso le narrazioni ebraiche non allineate, parla anche da autore che conosce bene il rapporto ambiguo tra Europa e i suoi ebrei: ammirati come simbolo intellettuale, tollerati come memoria storica, molto meno apprezzati quando rifiutano di trasformarsi in allegoria morale universale. Persino Moulin, in apparenza il più classico dei suoi lavori (la sceneggiatura è di Olivier Demangel), dedicato a una figura emblematica della Resistenza francese, interroga questo nodo. La clandestinità, la scelta di campo, la responsabilità individuale davanti al collasso politico: temi che nel cinema di Nemes sono una domanda aperta sulla fragilità delle società europee. Il suo cinema tocca qualcosa di più vasto dell’attualità polemica, supera il ragionamento sull’antisemitismo contemporaneo, guarda all’Europa, che continua a oscillare tra memoria e rimozione, tra lucidità e desiderio di dimenticare. Gli ebrei, ancora una volta, fanno da canarino in miniera, funzionano come indicatore di quella instabilità.
Ada Treves