Alla ricerca della mia Ferrara, tra nebbie e sapori

“Ferrara è una malattia cronica, un’affezione perenne, una sanguisuga nascosta, un’entità parassitante che non ha guarigione. Unica medicina che dà sollievo è quella di sfiorarla ogni tanto, di tornarci senza pianti e rimpianti e di rinnovarne i ricordi con mano leggera fino a reintegrare le riserve immunitarie per un piccolo periodo, dopo cui si ha una ricaduta”. I miei primi quindici anni li ho trascorsi a Ferrara. Mia madre Fernanda Camilla mi ha portato via da lei, lei Ferrara femmina, dopo aver visitato una volta di troppo il Bedahaìm in fondo a via delle Vigne, per lasciarvi troppo presto le spoglie mortali di mio padre Giorgio Gereshòn Anau, sepolto “nella zona più affollata, quella in fondo a sinistra”, vicino alla sua famiglia, quindi ai miei antenati, per poi farmi emigrare a Torino. Stavo appena prendendo confidenza con la vita, confidenza eccessiva secondo mia madre, ma quindici anni sono stati sufficienti per farmi ammalare di un amore viscerale, portatore di una nostalgia insidiosa e ingannevole, perché dolce, anche un po’ melensa, un senso di mancanza e di vuoto, pronto a riempirsi anche solo ascoltando un vocabolo con la zeta, consonante rivelatrice perché pronunciata con quella scivolata sibilante di lingua dietro i denti incisivi, sintomatica di un’origine comune con il primo ferrarese in incognito incontrato per strada in un qualunque luogo del mondo, che emetta anche solo la parola zucca, barucca s’intende. Imbattermi poi in un altro ferrarese, per di più ebreo, significa per ambedue liquefarsi immediatamente in un lento e sistematico ritorno al passato, trascorrendo per antenati comuni, pronti ad avviarci virtualmente per le strade di Ferrara con calma pedalata. Ancora oggi che, lo ammetto, la scrittura e la frequentazione di Facebook mi hanno permesso di superare i lunghi pomeriggi invernali di questo strambo luogo in cui sono andata a cacciarmi, tra gli “amici” vengono a galla, a fior di tastiera, quelli ferraresi, ritrovati tra le pieghe del web e sono tanti, quasi tutti sofferenti di nostalgia se lontani o gonfi d’orgoglio se stanziali. Sono stata circondata da molta nebbia nello scorrere degli anni, ma quella di Ferrara si trasforma nel ricordo in un respiro protettivo quasi tiepido, anche se chi la vive ancora in loco la odia per la sua umidiccia densità e capacità di penetrazione nella sciarpa tirata sulla bocca, come da bambina, quando in Giovecca non ci si vedeva da una parte all’altra, mio padre a guidare l’auto per lavoro in giro nelle campagne intorno e mia madre fradicia sporta dal finestrino per avvisarlo di lattiginosi ostacoli, curve, argini e fossi. Nelle lande piemontesi dove gli eventi famigliari mi hanno trasportato, ho avuto molta neve, fradicia e annerita dallo smog di Torino o bianca e anche splendente sui fianchi delle colline e dell’arco di montagne che circonda la città. Eppure retrocedendo ai primi anni 60, apro ancora il portone della mia casa di via Savonarola, per andare a scuola alla media Torquato Tasso, entrando e uscendo per muraglie bianche di neve pressata, inverni più o meno magici, a seconda dei geloni o della caldaia a carbone rotta o del pupazzo di neve costruito nel giardino interno tra la nostra casa e quella dei nonni Anau, in via Terranuova, un grasso omarino bianco con naso di carota, bottoni di nero carbone, sciarpa annodata e pipa in bocca, da cui mio padre fa finta di accendere la sua ennesima sigaretta. Per colmare le crisi di astinenza protifascista vocate dalla lontananza, mi son risolta anch’io a scrivere il mio mezzo romanzo di Ferrara, emulando ben altri compaesani. Ho così compiuto il mio pellegrinaggio di ebrea sempre errante anche se ferma, ma poi, galeotti gli asini, le oche e i rabbini, a Ferrara ci sono tornata e anche molte volte di seguito. Ebbene, ho fatto finta che nulla a Ferrara sia cambiato, perché i miei confini sono ancora gli stessi di una volta, ma invece di montare in bici com’ero solita fare in altri tempi, ho montato un’andatura da vecchietta à la recherche e ho camminato più lenta, percorrendo gli stessi tragitti con occhi diversi, dapprima colanti lacrime salatissime mescolate a molte parolacce, poi solo umidi e ora quasi, non diciamo felici, ma più sereni. Scivolando da sola per le sue strade, capisco o decido che Ferrara per me è come conservata dentro una bolla, una boccia di vetro che se la metti a testa in giù lascia cadere una tal valanga di frammenti da rimanerne frastornati, ma a ogni angolo, muro, mattone o lapide, a ogni scorcio in fondo alla via, tutto torna al suo posto. Mi chiedo se sia così anche per gli altri ferraresi in esilio. Intanto per me ritorna casa De Benedetti in via Voltapaletto, con il grande cugino Corrado, ora Israel, che non ha voluto saperne di restare in questa Italia del dopoguerra, e se n’è andato in Israele, proprio quando stavo nascendo io. Torna la casa di Giorgio Bassani, un poco più avanti della mia, e nel percorso passo davanti a Casa Romei ed entro ed esco dal parco Pareschi, dove gli alberi sono cresciuti tantissimo, ma essendo cresciuta anch’io, mi danno la stessa impressione di essere dei giganti come quando ero piccola, e arrivo poi al confine del Montagnone, oltre il quale non mi era permesso andare. Torna Guido Fink, l’altro grande cugino, che il comune zio Giacomino portava a passeggio per Ferrara indicandogli l’antico orto degli ebrei come il luogo con cui familiarizzare, perché tanto, prima o poi … Emerge dalle acque il Castello, mostrando a chi sa la lapide sul muro del fossato, con i nomi così conosciuti degli Hanau con l’acca. E la Colonna Infame a lato dell’Arco, e la piazza, parola piena di zeta, come via Mazzini, anticamera del mio percorso ebraico. Oltre non vado. Sento che, pur non avendo ricevuto un’educazione ebraica così profondamente erudita e acculturata, ma legata più ai racconti, alle feste, ai canti, al cibo, (quest’ultimo in misura molto elevata), Ferrara è città così intimamente giudìa, che mi stupisco ancora dell’esiguo numero di ebrei rimasti. So che gli Anau senz’acca vi sono approdati, trascinando i propri beni per le vie del mondo, in un carretto magari tirato da un asino; immagino che sicuramente si siano stretti, nel passare dagli estensi al Regno pontificio, nella calda oscurità delle stradine del ghetto. Sono sicura che le donne della famiglia non hanno mai rinunciato a preparare i consolatori cibi della tradizione, ricchi di grassi destinati a depositarsi nelle nostre arterie, in primis il grasso d’oca. Immagino che l’emancipazione abbia significato spostarsi al di fuori dal recinto coatto, ma non tanto di fuori, in realtà una sola strada più in là, per poi raggiungere velocemente la tranquilla isola del Tempio. Ho imparato più cose, da quando mi ci sono riavvicinata, che non negli anni del mio imprinting giudaico, ma soprattutto ho chiuso il cerchio, nell’unico modo possibile per calmare il rovente dibbùk che agita il cuore e il cervello dei transfughi ebrei ferraresi: ho assecondato la legge del Ritorno nell’antico orto degli ebrei, il Bedahaìm dello zio Giacomino, dove farò bellissimi pilpul con i miei vicini e un po’ più da lontano con il cantore di Ferrara, quello dagli occhi acuti, quello, per intenderci, del Romanzo intero.

Roberta Anau

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