Finzi Contini, riapre il giardino

“Con questo romanzo, Il giardino dei Finzi-Contini, (…) Bassani ci dà un testo ancora più denso, commosso e commovente, un testo dotato d’una sua dolcezza e d’una sua perentorietà veramente innegabili, saremmo quasi tentati di dire impareggiabili nel quadro della nuova narrativa italiana. (…) Perché questo romanzo di Bassani è nuovo, radicalmente nuovo, nella sua vernice di apparente, esclusivo rispetto per quanto è decorosamente antiquato. (…) La vita continua e il dolore d’un’età diventa una favola, Micòl spicca come un fiore grazioso sull’orlo di una catastrofe mondiale”. Così Oreste Del Buono recensiva nel febbraio 1962, sui Quaderni milanesi, trimestrale di lettere e arti, il romanzo di Giorgio Bassani sottolineandone la bellezza e soprattutto la novità rispetto il panorama letterario italiano. E’ una visione per molti versi profetica che anticipa al tempo stesso la fortuna di un’opera destinata a riscuotere uno straordinario successo di critica e di pubblica e la sua portata rivoluzionaria. Il capolavoro di Bassani, ispirato ai modi del grande romanzo ottocentesco, segnerà infatti una svolta epocale nella letteratura italiana inaugurando un nuovo modo di narrare. Quella narrazione così piana e raffinata, ricca di dettagli, capace con pochi tratti di ricostruire atmosfere psicologiche di grande complessità aprirà infatti la via a uno stile di racconto completamente nuovo. La scelta di dedicare la Festa del libro ebraico di Ferrara a Giorgio Bassani, a cinquant’anni dall’uscita del Giardino dei Finzi Contini, appare dunque densa di stimoli e quanto mai promettente. Attraverso mostre e incontri sarà infatti possibile avvicinarsi all’opera dello scrittore ferrarese percorrendone la complessità e la poesia e approfondendone l’impatto notevole sul grande pubblico. Un impatto per molti versi sorprendente, senz’altro sorretto dalla bellezza del film che Vittorio De Sica trasse dal libro. Immergersi nel mondo di Bassani proprio a Ferrara è un vero e proprio dono. Perché Giorgio Bassani ha fatto della sua città un luogo letterario universale, al pari della Lisbona di Fernando Pessoa,della Trieste di Svevo, della Istanbul di Orhan Pamuk o della meravigliosa Parigi narrata da Hemingway. Ferrara, ancor oggi intatta nel suo cuore antico, è il cuore pulsante di tutto il suo universo poetico. E’ la città in cui Giorgio Bassani nasce, il 4 marzo del 1916, dove trascorre l’infanzia e la giovinezza. E’ il luogo in cui nel 1943, dopo essere stato arrestato per la sua attività anprotifascista, viene incarcerato per alcuni mesi proprio nel complesso di via Piangipane che oggi, dopo la ristrutturazione, accoglie la sede del Meis- Museo dell’ebraismo italiano e della Shoah che oggi lo onora con la Festa del libro ebraico. Bassani lascerà la città natale per trasferirsi a Roma dove trascorrerà il resto della sua vita dedicandosi alla letteratura (si deve a lui la pubblicazione del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) all’impegno civile e al cinema che lo vede collaborare alla sceneggiatura con Mario Soldati e Antonioni. Un amore ricambiato, visto che da molte sue opere saranno tratti dei film. Ma Ferrara rimarrà nel suo cuore. Alla morte, avvenuta nel 2000, per sua esplicita volontà sarà sepolto proprio qui, nel Cimitero ebraico di via delle Vigne, a ridosso delle mura di cui come presidente di Italia nostra aveva promosso il restauro, a poca distanza dai luoghi ebraici cui aveva dedicato tutta la sua opera: il Giardino dei Finzi Contini ma anche le bellissime Storie ferraresi: Il muro di cinta; Lidia Mantovani; La passeggiata prima di cena; Una lapide in via Mazzini; Gli ultimi anni di Clelia Trotti; Una notte del ’43; Gli occhiali d’oro; In esilio. In un’intervista a Bassani, sul “Bollettino della Comunità Israelitica di Milano” del giugno 1962, realizzata in occasione della pubblicazione del Giardino si legge: “Per terminare con le parole del Bassani, il romanzo è una finta autobiografia, una finta confessione, una finta meditazione; finta e vera nello stesso tempo. Micol è morta, dice lo scrittore, ed io ho dedicato il libro a lei che fingo essere vissuta”. Quel racconto sarebbe dunque fittizio. Ma proprio in quell’intreccio fra storia, memoria e testimonianza si gioca uno squarcio di verità esplosivo ed eterno.

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