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L'Unione informa |
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8 dicembre 2008 - 11 Chislev 5769 |
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alef/tav |
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Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma |
In
una delle dichiarazioni di lode dell'amata del Cantico dei Cantici
(4:7) si legge: "Sei tutta bella mia compagna, e in te non c'è difetto"
(mum, in ebraico, macula in latino). Nei commenti tradizionali questo
significa che il popolo d'Israele, in alcuni momenti della sua storia,
come quando riceve la Torà, è senza difetti; secondo il Talmud è anche
un riferimento al Sinedrio nel suo complesso. Nel calendario civile
oggi è, come si dice, "una festa non ebraica". E' interessante notare
che il nome di questa festa si riferisca in qualche modo
all'espressione sopra citata del Cantico, con un'interpretazione
radicalmente differente. E' uno dei tanti segni che
dimostrano come da una parte i due mondi condividano una cultura e
una tradizione originaria ma dall'altra siano separati da una
differenza dottrinale insanabile. |
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Le
violenze dei coloni di Hebron contro i palestinesi e i loro scontri con
l’esercito israeliano rappresentano non soltanto un fatto gravissimo,
ma anche una svolta pericolosa nel Paese, a meno di tre mesi dalle
elezioni. I segnali non erano mancati, come l’attentato compiuto in
settembre contro lo storico Zeev Sternhell, da sempre impegnato nella
denuncia delle violenze dei coloni. Ora, anche chi in passato aveva
sottovalutato questi rischi usa toni durissimi, richiama immagini dense
di significato per ogni ebreo: "In quanto ebreo mi vergogno dopo aver
visto ebrei che sparano verso arabi a Hebron. Non ho altra definizione
che quella di 'pogrom'. Noi siamo figli di un popolo che sa bene cosa
siano i 'pogrom'.” Non è un militante di Shalom Akshav che parla, e
nemmeno un giornalista impegnato di Ha Haretz. E’ Ehud Olmert, premier
dimissionario di Israele, in una dichiarazione di ieri, 7 dicembre 2008. |
Anna Foa,
storica |
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davar |
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La portentosa epopea dello stato d'Israele
“Tredici
lezioni per diventare ebrei. S’intitolava così uno dei libri più
venduti lo scorso anno in Cina dove, nello stesso periodo, andava a
ruba un manuale di galateo per comportarsi a dovere con nuove
conoscenze di religione ebraica. Le ragioni di tanto interesse con ogni
probabilità affondano le loro radici in questioni d’affari più che di
cultura. Ma il boom degli ebrei nel paese del Sol levante è
un’ulteriore conferma di una costante sovraesposizione mediatica
dell’ebraismo a livello internazionale. “Una pubblicità ottima”, chiosa
con un sorriso Vittorio Dan Segre che proprio con il caso cinese ha
concluso il suo intervento al Moked di Parma. Classe 1923, Segre
ha contribuito alla nascita dello Stato d’Israele. Ex-diplomatico,
ex-militare, docente di Relazioni internazionali in università
prestigiose – da Oxford alla Bocconi al Mit di Boston – fondatore a
Lugano dell’l'Istituto di studi mediterranei, giornalista e scrittore
(suo l’autobiografica «Storia di un Ebreo fortunato»), Vittorio Dan
Segre rifugge da ogni previsione apocalittica sia sull’ebraismo sia su
Israele. E professa invece un convinto ottimismo che di questi tempi
sembra diventato merce rara. Professor Segre, perché gli ebrei sono oggi così di moda? Perché
siamo al tempo stesso il simbolo dell’altro e la speranza della sua
soluzione. Israele ha infatti realizzato un sistema d’integrazione, non
solo nei confronti degli ebrei, che gli ha consentito di assorbire nel
paese immigrati dal terzo e dal quarto mondo facendo dell’immigrazione
una forza e non un peso. Da questo punto di vista siamo un modello. Eppure l’immagine di Israele all’estero non è così positiva. Invece
di proporre gli aspetti post moderni dell’esperienza israeliana, quale
ad esempio la questione dell’integrazione o lo sviluppo tecnologico e
scientifico, la rappresentazione mediatica preferisce soffermarsi
sull’elemento dell’ortodossia ebraica e dunque su quell’aspetto
dell’ebraismo che è stato oggetto di distruzione con la Shoah e che
oggi rappresenta un anacronismo. I motivi di questa focalizzazione? E’
molto più comodo mettere in secondo piano i successi e la modernità che
fanno d’Israele un modello e puntare invece su una tradizione immobile.
Diciamo poi che nel caso del mondo arabo o palestinese entra in gioco
anche l’invidia per i risultati che siamo riusciti a raggiungere
partendo dal nulla. Anche da parte ebraica c’è però una sorta di ritrosia a lodare troppo Israele. E’
un atteggiamento di falsa umiltà per cui si cerca di sminuire il dato
positivo e si mettono in luce gli errori. La realtà è che l’evoluzione
d’Israele è portentosa al punto che noi che l’abbiamo visto nascere non
riusciamo davvero a rendercene conto. Accade per Israele come per la
Shoah: è una storia troppo grande per essere compresa da una sola
generazione. Si deve lasciar decantare con il tempo l’epopea dello
Stato e la tragedia dell’Olocausto. Solo allora si potrà cercare di
capire. Quanti hanno assistito
alla nascita dello Stato d’Israele oggi spesso stigmatizzano il suo
essere divenuto uno stato come tutti gli altri. Non
riescono più a riconoscersi in Israele perché il loro Israele era il
paese di un’epopea messianica che non poteva però essere realizzata nel
giro di poche generazioni. Uno dei motivi di critica sta nella presunta caduta di valori della società israeliana. E’
un tema di cui si dibatte molto anche in Israele. Va però sottolineato
che quella israeliana è una società di straordinaria forza che oggi non
è affatto rappresentata dalla sua dirigenza. Che funzione ha l’ebraismo diasporico nei confronti d’Israele? Ha
uno straordinario senso storico, ideale, religioso e morale perché
porta un messaggio di grande rilievo di cui Israele è uno degli
elementi importanti. In questo senso la Diaspora ha una responsabilità
notevole nei confronti di se stessa e dell’umanità. Come vede il futuro dell’area mediorientale? Non
dobbiamo mai dimenticare cosa comporta l’emergere di una nuova
sovranità in una zona politico strategico così compatta come il Medio
oriente. Fatti di questo tipo creano sconvolgimenti di portata molto
profonda nell’ecologia politica di qualsiasi zona. Basti pensare alle
ripercussioni della nascita dello Stato italiano. L’epopea israeliana
non poteva risolversi in tempi ridotti. E la pace? La
pace già esiste con un numero notevole di vicini. La pace però si
conclude con un altro stato. Ora il problema è lo scontro in atto tra
un popolo e uno stato. Si tratta di una situazione che contiene in sé
elementi rivoluzionari e distruttivi. L’esistenza di uno Stato
palestinese è dunque una necessità: non un pericolo.
L’educazione e la cultura contro il rischio dispersione
“L’educazione
e la cultura. E’ su queste due direttrici principali, le uniche capaci
di contrastare la dispersione e l’assimilazione dell’ebraismo italiano,
che si giocano le progettualità dei prossimi anni”. Anselmo Calò,
assessore al Bilancio Ucei, sintetizza così il mandato che guida la sua
attività. Attività complessa, alla ricerca costante di un equilibrio
tra esigenze diverse, che in questi ultimi anni vede tra le poste in
gioco la stessa sopravvivenza delle piccole Comunità ebraiche, un tema
a cui il Moked di Parma ha dedicato un’attenzione particolare. Anselmo, qual è la prima difficoltà con cui si trova a fare i conti l’assessore al Bilancio? Il
problema principale è riuscire ad accontentare le diverse richieste di
finanziamento. Si tratta di iniziative meritevoli, che non sempre
possono però trovare sostegno da parte dell’Ucei. Dobbiamo dunque porre
una scala di priorità e calibrare le nostre scelte puntando sulle
progettualità più meritevoli d’attenzione così da evitare di disperdere
risorse a pioggia. Quali sono i criteri della scelta? Quelli
definiti dall’ultimo Congresso Ucei, l’educazione e la cultura. Sono le
sole strade per combattere l’assimilazione. Non a caso una quota molto
rilevante del nostro bilancio, circa 800 mila euro, è destinata
all’istruzione superiore: il Collegio rabbinico, il corso di laurea e
il Dipartimento educazione e cultura Ucei. Un altro problema, di cui si è parlato molto al Moked, riguarda il tramonto delle piccole Comunità. L’ebraismo
italiano si confronta con un drammatico calo demografico fin dal
secondo dopoguerra. Il censimento fascista del ’38 rilevava circa 70
mila presenze. Oggi, secondo gli ultimi dati, la realtà ebraica si
attesta sulle 25 mila persone. Sono numeri inesorabili – frutto della
Shoah e del generale decremento delle nascita che caratterizza il mondo
occidentale - che assumono caratteristiche di particolare
preoccupazione nei centri più piccoli dove il ricambio generazionale è
molto ridotto e i pochi giovani tendono a spostarsi verso le grandi
città. Cosa comporta in termini concreti questa diminuzione degli iscritti? Innanzi
tutto diventa sempre più difficile continuare a garantire quel minimo
di servizi indispensabile alla vita ebraica. Poi si pone il problema
del patrimonio, anche immobiliare, che con il venire meno della
popolazione ebraica rischia di andare disperso o degradato. Una
delle questioni da anni all’attenzione dell’ebraismo italiano riguarda
proprio la conservazione dei beni storici, sinagoghe, cimiteri o musei.
Al momento il problema principale riguarda il
rifinanziamento per il triennio 2010 – 2012 della legge 175 finalizzata
al loro recupero. Per l’anno prossimo questi fondi sono stati ridotti
del 25 per cento e ciò ci preoccupa. Tagli di questo tipo (cui peraltro
aveva fatto ricorso anche il governo precedente) non consentono infatti
la certezza di riuscire a portare a termine i progetti. Per fortuna
possiamo però contare su uno schieramento bipartisan a sostegno del
patrimonio ebraico: è una ricchezza immensa in termini affettivi e
culturali per l’intero Paese che non può andare perduta.
Daniela Gross |
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Il Moked: spunti di riflessione e bilanci
Il
Moked autunnale, il tradizionale incontro dell’ebraismo italiano, che
quest’anno si è svolto a Parma, volge al termine. Tre giorni di
incontri, con storici, filosofi, scrittori e psicologi per riflettere
sui 60 anni dello Stato di Israele, per capire chi siamo ed in che
direzione stiamo andando, una riflessione cui il pubblico presente ha
preso parte attiva. Abbiamo chiesto un bilancio conclusivo su
questi giorni a Rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento
educazione e cultura UCEI. Rav Della Rocca, tiriamo le somme di questi giorni sei soddisfatto? “Per
quanto riguarda il pubblico intervenuto, il bilancio è soddisfacente
sotto il piano della partecipazione impegnata, la gente è stata
presente a tutte le attività, la sala era sempre piena, ed anche il
livello culturale delle conferenze è stato alto e stimolante. Sono
molto contento anche per la partecipazione attiva dei membri della
piccola Comunità di Parma, che ha condiviso con noi le giornate di
studio e che ci ha aperto con entusiasmo il tempio per la tefillà di
sabato mattina. Sotto il profilo interno devo dire che il valore
aggiunto di questo Moked è il lavoro corale dei Dipartimenti Ucei: il
Moked non è più un evento del Dec ma dell’Ucei, che ha visto il
coinvolgimento qualificato ed armonico del personale dei vari
dipartimenti ed è stato un esempio di come si stia superando la
settorialità” A proposito di personale, mi sembra che il tuo staff abbia avuto delle modifiche Sì,
al prezioso lavoro di Ruth Steindler che continuerà a coordinare
l’organizzazione del Moked, si sono aggiunte due persone, Alan Naccache
che coordina l’Ufficio Giovani Nazionale e Ilana Bahbout
nell’assistenza alla direzione per la parte culturale, entrambi hanno
dato un grande impulso alle attività del Dec. A parte la stanchezza accumulata, c’è qualche elemento negativo che vuoi evidenziare? Un
elemento su cui penso si debba riflettere è la scarsa presenza dei
40enni ai Moked, indubbiamente in questo momento c’è anche un problema
di natura economica, spostarsi spesso con due tre bambini è costoso.
Abbiamo studiato delle alternative, ma abbiamo delle esigenze per cui
non ci si può discostare molto da un certo target di albergo: occorrono
strutture con due tre sale per le riunioni, molte stanze, impianti di
cucina che consentano di rispettare la casherut. C’è poi da dire
che venire al Moked è una scelta identitaria, culturale, educativa, è
certamente diverso che organizzarsi una vacanza in un villaggio
turistico. Quale soluzione suggerisci? Per
quanto riguarda i costi penso che forse le Comunità potrebbero
supportare una famiglia alla volta con un viaggio premio, questo
potrebbe avere una ricaduta positiva su tutta la Comunità perché al
ritorno dal Moked queste persone potrebbero portare nuova linfa vitale
nelle loro Comunità. Poi penso che si dovrebbero studiare delle formule
per non circoscrivere gli argomenti trattati nel Moked a 1-2 giorni, ma
“spalmarli” su tutto il territorio nazionale organizzando incontri di
approfondimento nelle varie Comunità durante il corso dell’anno. A
proposito dell’argomento affrontato durante questo Moked: i 60 anni
dello Stato di Israele, ti sembra che ci siano ancora delle cose che
debbano venir fuori? C’erano molte perplessità nella scelta
di questo tema, alla luce dei fatti penso che sia stata una scelta
vincente, perché non è stato dato un taglio celebrativo, retorico.
Ovviamente tre giorni non possono essere esaustivi sull’argomento, ma
penso che il tema sia stato trattato con una certa completezza e
serietà: Israele è la nostra identità e come tale richiama
interrogativi continui a cui non ci sono risposte compiute e questo ha
dato nuovi spunti, anche inquietanti, ma questo è il bello, bisogna
evitare le etichette preconfezionate.
Lucilla Efrati |
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rassegna stampa |
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Rassegna magra, oggi e senza una notizia centrale. Da Israele troviamo l’eco (sul Corriere della sera e su Repubblica)
della dura condanna del primo ministro dimissionario Olmert alle
violenza commesse sui palestinesi dagli abitanti ebrei
ultranazionalisti della casa sgomberata a Ebron: “un vero e proprio
pogrom”, “di cui mi vergogno”. La riflessione sul peso strategico e sul
“pericolo per la democrazia” dei gruppi estremisti ebraici in
Cisgiordania non si è ancora diffusa nell’ebraismo della diaspora; ma
bisogna prenderne atto. Sempre da Israele, lo Herald Tribune
dà notizia dei conflitti e delle polemiche che si sono accese su alcune
scelte urbanistiche: l’abbattimento di alcune case arabe costruite
abusivamente su un’area destinata a diventare parco archeologico a
Silwan, l’allargamento della strada che dalla città di David porta giù
nella valle verso Bustan, l’espulsione di una famiglia da un altro
quartiere di Gerusalemme Est scatenano la polemica palestinese, che
descrive questi episodi (separati e distinti secondo il giornale
americano) come parti di un piano di appropriazione etnica della parte
orientale della città, suscettibile di impedire quel tassello della
“soluzione a due stati” che sarebbe una capitale palestinese a
Gerusalemme Est. La Stampa e Il Messaggero
riprendono un’altra polemica, quella sul blocco della navi che vari
stati o entità politiche hanno impegnato nelle ultime settimane per
rompere il blocco di Gaza. Dopo aver lasciato passare il gruppo di
“Free Gaza”, la marina israeliana ha fermato qualche giorno fa una nave
libica e si propone di fare lo stesso con una che viene dal Qatar,
attualmente a Cipro. La polizia israeliana ha inoltre sequestrato a
Jaffa un battello noleggiato da organizzazioni arabo-israeliane, su cui
si proponevano di navigare verso Gaza militanti e anche parlamentari
dei partiti arabo-israeliani, violando fra l’altro una norma che
impedisce a cittadini israeliani di entrarvi. Se si riflette che
si tratta di imbarcazioni molto piccole, capaci di portare alcune
tonnellate di materiale al massimo, cioè per una popolazione di un
milione e mezzo di abitanti qualche grammo a testa, si capisce che non
si tratta di un vero problema di aiuti, ma di un caso
politico-propagandistico. Chi si impegna in queste azioni vuole
stabilire il principio della libera importazione di uomini e mezzi a
Gaza. Il che non sarebbe certamente un male, se Gaza fosse un luogo
normale. E’ invece la più grande base terrorista del mondo, il cui
potere dominante (Hamas) usa i canali commerciali che ha, i famosi
tunnel sotto al confine con l’Egitto, non per importare il cibo che non
manca, come ha dichiarato l’Autorità Palestinese, ma armi, razzi,
esplosivi. Il blocco navale israeliano serve a impedire o almeno a
limitare che questo commercio comprenda armi pesanti. Chi lavora per
rompere il blocco vuole che Hamas abbia armamento pesante e quindi pone
le premesse per una guerra più dura. Che le manifestazioni contro il blocco abbiano carattere esplicitamente propagandistico, lo ammette anche l’articolo del Messaggero,
come sempre sbilanciato in senso anti-israeliano. Leggete queste righe,
in cui emerge il modo in cui è organizzata la propaganda di Hamas:
“Eppure il leader del Comitato popolare palestinese contro l'assedio
Jamal al-Khudari, 55 anni, non ammaina la bandiera. «Continueremo a
organizzare altre navi, altri aiuti umanitari. Il blocco israeliano
sarà spezzato». […] Parlamentare indipendente eletto per la prima volta
nel 2006, poi ministro delle Telecomunicazioni nel primo governo di
Ismail Aniyeh, al-Khudari ha conseguito notorietà mediatica
internazionale con la chiusura dei valichi fra Israele e Gaza seguita
al colpo di mano di Hamas contro I'Anp, nel giugno 2007. Da allora è in
prima fila per attirare l'attenzione mondiale sulle drammatiche
condizioni della gente di Gaza. E stato lui ad ideare un anno fa una
marcia di bambini palestinesi con le candele accese, quando Gaza - come
anche oggi - era rimasta senza corrente elettrica. Poi, fra le dune di
sabbia, ha eretto con lapidi di cartone «un cimitero delle aziende»,
chiuse con l'isolamento della Striscia. A Gaza City ha eretto una
grande lapide in memoria dei malati deceduti negli ospedali per la
insufficienza di cure; ha anche organizzato una grande catena umana di
palestinesi dal valico di Rafah (Egitto) a quello di Erez (Israele).”
Vale la pena di ricordare che le foto della manifestazione coi bambini
con le candele furono smascherate come una messinscena: sullo sfondo si
vedevano lampioni e vetrine illuminate… Sempre su Israele, da leggere il reportage di Francesco Battistini (Corriere della sera)
sulla grande popolarità del vincitore del Grande Fratello israeliano, e
probabile candidato del Likud alle prossime elezioni: un mizrahi
ruspante, autoironico e vitale. Tornando a temi più seri, segnalo
l’articolo sulla Stampa
in cui si dà conto del primo discorso di politica estera di Obama
neo-eletto: una politica centrata su un rafforzamento dell’impegno in
Afganistan, sulla permanenza di truppe in Iraq, sulla politica “del
bastone e della carota” con l’Iran, assai diversa dalle speranze di
rovesciamento del posto americano nel mondo nutrita da molti che in
Europa facevano il tifo per Obama durante la campagna elettorale. Importante infine l’analisi di Mathias Kunzel sul Wall Street Journal:
a partire dal caso di un istituto contro l’antisemitismo di Berlino, il
quale ha deciso che il vero antisemitismo è oggi l’”islamofobia” e che
quindi non bisogna denunciare – poniamo – le politiche di distruzione
di Israele dell’Iran, ma chi le condanna (e quindi è “islamofobo”),
Kunzel conduce un’analisi importante sui rischi del “politically
correct” dominante nella politica europea e in molti ambienti
accademici.
Ugo Volli |
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notizieflash |
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Barack
Obama: “Con l'Iran bastone e carota”
Washington, 7 dic - Il
presidente americano Barack Obama alla Nbc parlando di Iran: “Gli Usa e
gli alleati internazionali dovranno usare la politica del bastone e
della carota per cercare di convincere l'Iran a rinunciare alle proprie
ambizioni nucleari.” - e ancora - “c'è bisogno di una diplomazia dura,
ma diretta con quel paese. Occorre rendere molto chiaro che lo sviluppo
da parte loro di armi nucleari sarebbe inaccettabile. Il loro
finanziamento a organizzazioni terroriste come Hamas o Hezbollah e le
loro minacce contro Israele sono contrari a tutto ciò in cui crediamo e
a ciò che la comunità internazionale può accettare".
Mumbai: Pakistan, arrestato organizzatore strage New Delhi, 8 dic - Uno dei presunti organizzatori della strage di New Delhi, capitale economica dell'India, è stato arrestato. Lo rende noto l'agenzia di stampa indiana Press Trust of India. Zakiur
Rehman Lakhwi, questo il suo nome, leader dell'organizzazione
Lashkar-e-Taiba, sarebbe stato fermato assieme ad altre tre persone. Ritenuto responsabile degli attacchi che hanno provocato lo scorso 26 novembre, oltre 180 morti. Ieri
le forze di sicurezza pachistane avevano preso il controllo di un campo
utilizzato da militanti del gruppo Lashkar-e-Taiba, situato nel Kashmir
pachistano. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
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offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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