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L'Unione informa
 
    10 febbraio 2009 - 16 Shevat 5769  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  roberto della rocca Roberto
Della Rocca,

rabbino
Domenica scorsa la Comunita Ebraica di Venezia ha organizzato un bel convegno su Elie Wiesel in occasione del suo ottantesimo compleanno. Tra i molti spunti di riflessione proposti dai vari relatori  è emerso il tema dei diritti umani in relazione alle lotte sostenute da Wiesel contro l'indifferenza e contro l'oblio. Nel suo libro "Giobbe o Dio nella tempesta"  Elie Wiesel scrive: "… mai potrò  accettare l'altrui morte. Forse alla fine dei miei giorni sarò pronto a giustificare la mia...ma quella degli altri no...mai!!…". L'indifferenza secondo Elie Wiesel non è soltanto un peccato ma piuttosto  una punizione.  Il paradigma, potremmo  aggiungere, della disumanità dell'uomo. 
Ho tre figli. Non oso, non voglio immaginare che cosa mi passerebbe per il cuore, la testa e ogni fibra del corpo, se mi trovassi a dover decidere su un sondino da staccare o tenere addosso a uno di loro. E se anche lo volessi provare a immaginare, non ci riuscirei. Non sono in grado di mettermi nei panni di un padre, di una madre in una circostanza del genere: è qualcosa di talmente grande e remoto. Eppure, in questi ultimi giorni tanti, sul fronte delle pubbliche opinioni, non hanno a quanto pare avuto alcuna difficoltà, nel dichiarare: farei questo, non farei quell'altro. Quante volte, nelle piccole cose della vita quotidiana, sarebbe utile e persino salutare provare a mettersi nei panni degli altri. E invece è l'ultima cosa che passa per la mente di fare. Mentre in una tragedia come  questa, chissà perché, è diventato un esercizio da principianti. Comunque, una cosa credo di averla capita. Che se fossi una madre in una situazione del genere, sopporterei con grande fatica l'evidenza che si è colta l'occasione del mio dramma per esercitare una generale politica dell'ipocrisia, malamente travestita da etica.
Elena Loewenthal,
scrittrice
Elena Loewenthal  
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  "Un devastante attacco alla laicità dello Stato,
ecco il rischio di chi vuole svilire la libertà di scelta altrui"

Abbiamo ottimi Maestri in grado di guidarci ed indicarci la via ebraica anche in laceranti situazioni quale quella del caso Englaro: non abbiamo pertanto necessità alcuna di rivolgerci altrove. Ma l'essere forti nelle proprie convinzioni, religiose o di "morale laica " che siano, non deve impedire di guardare alla libertà di scelta altrui e di rispettarla.
Assistiamo in questi giorni ad un devastante attacco alla laicità dello Stato, in base alla quale a ciascuno dovrebbe essere garantito di essere quello che ritiene nel rispetto altrui e delle comuni leggi.
La Giustizia terrena, la massima esprimibile da uno Stato di questo mondo, ha riconosciuto a Beppino Englaro, dopo un lungo e doloroso percorso, di dare attuazione alle riconosciute volontà della figlia. Non concordare con questa scelta non autorizza a mettere in atto l'accanimento politico e psicologico abbattutosi sulla famiglia Englaro. Non autorizza nemmeno a svilire il potere di legiferare riducendolo ad una formalità da compiere, azione peraltro di mera ratifica, in fretta e furia e con illiberali provvedimenti "ad personam" quando ci sono stati anni ed anni a disposizione per giungere ad una legge condivisa quanto più possibile.
Per questo sono personalmente a favore della famiglia Englaro e delle scelte del Presidente della Repubblica.
Oltre Eluana ne va della certezza della salvaguardia dei diritti di ciascun cittadino e questo, comunque la si pensi, ci riguarda tutti.

Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane 
 
 
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  Leggi e Memoria: "Vivere il ricordo significa farne una guida
per il nostro tempo presente e la nostra esperienza"

Oggi è la giornata in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale. La giornata è stata istituita con la legge 30 marzo 2004, n. 92.
E' la terza giornata dedicata al ricordo di eventi particolari ad essere stata istituita con legge, a distanza di due anni e mezzo dal giorno della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti (legge 20 luglio 2000, n. 211).
Nel periodo intercorso tra l'approvazione della legge dedicata alla memoria della Shoah e l'approvazione della legge dedicata alle vittime delle foibe è stata approvata la legge 31 luglio 2002, n. 186, in memoria dei marinai scomparsi in mare (da celebrare il 12 novembre di ogni anno), la quale ha avuto anche la funzione di apripista nell'allargare le frontiere del “ricordo istituzionalizzato” ad eventi ulteriori rispetto alla persecuzione del popolo ebraico, commemorata nel giorno dell'apertura dei cancelli di Auschwitz.
Ultima è arrivata la legge 15 aprile 2005, n. 61, istitutiva del “Giorno della libertà” nell'anniversario dell'abbattimento del muro di Berlino (9 novembre, peraltro anniversario anche della notte dei cristalli).

Tra il 2000 ed il 2005, quindi, sono state approvate quattro leggi dedicate alla memoria: una nel corso della XIII legislatura (a maggioranza di centro-sinistra) e tre nel corso della XIV legislatura (a maggioranza di centro-destra). L'esame parlamentare di queste leggi e – ancora di più – di progetti di legge finalizzati, tra l’altro, ad equiparare i combattenti repubblichini ai partigiani (dell’ultimo della serie, che porta il n. 1360, è iniziato l’esame a novembre presso la Commissione Difesa della Camera, senza più riprendere), ha suscitato e continua a suscitare discussioni anche aspre e divisioni, a dimostrazione che manca ancora una memoria condivisa degli snodi più drammatici della nostra storia recente. La legge che ha avuto più attenta attuazione e forse – a quasi nove anni dalla sua approvazione – l'esito migliore anche in termini di condivisione della memoria è proprio la legge in memoria della Shoah.

Roma è da alcuni giorni discretamente tappezzata di manifesti – tutti (a conferma di quanto detto) ad opera di forze politiche collocate nel centro-destra – che richiamano l'attenzione sulla giornata in memoria delle vittime delle foibe, uno dei quali ha uno slogan di grande significato: "vivi il ricordo”.

Vivere il ricordo significa anche attualizzarlo e non ancorare la memoria nel recinto del passato, ma farne guida costante per il presente. Ciò deve valere per tutti gli eventi storici, ma soprattutto per la Shoah, spesso confinata nel recinto della memoria, dal quale deve uscire per fungere da monito permanente nel raffrontarsi con gli accadimenti globali del quotidiano (basti pensare alla notte dei cristalli vissuta a Caracas tra il 30 ed il 31 gennaio di quest’anno).

Valerio Di Porto, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
 
 
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Mentre leggete queste righe le votazioni in Israele si stanno per concludere: elezioni incerte, elezioni vere, le uniche elezioni vere fra l’Europa e l’India: un immenso territorio africano ed asiatico di regni assoluti, dittature, semidittature, in cui Israele è la sola eccezione veramente democratica. Che senso hanno, dove ci possono portare queste elezioni “di portata storica” (così Luca Possati sull’Osservatore Romano)?
E’ una domanda che si pongono in molti anche al di là del mondo ebraico. Per provare a rispondere è opportuno leggere innanzitutto una analisi molto bella e piuttosto amara di Fiamma Nirenstein sul Giornale. Abbastanza sconsolata, da un punto di vista più di sinistra, anche l’opinione di Arrigo Levi sulla Stampa: non c’è un altro stato, conclude Levi, in cui il tema elettorale dominante sia come assicurare la sopravvivenza del paese: oggi come venti o quarant’anni fa.
Tutti i giornali pubblicano i loro quadri della situazione, che in realtà appare molto incerta e fluida, per la grande quantità di indecisi e la scarsa attendibilità dei sondaggi. Spesso queste analisi rispondono a un automatismo politically correct: Livni è definita sempre “moderata”, Netanyau “un falco”, Liebermann “un estremista” se non peggio (così non solo Schuldner sul Manifesto o Salerno sul Messaggero, ma anche Stabile su Repubblica e Tramballi sul Sole). Più interessante e approfondito il punto di vista di Micalessin sul Giornale.
Se Stefania Podda su Liberazione parla del “giorno del giudizio” estremizzando il punto di vista di chi vede nello “slittamento a destra” il punto focale della giornata elettorale (così anche Michel Bole-Richard, giornalista di Le Monde di solito fortemente antisraeliano e antisionista, ospitato oggi anche sulla Stampa), un’interessante opinione contraria, molto lucida e innovativa è quella di  Barry Rubin sul Jerusalem Post: non c’è mai stato un tale consenso centrista nella storia di Israele la grande maggioranza degli elettori si riconosce su alcuni punti chiave: “Israele vuole la pace con i moderati palestinesi. Ma questi non sono in grado di farla per debolezza e ideologia. Dunque per molti anni non ci saranno scambi veri sui temi centrali, come Gerusalemme o il Golan. Non si possono fare patti con Hamas e Hezbullah, che però non scompariranno. Il punto fondamentale resta dunque la difesa del paese. La scelta più importante del prossimo futuro dovrà stabilire se e come attaccare la maggiore minaccia alla pace, cioè l’armamento atomico iraniano. In effetti queste opinioni appaiono largamente condivise dall’elettorato israeliano, e anche se contraddicono alcuni luoghi comuni della politica e del giornalismo europeo, andrebbero prese molto sul serio.
Altre posizioni sono piuttosto anticonvenzionali: Peppino Caldarola sul Riformista traccia un parallelo un po’ sconfortante fra Kadima in Israele e Partito Democratico in Italia: tentativi di ristrutturare sistemi politici anchilosati, con risultati dubbi. Un altro accosta mento audace è quello di Shira Kaplan sul Jerusalem Post: Liberman è come Obama, entrambi cercano di accendere l’opinione pubblica con un discorso politico fondato sui valori.
Haaretz produce un interessante dossier, dedicando un articolo per fare il punto su ciascuna delle numerose liste che possono ottenere seggi. Iniziamo con le liste delle formazioni minori di sinistra, che sono il suo pubblico di riferimento: la campagna del Meretz (formazione a sinistra dei laburisti, di impronta pacifista) per Roni Singer-Heruti è stata “morbida e rilassata”; Hadash, partito arabo di sinistra è di fronte a un cambio di leadership (Yoav Stern); i verdi hanno provato a fare rumore (Zafrit Rinat), ma c’è un’altra formazione verde a far loro concorrenza (ancora Zafrit Rinat); ma tutti questi gruppi hanno poca possibilità di affermazione, mentre i laburisti continuano a lavorare e a puntare ai venti seggi (Roni Singer-Heruti e Yuval Azulay). Sul fronte opposto, sempre Haaretz prevede più di 16 seggi per “Yisrael beitenu” (Lily Gulili), anche grazie a un possibile cedimento di Shaas, il partito religioso sefardita (Yair Ettinger), mentre l’Unione nazionale (il partito dei sionisti religiosi basato in Cisgiordania) si presenta come la “vera destra” (Nadav Shragai). Le divisioni interne minacciano di ridimensionare l’United Torah Judaism, il partito religioso askenazita che raccoglie i voti della maggioranza fra gli haredim (Yair Ettinger).
Nella  grande massa degli interventi e delle dichiarazioni elettorali scegliamo quelle più significative. L’editoriale non firmato del Jerusalem Post sostiene che il sistema elettorale attuale non funziona più bene, induce frammentazione e difficoltà di governo e va riformato (è d’accordo anche Yoel Marcus, in un pezzo interessante fra i numerosi editoriali interni ad Haaretz). La direzione di Haaretz, come sempre ideologica e piuttosto presuntuosa, invita invece direttamente a votare Livni anche se “non è il candidato ideale”, ma come male minore. Su questa posizione del “voto utile”, come racconta Frattini sul Corriere, si allineano molti in quel che resta della sinistra intellettuale israeliana. Così per esempio dichiara Meir Shalev in un’intervista a De Giovannangeli sull’Unità. Il Foglio pubblica un’intervista all’ex dissidente in Urss Natan Sharansky, che appoggia Netanyau  e un’altra con l’ex ambasciatore Ayalon che appoggia Lieberman, che A.B. Yehoshua in un’intervista a Repubblica definisce “un pericoloso neofascista. Su Liberal è Daniel Pipes a dichiarare il suo appoggio per Netanyau.

“Forse la settimana prossima” dice il presidente egiziano Mubarak durante il suoi tour europeo, si concluderà una tregua formale di 18 mesi, che prevede anche lo scambio di prigionieri che dovrebbe liberare Shalit in cambio di un migliaio di terroristi detenuti, compresi alcuni pericolosissimi capi. (Zappalà sull’Avvenire) Ma evidentemente l’accordo non c’è ancora e sulla conclusione delle trattative peserà il risultato elettorale. Abu Mazen, di passaggio a Roma, si dichiara disposto a collaborare con qualunque governo uscirà dal voto (La Repubblica). Sulle prospettive di liberazione di Shalit e il contesto politico, si diffonde Luigi Spinola sul  Riformista, individuando la capacità di Hamas di usare tutti i mezzi per interferire nel processo politico israeliano.
Fra le analisi, da leggere con tutto il senso critico del caso l’intervento di un “professore di politologia” dell’Università di Gaza Mkhaimar Abusada, ospite sulle pagine del tedesco Handelsblatt, che delinea in termini apparentemente neutrali il programma politico immediato di Hamas: ricostruzione, nuova Olp, rapporti con Abu Mazen e l’Egitto. Inutile dire che la pace non è prevista. Vale la pena di scorrere con altrettanto senso critico il programma pacifista davvero estremista di uno degli ultimi sopravvissuti di Peace Now, lo storico Eli Barnavi (intervista di Cantone su Liberal): evacuare a qualunque costo tutti gli insediamenti al di là della linea armistiziale del ’67, dividere Gerusalemme e “diventare un protettorato Usa”.

Ricomparse le scritte antisemite di “Militia” a Roma (La Repubblica). Il vescovo Williamson è stato allontanato dalla direzione del seminario dove lavorava in Argentina (bei preti avrà formato…) (Monteforte sull’Unità, Nina Fabrizio sul Mattino). La Stampa traduce l’intervista al vescovo negazionista che Wenierski e Winter avevano pubblicato sul settimanale tedesco “Der Spiegel”.
E’ importante la notizia del Pais: sono stati arrestati gli autori dell’assalto alla sinagoga di Caracas che ha così colpito il mondo ebraico da essere stato accostato alla Notte dei cristalli. Questa è la buona notizia. La cattiva è che sono tutti poliziotti: una prova in più se occorreva del fatto che si tratta di antisemitismo di stato fomentato e tollerato dal regime di Chavez.

Ugo Volli

 
 
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Israele alle urne: seggi aperti dalle 7.00 per il rinnovo della Knesset
Tel Aviv, 10 feb -
Si sono aperte alle 7.00 (le 6.00 in Italia) di questa mattina in Israele le urne per le elezioni politiche anticipate destinate a rinnovare i 120 seggi della Knesset, il parlamento di Gerusalemme. In lizza ci sono 32 partiti. I sondaggi attribuiscono i favori del pronostico al Likud (destra nazionalista, oggi all'opposizione) dell'ex premier Benyamin 'Bibi' Netanyahu, che non sembra tuttavia al riparo da una possibile rimonta di Kadima (centro-destra), guidato dall'attuale ministro degli Esteri, Tzipi Livni, prima candidata premier donna d'Israele dai tempi di Golda Meir. Alle loro spalle viene dato in ascesa Israel Beitenu, il partito dell'ultradestra laica e anti-araba dell'ex sovietico Avigdor Lieberman, che appare in grado addirittura di superare per il terzo posto il Partito laburista (centro-sinistra) di un altro ex premier, Ehud Barak. Quinto è indicato lo Shas (destra confessionale sefardita), più lontano il Meretz (sinistra sionista liberal), rafforzato di ben poco secondo le previsioni dalla fusione col movimento pacifista degli scrittori Grossman, Oz e Yehoshua. Le urne saranno aperte fino alle 22:00 in 9.263 seggi, con misure di sicurezza elevate al massimo livello di fronte alle ricorrenti minacce terroristiche. Prevista anche la chiusura dei valichi con i territori palestinesi (Cisgiordania e Striscia di Gaza) fino a mercoledì mattina. Alle urne sono chiamati quasi 5,3 milioni di cittadini aventi diritto al voto su oltre 7,3 milioni di abitanti. Appelli al boicottaggio potrebbero ridurre sotto il 50% la partecipazione degli arabo-israeliani (circa un milione e mezzo di persone), tra i quali resta forte la protesta per le vittime civili dell'operazione militare Piombo Fuso, condotta nelle settimane scorse nella Striscia di Gaza, e l'irritazione per l'accusa di slealtà e le minacce di revoca della cittadinanza ricevute in campagna elettorale dall'estrema destra.


Israele alle urne: i commenti di Haaretz e Maariv
Tel Aviv, 10 feb -
Israele alle urne da questa mattina, un editoriale del giornale Haaretz ha rivolto agli elettori un esplicito invito a scegliere la leader di Kadima Tzipi Livni. La Livni, spiega il giornale, "non è il candidato ideale". Eppure è da preferirsi per il suo impegno a favore della pace con i palestinesi, mentre il Likud di Netanyahu ostenta posizioni "estremiste" a favore delle colonie, cosa che "rischia di condurre a un confronto con la amministrazione di Barak Obama". Maariv, da parte sua, dà il suo benvenuto in maniera originale sia "al prossimo primo ministro Benyamin Netanyahu" sia al "prossimo primo ministro Tzipi Livni". La prima pagina inventata dai grafici del giornale si presenta come una carta da gioco ed è spezzata a metà: la parte superiore mostra Netanyahu, mentre capovolgendo il giornale si vede il volto della Livni. In questo modo Maariv ha voluto evidenziare la lotta spalla a spalla per la maggioranza relativa che in queste ore sembra essere in corso fra Likud e Kadima. 

 

 
 
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