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L'Unione informa
 
    26 febbraio 2009 - 2 Adar 5768  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni,

rabbino capo
di Roma
Di solito la storia è scritta dai vincitori. L'ebraismo -almeno fino a pochi anni fa- è un'eccezione a questa regola, perché il suo punto di vista è raramente quello del vincitore (nel senso politico-militare, non quello morale) e la sua visione delle cose è dalla parte di chi subisce i colpi invece che darli. La storia dell'uscita dall'Egitto ("fummo schiavi...") è tutta in questa direzione. Una curiosa e interessante conferma di questa posizione è in un tema di grande attualità, quello delle ronde. Premesso che la Torà chiede la tutela dell'ordine pubblico ("metterai giudici e poliziotti in tutte le tue città", Deut.16:18), c'è anche il punto di vista di chi le ronde le subisce. Per due volte nel Cantico dei Cantici (3:3 e 5:7) le "guardie che girano per la città" trovano la donna che disperata si aggira di notte. Il racconto lo fa la donna. La prima volta c'è solo una domanda, la seconda la riempiono di botte. Chi è questa donna, secondo la spiegazione tradizionale? Il popolo d'Israele. E chi sono le guardie? Qui i commenti si divertono; la prima volta sono personaggi illustri e positiivi, come Mosè, Aron, Ezra, Nehemia, la seconda i babilonesi di Nabuccodonosor, quelli che distruggono il Tempio. Insomma le ronde sono buone o no? Dipende.
Sembrava destinata a un'alquanto sonnolenta seduta del governo Olmert, ormai in fase di smobilitazione, la presentazione del Rapporto annuale dell'Istituto per la Pianificazione di una Politica per il Popolo Ebraico (JPPPI) sulla situazione dell'ebraismo mondiale. Il JPPPI raccoglie a Gerusalemme un gruppo indipendente di uomini e donne, ricercatori universitari, ex-funzionari dello Stato, dirigenti in alcune delle maggiori organizzazioni ebraiche, e anche qualche personaggio ai limiti della politica. Il tema centrale del Rapporto sul 2008 è la donna nella società ebraica contemporanea: in breve, molti progressi e successi, e ancora una lunga strada da compiere fino alla completa equità e parità di trattamento e opportunità. Ma a pagina 31 il testo allude alle indagini giudiziarie di cui sono oggetto l'ex-Capo dello Stato Moshe Katzav, il Primo Ministro Ehud Olmert, e Avigdor Lieberman capo del partito Israel Beiténu. Secondo il JPPPI, il danno creato da questi problemi di immagine a Israele e al popolo ebraico è di portata strategica. Qui Olmert è scattato e ha chiesto bruscamente: "A parte che le persone sono innocenti fino a che non sia stato provato il contrario, perché mai la Diaspora dovrebbe ficcare il naso in queste faccende"? Ebbene, commette un grossolano errore Olmert se ritiene che il popolo ebraico debba essere solidale con lo Stato d'Israele nei momenti di bisogno, ma non abbia contestualmente il diritto di partecipare alla funzione di controllo sulla qualità della vita pubblica in Israele e nel mondo. Il dialogo Israele-Diaspora non è, né può essere unilaterale, anche se è difficile ricondurlo a perfetta simmetria. Gli ebrei nel mondo come individui e come comunità, volenti o nolenti, sono coinvolti nelle vicende di Israele che sono obiettivamente centrali nella percezione del collettivo ebraico globale. I principali strumenti legislativi, esecutivi, militari, diplomatici, giudiziari, stanno ovviamente a Gerusalemme e non altrove. Ma chi chiede solidarietà non può negare il diritto alla compartecipazione attraverso l'espressione di opinioni indipendenti, sostenitrici o critiche, all'interno come all'esterno dello stato israeliano.  Sergio
Della Pergola, 

demografo
Università Ebraica di Gerusalemme
sergio della pergola  
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  Helene BerMemoria 14 – Alberto Cavaglion
Il prezioso diario di Hélène Berr

La pubblicazione dell'anteprima che segue è un fatto doppiamente importante per i lettori di questo notiziario quotidiano e del Portale dell'ebraismo italiano l'Unione informa. Da un lato, infatti, porta su questa pagina una delle firme più autorevoli fra gli studiosi italiani di cultura ebraica, quella di Alberto Cavaglion, autore fra l'altro di “Il senso dell'arca”, “Ebrei senza saperlo”,“La filosofia del pressappoco. Weininger, sesso, carattere e la cultura del Novecento”, “La Resistenza spiegata a mia figlia”. Dall'altro inaugura una collaborazione con “l'Indice dei libri del mese”, il più prestigioso periodico italiano di recensioni librarie e di ragionamenti sul mondo dei libri e sui grandi temi della cultura. Grazie a Cavaglion e grazie all' ”Indice”, di cui lo stesso Cavaglion è una delle anime, ecco in anteprima la proposta del Libro del mese, protagonista sul numero di marzo della rivista. Non si tratta solo di una scoperta letteraria, ma anche di una delle più preziose testimonianze pubblicate di recente sul tema della Memoria.

g.v.

 
Helene Ber immagine nipote
“Niente diventa reale se prima non si è sperimentato, neppure un proverbio è un proverbio se la vita non te ne ha dato un esempio”. Questa frase di John Keats, citata da Hélène Berr nella pagina del suo diario scritta il 1° novembre 1944, vale come un’epigrafe.
Capita ormai molto raramente di esprimere meraviglia, incantamento di fronte ad un libro sullo sterminio degli ebrei d’Europa. Escono molti libri, romanzi, diari, forse troppi. Si ha paura, come ha giustamente ammonito Marina Jarre, di finire vittime della ripetitività – e delle sue ossessioni. Ancora più di rado capita che, dentro un libro realmente diverso e “nuovo”,  ci guidi la via maestra della letteratura, dei classici. Il diario di Hélène Berr rappresenta una di queste felici eccezioni: innanzitutto per la singolare genesi del testo, salvato dall’oblio grazie all’amore di chi prima lo ha conservato, poi liberalmente ha consentito che si stampasse. Se adesso è un libro noto in tutto il mondo, lo si deve agli eredi diretti, al ragazzo Jean, un giovane poi militante nella Resistenza francese, di cui Hélène era innamorata e al quale queste pagine erano destinate. La postfazione di Mariette Job ricostruisce nei dettagli le vicende testuali di questi fogli vergati in piccola grafia, senza correzioni: uno dei documenti che oggi attraggono per via quasi magnetica il visitatore del Mémorial della Shoah di Parigi.
   L’autrice, di due anni più giovane di Primo Levi, essendo nata nel 1921, inizia a scrivere nel 1942. Il diario ha un doppio ritmo interno: la prima parte è un journal intime tradizionale, che s’apre con l’ingenua trepidazione di un’adolescente cui Paul Valéry una mattina di sole aveva lasciato in dono un suo libro con dedica nient’affatto presaga di quanto stesse per accadere (“Al risveglio, così dolce la luce e così bello quest’azzurro vivo”). Valéry non poteva prevalere. La morsa delle persecuzioni si fa ogni ora più stretta, parenti e amici di Hélène sono arrestati e rinchiusi a Drancy: accade così che la velocità della scrittura si faccia mano a mano che si procede più incalzante. All’elegia della Parigi primaverile, con l’idillio dei suoi parchi, subentra la città nevroticamente attraversata dai carri armati, dai tedeschi che irrompono alla Sorbona, dal soccorso recato ai bambini rimasti orfani. Hélène si prodiga per questi ultimi, ma capisce che di fronte all’abominio la sola difesa può venire dalla cittadella, in breve dall’isolamento libresco. Questo diario diventa così un parco interiore di citazioni, finemente ricostruite in una appendice bibliografica dai curatori.
    Hélène era una studentessa di letteratura inglese, stava specializzandosi su Shakespeare e Keats. La sua autodifesa muove i primi passi innanzitutto sul piano linguistico: invita il padre, incredulo davanti alla decadenza della cultura tedesca, a non cedere agli stereotipi contro il cosiddetto cinismo anglosassone, “popolo senz’anima”. Sempre più insistenti diventano espressioni idiomatiche, giochi di parole, motti in inglese, quasi a voler garantirsi uno spazio di espressione che sia anche uno spazio di libertà (vago presagio di quella libertà che potrà venire, e di fatto verrà, dal mondo anglosassone, non con i libri, ma con le armi).
    Il diario di Hélène rappresenta una delle testimonianze più alte del binomio ebraismo –europeità, sul quale tanto insiste George Steiner. Negli anni Trenta, Parigi rappresenta per l’ebraismo europeo un crogiuolo complementare e simmetrico alla Vienna d’inizio Novecento. Qui l’identità ebraica si conforma seguendo la linea che Hélène riassume così bene: “Quando scrivo ebreo non traduco il mio pensiero, infatti per me una simile definizione non esiste, non mi sento diversa dagli altri uomini, non riuscirò a considerarmi parte di un gruppo umano separato, forse è per questo che soffro tanto, perché non capisco più”. Nella Parigi occupata dai nazisti il sogno di molti coetanei di Hélène svanisce nel momento in cui si è costretti ad ammettere di non sapere perché si è perseguitati: “Soffro nel vedere la cattiveria umana, soffro nel vedere il male abbattersi sull’umanità, ma dato che non mi sento di far parte di nessun gruppo razziale, religioso, umano per sostenermi ho solo i miei conflitti e le mie reazioni, la mia coscienza personale”.
    Non diverso era il sogno dei due Treves, Piero e Paolo, di Leo Ferrero, degli stessi fratelli Carlo e Nello Rosselli, di Raymond Aron: poter coniugare europeità ed ebraismo, riassumerli in una superiore forma di appartenenza al genere umano. Qui la novità consiste nel fatto che a parlare sia una giovane ragazza che s’affaccia con rigore e lucidità al mondo degli studi letterari. Non sono pertanto del tutto d’accordo con Patrick Modiano, che nella prefazione accosta Hélène a Simone Weil o a Etty Hillesum, il cui approccio non era letterario, ma teologico-filosofico e quindi ha potuto prestarsi ad interpretazioni in chiave cattolicizzante delle loro opere. Hélène è solo sfiorata dal problema della fede, la parola “preghiera” ricorre nel diario una sola volta. Il suo universo è quello della poesia, “il potere della sua suggestione”, riassunto nell’epilogo dei Thibault di Roger Martin du Gard, metafora della “fine desolante di tutta un’epoca”. Un dipinto dei vuoti, “che aspetta anche noi, dopo”.


Alberto Cavaglion

                         
Il diario di Hélène Berr, prefazione di Patrick Modiano, con una nota di Mariette Job, traduzione italiana di Leonella Prato Caruso,  Milano, Edizioni Frassinelli, 2009, pagg. 265, euro 18.50

(Nell'immagine: Mariette Job, la nipote di Hélène Berr, accanto al libro che si è battuta per pubblicare)
 
 
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  Tizio della SeraLe avventure di don W.




Il don Williamson che nega è volato in Inghilterra
con un calcio nel sedere dall’America Latina,
mentre all’aeroporto atterra,
Willie è ancora a schiena china.

La Tv è sulla pista
vuol strappare un’intervista a quel don negazionista
Un reporter gli va sotto
Lui fa: No! - gli dà un cazzotto.

Spiace tanto per lo stress
a quel don delle esse ess:
gli hanno fatto una domanda
mai e poi mai stata in agenda.

“Siamo in onda, please
ci risponda”.
“Dico no – ma faccia lesto”.
“Il kasher per lei è indigesto?”.
  
Il Tizio della Sera   



shrekShrek! Quell'orco bonario che parla yiddish

Abbiamo visto tutti al cinema i bambini e non solo loro divertirsi con quell’orco che tutto sembra tranne brutto e cattivo. Nella sigla iniziale del primo episodio i popolani volevano bruciarlo vivo, ma al primo ruggito li vediamo tutti scappare con sottofondo le musiche dei Smash Mouth... I’m believer.
Eppure gli orchi dovrebbero incutere paura, far scappare i bambini e mettere in guardia gli adulti. Eppure non ci siamo entusiasmati nel vedere il nostro eroe, un orco-eroe, che combatte contro coloro che lo odiano (noi?) e non ci siamo commossi quando ha corteggiato la principessa gonfiando un serpente come se fosse un palloncino? E non abbiamo tifato per lui quando Lord Farquaalq ha cercato di rubargli l’amata? In realtà pochi sanno, adulti e bambini, che la parola shrek è una parola yiddish che ha un significato decisamente contrario ai sentimenti più amorevoli che si possano avere per una creatura... paura, terrore. La parola in realtà non è presente nel classico Joy of Yiddish del 1971 di Leo Rosten così come in altri dizionari. Si tratta di una parola di origine tedesca traghettata nella parlata comune. È usata frequentemente come aggetivo, shreklekh, come in shreklekh zach (una cosa terribile) oppure shreklekh imgick (qualcosa di orribile). Shrek foygl è uno spaventapasseri. Esiste anche come verbo e l’espressione equivalente a quella inglese di be afraid, shrekn zikh far. Ma come si trasforma il significato di una parola da qualcosa di terribile ad essere il nome simpatico di un personaggio di un cartone animato della Dreamworks? La nostra storia non inizia nel mondo delle favole, ma a New York, dove William Steig crea nel 1990 il personaggio di Shrek, un orco che in 32 pagine va in giro per il mondo affrontando una strega, un cavaliere, un drago e che alla fine sposa una principessa più 
brutta e disgustosa di lui.

SteigWilliam Steig (il New York Jewish Museum gli ha recentemente dedicato una mostra, From The New Yorker to Shrek: The Art of William Steig, che ha ripercorso la sua lunga e incredibile carriera) nasce nel 1907 nel Bronx da Joseph e Laura Steig, entrambi pittori ed emigrati da Lvov (Polonia) che lo spronarono a coltivare la passione per il disegno. Nel 1930, a causa di problemi economici della famiglia, inizia a lavorare per il New Yorker per il quale produrrà oltre 1600 illustrazioni e 120 copertine, praticamente un record. Nel 1949 espone al 3rd Sculpture International tenutasi al Philadelphia Museum of Art. Nel 1968 inizia la produzione di libri per bambini, circa 30, che lo renderanno amato dai piccoli lettori e famoso con Shrek. Muore nel 2003 a Boston. Nel secondo episodio di Shrek è stata onorata la sua memoria inserendo nei titoli di coda il suo nome accompagnato da un piccolo disegno di Shrek e Ciuchino che rivolgono uno sguardo triste verso la luna, come se avessero perso un caro amico. Ma il personaggio di Steig non è paragonabile a quello che abbiamo imparato ad amare al cinema. È sgradevole, odioso, decisamente un orco, tutto il contrario dallo Shrek della Dreamworks. Eppure Steig dopo aver visto il primo episodio della serie, sembra che abbia commentato: “It’s vulgar. It’s disgusting and I loved it.” Il confronto tra i due personaggi è inevitabile, così come le differenze così nette, fanno riflettere su quale tipo di personaggio volesse raccontare Steig. Aaron Lansky, fondatore e presidente del National Yiddish Book Center ad Amherst, Massachusetts, ritiene che l’autore abbia deliberatamente trasformato la parola in qualcosa di piacevole dando al suo personaggio la caratteristica di outsider che tutti temono. Nello stesso tempo non solo la favola finisce con un lieto fine (la principessa non sembra proprio da lieto fine), ma come spesso accade nella letteratura per  l’infanzia è uno stimolo ad affrontare le paure e superarle. D’altra parte lo Shrek di Steig non fa altro che affrontare pericoli sempre maggiori fino a trovare la sua principessa, meno romantica e dolce di quella della Dreamworks, ma sempre principessa. Meir Ronnen sul Jerusalem Post ha sottolineato che nei libri per bambini lo stile di Steig era universale, mai l’autore ha giocato la carta dell’ebraismo. E neppure del Bronx dove era cresciuto. Le sue ambientazioni sono sempre bucoliche, serene, piene di colori allegri e ben composti che non fanno pensare al quartiere grigio e problematico di New York. Lo Shrek di Steig è colorato in modo allegro, gioioso. I colori sembrano composti da un bambino con semplicità, eppure ogni tavola ha una diabolica elaborazione, basta osservare l’immagine di Shrek che cavalcando un asino viene scansato da fiori e alberi, oppure quando il drago lo minaccia dentro la foresta. Nulla è lì per caso, la differenza tra un disegno di un bambino e uno realizzato come se fosse di un bambino, è nella composizione e nell’equilibrio del disegno, nel ruolo preciso quanto armonico di colori e disegni. E allora? Beh...Shrek!!!

Andrea Grilli
 
 
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Corriere dello Sport, quasi in fondo al giornale. “Giochi del Mediterraneo: non saranno invitati Israele e Palestina”. A quanto scrive uno dei più importanti quotidiani sportivi italiani, Israele non è stato accettato tra le formazioni che dovranno competere per un posto sul podio. L’estensione agli atleti palestinesi dell’altolà ai Giochi è una conseguenza, “come se l’estensione possa soffocare le indignazioni”. Un altro caso dopo i precedenti della tennista israeliana di Dubai e la partita di Coppa Davis a porte chiuse tra Svezia e Israele. Solo che, stavolta, i Giochi del Mediterraneo si svolgeranno a Pescara, in Italia.
Il boicottaggio arriva, anche in questo contesto, forte dell’influenza dei Paesi arabi. Una notizia inanellata nel giorno in cui l’Iran fa sapere che sta testando il suo reattore nucleare (Il Sole 24 Ore, Repubblica, Stampa, Avvenire, Foglio e Unità). Teheran annuncia che non si fermerà e il suo programma atomico andrà avanti. Che ha una tonnellata di uranio scarsamente arricchito per costruire una bomba atomica. E che all’appello manca solo un reattore nucleare. La centrale, dove i test sono partiti ieri, è costruita dalla Russia. Israele denuncia ancora una volta la volontà dell’Iran di utilizzare l’atomo per scopi militari.
Intanto il lefevbriano Williamon torna a casa (
Corriere, Repubblica, Stampa, fino alla Gazzetta del Mezzogiorno). Di nuovo tra le polemiche. Partito dall’Argentina, dove gli è stato chiesto gentilmente di fare i bagagli perché persona non gradita, atterra in Gran Bretagna dove ad attenderlo all’aeroporto, oltre a giornalisti e paparazzi, c’è anche l’ex modella Michele Renouf. Una ragazza che ci tiene a precisare di non essere antisemita, tanto quanto che la “religione ebraica è ripugnante e propagatrice di odio”. Anche in Inghilterra Williamson crea non pochi imbarazzi e probabilmente, scrive il Times, troverà rifugio in casa di un suo “collega” negazionista David Irving.
Intanto in Israele, dopo l’ultimo lancio di razzi dalla Striscia (Foglio), continua l’azione diplomatica nel tentativo di creare un governo in grado di gestire l’arcobaleno di partiti nella Knesset. Netanyahu prova ora “il piano B”, titola Avvenire, stringendo contatti con la destra estrema, dopo i rifiuti di Kadima e Likud. Tra una consultazione e un’altra Shimon Peres riceve a Gerusalemme Roberto Saviano, uomo-simbolo della lotta alla Camorra in tempi moderni. Il breve colloquio tra i due si chiude con un invito da parte del presidente d’Israele a lo scrittore, di venire a vivere in Terra Santa: “Anche noi abbiamo la nostra Mafia – dice Peres – ed è Hamas”.
Fa discutere, invece, la proposta dall’assessore alle Politiche educative del Comune di Roma, Laura Marsilio, che propone un menù per la Quaresima cattolica ogni venerdì sino a Pasqua, bandendo la carne dai pasti, nelle scuole elementari e medie della Capitale. Leggere la cronaca di Roma della Repubblica per credere.
Infine, sul Giornale, Gianni Baget Bozzo dedica un articolo di ampio respiro alle motivazioni, e i precedenti, che avrebbero messo sotto attacco il Papa in questi ultimi tempi. “La guerra al Vaticano”, titola il quotidiano di Mario Giordano. Una guerra che deve combattere, si fa per dire, contro il fuoco amico e nemico. E secondo il Giornale, al centro di questa doppia strategia ci sarebbe il quotidiano, non a caso rivale, La Repubblica.

Fabio Perugia

 
 
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Roma: I suggerimenti degli ex mediatori
per una pace duratura in Medio Oriente
Roma, 26 feb -
Undici ex mediatori internazionali hanno scritto una lettera, pubblicata oggi sul quotidiano The Times, contenente la loro opinione sulla pace in Medio Oriente.
“L'ultimo, sanguinoso conflitto fra Israele e Hamas - si legge nel documento (leggibile sul Times online) - ha dimostrato che la politica di isolamento nei confronti di Hamas non può portare stabilità. Come ex negoziatori di pace riteniamo sia di importanza vitale abbandonare la politica fallimentare dell'isolamento per coinvolgere Hamas nel processo politico, un accordo di pace israelo-palestinese senza Hamas non sarà possibile”. Fra i firmatari del documento l'ex inviato in Medio Oriente per il Quartetto, Alvaro de Soto, l'ex ministro degli Esteri israeliano Shlomo Ben-Ami, l'ex inviato dell'Ue in Bosnia Paddy Ashdown, l'ex ministro degli Esteri australiano, che mediò la pace in Cambogia, Gareth Evans. Gli autori della lettera citano anche un celebre frase di Moshe Dayan: "se vuoi fare la pace non parli con gli amici, ma parli con i nemici". Gli ex negoziatori fanno notare come dalla sua vittoria elettorale nel 2006 Hamas abbia conservato il suo sostegno fra i palestinesi, indice del fatto, secondo loro, che i tentativi di distruggerlo attraverso embarghi economici, boicottaggi politici e incursioni militari, non hanno prodotto alcun risultato, concludendo perciò :“ Che vi piaccia o no Hamas non se ne andrà”. I firmatari ripongono grossa fiducia nella recente nomina di George Mitchell a mediatore in Medio Oriente e aggiungono che l'Amministrazione Usa di Barack Obama sta finalmente adottando una "nuova strategia fondata sul realismo e non sull'ideologia".

 

Israele: Razzi da Gaza, colpita Sderot
Gerusalemme, 26 feb -
Ancora razzi da Gaza. Oggi tre razzi Qassam sono caduti in territorio israeliano, non si registrano vittime. Danni nella città di Sderot, un razzo è caduto vicino a una casa. A riferirlo la radio pubblica israeliana.

 
 
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