se
non visualizzi correttamente questo messaggio, fai click qui
|
|
|
 |
|
L'Unione informa
|
|
|
|
6 marzo 2009 - 10 Adar 5769 |
|
 |
|
|
|
|
alef/tav |
|
|
 |
|
 |
Roberto
Colombo,
rabbino |
E'
scritto nella Meghillà: "Il primo mese, cioè il mese di Nissan, il
decimosecondo anno del re Assuero, si gettò il pur, cioè la sorte
(Ester, 3,7)". Non sarebbe stato forse più semplice e immediato dire:
"Si gettò la sorte" di Israele, senza usare prima il termine persiano pur e poi la sua
traduzione ebraica? Questo è il senso di Purìm: ogni ebreo, per il suo
bene, deve imparare a valutare ciò che accade attorno a lui e a
tradurlo in termini ebraici. Il pericolo per noi inizia nel momento in
cui si accetta la storia così com'è nell'incapacità di interpretare i
veri intendimenti dei nemici nascosti, siano essi in carne e ossa
oppure travestiti da ideologie. (Itzkhàk Hutner) |
 |
Questa
settimana cade il terzo anniversario della scomparsa di mio padre, il
giornalista ebreo Massimo Della Pergola, l’ideatore della Sisal e del
Totocalcio, che amava Israele, tanto è vero che tutti i suoi nipoti e
bisnipoti vivono là. Grazie al concorso pronostici sul calcio, lo Stato
italiano e il Coni hanno potuto incassare cifre favolose che hanno
permesso allo sport italiano di risollevarsi dopo la Seconda Guerra
Mondiale, di conseguire mète ambite come l’organizzazione dei Giochi
Olimpici invernali a Cortina nel 1956, le Olimpiadi di Roma nel 1960, i
campionati mondiali di calcio nel 1990, e di vincere molte prestigiose
medaglie. Ora l’Italia organizza i XVI Giochi del Mediterraneo a
Pescara e, causa il boicottaggio arabo, Israele ne sarà ingiustamente
esclusa così come lo è stata nelle precedenti quindici edizioni,
inclusa Napoli nel 1963 e Bari nel 1997. Il regolamento prevede che per
l’ammissione di un paese ai giochi sia necessaria l’approvazione di due
terzi dei 23 paesi membri. I paesi arabi o musulmani sono otto e quindi
occorrerebbe una maggioranza di 16 voti per ammettere Israele (e magari
anche la federazione palestinese). Ma, vedi caso, i voti disponibili
sono solamente 15. Questi sofismi consentono l’ignobile e illegale
boicottaggio sportivo di Israele da parte dei paesi arabi. Il fatto che
ciò venga tollerato sul territorio italiano, e in passato in paesi come
la Francia e la Spagna, è vergognoso. I dirigenti che si rendono
complici di questo scandalo che snatura lo sport sono o degli
sprovveduti perché non hanno saputo evitarlo, o dei pavidi perché non
hanno voluto. Sarebbe stato più dignitoso rinunciare all’organizzazione
dei giochi piuttosto che sottostare a un ricatto che continua da 60
anni. A Mario Pescante, deputato del PdL, già presidente del Coni, e
ora Commissario delegato dal Governo, a Gianni Petrucci, presidente del
Coni, a Raffaele Pagnozzi, segretario generale, vogliamo inviare un
messaggio chiaro e semplice: né voi né i vostri colleghi sareste al
posto in cui vi trovate oggi se non ci fosse stato Della Pergola che
con la sua idea ha fatto rinascere lo sport italiano. E al di là di
ogni considerazione politica, quanta ingratitudine nei confronti di
Massimo Della Pergola, l’ideatore della Sisal che amava Israele.
|
Sergio
Della Pergola,
demografo, Università Ebraica di
Gerusalemme |
 |
|
|
 |
|
|
torna su |
davar |
|
|
|
|
Donne D'Israele 6 - Angela Polacco Guida per mestiere e vocazione
Da anni ormai il suo nome affiora qua e là dai reportage in terra
d'Israele. Angela Polacco, guida turistica per mestiere e vocazione, si
è infatti specializzata in un settore delicatissimo e d'alto impatto
mediatico. Quest'energica signora di origine romana da tempo è divenuta
la guida preferita di giornalisti, troupe televisive, politici e
operatori culturali stranieri. Li accompagna nelle interviste e nelle
visite, li sostiene sul fronte organizzativo, funge da
interprete, intermediaria, amica e spalla. E soprattutto li aiuta a
decifrare l'enigma appassionante del paese in cui ha scelto
di vivere. Angela, 54 anni e due figli adolescenti, ha lavorato al
tempo dell'intifada, della guerra del Libano e di Gaza senza mai
incappare in una polemica o in contraddittorio pubblici. Il quarto
d'ora di celebrità l'ha conquistato, suo malgrado, a settembre, quando
si è ritrovata a guidare la visita a Yad Vashem di monsignor Fisichella
e di un gruppo di parlamentari e amministratori italiani. Nella sala
che espone il ritratto di papa Pacelli ha spiegato il silenzio intorno
allo sterminio di sei milioni di ebrei definendo Pio XII “un Papa
controverso”, di cui si sa che “fece scappare molti nazisti”. Ed è poi
passata con il gruppo alla sala successiva.
Fisichella al momento non era presente. Qualcuno gli ha però riferito
quelle frasi e la bagarre, inevitabile nei mesi delle grandi manovre
per la beatificazione di Pio XII, è esplosa su tutti i giornali
investendo anche la targa che a Yad Vashem illustra la figura di quel
Papa. “E' ora di smetterla con questa storia – ha tuonato il rettore
della Pontifica università lateranense - consultino gli archivi. Ci
sono nuovi studi, come quello della commissione americana Pave, che
dimostrano quanti ebrei abbia salvato il Pontefice. Altro che chiudere
gli occhi. in fondo lo sanno anche loro, tanto che sono stati costretti
a togliere la lunga descrizione che avevano appeso contro il Sommo
Padre”.
Angela,
come ti sei sentita al momento delle polemiche?
Stupita, molto. A Yad Vashem ho semplicemente raccontato la storia, il
motivo per cui è esposto il ritratto di Pio XII. Qualcuno nella
delegazione ha fatto notare che la Chiesa di ebrei ne ha salvati tanti.
Ho risposto che per ora è provata l'indifferenza di quel Papa, non il
suo contrario, senza perciò nulla togliere all'operato di tanti
sacerdoti. Si trattava di una visita ufficiale, dai tempi brevi. E'
stata questione di poche frasi e ci siamo spostati nel padiglione
successivo. La polemica è stata montata molto dalla stampa, che ha
calcato la mano.
Sei
rimasta male?
Assolutamente no. Il problema sta nella percezione di chi arriva a Yad
Vashem. Nelle sue motivazioni personali, famigliari, negli eventuali
sensi di colpa.
Com'è
maturata la tua decisione di vivere in Israele?
Non è stata una scelta di quelle classiche, che dai movimenti giovanili
ebraici porta all'università o al lavoro in Israele. La mia alyah è
maturata sulla spinta di una forte crisi di valori. Sono arrivata
nell'85, dopo la vicenda dell'Achille Lauro e dopo l'attentato che a
Roma uccise il piccolo Stefano Tachè. Sentivo che l'Italia governata da
Craxi e Andreotti non tutelava a sufficienza le sue minoranze
religiose. Così ho deciso di andarmene.
Una
scelta difficile?
Il distacco è sempre doloroso. Ero molto radicata nella mia città dove
per 12 anni avevo insegnato storia e cultura ebraica nella scuola
comunitaria. Lasciavo alle spalle una famiglia, gli amici. Avevo però
la sensazione di una straordinaria opportunità che mi si apriva davanti.
E il
mestiere di guida turistica? E' stata una passione immediata?
Ho iniziato subito il corso all'Università di Gerusalemme. Dovevo
cominciare tutto da zero, così ho pensato di restare nel mio campo.
Devo dire che all'inizio vedevo questo lavoro soprattutto come
un'opportunità d'insegnamento. Poi è scattata la passione.
Con
quali criteri guidi i tuoi visitatori alla scoperta del paese?
Sono un po' atipica rispetto altre guide. Non mi limito a spiegare
l'architettura o i monumenti. Cerco invece di raccontare il paese, la
gente, la società. Le persone arrivano di solito con un'idea
preconfezionata d'Israele. Cerco di spiazzare le loro aspettative, di
accendere dei dubbi.
Molte
delle domande riguarderanno la politica. Come ti comporti in questi
casi?
Con grande attenzione, senza esprimere mai le mie posizioni. Non sono
lì per fare propaganda.
In
questi anni l'interesse rispetto Israele è cambiato?
Oggi la gente si vergogna meno a porre domande ed è più preparata del
passato.
Quale
aspetto del paese preferisci raccontare?
Mi piace parlare della storia e della società attraverso le
testimonianze di persone di culture e religioni diverse. Qui poi non è
difficile riandare agli anni Trenta attraverso la viva voce di chi ha
vissuto quegli eventi e appena possibile cerco di farlo.
Un
posto da visitare assolutamente?
Vado matta per gli scavi archeologici del periodo di Erode, una figura
straordinaria. Ma mi piacciono tantissimo anche Gerusalemme, Tel Aviv e
i kibbutzim, ciascuno con il suo carattere.
Torni
spesso in Italia, che sensazione provi nel confronto tra i due paesi?
Sono molto soddisfatta della scelta che ho fatto. Israele è un luogo in
cui sei nella storia, la vivi ogni giorno e ogni giorno sei partecipe
di una costruzione comune. L'Italia oggi mi appare statica, un po'
depressa.
Eppure
si parla spesso di una crisi di valori in atto in Israele.
Non sono d'accordo. Israele è un paese in cui valori sono ancora forti.
Che
ruolo può avere l'ebraismo italiano rispetto la realtà israeliana?
La relazione tra i due paesi va mantenuta e fortificata. Tutti noi
dovremmo cercare di essere un ponte e un punto di riferimento tra il
nostro paese d'origine e Israele valorizzando in modo particolare le
prospettive identitarie e culturali.
Daniela Gross
Conferenza Onu, l'Italia si
ritira
Frattini:
«Posizioni antisemite»
L’Italia non andrà alla infame conferenza detta Durban 2 cosiddetta
«contro il razzismo». L’ha annunciato ieri il ministro Franco Frattini
alla ministra israeliana Tzipi Livni ed è una notizia che farà da
battistrada al resto d'Europa, da dove, timidamente (dalla Francia,
dall’Olanda) nei giorni scorsi, già si levavano voci di sdegno per
l’antisemitismo plateale del documento preparatorio.
Frattini ha anche annunciato di aver cancellato per ora il suo previsto
incontro con il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki, dopo
le parole di negazione della Shoah ripetute a Teheran mercoledì.
Stati Uniti, Canada e Israele erano per ora i soli Stati che avevano
avuto il coraggio di dire “no” a un documento di linee programmatiche
ispirato dai paesi islamici, specie dalla Libia e dall’Iran, presidente
e vicepresidente del comitato preparatorio, che di nuovo inchiodava
Israele all’antico slogan del 1975 che fu risoluzione dell’Onu poi
cancellata: sionismo eguale razzismo.
La conferenza che si terrà a Ginevra su iniziativa dell’Onu a metà
aprile, pur dichiarandosi contro il razzismo, porta ancora invece
quell’indelebile marchio di antisemitismo e antiamericanismo che nei
giorni della prima conferenza, tenutasi a Durban all’inizio del
settembre 2001, fu la rivelazione ideologica dell’odio che portò subito
dopo all’11 settembre.
A Durban i delegati di tutti i Paesi del mondo convennero al Palazzo
dei Congressi per ascoltare le invettive di Mugabe, di Arafat, di Fidel
Castro; le Ong marciavano in cortei che brandivano l’immagine di Bin
Laden e dichiaravano Israele «Stato razzista» e «Stato di apartheid».
Fu una apocalisse demonizzante che ha lasciato pesanti segni sulla
struttura dell’antisemitismo contemporaneo, che, segnando con marchio
di criminalizzazione morale Israele e gli ebrei, li rende indegni di
vivere, proprio come vorrebbe l’Iran odierno. La preparazione di Durban
2 ha fatto da filo conduttore alla propaganda jihaidista di questi anni
e ha reso l’ONU lo zimbello e lo strumento di Stati che lo trasformano
in ostaggio di politiche antioccidentali e antidemocratiche,
profittando innanzitutto dei 57 Paesi della conferenza islamica e di
non allineata memoria, che usano l’educazione antisraeliana e
antimericana come collante specie per le giovani generazioni.
L’Italia, che aveva già votato alla Camera all’unanimità una mozione
che impegnava il Governo a monitorare la preparazione della conferenza,
ha preso la sua decisione, che dimostra che il linguaggio politico
internazionale quando è dissennato, quando è pregno di eco jihadiste,
quando fa da cassa di risonanza alla politica dell’odio, non trova un
consenso mondiale automatico. L’Italia, con il coraggio del primo
pioniere europeo, stabilisce qui i limiti del discorso politico decente
e ammissibile, e quello antisemita non vi rientra.
Fiamma
Nirenstein - Il Giornale - 6 marzo 2009
|
|
|
|
|
torna su |
pilpul |
|
|
|
|
"1943:
quelle disposizioni di Pio XII
non sono ancora compiutamente dimostrate"
I quotidiani italiani e stranieri stanno dando grande risalto a un
Memoriale delle Religiose Agostiniane Ven. Monastero dei SS. Quattro
Coronati Roma, nel quale è scritto che esse assistettero e protessero
ebrei romani da "questo mese di novembre 1943", a seguito di un preciso
ordine di Pio XII. La frase esatta è: il papa "ordina che nei Monasteri
si dia ospitalità a questi perseguitati, e anche le clausure debbono
aderire al desiderio del Sommo Pontefice". Per amor di verità va
aggiunto che il Memoriale prosegue affermando: "noi ospitiamo fino al 6
giugno successivo le persone qui elencate"; ne discende che il testo fu
steso non meno di sei mesi dopo l'evento iniziale. Che le religiose
siano state persone giuste, è fatto indiscutibile. Lo stesso vale per
molti altri religiosi. Ma quella loro affermazione assai posteriore
sull'origine del loro comportamento potrebbe anche costituire un atto
di devozione e fiducia nei confronti del papa; non basta ad asseverare
l'esistenza di ciò che possiamo definire un suo vero e proprio "ordine
circolare dell'ottobre-novembre 1943". Su di esso, gli storici hanno
bisogno di documentazione più probante, che continua a non emergere.
Michele
Sarfatti, direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica
Contemporanea - Milano |
|
|
|
|
torna su |
rassegna stampa |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
L’Italia non parteciperà alla conferenza dell’Onu
sul «razzismo», prevista a Ginevra tra il 20 e il 24 aprile,
se non muterà la sostanza delle affermazioni contenute nelle bozze dei
documenti di preparazione all’incontro, laddove prevale un «linguaggio
antisemita». Il passaggio maggiormente
“incriminato” recita testualmente così: «la politica di
Israele nei territori palestinesi rappresenta una violazione dei
diritti umani, un crimine contro l’umanità e una forma contemporanea di
apartheid […]. Esprimiamo preoccupazione per le discriminazioni
razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani
nel Golan occupato […]. Israele minaccia la pace e la sicurezza».
Contestuale a tale decisione si è consumata anche la scelta
del ministro degli Esteri Franco Frattini di non recarsi in visita in
Iran, ritenendo inopportuno, dopo le infiammate dichiarazioni contro
Gerusalemme pronunciate dalla leadership teheraniana nei giorni scorsi,
un incontro con chi nega ad Israele il diritto stesso all’esistenza,
facendo inoltre ripetuta professione di negazionismo nei confronti
della Shoah. Claudio Rizza su il Messaggero ci racconta le
motivazioni addotte dalla Farnesina al riguardo nel mentre Alberto d’Argenio su
la Repubblica,
Vittorio Zucconi con un
articolo di fondo sulla medesima testata, Luigi Offeddu su il Corriere della Sera e Emanuele
Novazio su la Stampa ci descrivono la strategia
della nuova amministrazione americana verso l’Iran e la Russia, basata
sul passaggio dalla netta contrapposizione, fatta propria da Bush, alla
mediazione laddove possibile. Per capire come il Medio Oriente stia
mutando c’è poi la traduzione di un articolo di Bernard Lewis per il Corriere della Sera, laddove
l’illustre islamologo ci parla dell’esistenza di «due società arabe».
La cosiddetta Durban II che, già nelle sue premesse, si preannuncia la
ripetizione dell’assise che nel 2001 si era tenuta nella città
sudafricana, sembra quindi ancora una volta giocarsi sulla messa in
mora di Israele, identificata come la fonte delle nequizie universali.
Quel che era successo nella passata edizione è noto ai più. Lo scandalo
che ne era derivato, laddove il sionismo veniva equiparato al razzismo,
non era bastato a fare fronte alla deriva culturale e morale, oltreché
ideologica, che l’incontro aveva innescato. La decisione di questi
giorni, assunta dall’esecutivo italiano, fa seguito alla mozione
approvata a grandissima maggioranza dai parlamentari di Montecitorio il
4 dicembre scorso, nella quale si invitava ad assumere la «massima
vigilanza» verso le iniziative che avrebbero portato alla realizzazione
della Conferenza medesima. Fiamma Nirenstein, che si era fatta a suo
tempo promotrice della mozione stessa, racconta su il Giornale il contesto in cui si
consumò la conferenza del 2001 e i rischi di quella prossima ventura.
Peraltro della decisione di non andare a quella fiera della tracotanza
ne danno notizia un po’ tutti i quotidiani. Tra le altre si segnalano
le firme di Vincenzo Nigro su la Repubblica, di Maurizio Caprara
su il Corriere della Sera, Luisa Arezzo
su Liberal, Anna Momigliano su il Riformista. Lo stesso Corriere della Sera, per la mano
di Pierluigi Battista, ci offre nell’articolo dedicato a «una questione
di principio» alcuni spunti di riflessione nel merito della scelta
fatta dall’Italia mentre Piero Fassino, su la Stampa, pur condividendo in linea
di principio la decisione governativa, chiede una discussione
parlamentare al riguardo. Peraltro nel centrosinistra, dove pure
prevalgono gli assensi, le voci non sono tutte concordi o, quanto meno,
sulla stessa lunghezza d’onda, manifestando accenti e sensibilità
diverse, legate gli uni e le altre anche alla considerazione della
necessità di fare sì che l’Italia possa comunque svolgere un ruolo non
troppo defilato nello scenario mediorientale. Ce ne dà conto ancora una
volta Maurizio Caprara sempre su il Corriere della Sera. Nel suo stile
battagliero il Foglio si compiace invece della
decisione delle autorità, commentando che «l’onore stesso della cultura
dei diritti umani imponeva il boicottaggio» di Durban II. Su un piano
di lettura invece completamente opposto si pongono Alberto D’Argenzio,
che pure firma su il Manifesto un articolo, ancorché
polemico, piuttosto descrittivo e Michelangelo Cocco che, sempre la
medesima testata rilegge i retroscena del diniego del nostro governo
alla luce di un giudizio ad esso avverso.
Detto questo, ovverosia affrontata la notizia del giorno, possiamo
soffermarci su alcuni aspetti per così dire di contorno e che tuttavia,
sia pure nel loro minore impatto, molto hanno a che fare sul come si
costruisce il giudizio di senso comune (non meno del pregiudizio). Per
la serie che demanda all’equivocità delle informazioni (che di per sé
non sono mai neutre, dipendendo molto da come sono presentate al grande
pubblico) si legga allora il trafiletto su la Repubblica dove si dice che «il
Papa visiterà un campo profughi e Yad Vashem». (Per dovere di cronaca
diciamo che la stessa notizia è ripresa su Libero da Caterina Maniaci.)
Riferendosi al viaggio previsto per la primavera oramai incipiente di
Benedetto XVI in «Terra Santa» (altra espressione comunemente accetta
ma che in sé ha i caratteri di una identificazione ideologica e
culturale precisa) si dà notizia del fatto che il Pontefice avrà modo
di andare sia in un campo palestinese, nei pressi di Betlemme, sia al
memoriale della Shoah di Gerusalemme. L’accostamento, che pare casuale,
a ben pensarci tale poi non è, stabilendo, nella mente del lettore, un
nesso di congruità e di simmetricità, che può poi trasformarsi in un
giudizio di omologazione, tra il dramma di quanti, tra i palestinesi,
non hanno potuto mai trovare una stabile sistemazione dopo l’abbandono
delle loro terre d’origine tra il 1947 e il 1967, e la tragedia di
coloro che furono assassinati nelle camere a gas. Il lettore avveduto
non voglia cogliere in questo rilievo la volontà di alimentare una
polemica sgradevole. Non si tratta di stabilire un primazia della
sofferenza ma, per l’appunto, di evitare le facili ancorché indebite, e
quindi illegittime, associazioni tra una vicenda storica e l’altra.
Poiché la confusione sul passato, l’incapacità di stabilire ragionevoli
dimensioni di grandezza e di importanza rispetto ai fatti trascorsi,
quindi l’impossibilità di determinare scale di rilevanza (un conto è
perdere alcuni beni materiali, un altro è vedere distrutta
integralmente la propria famiglia), sta alla base della confusione di
giudizio sull’oggi e, in prospettiva, sul futuro. Le notizie, diceva
qualcuno, non sono mai innocenti. Il modo in cui le si presenta, ci
permettiamo di aggiungere, le fa poi a volte un poco colpevoli. Poiché,
come altri aggiungerebbero, il diavolo sta sempre nei particolari, tra
le pieghe del discorso insomma. Ancora sul piano della qualità e della
natura della comunicazione si legga l’articolo di Piero Sansonetti su
il Riformista, dove l’autore
polemizza con il linguaggio adottato da certe testate riguardo alle
vicende legate ad alcuni casi di stupro attribuiti a cittadini
extracomunitari (in particolare dove si parla, più o meno
esplicitamente, di «dna romeno»). Si può assentire o meno su quanto va
affermando nel suo complesso Sansonetti, soprattutto riguardo alla
polemica con i colleghi di altri quotidiani. Purtuttavia una
parte delle sue considerazioni si riallacciano proprio a quanto
andavamo dicendo in esordio di rassegna, ricordando per l’appunto le
legittime ragioni del diniego italiano riguardo alla prossima
conferenza di Ginevra.
Infine, quanto meno per rendere atto dell’ammirevole acribia con la
quale c’è chi si sforza di trovare attenuanti e legittimazioni alla
condotta di Pio XII durante gli anni della Shoah, si veda l’articolo di
Andrea Tornielli su il Giornale che riprende un appunto
di Pacelli, riportato sul diario delle Consulte, dove alla data del 1°
novembre 1943 risulta che il Papa «s’è anche interessato al bene degli
ebrei». Quelli romani erano peraltro già partiti da due settimane
«verso ignota destinazione».
Claudio
Vercelli
|
|
|
|
|
torna su |
notizieflash
|
|
|
|
|
Durban
II, Ong ebraica-americana elogia l'Italia
New York, 5
mar -
"L'Italia
manda un messaggio chiaro, le democrazie del mondo non permetteranno
che la battaglia contro il razzismo sia distorta da quanti vogliono
stigmatizzare Israele e imporre un codice globale blasfemo" – così Glen
Lewy, presidente nazionale dell'Anti Defamation League (Adl -
oraganizzazione ebraica-americana), e il direttore nazionale
dell'organizzazione, Abraham Foxman, hanno commentato la decisione del
governo italiano di ritirarsi dalla conferenza Onu sul razzismo Durban
II, in programma in Aprile a Ginevra. La Ong ebraica-americana ha
elogiato, in una lettera inviata al ministro degli Esteri Franco
Frattini, il governo italiano per aver "riconosciuto che l'esito della
Conferenza di Revisione di Durban non può essere salvato". Fra i paesi
che si sono già ritirati dalla conferenza Durban II, oltre all'Italia,
Stati Uniti, Canada, Israele e Olanda.
Riprodotta la scrittura di Gilad Shalit,
sui giornali israeliani il grido di “Aiuto”
Tel
Aviv, 6 mar -
"Realizzare una
nuova campagna di sensibilizzazione per indurre il governo israeliano a
portare a termine i negoziati indiretti con Hamas per la restituzione
di Gilad Shalit". Questa
l'intenzione della famiglia del soldato rapito.
Nel contesto di
questa campagna, uno studio pubblicitario ha ricreato sul computer la
calligrafia di Gilad Shalit, così come appare in un messaggio inoltrato
dalla prigionia. Ne è nata così la scritta “Aiuto”, scritta a mano e in
ebraico corsivo. Questo grido di
“Aiuto” campeggia vistosamente sulle prime pagine dei giornali
israeliani assieme con l'immagine di Gilad Shalit. Presto apparirà
anche nelle strade di Israele e sugli autobus di linea. Ma i familiari
di Gilad Shalit vanno oltre, progettano anche di trasferirsi
in una tenda a Gerusalemme per accrescere le pressioni sul governo. Da parte sua il
quotidiano arabo al-Hayat conferma che la settimana scorsa un dirigente
di Hamas, Mussa Abu Marzuk, è discretamente entrato a Gaza proveniente
da Damasco (con il tacito assenso di Israele) per incontrare il
comandante del braccio armato di Hamas, Ahmed Jaabri, che custodisce il
prigioniero israeliano. Questi ha ribadito l'atteggiamento rigido di
Hamas sullo scambio dei prigionieri. "Prima di essere libero - ha
previsto Jaabri, secondo il giornale - Shalit parlerà bene l'arabo". |
|
|
|
|
|
torna su |
|
L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche.
Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili.
Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per
concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross.
Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it
indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
|
|