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L'Unione informa
 
    11 marzo 2009 - 15 Adar 5769  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  Rav Alfonso Arbib Alfonso Arbib,
rabbino capo
di Milano
La parashà di Tetzavè è l'unica parashà della Torà (dopo la comparsa di Moshè) in cui non venga menzionato il nome di Moshè. Questa parashà inoltre capita nella settimana del 7 di adar, giorno della nascita (e della morte) di Moshè Rabbènu. Un grande Maestro contemporaneo, rav Sorotzkin nota che nell'ebraismo non esiste una giornata che commemori la nascita del suo profeta  fondamentale, di quello che in altre religioni sarebbe considerato il fondatore di quella religione. Non solo questo. Moshè, protagonista principale dell'uscita dall'Egitto, non compare nella Haggadà di Pèsach, libro dedicato alla commemorazione di quest'evento. Infine la Torà si conclude con la morte di Moshè e con l'affermazione che il luogo della sepoltura di Moshè è e sarà ignoto. Secondo rav Sorotzkin, tutti questi elementi sono fondamentali per capire il rapporto della tradizione ebraica con Moshè. Da una parte egli è considerato il più grande dei profeti ma allo stesso tempo si vuole evitare in qualsiasi modo che si possa arrivare alla sua divinizzazione. Per questo motivo la sua tomba è ignota, per evitare i possibili pellegrinaggi, il giorno della sua nascita non viene commemorato e addirittura nella parashà che capita in quella settimana non compare il suo nome.
Sono passati 150 anni dalla nascita dello scrittore yiddish Shalom Aleichem. Una troupe televisiva ucraina è venuta a Manhattan per girare un documentario sugli ultimi anni della sua vita, passati nel Bronx. Hanno chiesto alla nipote Bel Kaufman, 98 anni, di descrivere il nonno. Lei lo ha fatto  citando Isaac Bashevis Singer: "Puo' uno scrittore popolare essere un genio e un genio pensare come un uomo qualsiasi? Se tale fenomeno è possibile, Shalom Aleichem è quanto più gli assomiglia".
Maurizio Molinari, giornalista

maurizio molinari  
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  via arenula 53Crisi 2 - Lo sportello antiusura
Da Roma una risposta concreta

Un prestito per avviare un negozio, per il matrimonio di un figlio, per una cura importante, le rate per il divano o l’automobile, carte di credito, revolving o fidelity card, richieste di pagamento di vario  genere che si aggiungono al mutuo per la casa: e si arriva al punto di non essere  in grado di onorare i debiti. Può succedere a tutti e il rischio è cercare aiuto dalla parte sbagliata, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali. “Oggi c’è una  riduzione della liquidità, una riduzione del credito e di fatto questo apre la possibilità a tante, tante persone di rivolgersi al mercato illegale dell’usura” ha detto in un’intervista a Sorgente di Vita, Tano Grasso, il commerciante siciliano da anni impegnato su questo fronte e presidente onorario del FAI, Federazione delle Associazioni Antiracket.
Dal suo impegno sono nate molte iniziative, come gli sportelli antiusura, aperti in molte città italiane. A Roma ce ne sono cinque: l’ultimo, nato nel 2006 nel centro storico, in una sede della Comunità Ebraica di Roma, è gestito dall’ associazione “DROR onlus” nell’ambito di una collaborazione tra il Comune di Roma e la Comunità Ebraica, con la  Deputazione di assistenza  sociale (email: antiusura@romaebraica.it, telefono 06-6876816).
La parola DROR in ebraico vuol dire libertà “nel senso di liberazione dalla schiavitù di un uomo su un altro uomo, come succede nel caso di chi esce dall’ usura, che si emancipa dalla schiavitù dell’usura”, spiega Fabio Calderoni, presidente  dell’associazione. E questo è lo spirito che anima l’attività dello sportello, aperto a tutti i cittadini, ebrei e non ebrei. L’obiettivo del servizio è soprattutto la prevenzione, con intervenenti  sui processi che inducono al ricorso all’usuraio; ma ci sono anche casi di assistenza a persone che sono già finite nelle mani di usurai.
Lo staff è composto da un coordinatore, l’unico retribuito, e una rete di consulenti, tutti volontari: avvocati, bancari, commercialisti, psicologi. Dal 2006 lo sportello ha seguito 100 casi, il 60% dei quali appartiene alla comunità ebraica.
Tra tante storie, due donne hanno accettato di raccontare la loro vicenda a Sorgente di Vita, con la garanzia dell’anonimato. Sono state riprese difficili da organizzare: non in casa, ma in un posto neutro – e abbiamo scelto Villa Pamphili -; al montaggio le figure sono state sfocate e rese irriconoscibili, le voci alterate. Precauzioni richieste dalle intervistate non tanto per la paura di ritorsioni da parte degli usurai o dei creditori, quanto per il disagio, la vergogna di essere riconosciute e additate dai vicini di casa, dai colleghi di lavoro.
La prima intervistata, una ragazza, racconta una storia di indebitamento fuori controllo: “E' successo due anni fa, dopo la morte di mio padre, mi sono ritrovata senza il suo appoggio, in una situazione di fragilità, di inutilità; ho dovuto affrontare delle spese urgenti, ho fatto tantissimi errori, ho contratto dei prestiti pensando che fossero la salvezza in quel momento”. Una spirale senza ritorno, la ragazza  non riusciva a rientrare dai prestiti e continuava a spendere  “per riempire degli spazi vuoti, senza avere un’idea di futuro, di che cosa poteva succedere dopo”. “Mi vergognavo - continua  il racconto - mi sentivo un fallimento, non avevo il coraggio di parlarne con mia madre, con mia sorella: e nel frattempo arrivavano le telefonate delle banche, delle finanziarie”. Una situazione di panico e di disperazione.  Poi una telefonata allo sportello DROR, un appuntamento e l’inizio di un  percorso difficile ma costruttivo. Con il sostegno della psicologa la ragazza ha ritrovato  la lucidità e con l’intervento dei volontari DROR  presso le banche è riuscita ad ottenere un prestito unico, con rate più basse e più adatte alle sue possibilità.  “Mi hanno aiutato a rimettere ordine nelle carte e nella testa”, dice con un certo sollievo la ragazza, ancora provata dalla vicenda, ma consapevole del difficile cammino verso la normalità.
“Lo sportello DROR –  ci tiene a precisare uno dei volontari, l’esperto bancario Stefano Panke -   come tutti gli sportelli antiusura, non fa erogazioni di denaro, ma offre consulenza”.  ”Come psicologa allo sportello – dice un’altra volontaria, Elisabetta Vernoni  - mi occupo dell’accoglienza, dell’ascolto; cerchiamo di aiutare le persone a trovare la forza per affrontare i compiti che noi diamo loro. Noi non ci sostituiamo a loro, ma diamo un  supporto perché raggiungano di un pò di serenità”
Le cause delle crisi possono essere tante: disagi familiari e sociali, difficoltà nella gestione di aziende o di bilanci familiari, fragilità e problemi psicologici. Allo sportello si rivolgono per lo più lavoratori autonomi  e commercianti.
E’ il caso di un‘ altra donna, straniera, che dieci anni fa ha aperto un esercizio commerciale con i risparmi della famiglia: ha chiesto prestiti per allestire il negozio che poi è rimasto chiuso per  un anno, in attesa di permessi e per risolvere i tanti problemi burocratici. La famiglia è rimasta senza entrate. “Le banche- racconta la signora – ci hanno rifiutato i prestiti. Dicevano ‘voi commercianti non siete affidabili, un giorno siete aperti, un altro giorno avete la serranda abbassata”.“Parlando con un’amica – prosegue l’intervistata – mi dice..’ti do una mano io ‘ .. e così ha cominciato a cambiarmi  assegni…con un interesse molto alto, ma io  lì per lì non mi  sono accorta in quale situazione stavo entrando: avevo solo paura che la banca mi protestasse, temevo di perdere un’attività che non avevo finito di pagare”.
A peggiorare la situazione interviene poi un direttore di banca che suggerisce soluzioni illecite, coinvolgendo altre persone. Le richieste dell’”amica” e degli altri creditori sono sempre più pressanti: alla fine la signora trova il coraggio di  denunciare tutti, con l’aiuto di un buon avvocato. E la giustizia comincia il suo corso.
Per uscire dai debiti nel 2007 la signora decide  di rivolgersi al DROR: con una serie di consigli mirati, la domanda al Fondo di solidarietà per le  vittime dell’usura,  piano piano  rimette ordine  nella sua  esistenza “Ci è cambiata la  vita, la mia famiglia ha cominciato ad avere speranza, abbiamo avuto un supporto psicologico per continuare a lottare e avere fiducia che tutto questo finirà”. Il suo coraggio e la sua costanza sono stati premiati: pochi giorni fa gli usurai sono stati  rinviati a giudizio.
Sono due casi emblematici, la punta di un iceberg di un problema preoccupante, presente anche nella comunità ebraica: dopo la puntata di Sorgente di Vita allo sportello DROR sono arrivate molte telefonate di persone che chiedevano aiuto, da tutta Italia.  “Il pericolo peggiore per le persone in una fase come questa - dice Tano Grasso -  è il rinchiudersi nella solitudine, pensare che il proprio problema sia proprio e basta. No, il tuo problema lo devi condividere con gli altri, non ti devi vergognare se  per ragioni economiche devi chiedere aiuto, perché se lo chiedi puoi salvarti da una prospettiva che sarebbe sicuramente più grave, così come avviene quando si va dagli usurai”.


Piera Di Segni
 
 
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  benjamin oskarFrutarom: m&a shopping all’israeliana
 

Mentre il mercato m&a (fusioni e acquisizioni) è praticamente fermo o quasi, in Israele c’è chi fa shopping di aziende nel proprio settore per crescere ancora più rapidamente. La multinazionale israeliana Frutarom (fornitore leader di ingredienti e aromi naturali per i settori alimentari e di prodotti probiotici e dietetici) con sede a Haifa e quotata a Tel Aviv e Londra, continua infatti imperterrita nella sua strategia di espansione globale attraverso diverse operazioni: negli ultimi due anni ha comprato sette aziende del proprio settore tra cui la tedesca Gewurzmuller per 67 milioni di dollari e l’inglese Belmay per 18 milioni di dollari circa.
Il 2009 si è aperto sulla stessa lunghezza d’onda con due acquisizioni in pochi mesi: in Gennaio quella della Oxford Chemicals per 12 milioni di dollari ed è invece di qualche giorno fa, la notizia dell’accordo raggiunto tra le parti, per l’acquisizione dell’azienda botanica statunitense American Flavors con sede in California, ma operante anche nel Centro e Sud America.

frutarom Frutarom ha fatturato nel 2007 circa trecentosettanta milioni di dollari (produzione e filiali in tre continenti, commercializzazione dei prodotti in cinque continenti: 3.500 clienti in oltre 200 paesi) e ha acquisito American Flavours per  17 milioni di dollari, pagandola perciò una volta e mezzo il fatturato 2008 e circa cinque volte il suo Ebit da margine lordo (inteso come risultato della gestione ordinaria caratteristica, esclusi gli ammortamenti, gli interessi passivi netti e le imposte). L’accordo prevede anche un meccanismo di earn-out (formula che prevede che il pagamento del prezzo sia vincolato al verificarsi di determinati risultati economici futuri) che potrebbe portare la valutazione di American Flavors fino a 27 milioni di dollari o scendere fino a  13 milioni di dollari a seconda dei risultati ottenuti dagli americani entro il dicembre
2010. Il presidente di Frutarom, Ori Yehudai, ha affermato che questa acquisizione è un ulteriore passo per la crescita del gruppo e il suo rafforzamento strategico nel mercato Usa e successivamente ha già delineato altri paesi europei in cui espandersi: Spagna, Norvegia e Italia: perciò se volete mangiare israeliano, a volte non è detto che sia sempre consapevolmente una scelta vostra e sotto forma di falafel e hummus…

Benjamin Oskar 
 
 
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Come spesso accade, anche oggi i motivi di riflessione per questo nostro commento alla stampa quotidiana ci vengono soprattutto dal Medio Oriente. Notizie nuove, a dire il vero, non ce ne sono, a parte l’anticipazione – divulgata dal nunzio apostolico in Terrasanta arcivescovo Antonio Franco – che a maggio, durante la preannunciata visita in quest’area calda del mondo, il Papa si recherà alla Spianata delle Moschee (o del Tempio che dir si voglia). Fatto simbolico e significativo, riportato in poche righe da vari quotidiani (l’UnitàIl TempoIl Sole 24 Ore) e analizzato da La Stampa in modo più articolato. Fatto che offre al Giornale l’occasione per imbastire – a cura di Andrea Tornielli – un’intervista allo stesso arcivescovo Franco, indirizzata a sottolineare il carattere spirituale del viaggio del pontefice: ci saranno certo aspetti politici legati alla difficile situazione locale e alle stesse visite ai leaders politici della regione (re di Giordania, presidente israeliano, presidente dell’ANP), ma cuore dell’evento saranno le tre messe previste a Gerusalemme, Betlemme e Nazareth, con la probabile partecipazione di palestinesi cristiani provenienti da Gaza e dai Territori (ciò che in sé è già comunque un fatto politico). Tornielli chiede poi al rappresentante vaticano notizie su altri aspetti legati al percorso del Papa in Israele. Fervono le trattative per modificare in qualche modo la didascalia critica dell’operato di Pio XII esposta a Yad Va Shem. A ogni buon conto, Benedetto XVI in assenza di veri cambiamenti si limiterà a visitare il memoriale della Shoah senza mettere piede nel museo. Scelta chiara, che vuole ribadire il forte dissenso rispetto all’impostazione storiografica lì seguita mantenendo peraltro la centrale condanna della Shoah. Scelta che però rischia di apparire, nel suo radicalismo, come un rifiuto totale della accurata e profonda ricostruzione storica operata dall’Istituto di Gerusalemme, a vantaggio di una pura “memorializzazione” priva di sostrato storico. E ciò mi pare dissennato, sia in considerazione dell’innegabile e riconosciuto prestigio internazionale dello Yad Va Shem, sia davanti al paventato rischio di  pura “sacralizzazione” della memoria: la memoria senza storia non ha basi; di ciò debbono tenere conto anche le visite e i gesti simbolici del Papa.
Usciamo un attimo dal Medio Oriente e rimaniamo in Vaticano. Sulle posizioni e i gesti mediatici di Benedetto XVI si sofferma anche Il Foglio, analizzando una lettera aperta del pontefice ai vescovi sul caso Williamson. Ratzinger ammette errori procedurali nella gestione della vicenda: scarsa conoscenza di internet e della circolazione in rete di informazioni come quella sulle posizione negazioniste del vescovo inglese; scarsa chiarezza nel comunicare il senso e i limiti del “perdono” verso i presuli lefebvriani, gesto rivolto agli individui e non alle istituzioni scissioniste. Ma ribadisce con forza il valore per lui centrale e indifferibile della sua scelta, nel quadro di una tendenza ecumenica di superamento di tutte le divisioni della Chiesa. Anche a prezzo di un sostanziale tradimento degli ideali del Concilio Vaticano II?
Torniamo al Medio Oriente e alle riflessioni ad esso legate. Liberal presenta una pagina interessante dal significativo titolo d’assieme “Gaza anno zero”. La compongono due acute analisi che potremo dire “complementari”: il politologo Daniel Pipes giudica la figura e l’operato di Netanyahu; Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, mette sotto la lente dell’osservatore la situazione attuale di Hamas. Sulla base dei precedenti storico-politici del Likud e dell’evidente egocentrismo manovriero di Netanyahu, Pipes ha probabilmente ragione di prevedere che le promesse pre-elettorali del leader della destra non verranno rispettate. C’è da chiedersi piuttosto quale sia il motivo per cui l’analista si mostri tanto deluso per un prevedibile “tradimento” rispetto a una linea politica di assoluto immobilismo sul piano internazionale. Un Netanyahu manovriero e ambiguo nonostante tutto è forse prevedibile, per il futuro della trattativa, a un Netanyahu incrollabile difensore dello “status quo”. Altrettanto ambigua e assai più insidiosa e infida appare la realtà di Hamas considerata da Margelletti. Nel magma del dopoguerra di Gaza, si sta svolgendo una lotta politica fra i tre vertici del movimento islamista: il “siriano” Khaled Meshal, il vecchio leader “moderato” Ismail Haniyeh, l’oltranzista Mahmoud al-Zahar. Il prestigio di Meshal rischia di essere messo fuori gioco perché lui non era personalmente dentro la Striscia durante “Piombo Fuso” ed è così rimasto fuori dalle questioni di potere e lontano dall’immaginario della gente di Gaza. Haniyeh e al-Zahar paiono tra loro inconciliabili, visto che i primo ha avuto incarichi istituzionali nell’ANP e il secondo è stato il promotore del colpo di Stato a Gaza nel 2007 nonché il preparatore della recente rottura della tregua. Eppure per Margelletti entrambi si stanno per forza di cose spostando dalla linea dell’azione militare a quella politica, in sintonia con i cambiamenti dello scenario mondiale e a partire dalla nuova amministrazione americana. Salsa agrodolce per Israele: sono maggiori i vantaggi o i rischi, con un Hamas meno violento (magari solo in apparenza) e disposto alla trattativa per riemergere a livello internazionale, con un Hamas cioè riabilitato e, chissà, rimesso in gioco dalla diplomazia occidentale?
Certo è che la situazione mediorientale appare in questa fase drammaticamente immobile. Sembra un ossimoro, ma è una realtà vissuta con angoscia da molti. Per esempio dai genitori di Ghilad Shalit, che protestano e testimoniano silenziosi la loro ansia attendati di fronte alla residenza del primo ministro israeliano. Di lì, ci riferisce Anna Momigliano sul Riformista, non si sposteranno fino alla liberazione del loro figlio. Su questa vicenda occorre dunque trattare con Hamas. Però dietro una possibile trattativa c’è la controversa questione dell’apertura dei valichi di Gaza, che giustamente Olmert vuole usare come arma per il rilascio del soldato israeliano ma che altri vogliono comprensibilmente sganciare dalla vicenda individuale per dare un futuro ai colloqui politici. Insomma, il nodo tende a intricarsi e così la soluzione si allontana. Ma come dimenticare il fatto umano in sé? Come non dare rilievo a quello che Israele e prima ancora l’ebraismo tutti giorni ci insegnano: il valore centrale della vita umana e la lotta per salvarla, di fronte al disprezzo per la vita quotidianamente mostrato invece dal mondo arabo?
Proprio sul confronto di valori tra Occidente e Islam ci invita a riflettere Giorgio Israel sul Foglio. La prima conferenza di Durban coi suoi violenti e viscerali sfoghi di antisionismo/antisemitismo non pare aver insegnato nulla, se ci si appresta a celebrare una messinscena simile col “Durban 2” di Ginevra da cui troppo scarsi e tiepidi sono i dissensi (a parte Canada, USA e Italia), se comunque l’amministrazione americana di Obama si mostra così aperta con l’Iran di Ahmadinejad. Tutto giusto, certo. Ma se non vuole condannarsi all’immobilità dello scontro frontale contro il Male che tanto poco ha dato al suo predecessore, il nuovo presidente statunitense dovrà pur fare qualche apertura politica. Diciamo che dovrebbe, forse, mettere dei paletti più rigidi sulle questioni di principio, come l’esistenza di Israele o la innegabilità della Shoah.
Sul confronto di valori e di politiche, infine, ci porta anche a prendere posizione Alessandro Schwed, che sempre sul Foglio rivolge un accorato e sacrosanto appello contro l’assurda esclusione di Israele dai Giochi del Mediterraneo di Pescara. Da leggere e appoggiare in pieno, anche se purtroppo sarà inevitabilmente inefficace.
                                                                                                                                        David Sorani

 
 
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notizieflash    
 
 
nirensteinTibet: on. Fiamma Nirenstein soddisfatta
per la mozione bipartisan

L’onorevole Nirenstein, intervenendo alla maratona oratoria davanti a Montecitorio indetta dall’Intergruppo parlamentare per il Tibet in occasione del cinquantesimo anniversario della rivolta di Lhasa, ha ricordato come la battaglia per il diritto all’autonomia tibetana sia complementare alla lotta per il rispetto dei diritti umani basilari all’interno della Repubblica Popolare Cinese. L’autonomia politica, culturale e religiosa rivendicata dal Dalai Lama, il rappresentante della Comunità tibetana in esilio dal 10 marzo 1959, va infatti di pari passo con la libertà di espressione che tanti dissidenti cinesi desiderano e che li costringe oggi alla clandestinità o alla persecuzione. In Cina, le violazione dei diritti umani sono all’ordine del giorno. La pena di morte è una piaga massa con oltre 5000 esecuzioni nel 2008. Cifre approssimative, giacché il freno alla libertà di stampa posto dalle autorità di Pechino ci impedisce di avere un quadro reale delle  violazioni di diritti umani. Sul Tibet poi il buio è perlopiù totale essendo questa regione quasi completamente inaccessibile alla stampa e ai visitatori stranieri. Da parte della Cina un primo passo per dimostrare una volontà di collaborazione consisterebbe nell’aprire le proprie porte all’istituzione di cui è un membro influente, ovvero le Nazioni Unite, permettendo l’ingresso di una commissione d’inchiesta sugli scontri e le repressioni avvenuti in Tibet lo scorso anno. E’ questa una delle richieste della mozione, di cui sono uno dei firmatari, che è appena stata discussa dalla Camera e che ha ottenuto l’unanimità dei voti. 

Israele, richiamo al Presidente Chavez contro l'antisemitismo
Gerusalemme, 11 mar -

Il quotidiano Haaretz riferisce oggi che lo Stato israeliano sta conducendo una campagna di pressioni diplomatiche sul presidente del Venezuela Hugo Chavez perché intervenga per porre fine a un'ondata di attacchi antisemiti contro la locale comunità ebraica che conta 15 mila persone. Israele non ha relazioni diplomatiche col paese sudamericano poiché il presidente Chavez ha rotto i rapporti due mesi fa in reazione alla offensiva militare israeliana contro Hamas nella striscia di Gaza. Una fonte governativa israeliana ha detto: "In Venezuela c'é stato un significativo scoppio di antisemitismo e abbiamo voluto mandare un messaggio al presidente venezuelano, tramite diversi canali, per chiarirgli la gravità che noi attribuiamo alla situazione. Volevamo fargli sapere che agli occhi di Israele, Chavez è responsabile del benessere della comunità ebraica venezuelana". Tra gli stati a cui Israele si è rivolto vi sono il Brasile, l'Argentina e la Spagna.
 
 
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