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    18 marzo 2009 - 22 Adar 5769  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Alfonso Arbib Alfonso
Arbib,
rabbino capo
di Milano
Lo scorso shabbat è stata letta la parashà di Parà. Si tratta del brano di Torà in cui si parla della purificazione di una persona che sia impura per contatto con un morto. Secondo i nostri Maestri questo passo è il hok per antonomasia. Per hok si intende una mitzvà di cui non conosciamo il senso. Ci sono varie mitzvòt di questo tipo ma questa, secondo i chakhamìm, è la più incomprensibile perché è contraddittoria. La cenere di mucca rossa purifica le persone impure ma rende impuro chi si occupa di questa purificazione. Questa parashà comincia con le parole “Zot chukkàt hattorà” – questo è il hok della Torà, non il hok della parà ma della Torà intera, quasi a voler dire che tutta la Torà ha le stesse caratteristiche della mitzvà della mucca rossa. A quali caratteristiche ci si riferisce? Una delle risposte possibili è che per poter vivere un rapporto intenso e duraturo con la tradizione ebraica bisogna essere anche disposti a vivere le contraddizioni che la vita ebraica ci presenta. 
A Hollywood, Florida, ha aperto i battenti "Ben Gamla", la prima scuola elementare pubblica degli Stati Uniti dove si insegna solo in lingua ebraica e inglese. Il 90 cento degli alunni sono ebrei, il 50 per cento figli di israeliani e, essendo pubblica, è aperta a tutti. Gli alunni apprendono la storia di Anna Frank, Harry Houdini e Albert Einstein assieme a quella di Washington, Jefferson e Lincoln. Il boom di iscrizioni si deve al fatto che è gratis e, in tempo di crisi, così molte famiglie tendono a lasciare le scuole ebraiche private per quella pubblica.   Maurizio
Molinari,
giornalista
Maurizio Molinari  
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  convegnoQui Livorno - Bioetica e tradizione ebraica

 " ......e tu sceglierai la vita...." è il principio della Torà su cui si è basato il convegno "Bioetica e tradizione ebraica" che ha visto a Livorno la partecipazione di numerosi esperti, ebrei e non, che si sono interrogati sul significato della vita alla luce delle potenzialità e delle responsabilità messe in essere dalla ricerca scientifica e dallo sviluppo della medicina.

Circa 150 persone, rinunciando a un pomeriggio di sole ormai primaverile, hanno affollato la sala convegni della Fondazione Livorno Euro Mediterranea, per approfondire un argomento d’attualità complesso e delicato. L’iniziativa è stata promossa dal Dipartimento Educazione e Cultura (Dec) dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e con la collaborazione della Comunità Ebraica e del Comune di Livorno e il patrocinio della Provincia. Il convegno è avvenuto poco dopo il Consiglio dell’Ucei, ospitato, lo stesso giorno, dalla Comunità Ebraica livornese.

Paola Bedarida vicepresidente della Comunità Ebraica di Livorno, cui è spettato il compito di coordinare il convegno, ha introdotto gli interventi dei relatori intervenuti fra cui il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, il presidente della Comunità Ebraica di Livorno Samuel Zarrough, il sindaco di Livorno Alessandro CosimiLaura Bandini, assessore alla cultura e vicepresidente della Provincia di Livorno, che hanno ribadito la necessità di confrontarsi con la realtà, piuttosto che fermarsi a pregiudizi e ideologie. Il presidente Gattegna in particolar modo ha precisato che da questo punto di vista l’ebraismo sembra portare un proprio contributo, offrendo opinioni e spunti di riflessione validi anche per il pensiero laico .

 "Per l'ebraismo la vita non è interrompibile, ha osservato il Rav Yair Didi rabbino capo della Comunità di Livorno, Non ci è permesso toglierla a chi è malato, in modo attivo ma solo in modo passivo".

 Sulla stessa lunghezza d'onda il Rav Roberto Della Rocca, direttore del Dec, che analizzando il verso su cui si è ispirato il convegno “e tu sceglierai la vita…”, ha osservato come questo verso possa essere interpretato sia come un consiglio che come un ordine, “dobbiamo scegliere la vita non perché essa abbia un valore intrinseco, un valore proprio, ha spiegato il Rav Della Rocca, ma perché la Torà ha indicato che questa vita è buona e che ognuno deve aderire alla propria vita. In altri termini la vita è qualcosa che si impone dall'esterno di cui non si è completamente padroni; non la si domanda, non la si cerca, e malgrado tutto non si è liberi di disfarsene. In questo caso, come insegna il Pirqè Avot, tutto ciò che facciamo è nostro malgrado. Paradossalmente la parola chiave sarebbe "baal korchachà", tuo malgrado. La vita, la morte ci vengono imposte e  nostro malgrado dovremmo anche renderne conto”.

Di carattere più tecnico gli interventi dei due medici Gianfranco Di Segni e Maurizio Fornari che hanno approfondito il tema della bioetica dell'inizio e del termine della vita umana alla luce della normativa ebraica.

"Prima della nascita, i diritti del frutto del concepimento aumentano gradualmente. Secondo le fonti talmudiche l'embrione prima del 40esimo giorno dal concepimento non è ritenuto che "mera acqua"" ha rilevato il Rav Gianfranco Di Segni biologo ricercatore al CNR di Roma e docente presso il Collegio Rabbinico Italiano, spiegando poi che non
 tutte le opinioni attribuiscono a questa affermazione un valore legale assoluto, ma che essa è considerata una motivazione per facilitare (quando ne sussistano le condizioni) la sperimentazione sugli embrioni e la ricerca sulle cellule staminali embrionali come anche per autorizzare l'interruzione della gravidanza quando questa metta in pericolo la salute della madre.

"Uno dei problemi principali per cui è fondamentale arrivare a una chiara determinazione della fine della vita, ha osservato poi Maurizio Fornari medico cardiologo, primario ospedaliero presso l'Ospedale Israelitico di Roma e dottore in studi ebraici, è quello del trapianto degli organi. Stabilire che il decesso sia avvenuto è infatti un prerequisito per poter effettuare l'espianto degli organi da destinare per il trapianto ai pazienti
compatibili".

Ripercorrendo le varie fasi attraverso cui il rabbinato centrale d'Israele concluse che l'assenza della respirazione prima ancora che l'arresto cardiaco può essere considerata come un segno dell'avvenuto decesso, Fornari ha spiegato che nel maggio del 2000 l'Assemblea dei rabbini d'Italia ha deliberato a maggioranza (ma non all'unanimità) di seguire l'orientamento del rabbinato centrale di Israele e di considerare quindi la morte cerebrale come elemento sufficiente per la determinazione legale della morte.

Francesco Busnelli, professore di diritto civile presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nonché membro dell’European Group of Ethics, ha esaminato i problemi giuridici connessi a capacità giuridica e capacità di agire, soffermandosi sulla necessità di una maggiore articolazione delle leggi in materia di bioetica esaminando i percorsi giuridicamente possibili in Italia, in Europa e nel Nord America. Il professor Busnelli ha anche espresso la sua preoccupazione del rischio di strumentalizzazione da parte della stampa riguardo a casi clamorosi avvenuti nel recente passato.

Ilana Bahbout
 
 
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  ugo volliAntisemitismo e islamofobia,
la differenza
fra ostilità e paura

L’articolo di Ian Buruma, pubblicato qualche giorno fa sul Corriere e già segnalato da Anna Foa, è interessante per un’altra ragione, al di là della discussione sui limiti della libertà di opinione. Questo punto infatti a me sembra abbastanza chiaro sia in sede teorica che linguistica. Quel che è assicurato dalla tradizione occidentale, a partire da Locke e Spinoza ed è recepito nelle legislazioni liberali, è la libertà di “pensiero”; tutti peraltro, senza eccezioni  hanno diritto ad avere “parola”. Su tutti i temi in un paese libero si può liberamente opinare. L’”espressione” del pensiero è invece sempre soggetta invece a limiti, come il divieto della diffamazione, di calunnia, di vilipendio ecc. La differenza fra libertà di “pensiero” o di “opinione” e di “espressione”  o “parola” è una questione di parole, ma anche di sostanza. Io posso pensare che un certo movimento politico sia sostanzialmente nazista o che una persona rubi ma  per non incorrere in reati devo esprimere questo pensiero in maniera adeguatamente pacata e motivata; in particolare non posso incitare a reati contro il movimento o la persona; d’altro canto la satira e la polemica politica godono nei regimi liberali di una protezione superiore alla media, che sono libertà ulteriori. Il concetto di espressione comprende infatti sia le parole sia il loro contesto d’uso, inclusi i generi discorsivi. Parlando di cose che ci riguardano da vicino, nessuno, credo, ha mai preteso davvero che fosse proibito discutere in termini storici il modo in cui è avvenuta la Shoà e neppure la sua realtà. Per paradosso, se qualcuno sostenesse in un libro che Hitler non è mai salito al potere e che Auschwitz è una spiaggia siciliana, la sua sarebbe una posizione assurda e insostenibile, da ignorante, ma non da criminale. Non si dovrebbe farlo insegnare in una scuola, ma sarebbe sciocco processarlo per questo. Qualche anno fa Sellerio ha pubblicato un libro, intitolato “Napoleone non è mai esistito”, un divertissement antinegazionista che sottolinea che in ambito storico è possibile sostenere anche delle assurdità. La ricerca procede avanzando ipotesi nuove e magari “strane” e accettandole o rifiutandole fino a raggiungere un consenso su un corpus scientifico condiviso. Naturalmente è interesse della società che le assurdità non siano insegnate nei luoghi istituzionali del sapere e che non siano usate in maniera criminale, per esempio non vengano finalizzate alla  propaganda politica antisemita, cioè a suscitare l’odio contro il popolo ebraico..
Ma il punto interessante da discutere secondo me non è questo, che in pratica è sempre abbastanza facile da decidere. Il problema vero riguardo all’articolo di Buruma è la sua ostentata parificazione fra la posizione del vescovo Williamson e quella del deputato olandese Geert Wilders, autore come noto di un film (“Fitna”) che intende far notare la somiglianza fra il Corano e  certe posizioni inaccettabili di apologia della violenza, in particolare il nazismo. Che fra islamismo e nazismo vi siano relazioni non è certo di una tesi storicamente campata in aria: da poco tempo, per esempio, è uscito un libro in Italia (David Dalin e John Rothmann “La mezzaluna e la svastica”, Landau Edizioni) che documenta il fitto intreccio di complicità fra movimento nazionalista arabo e nazismo durante la seconda guerra mondiale. Ma la discussione pubblica di questo tema è ciò che Buruma accosta al negazionismo.
Più che porsi il problema del confronto personale che Buruma fa fra Williamson e Wilders (il che sarebbe certamente interessante soprattutto se lo estendessimo alle polemiche che lo stesso Buruma ha sostenuto contro Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese di origine somala minacciata di morte dagli islamisti per “apostasia” e contro Theo Van Gogh, cineasta sempre olandese amico di Wilders e di Hirsi Ali, ucciso dagli stessi islamisti olandesi per le sue posizioni politiche) ci interessa qui confrontare due parole la cui equivalenza è implicata dal confronto di Buruma: “antisemitismo” e  “islamofobia”.
Posto che l’antisemitismo (e anche quel suo antenato prossimo, l’antigiudaismo cristiano) sono forme particolarmente odiose di razzismo, essere “islamofobi” è la stessa cosa che essere antisemiti, come cercano di far pensare intellettuali islamici alla Ramadan, gli stati arabi, la risoluzione 62/154 dell’Onu e anche la conferenza Durban 2? Io non credo. Ognuna di queste parole è composta da due parti, una che indica un’azione o una passione (“anti”, “fobia”) e una che indica un’entità collettiva (“semiti” o “giudei” e “islam”). C’è però una differenza fondamentale fra i due termini, sia nella prima che nella seconda parte. Essere contro (“anti”) qualcuno è assai diverso da averne paura (“fobia”). Opporsi a un movimento ideologico, teologico-politico come l’Islam (o il comunismo, il fascismo, o il politeismo, o Scientology) è molto diverso rispetto a essere ostile a un popolo, cioè a un complesso di individui indissolubilmente uniti da un legame prevalentemente etnico. E’ abbastanza ovvio che qualcuno possa odiare il comunismo o il fascismo; dal mio punto di vista probabilmente fa bene. Se odia gli scozzesi (o gli ebrei, o ovviamente gli egiziani) il suo atteggiamento è almeno sospetto di essere in qualche senso patologico, razzista. Avere paura dell’Islam (o piuttosto degli islamisti, la parola “islamofobia” non fa differenza) è dunque cosa assai diversa dall’odiare gli ebrei. Bisogna aggiungere che nelle intenzioni esplicite e documentate di chi ha coniato la parola “islamofobia”, come scrivono Christopher Hitchens sul Corriere di martedì 10 marzo e Klaus Faber sul Jerusalem Post del giorno successivo, questa deve servire a qualificare negativamente e possibilmente a proibire la critica dei principi e delle formulazioni del Corano, cioè a rendere immune da ogni discussione l’ideologia islamistica: dire che non è giusto tagliare le mani ai ladri, o proibire alle donne di guidare come è fatto in Arabia Saudita in nome dei principi islamici, per esempio, sarebbe qualificato di islamofobia, mentre è evidente che nessun ebreo penserebbe che sia antisemita dire che sono irragionevoli le regole alimentari della tradizione ebraica. Questa pretesa di infallibilità, che può diventare molto concreta, come nel caso della condanna a morte dello scrittore Salman Rushdie, reo di aver presentato in maniera ironica il Profeta, è peraltro un’ottima ragione per aver timore degli islamisti. Vi sono certamente molte altre ragioni ancor più solide, che non è possibile richiamare qui nei dettagli: per esempio l’aggressività militare, la rivendicazione del possesso di tutte le terre che sono mai stato in mano di stati islamici, l’oppressione delle donne e last but not least, un’estesa pratica terrorista, abbondantemente appoggiata da intellettuali e popolo dei paesi islamici. Dunque essere moderatamente islamofobici è non solo lecito ma anche ragionevole - certamente facendo le debite eccezioni, non immaginando che le persone siano tutte uguali e che ogni islamico sia un terrorista.
Se i due termini descrivono realtà assai diverse, e sono diversi anche i personaggi (un prete che vuol restaurare l’antica pretesa della Chiesa al monopolio della verità e un deputato che vuole aprire un dibattito sul futuro dell’Europa, al di là dei luoghi comuni del “multiculturalismo”) anche l’atteggiamento da tenere nei confronti dei loro discorsi è diverso. Williamson rifiuta di vedere la persecuzione antiebraica o la minimizza, perché vuole che gli ebrei siano considerati colpevoli di “deicidio”; non porta prove, anzi aspetta che altri, se ne sono capaci, lo convincano che la Shoà c’è stata. La mossa di Wilders al contrario consiste nel portare prove, chiedere una discussione nell’ambito di un discorso non teologico ma politico. In sostanza avverte la comunità di cui fa parte di quel che gli sembra un pericolo concreto ed attuale. Chiedere che la Chiesa sanzioni il discorso di Williamson significa metterla di fronte alle sue responsabilità (e infatti la reazione non è mancata). Impedire a Wilders di parlare, come ha fatto il governo inglese, vuol dire escludere dalla sfera pubblica un problema che si prospetta nel futuro prossimo, quello dell’intolleranza islamista al libero scambio delle opinioni e della critica. Non vi è affatto simmetria nel concedere o negare libertà di parola ai due discorsi.

Ugo Volli, semiologo
 
 
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Ancora e sempre il Medio Oriente in primo piano sulle pagine dei quotidiani, direttamente o indirettamente. Cominciamo dagli influssi indiretti. La svolta che si profila in vista della Conferenza Onu sul razzismo in programma a Ginevra dal 20 al 24 aprile (la cosiddetta Durban II) trova qualche spazio nelle rassegne dall’estero (Il Corriere della seraIl MessaggeroIl TempoIl Sole 24 Ore). La stampa italiana pare cogliere il soprassalto di personalità e di dignità politica che l’Unione Europea è riuscita ad esprimere condizionando la sua partecipazione alla cancellazione delle espressioni anti-israeliane o apertamente antisemite presenti nel documento preparatorio della riunione. In particolare, va sottolineata la diversa impostazione con cui Luigi Compagna sul Tempo e Maurizio Caprara sul Corriere trattano la notizia. Mentre il quotidiano romano – in linea col proprio orientamento politico e a conferma di un certo provincialismo giornalistico nostrano – esalta fin dal titolo il ruolo positivo giocato in tutta la vicenda dal governo italiano (e nella fattispecie dal ministro Frattini, presentato come il vero pilota di questo percorso europeo), il giornale milanese appare più equilibrato e guardingo, evocando realisticamente il rischio, a questo punto,  di opposizioni dei paesi arabi oltranzisti alla versione neutra del documento ora in agenda. Una versione, tra l’altro, dalla quale non si capisce bene (o si capisce fin troppo bene) perché è sparito ogni riferimento alla discriminazione antireligiosa, alle forme di larvato schiavismo presenti in Africa, alle persecuzioni omofobe. Se si “salva” Israele, allora si “salva” ogni altro paese e ogni altra situazione compresa in quel testo: questa pare essere la nuova logica. Il criterio generale diviene un’asettica enunciazione di massimi sistemi. D’accordo, ma in fondo perché? Israele non aveva bisogno di essere “salvato” da niente, perché ogni accusa addebitatale nel documento era una totale calunnia. Detto questo e cancellata ogni indebita espressione anti-israeliana, perché tacere sulle altre autentiche responsabilità di altri? Prezzi della diplomazia che rischiano di togliere ulteriormente credibilità all’intera conferenza.
E veniamo al Medio Oriente propriamente detto. La triste, umana vicenda di Ghilad Shalit, lo stillicidio quotidiano della sua prigionia, le sinora inutili trattative del governo israeliano con Hamas per la sua liberazione trovano spazio rilevante sul Tempo e sull’ Unità, spingono a una forte presa di posizione l’anonimo corsivista del Foglio, diventano scarne notizie sulla Stampa e su Repubblica. Fatti nuovi in effetti non ce ne sono. Gli incontri con Hamas in vista di uno scambio tra oltre mille prigionieri palestinesi e il caporale israeliano sono finora falliti, per l’inaffidabilità dell’organizzazione islamista che alza il tiro pretendendo la liberazione di un numero sempre più alto di condannati all’ergastolo (terroristi pluriomicidi), o forse anche per l’indecisione di Olmert che non può far uscire tranquillamente dal carcere persone che si tufferebbero subito in una rinnovata feroce jihad a suon di attentati. Rinnovata è la determinazione incrollabile dei genitori di battersi senza remore per riavere il loro ragazzo: è di ieri una lettera toccante del padre Noam al primo ministro, è di ieri l’incontro di padre e madre col premier. I giornali, come è naturale, insistono molto su questi aspetti umani. Anche qui, però, va notata la differenza tra i toni più accorati del Tempo (Giorgio Raccah) e quelli più taglienti dell’ Unità (Umberto De Giovannangeli), che accanto alla descrizione del caso personale di Shalit (il “toccante incontro” dei genitori con Olmert) riporta da “fonti informate” (?) il proposito israeliano di inasprire il trattamento dei detenuti palestinesi per renderlo analogo a quello a cui è sottoposto il soldato israeliano. Sarà. Ma c’è da dubitarne. Appare poco convincente che la strutturata democrazia israeliana si pieghi a mutare un suo regolamento generale ispirato a principi istituzionali di garanzia per ritorsione su un caso singolo, per quanto drammatico e autentico. Sembra piuttosto il solito ritratto (ahimé  “da sinistra”) di una Israele inflessibile e impietosa, pronta alla ritorsione e alla vendetta. Mentre le terribili condizioni in cui giace il prigioniero Shalit – abbandonato in fondo a un pozzo di Gaza – sono atrocemente vere, e in risposta a queste giustamente il commentatore del Foglio si indigna per l’assordante silenzio delle Ong mondiali (da Amnesty International a Human Rights Watch, da Oxfam all’israeliana B’Tselem) sul “caso Shalit”.
Notizie interessanti e contrastanti ci arrivano anche dall’Iran, o intorno all’Iran. Europa (con la sigla R.P.) riassume e analizza un reportage da Teheran di Roger Cohen, inviato ebreo del “New York Time”. Stando a quanto riferisce, 25.000 ebrei vivono in Iran in modo tranquillo, senza subire persecuzioni o ritorsioni, nell’insieme rispettati e ben considerati. Lo stesso regime degli ayatollah sarebbe certo autoritario ma non davvero totalitario, propenso all’atomica solo per salvaguardarsi comprensibilmente dallo strapotere americano in Iraq e Afghanistan e dalla forza militare israeliana. Netta, e di per sé già significativa, è stata la smentita della grossa comunità di ebrei persiani rifugiati in America, particolarmente numerosa a Los Angeles. Forse l’articolo di Cohen sul NYT ha contribuito a sdrammatizzare la visione oggi prevalente dell’intero Iran. Forse violentemente anti-israeliano e negazionista è solo il vertice del potere (Ahmadinejad in testa) e gli effetti interni antiebraici di questo orientamento non sono così diretti. Forse si tratta di un atteggiamento più politico che religioso. Ma la tendenza-guida dell’Iran continua ad apparire oscurantista e anche per gli ebrei iraniani gli orizzonti, nei tempi lunghi, non possono dirsi sereni.
Ancora sull’Iran e una possibile guerra Israele-Iran. Un’anonima nota strategica del Messaggero rivela che Israele potrebbe affrontare un eventuale (e tutt’altro che improbabile) conflitto con la potenza regionale servendosi di missili Gerico a lunga gittata, capaci di colpire con una notevole precisione gli obiettivi nucleari, mentre anche Teheran sarebbe in grado di recare danni notevoli con le sue testate, per ora solo convenzionali. Più che una improbabile metamorfosi iraniana, sembra dunque in preparazione uno scontro militare, almeno stando alle fonti militari e geopolitiche. Pericolosa è dunque la tendenza di molte industrie anche italiane a collaborare con Teheran anche in settori apparentemente lontani dagli armamenti atomici; una comprensibile ma rischiosa politica aziendale denunciata dal Foglio.
Sul piano dell’analisi complessiva il panorama giornalistico di oggi non ci riserva grandi approfondimenti. Da leggere, comunque, l’intervento di Carlo Jean sul Messaggero, che pone sotto osservazione le difficili strette vie dell’alleanza Netanyahu (premier) – Lieberman (ministro degli Esteri) in procinto di assumere il governo in Israele: trattare con i paesi arabi e continuare ad appoggiarsi agli Stati Uniti di Obama sarà obbligatorio ma sempre più improbo partendo dalle posizioni politiche chiuse dei due leader si destra.
Da leggere anche la lunga intervista a tutto campo di Repubblica a Bashir al Assad. Il presidente siriano è o vuole apparire trasformato: aperto verso i nuovi Usa, disposto alla pace e alla trattativa con tutti, mediatore con Teheran, in trattative con Hamas e Hezbollah, esaltatore del nuovo ruolo politico della Turchia. Insomma, un leader forte preoccupato della stabilità in funzione di una pace duratura in tutta l’area mediorientale. E intento persino – in modo poco credibile, per la verità – a trasformare in democrazia l’autocrazia siriana. Immagine autentica o ritratto propagandistico “ad usum delphini”?

David Sorani 

 
 
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notizieflash    
 
 
Israele esclusa dai Giochi del Mediterraneo,                                    
Franco Frattini: “ne prendiamo atto con rammarico”              
Roma, 17 mar -
Israele e palestinesi esclusi dai giochi del Mediterraneo. "Non è una decisione del governo né del parlamento, ma una decisione delle autorità sportive che godono di una loro autonomia" – ha spiegato, interrogato sul caso, il ministro degli Esteri Franco Frattini, nel corso della trasmissione Radio City in onda su Radiouno. “La mia opinione” - ha aggiunto il titolare della Farnesina -  “è che sia assurdo tenere fuori gli israeliani e i palestinesi dai Giochi del Mediterraneo, anche perché il compito dello sport è quello di unire e non dividere” . "Israeliani e palestinesi non hanno mai partecipato perché il comitato organizzatore (Cijm) si è dato delle regole autonome non modificabili dai governi" e ancora, ha precisato Frattini, - "per ammettere un nuovo Stato con i suoi atleti ci vuole una maggioranza qualificata che a causa di veti incrociati finora non è mai stata raggiunta”. Perciò l'Italia “auspica che il board che deve decidere possa trovare l'accordo", altrimenti sarà "una responsabilità dei soli membri del comitato" e il governo italiano potrà unicamente prenderne atto "con rammarico".


Israele – Hamas: A rischio la trattativa per il rilascio di Shalit
e Hamas minaccia nuovi rapimenti
Tel Aviv, 18 mar -
Battuta di arresto nelle trattative tra Israele e Hamas per lo scambio di prigionieri che avrebbe dovuto portare alla liberazione di Gilad Shalit. Gli integralisti palestinesi tornano a minacciare nuovi rapimenti di soldati israeliani. Il parlamentare di Hamas Mushir al-Masri a tal proposito ha dichiarato: “La cattura di soldati è l'unico modo per liberare i prigionieri palestinesi, specialmente quelli condannati a lunghe pene detentive" e ha aggiunto: “il nostro obiettivo è liberare tutti i palestinesi detenuti in Israele, specialmente quelli condannati a lunghe pene detentive ” - e avverte - “se Israele si dilungherà oltre nelle trattative per uno scambio di prigionieri Hamas potrebbe chiudere la pratica e Shalit non tornerà a vedere la luce del sole". Osama al-Muzaini, un altro dirigente di Hamas, ha spiegato che in cambio di Shalit Israele dovrà rilasciare, in due scaglioni, mille detenuti palestinesi: prima 450, poi 550. Al-Muzaini ha ribadito che Hamas non può in alcun caso accettare la richiesta israeliana che una parte di essi siano poi espulsi all'estero, oppure confinati a Gaza (se originari della Cisgiordania). "I palestinesi - ha affermato Hamas, in un comunicato giunto alla agenzia di stampa Maan - preferiscono morire nella loro terra piuttosto che vivere altrove"

 
 
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