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L'Unione informa
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25 marzo 2009 - 29 Adar 5769 |
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alef/tav |
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Alfonso
Arbib,
rabbino capo
di Milano |
La
parashà di Vayakhèl che è immediatamente successiva e quella del
vitello d’oro comincia con la riunione del popolo da parte di Moshè e
con la mitzvà dello shabbat. Anche nella parashà del vitello d’oro
abbiamo visto un popolo unito nel portare le offerte d’oro per la
costruzione del vitello. Secondo Shmuel Bornstein di Sochachev la
prospettiva di riunire il popolo è ciò che induce Aharòn a collaborare
per la costruzione del vitello. Spera di riunire il popolo, seppure
intorno a un obiettivo sbagliato, e successivamente di purificarne le
intenzioni (il fuoco in cui viene gettato l’oro rappresenterebbe
simbolicamente questo tentativo di purificazione). Ma il tentativo non
riesce e viene fuori il vitello. Anche Moshè, all’inizio della parashà
di Vayakhèl, si propone l’obiettivo di riunire il popolo. Ma lo fa
attraverso lo shabbat che è un elemento catalizzatore che non ha
bisogno di ulteriori purificazioni. |
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La 13°
Avenue a Brooklyn è il cuore commerciale del moderno shtetl di Boro
Park. E' uno dei pochi luoghi dove i hassidim dei diversi gruppi si
mischiano fra loro, per acquistare libri o mangiare alle tavole calde.
Una di queste, molto gettonata per lo schwarma, alcuni giorni fa ha
servito hot dog non kosher. Erano identici in tutto a quelli kosher
tranne il fatto di essere un po' più lunghi. L'errore nell'acquisto era
stato fatto da un inserviente asiatico, ma né il mashgiach né il
titolare del negozio né decine di avventori se ne erano
accorti. Poi è entrato un hassid molto anziano, che mangia in quel
posto da qualche anno solo perché gli hot dog in vendita entrano
perfettamente in un tipo di pane particolare. Si è accorto subito della
differenza. Ed è scoppiato il putiferio. Il proprietario ha evitato a
stento di essere travolto. Si è parlato di scomunica per la tavola
calda. Al momento il locale è chiuso a tempo indeterminato. L'unico
punto di incontro fra avventori infuriati e titolare danneggiato è
stato nel rendere omaggio alla memoria visiva dell'anziano
hassid. |
Maurizio
Molinari,
giornalista |
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davar |
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Pagine
d'Israele 1 – Haaretz
Il mostro sacro con il debole della provocazione
Sul più noto, il più antico, il più controverso e secondo molti
nonostante tutto il più autorevole quotidiano israeliano si è detto di
tutto. Ma la definizione di Haaretz che probabilmente è destinata a
passare alla storia l'ha coniata il padre del Likud Menahem Begin.
Interrogato su quale sia la linea politica del giornale di riferimento
della classe dirigente, l'allora primo ministro liquidò la questione
con poche parole: “L’ultimo governo appoggiato da Haaretz è stato il
Mandato britannico sulla Palestina”.
Primo quotidiano a essere pubblicato in Israele, Haaretz è
generalmente, ma non da tutti, riconosciuto per la sua indipendenza e
per il suo prestigio, e annovera fra i suoi lettori molta parte degli
intellettuali israeliani e l'élite economica e politica. Il giornale è
molto letto anche all’estero, soprattutto nella sua edizione in lingua
inglese realizzata in collaborazione con il gruppo New York Times e
distribuita assieme all'International Herald Tribune, nella versione
settimanale dedicata agli abbonati in tutto il mondo e grazie al suo
noto sito Internet.
Nonostante la tiratura sia ampiamente inferiore ai due maggiori
concorrenti, Yedihot Aharonot e Ma’ariv, il quotidiano esercita
un’indiscussa influenza sull’opinione pubblica e i suoi editoriali
vengono letti con attenzione dalle classi dirigenti, dai politici e
dagli ambienti più colti.
D’altra parte è innegabile che Haartez sia un giornale di nicchia, è sì
una voce forte nel panorama informativo israeliano, ma non rappresenta
l'orientamento dell'opinione pubblica, rema controcorrente e lo
dimostrano i risultati delle ultime elezioni, non certo favorevoli allo
schieramento progressista.
Già dal nome, “Il Paese” (nel senso di Terra di Israele), si comprende
l’inscindibile e complesso legame che intercorre fra la storia dello
Stato ebraico e quella del quotidiano, sin dalla sua origine, nel 1919,
Haaretz criticò il conservatorismo dei partiti e dei maggiori esponenti
politici, costituendo, peraltro, un’autorevole voce per la risoluzione
pacifica della questione mediorientale.
Christoph Schult, giornalista del celebre settimanale tedesco Der
Spiegel, racconta lo stupore di scoprire all’ingresso del quartier
generale del quotidiano israeliano, un’istallazione raffigurante la
carcassa di un animale riprodotto con elementi rossi per i muscoli e
gialli per l’interno. Mentre il giornalista contemplava la scultura,
gli si è avvicinato l’usciere spiegando: “è come la terra di d’Israele,
bella fuori, martoriata dentro”.
Durante i suoi novant’anni di vita, Haaretz ha cercato di portare in
superficie le ferite d’Israele, di mettere in risalto le difficoltà e
le contraddizioni del proprio Paese, a volte in modo talmente radicale
da essere considerato sovversivo e sleale dalla maggioranza
dell’opinione pubblica. Per fare un esempio recente, basti pensare alla
posizione presa di alcuni giornalisti che hanno accusato il governo
israeliano di perpetrare ai danni della popolazione palestinese una
segregazione simile a quella che caratterizzò il Sud Africa.
Nonostante l’impopolarità per alcune prese di posizione, il giornale
non ha mai cambiato la sua linea, improntata sui principi di un'estrema
libertà d'espressione e di attenzione nei confronti dei diritti civili.
Uno spirito critico, talvolta anche ipercritico, ereditato dai padri
fondatori, un gruppo di sionisti di origine russa. Ma è con l’arrivo
della famiglia Schocken, alla fine degli anni Trenta, durante il
Mandato britannico in Palestina, che prende avvio un’era nuova. Il
giornale acquista un riconoscimento internazionale per il valore e
l’autorevolezza dei suoi collaboratori, dei suoi articoli e reportage.
L’importanza della famiglia Schocken non deriva solo dalla creazione di
un impero editoriale conosciuto in tutto il mondo: Salman, capostipite
della famiglia, è stato uno dei maggiori promotori della cultura
ebraica, in particolare negli Stati Uniti. Divoratore di libri sin da
ragazzino, Salman ha una sorta di rivelazione leggendo La civiltà del Rinascimento in
Italia di Burckhardt e decide di dare origine ad un
“Rinascimento Ebraico”, diventare una sorta di Lorenzo De Medici della
cultura ebraica.
Primo passo verso la realizzazione del progetto è la
creazione della catena di librerie Schocken in Germania, ma l’avvento
del nazismo sconvolge i piani del giovane Salman, che decide di
spostarsi nel 1934 in Palestina, portando con sé la famiglia e una
collezione di 30 mila volumi di inestimabile valore, fra cui un
documento sulla Teoria della Relatività scritto a mano dallo stesso
Einstein.
Haaretz nel frattempo inizia ad affermarsi nei circoli benestanti ed
intellettuali del Paese, contando sulla collaborazione di illustri
personaggi come Ze’ev Jabotinsky, padre del Revisionismo sionista, e
Ahad Ha'am (Asher Hirsch Ginsberg), promotore dell’idea della creazione
di uno Stato ebraico come centro culturale per l’ebraismo mondiale; un
Paese basato sull’uguaglianza di tutti i suoi cittadini.
Il giornale si rivela un ottimo veicolo per la diffusione delle idee
umaniste di Schocken che lo acquista nel 1937, ponendovi come
redattore il figlio, Gershom. La realtà è però ben diversa
dalle visioni utopistiche di Schocken, che deve confrontarsi con il
pragmatismo del sionismo nazionalista. Per trovare nuovo slancio,
Salman decide di trasferirsi in America, rinunciando a parte dei suoi
ideali giovanili. Uomo altero e testardo, il mecenate tedesco continua
nella sua battaglia personale per la diffusione dei grandi classici
della letteratura, avendo il merito di pubblicare per la prima volta
negli Stati Uniti gli scritti di Kafka e di finanziare il futuro premio
nobel Samuel Yosef Agnon. D’altra parte cassa senza tanti complimenti
il lavoro di Eliot, entrando in conflitto con una sua
collaboratrice, Hannah Arendt che lo definisce un dittatore
“insopportabilmente inetto”.
Come il padre, Gershom Schocken, diventato a soli ventiquattro anni
direttore del giornale, dimostra ben presto una spiccata capacità
imprenditoriale ma, a differenza del genitore, non è condizionato da
una visione idealistica della realtà ed è meno radicato al passato. Nei
cinquant’anni in cui ha tenuto le redini del giornale, Gershom si è
distino per le sue battaglie per la liberalizzazione dell’economia
israeliana, contro la censura e per la creazione di una
Costituzione per il Paese. (In effetti con l'Indipendenza di Israele,
nel 1948, sono state stabilite una serie di leggi fondamentali, ma non
una Costituzione). Un uomo di grande dedizione, professionalità e
cultura, così lo ha descritto Amos Elon, uno dei principali cronisti
nella storia di Israele e autore del libro Israeliani, padri fondatori e
figli, dopo la scomparsa dell’editore nel 1990.
Sotto la direzione di Gershom Schocken, lo stesso Elon è diventato un
giornalista di fama internazionale grazie alla sua abilità nel
dipingere la realtà israeliana: grande successo hanno avuto i suoi
articoli sulla realtà dei kibbutzim, sulla vita degli immigrati e sulla
“seconda Israele”, riferimento ai settori più emarginati della società
israeliana. Considerato uno dei più grandi giornalisti di Israele, Elon
è ora lontano dalla redazione, avendo deciso di vivere gli anni della
pensione in un pacifico paesino della Toscana. Intervistato da Ari
Shavit, giornalista di Haaretz , Elon racconta di aver lasciato il
giornale e Israele per una sorta di frustrazione. Negli ultimi
quarant’anni, secondo lui, non vi sono stati cambiamenti significativi.
I problemi si ripetono, le soluzioni si fanno attendere. Così il
giornalista comincia a sentirsi ripetitivo, ad annoiare persino se
stesso, non vi è più dialogo o quantomeno non è fatto in modo
produttivo. La soluzione di Elon è stata quella di lasciarsi tutto alle
spalle.
Qualche buona parola Elon la spende per il suo vecchio giornale, a suo
dire uno dei pochi quotidiani nel panorama internazionale a non essere
stato risucchiato nell’industria dell’intrattenimento con i suoi titoli
sensazionalisti e gli articoli incentrati sulla cronaca nera e il
gossip. Elon si complimenta in particolare con Hanoch Marmari
(direttore fino al 2004) per aver reso Haartez più interessante e
cosmopolita.
Altro giornalista e saggista che ha reso Haaretz la voce più autorevole
del Paese, è Ze’ev Schiff, definito in un articolo apparso dopo la sua
scomparsa nel 2007, come la quintessenza del corrispondente militare
israeliano. Le sua analisi obbiettive e acute venivano lette e prese in
grande considerazione dai più alti livelli dell'esercito israeliano.
“Era un’istituzione in quanto tale, è stato uno dei fondatori del
pensiero strategico in Israele” così lo definisce Zvi Stauber,
direttore dell’Institute for National Security Studies.
Corrispondente militare in Vietnam, Unione Sovietica, Cipro ed Etiopia,
“Wolfy” (traduzione inglese del suo nome) era difficile da ricondurre
ad un determinato schieramento politico. Dopo la guerra del Libano del
2006 criticò aspramente la dirigenza politica e militare, accusandola
di incompetenza, di prendere decisioni affrettate e di aver permesso
che la lotta al terrorismo finisse per screditare un esercito che prima
eccelleva per competenza e preparazione
Queste e molte altre importanti figure del giornalismo israeliano hanno
permesso a Haaretz di ottenere un livello qualitativo d’eccellenza,
caratterizzato da uno stile diretto e tagliente simile al britannico
Times, al tedesco Der Spiegel o all’americano New York Times, giornali
che da sempre costituiscono un esempio internazionale di
professionalità e indipendenza..
Influenzata dall’umanesimo paterno, l’idea di Gershom Schocken era
creare un giornale in grado di garantire al proprio lettore tutte le
informazioni necessarie, in modo da farne un membro attivo di una
moderna democrazia come il giovane Stato di Israele. Il
giornale non deve limitarsi a dare notizie, deve permettere alle
persone di confrontarsi consapevolmente con la realtà. Prende così
corpo un giornale che analizza i problemi da posizioni diverse, spesso
scomode, in modo da dare al lettore una visione che vorrebbe essere
ricca e ampia.
Ma come può un giornale avere successo se non riflette nemmeno
l’opinione di gran parte dei suoi lettori e abbonati? Vi è un limite da
porre all’informazione per evitare di offendere la sensibilità comune?
Nell’ultimo periodo hanno creato particolare scalpore e malessere fra i
lettori , gli articoli di Gideon Ley e Amira Hass che raccontano la
sofferenza dei palestinesi dei territori occupati. Molti contestano ai
due giornalisti di parteggiare per la causa palestinese e di dimostrare
una sostanziale indifferenza rispetto ai problemi della popolazione
israeliana, accusando il giornale stesso di essere sleale.
Il concorrente Jerusalem Post sostiene che i giornalisti di Haaretz
tendono a demonizzare Israele e fanno un vera e propria propaganda a
favore dei palestinesi. Per uscire dalla situazione, oramai
imbarazzante, Amos
Schocken (nell'immagine in alto), diventato proprietario
del giornale dopo la morte del padre Gershom, ha cercato la via del
dialogo con i propri lettori, rispondendo via lettera e mail alle loro
perplessità.
Dal momento che Haartez stava perdendo lettori e soldi, ci si sarebbe
aspettati un’imposizione dall’alto per fermare le polemiche e
ammorbidire le voci scomode, mentre Amos si è trovato, come
racconta in un’intervista, nella situazione paradossale di dover
rassicurare il proprio redattore, troppo preoccupato per l’accesa
reazione dei lettori. Quest’ultimo ha replicato stupefatto “ho un
fanatico suicida come editore” . La scelta di rimanere coerenti alla
direzione presa, spiega Amos, nasce dall’idea originaria degli Schocken
che il giornale abbia una missione: raccontare la verità, o quantomeno
tentare di farlo, senza rincorrere i sentimenti dei lettori.
Sulla questione palestinese, l’editore sostiene che “la condizione in
cui vivono milioni di palestinesi intorno a noi israeliani è qualcosa
che dobbiamo conoscere”, inoltre “la capacità degli israeliani di
prendere decisioni sul proprio destino migliorerebbe sicuramente se
avessero una maggiore conoscenza, e forse una maggiore comprensione,
per la vita, i pensieri e le percezioni dei nostri più stretti vicini,
i palestinesi”.
Nonostante
il periodo burrascoso e in controtendenza al declino generale della
stampa in Israele, Haaretz è cresciuto del 20% nelle vendite negli ultimi tre anni, in
particolare con i direttori David Landau prima e Dov Alfon poi. Il
giornale è passato da 62,000 a 74,000 copie vendute durante la
settimana e intorno alle 100,000 al venerdì, con la ricca edizione del
fine settimana, quando il giornale esce con inserti riguardanti
scienze, cultura, arte, finanza e sport. Grande successo sta ottenendo
il sito in inglese, con quasi un milione di visitatori al mese e un
ampio e dinamico spazio per i commenti dei lettori.
Per incrementare ulteriormente le vendite nella primavera del 2008 è
stato nominato alla direzione Dov Alfon, ritornato al giornale dopo un
brillante periodo al comando della casa editrice Kinneret Zmura-Beitan
Dvir, che sotto la sua direzione ha duplicato il numero delle
pubblicazioni vendute.
Secondo Alfon uno degli ostacoli maggiori a una maggiore diffusione del
quotidiano è la dimensione del formato, troppo grande e ingombrante.
Preferirebbe vedere Haartez in una forma più snella, simile a quella
dei tabloid inglesi. Ma i contenuti, assicura il nuovo direttore, non
cambieranno. Alfon ha più volte sottolineato come in Israele, a
differenza che in Europa o negli Stati Uniti, la politica continui a
far vendere e che gli israeliani esprimano un grande desiderio
d’informazione. Un dato che contribuisce a tutelare la salute di molte
testate diverse e ne garantisce l'indipendenza anche quando scelgano la
strada della critica e talvolta della provocazione.
Daniel
Reichel |
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Il
giornalismo non denuncia
ma mostra e rende palese
Una breve nota di Anna Foa pubblicata da Moked qualche giorno fa, come
sempre molto acuta e problematica, mi sollecita una riflessione da
semiologo. Foa riferiva di una “aspra” discussione fra André Gluksmann
e Gideon Levy, il capofila degli editorialisti “scomodi” di Haartez, in
cui “Lévy sosteneva che di fronte a eventuali atti ingiusti o
illegittimi dell'esercito israeliano, si sentiva moto più coinvolto e
spinto alla denuncia che se a commettere ingiustizia fossero stati
degli altri”. Il problema del semiologo è questo: in che senso il
giornalismo può “denunciare”? certo non si tratta qui di “dichiarare,
portare a conoscenza dell’autorità competente”, primo significato
elencato dai dizionari; semmai “estensivamente: mostrare, palesare”,
secondo significato ammesso. Il problema è che Levy non fa il
giornalista di inchiesta, né l’inviato sul campo come la sua compagna
di giornale e di battaglie Amira Hass. Levy è un editorialista che
condanna Israele per principio. Era sbagliata per lui la guerra del
Libano, ma anche l’operazione a Gaza (anzi sono la stessa cosa;
sbagliato un governo delle destre, ma sbagliato per le sinistre
unirvisi e sbagliatissimo il risultato delle elezioni. Prendiamo un
articolo di un mese fa, che ha avuto grande rilievo nei blog
anti-israeliani anche in Italia.
Scrive Levy: “Cos’è il sionismo oggigiorno? Un concetto arcaico e
datato nato in una realtà differente, un’idea vaga e illusoria che
stabilisce la differenza tra lecito e proibito. Significa, sionismo,
colonizzazione dei territori? Occupazione? Legittimazione di ogni atto
violento ed ingiusto? La sinistra ha balbettato. Ogni affermazione
critica verso il sionismo, perfino il sionismo dell’occupazione, è
stata considerata un tabù che la sinistra non ha osato rompere.” […]
Chiunque voglia una sinistra importante, deve prima riporre il sionismo
in soffitta. Fino a quando non ci sarà un movimento che, all’interno
del mainstream, abbia il coraggio di ridefinire il sionismo, non ci
sarà mai una sinistra che conti. […] Si deve rompere con questo tabù.
Non dichiararsi sionisti, secondo i canoni comunemente accettati oggi,
è lecito. È lecito credere nel diritto degli ebrei ad avere
uno stato ma al contempo dichiararsi contrari al sionismo che prende
parte all’occupazione. È lecito ritenere che ciò che accadde
nel 1948 dovrebbe essere ridiscusso a livello politico, chiedere scusa
per le ingiustizie e riabilitare le vittime. […]Se volete, questo è
sionismo, o se preferite, anti-sionismo. In ogni caso, per tutti coloro
che non desiderano veder Israele cadere vittima delle follie della
destra per molti altri anni a venire, tutto questo è lecito. Chiunque
voglia una sinistra israeliana deve dire basta al sionismo, quel
sionismo di cui oggi la destra ha pienamente il controllo.”
E’ denuncia, questa? motivata da uno speciale senso di giustizia? E’
“provocazione”, come scrivono altri? Non direi. E’ pura faziosità
politica, incapacità di riconoscersi in un destino comune. Evidente
vocazione a fare la mosca cocchiera della società israeliana. Per
provarlo mi permetto di sottoporvi un’altra citazione un po’ lunga,
tratta però dalla penna di un grande scrittore come A.B.Yehoshuah,
tratta da un intervento che a me sembra importantissimo (La stampa del
24.3):
“Ritengo che il drammatico voltafaccia degli elettori della sinistra
sia probabilmente di origine emotiva. Senza rinunciare alle speranze di
pace, molti di loro hanno espresso in questo modo la disapprovazione
verso il tono cinico, lamentoso e ferocemente critico nei confronti
dello Stato e delle sue istituzioni recentemente adottato da portavoce
e giornalisti della sinistra (soprattutto da quelli di Haaretz, il più
importante quotidiano di sinistra di Israele). Durante l'ultima
operazione a Gaza molti di loro non hanno esitato a bollare i loro
connazionali come «criminali di guerra» e ad accogliere le posizioni
dei palestinesi senza muovere alcuna critica verso le loro aggressioni.
Nell'opinione pubblica si è diffusa la sensazione che tali personaggi
avessero perso il naturale senso di solidarietà col loro popolo e
soprattutto con gli abitanti del Sud di Israele, bersagliati dal fuoco
di Hamas dalla striscia di Gaza. Talvolta sembrava che i loro attacchi
velenosi non fossero rivolti a questa o quella decisione del governo ma
si unissero alle critiche della sinistra mondiale verso la legittimità
stessa di Israele. La negazione dell'ideale di uno Stato ebraica è
infatti comune a circoli religiosi ultraortodossi e alla sinistra
antisionista. Le fasce più deboli della società israeliana hanno spesso
criticato la sinistra nei seguenti termini: voi vi preoccupate più
degli arabi che di noi. Tali critiche sono state puntualmente respinte.
Per la prima volta per ho la sensazione che alcuni miei vecchi amici,
accantonato l'impegno della lotta ideologica a favore di «due stati per
due popoli», principio ormai generalmente accolto, mantengano una
carica di energia polemica non ben finalizzata e abbiano cominciato a
lanciare fuoco e fiamme contro le fondamenta stesse dello Stato”
La crisi della sinistra israeliana non deriva dal fatto di essere stata
troppo accondiscendente (se i laburisti al governo sono passati in
quindici anni da 44 a 13 seggi della Knesset, Meretz all’opposizione è
sceso da 14 a 3 e non si sono affermati nuovi partiti alla loro
sinistra). Essa nasce probabilmente al contrario dal sospetto che
personaggi come Gideon Levy possa influire sulle loro scelte. Un po’
come è successo da noi: l’appoggio dei “grandi giornalisti” che
denunciano lo scandalo dei tempi e tuonano contro il popolo bue non ha
certo aiutato il partito democratico, semmai ha portato voti a
Berlusconi.
E’ particolarmente interessante (anche pensando a chi fa discorsi del
genere in Italia) il paragone di Yehoshuah fra i personaggi alla Gideon
Levy e i religiosi antisionisti alla Naturei Karta (quella minisetta
ultrareligiosa i cui capi sono andati a rendere omaggio ad
Ahmadinedjad, portando sul risvolto delle loro palandrane nere dei
distintivi con la bandiera palestinese. La ragione del loro
antisionismo, e di quello più serio di molti altri haredi (ricordiamo
che il Rebbe di Lubavitch non ha mai voluto mettere piede in Israele né
riconoscere esplicitamente l’esistenza dello stato ebraico), ha proprio
a che fare con l’ “ingiustizia” richiamata nel dibattito da cui siamo
partiti. Ben Gurion sapeva che per sopravvivere Israele doveva
diventare uno Stato come gli altri, fare politica, esercitare la forza
contro i suoi nemici, scegliere le alleanze possibili, anche se
scomode. Per questo auspicava che Israele diventasse “uno stato normale
con ladri e puttane”, secondo un’espressione celebre; e certamente
questo desiderio è stato realizzato. Lo sanno anche i religiosi
antisionisti, che proprio per questo pensano che Israele come Stato
normale non andava proprio fondato e che solo l’arrivo del Mashiach
avrebbe potuto evitare il livello di ragionevole ingiustizia che tiene
sempre assieme uno Stato. Non accettarlo “denunciare l’ingiustizia”
nostra più di quella altrui, volere “uno Stato etico” (terribile
espressione che dovrebbe mettere in sospetto già da sola) vuol dire in
sostanza lavorare per la distruzione di Israele. Non per cattiveria, ma
per eccesso di idealismo.
Tornando al nostro discorso sul giornalismo, bisogna distinguere i
crionisti veri dai propagandisti che accreditano qualunque cosa faccia
loro comodo contro Israele (come si è visto nella campagna di Haaretz
fondata sulle “rivelazioni” di Zamir). Se i cronisti fanno il loro
lavoro di inchiesta e trovano cose da denunciare, che le denuncino: le
“riferiscano all’autorità competente” secondo l’espressione del
dizionario: troveranno un sistema legale capace di far dimettere in tre
anni un presidente della repubblica (Katsav) e un primo
ministro (Olmert), e in procinto di prendere una decisione su Liberman,
che può essere molto più influente delle malignità politiche
(naturalmente Levy è il primo a sostenere che Liberman sia “fascista”).
Ma se non hanno nulla di concreto da denunciare, declamano, come fa
Levy e in generale Haaretz. Vorrebbero un’altra politica, un’altra
Kneset, altri parlamentari e ministri. Nell’attesa, dato che se li è
scelti l’elettorato, fanno come quel comitato centrale del partito
comunista della Germania Est preso in giro da una poesia di Brecht,
che, avendo il popolo espresso sfiducia nei confronti del governo,
dichiararono sciolto… il popolo.
Ugo
Volli, semiologo
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Oggi, 25 marzo, è doveroso aprire il nostro
commento alla stampa quotidiana con i resoconti delle manifestazioni
legate al 24 marzo, a sessantacinque anni dalla strage delle Fosse
Ardeatine. Ne parlano naturalmente tutti i giornali, che riportano
l’invito del presidente Napolitano – nel quadro del ricordo di un
episodio tra i più spietati della persecuzione antiebraica e tra i più
significativi della guerra di Liberazione – a dare centralità alla
memoria, a non ripetere gli errori del passato. Molti quotidiani (Il Corriere della sera, Liberal, Il Riformista, E-Polis) si soffermano anche sulle
parole pronunciate dal presidente della Camera Fini nel corso di un
convegno su Giuseppe Cordero di Montezemolo, colonnello monarchico del
Genio Militare e martire antifascista delle Fosse Ardeatine.
Ma a calamitare la nostra attenzione di lettori “un po’ speciali” dei
quotidiani è ancora una volta la pagina del Medio Oriente. Riflettori
puntati su Israele e sulla decisione di Barak di far entrare i
laburisti nel governo Netanyahu. I giornali di oggi, con un occhio
attento alla stampa israeliana, le evocano tutte. Gesto politico non
certo limpido: volontà di rimanere comunque in sella, “sfida alla
coerenza”, “esercizio di trasformismo” (a.s. su Repubblica), addirittura “truffa
dell’anno” (giudizio lapidario di Kadima). Decisione essenziale per la
vita del Labour: “suicidio assistito” (Jerusalem Post, riportato
dal Corriere della sera), Barak come
Nerone davanti a Roma che brucia (Ma’ariv, ripreso anch’esso
dal Corriere che non esita presentare una scheda sul partito
laburista “dalla nascita al crollo”). Strada oscura e pericolosa per il
futuro politico: “Accordo ambiguo che ignora i nodi storici” titola
significativamente Il Sole 24 Ore. Ma
esistono anche interpretazioni diverse. Per esempio, si segnala
l’analisi di Jean Carlo sul Messaggero, che guarda alla
politica interna israeliana attraverso la lente internazionale dei
rapporti Usa-Iran e del disappunto di Obama per un possibile governo
della sola destra, vero inciampo alla sua intraprendenza
diplomatica.
Diversa è anche, su Liberal, la lettura di Antonio
Picasso, che non si schiera apertamente, cercando l’equilibrio di
un’informazione oggettiva e possibilista di fronte ai rinnovati impegni
internazionali assunti in questa fase preparatoria, impegni che invece
molti, come ad esempio Alberto Stabile su Repubblica, indicano
realisticamente come “pura retorica”.
Intrigante è il ritratto parallelo di Ehud Barak e di Bibi
Netanyahu – una sorta di “Vite parallele” alla Polibio –
disegnato da Davide Frattini sul Corriere della sera.
A Tzipi Livni vincitrice eppure paradossalmente esclusa dal potere è
invece dedicato un pezzo di a.s. (Alberto Stabile) su Repubblica; mentre un intervista
del politologo israeliano Avraham Diskin a Liberal prevede che “l’errore
della Livni spaccherà Kadima”.
All’attuale crisi di coscienza dell’esercito israeliano, dopo le
denunce sui veri o presunti abusi di potere durante l’operazione
“Piombo Fuso”, Il Foglio dedica
un interessante analisi, dalla quale Tsahal emerge come un esercito
attualmente scisso tra due influenze contrapposte, quella di
orientamento ultra-religioso, fortemente e pregiudizialmente
antipalestinese, e quella di tendenza liberale-laica, più attenta –
nello scontro col terrorismo palestinese – alle “questioni umanitarie”.
A Gaza si sarebbe giocata anche una partita tra queste due posizioni.
La crisi interna è invece interpretata senz’altro da Christopher
Hitchens sul Corriere della sera come una
“deriva religiosa dell’esercito israeliano”. In un articolo che
potremmo definire “apocalittico” il saggista americano evoca lo spettro
di “montagne di cadaveri” e di presunti crimini israeliani, chiedendo a
gran voce la cessazione degli aiuti americani a Israele, definiti
addirittura una violazione della Costituzione statunitense:
squallidamente unilaterale e davvero inquietante, sono i commenti che
vengono più immediati. La crisi interna di Tsahal, peraltro, non è
negata neppure da Fiamma Nirenstein sul Giornale. La giornalista e
deputata del centrodestra ha cento volte ragione quando
sottolinea la sistematica mancata denuncia, in sede Onu, delle continue
e sistematiche violazioni dei diritti umani da parte dei palestinesi.
David
Sorani
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L'accordo
fra Ehud Barak e Benyamin Netanyahu
e la delusione di Tizipi Livni
Tel Aviv, 25
mar -
Tzipi Livni, leader del partito centrista israeliano Kadima e ministro
degli Esteri uscente, si è detta "rattrista" per l'accordo raggiunto
ieri fra il partito laburista di Ehud Barak e la coalizione di destra,
in via di formazione da parte del premier incaricato Benyamin
Netanyahu. L'opinione della Livni, registrata dall'edizione online del
quotidiano Yediot Aharonot, è che Barak così facendo contribuisce ad
accrescere la sfiducia dei cittadini verso la politica. E ha
definito la mossa politica del leader laburista “una
espressione di brutta politica”. Kadima dal canto suo - confermatosi
primo partito del Paese alle elezioni del 10 febbraio, ma privo di una
maggioranza autonoma non entrerà nel nascente governo Netanyahu e
intende guidare l'opposizione, ha ribadito Livni.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche.
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Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross.
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