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L'Unione informa |
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1 luglio 2009 - 9 Tamuz 5769 |
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alef/tav |
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Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano |
Alla
fine della parashà di Kòrach ci viene raccontato della rifioritura del
bastone di Aharòn. Il bastone fiorisce e dà frutti. Si tratta
ovviamente di un miracolo ma c'è anche un miracolo nel miracolo. A
differenza di ciò che avviene normalmente su un ramo di alberi i fiori
e i frutti sono contemporaneamente presenti. I fiori rappresentano i
mezzi per raggiungere l'obiettivo che sono i frutti. Una volta
raggiunto l'obiettivo, teoricamente, gli strumenti non sono più
importanti. Non è così invece nella tradizione ebraica. Gli strumenti
sono importanti quanto l'obiettivo raggiunto e devono permanere per
ricordarci che nessuno può mai ritenere di essere arrivato, di poter
consumare i frutti disinteressandosi dei fiori. |
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Il
piatto kosher più trendy del momento a Manhattan sono i rumaki, piccoli
pezzi di pollo avvolti in fettine di pastrami piccante saltato in
padella. Non averli come antipasto sui tavoli significa essere demodé. |
Maurizio Molinari, giornalista |
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Il grande abbraccio di Roma con i genitori di Gilad Shalit
In
attesa dell’incontro di questa sera al Campidoglio (ore 20.15) per la
cerimonia di consegna della cittadinanza capitolina onoraria al
caporale israeliano rapito Gilad Shalit, i suoi genitori hanno oggi
un’agenda fitta di appuntamenti con i vertici istituzionali. Nella
mattinata Noam Shalit (il padre di Gilad) è stato ricevuto a
Montecitorio dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. "La
decisione del consiglio comunale di Roma è opportuna per tenere desta
l'attenzione sul dovere morale di fare tutto ciò che è in potere delle
istituzioni per liberarlo", ha detto Fini nel suo intervento
all’incontro, sottolineando che "Hamas non rispetta la convenzione
internazionale di Ginevra e non a caso é inserita nella black list
delle organizzazioni terroristiche". Fra le altre personalità presenti
a questo primo appuntamento, Renzo Gattegna, presidente dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane e Riccardo Pacifici, presidente della
Comunità Ebraica di Roma. "Con la concessione della
cittadinanza a Gilat Shalit, Roma e l'Italia sono in prima linea contro
il terrorismo e la barbarie che dura da tre anni. L'unico modo perché
Gilad Shalit non venga dimenticato è parlarne e poter così salvargli la
vita" ha affermato Gattegna. Anche Pacifici, sulla stessa linea, ha
ringraziato il sindaco di Roma Alemanno, il presidente della Camera
Gianfranco Fini e tutte le istituzioni che si interessano a Gilad “per
il contributo a non far cadere nell'oblio la vicenda”. Il padre di
Gilad, visibilmente commosso ha affermato "Ringrazio il sindaco Gianni
Alemanno per aver consesso la cittadinanza onoraria a mio figlio,
ringraziamo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, per l'invito a
non dimenticare", e poi ha tenuto a chiarire che suo figlio, ostaggio
ormai da tre anni, non ha mai ricevuto una visita e si trova privato di
ogni diritto. Gli incontri di oggi per la famiglia Shalit sono
solo all’inizio presto incontreranno anche il presidente del Senato,
Renato Schifani, a Palazzo Madama, dove avrà un colloquio anche con il
ministro degli Esteri, Franco Frattini. Poi ci sarà una audizione alla
commissione Diritti Umani del Senato. Nel pomeriggio i genitori del
soldato israeliano saranno alla sede del Partito democratico, dove
avranno un incontro con Piero Fassino. E infine, l’attesa serata,
saliranno al Campidoglio per la cerimonia di consegna della
cittadinanza capitolina onoraria, cui parteciperà anche l'associazione
parlamentare di Amicizia Italia-Israele.
Gli ebrei perseguitati ed emigrati per effetto delle leggi razziste riacquistano la cittadinanza italiana perduta
Riconosciuta
ufficialmente la cittadinanza italiana a coloro i quali ne erano stati
privati per effetto delle leggi razziste, e che lasciando l’Italia a
causa delle persecuzioni acquistarono la cittadinanza del Paese
ospitante. Lo rende noto la circolare del Dipartimento libertà civili e
immigrazione dell’Interno (k33 del 15/6/09). La stessa chiarisce che
solo coloro che hanno espressamente rinunciato alla cittadinanza non
possono riacquistarla. Infatti, nel comportamento del nostri
connazionali non può ravvisarsi una scelta volontaria e consapevole di
rinuncia alla cittadinanza italiana, ma una forzatura, per cui non si è
concretizzata l'ipotesi di perdita (della cittadinanza), come prevista
dall'art. 8 della legge 555/12. Un documento che si è ritenuto doveroso
emanare in quanto, da più parti, si legge nel testo della circolare, è
stato sollevato il problema del riconoscimento della cittadinanza a ex
connazionali, di origine ebraica, che privati dello status, lasciarono
l'Italia. “Desidero ringraziarla per la sua sensibilità e
l’interesse da sempre dimostrato verso la lotta ad ogni forma di
discriminazione razziale e per l’attenzione prestata alle drammatiche
vicende che hanno coinvolto il popolo ebraico” così il prefetto Perla Stancari del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione a voluto ringraziare il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini,
fu lui infatti a segnalare tempo fa al Dipartimento il caso di un
cittadino ebreo che privato della cittadinanza a causa delle infami
leggi del ’38, dopo aver lasciato l’Italia e aver acquistato un’altra
cittadinanza, desiderava essere dichiarato cittadino italiano. Questo
caso è stato risolto positivamente. E solo grazie al singolo episodio è
stato sollevato il problema generale e il prefetto Stancari, come
spiega nella sua lettera al presidente Fini, ha ritenuto opportuno
“applicare tale favorevole orientamento a tutti i casi analoghi sul
presupposto che, benché nel 1944 tali leggi fossero abrogate (rdl
25/44), i nostri ex-connazionali, per evitare condizioni di apolidia,
avevano nel frattempo acquistato la cittadinanza del Paese di
emigrazione”.
Tre seminari per favorire la crescita professionale degli educatori
"Kishinev,
Buenos Aires, Roma" : la World ORT traccia una linea ideale e unisce,
in occasione dei suoi 130 anni di attività due continenti, 70
insegnanti, organizzatori e strutture scolastiche. Obiettivo: favorire
la crescita professionale degli educatori. Sono infatti in concomitanza
i tre seminari ORT che hanno avuto inizio ieri: un messaggio
significativo per l'educazione ebraica, una opportunità per coniugare
l'insegnamento di ebraico e Torà con le più recenti tecnologie e
tecniche di comunicazione. A testimoniare l'intento condiviso, il
collegamento oggi, in videoconferenza fra i seminaristi di Roma e di
Buenos Aires, l'ebraico come lingua comune, l'emozione di far parte di
uno stesso percorso. Nelle parole del presidente della World
Ort, il dottor Jean De Gunzburg, discendente di uno dei fondatori
dell'organizzazione, il barone Horatio de Gunzburg, il fulcro del
successo espresso nel messaggio augurale al seminario: "Dobbiamo
garantire che i nostri studenti siano forniti delle competenze e delle
conoscenze per poter prendere il proprio posto come membri contribuenti
e produttivi della società........E' nostro obbligo assicurare che essi
abbiano gli strumenti etici e morali in grado di aiutarli a fare scelte
di principio nella loro vita". In sintesi il motto espresso sul logo ORT : "Educare per la vita".
Odelia Liberanome, Coordinatore Centro Pedagogico DEC - UCEI
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Iran: la protesta sulle banconote
“Dove
è il mio voto?” scritto sulle banconote. L’idea geniale sarà
venuta a un esperto di comunicazione o a un Bazari. Le banconote non si
disperdono, non si arrestano e soprattutto non si bruciano come un
qualsiasi volantino e in più hanno un effetto moltiplicatore. Privati
della Stampa, di Internet, di Facebook, di Twitter, la civile e
democratica protesta di chi in Iran si sente defraudato del proprio
voto, ha trovato una nuova intelligente forma di esprimersi. Come non
possiamo provare simpatia e preoccupazione per la sorte di persone, fra
cui molte donne e studenti, indipendentemente dalla loro
collocazione politica, che protestano per il solo desiderio che vengano
rispettati e garantiti i loro diritti civili e democratici, che agli
occhi dei più, nel mondo, sono stati limitati?.
Riccardo Hofmann, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Michael Jackson, l'enigma dei figli
Il
mondo piange la scomparsa di Michael Jackson. Piange il genio, la
leggenda della musica. E si chiede come quel bambino nero e sorridente
sia potuto arrivare a ridursi così, indebitato, anoressico, imbottito
di pillole. Le polemiche già infuriano. Di chi sia la responsabilità
della sua morte, chi coprirà i suoi debiti, a chi saranno assegnate
l’eredità e la custodia dei tre figli, per ora affidati alla madre del
cantante Katherine, che oggi ne ha ottenuto la tutela temporanea,
queste sono le domande che riempiono le pagine dei giornali di tutto il
globo. E proprio per quest’ultimo punto, potrebbe risultare
determinante una notizia appena trapelata. I due figli maggiori di
Michael Jackson, Prince Michael I, di dodici anni e Paris Michael
Katherine di undici sarebbero ebrei, in quanto figli di madre ebrea,
l’ex moglie della star, Debbie Rowe. La Rowe è stata infermiera di
Michael prima di sposarlo nel 1996, dopo il suo divorzio dalla prima
moglie, Lisa-Marie Presley. Il matrimonio durò solo tre anni, e quando
divorziarono, la donna firmò un accordo in cui rinunciava ai diritti
sui figli in cambio di quasi due milioni e mezzo di dollari. Accordo
che più tardi venne disconosciuto dalla Rowe, aggiungendo tra le altre
motivazioni la paura che i figli venissero educati nelle credenze della
“Nation of Islam”, setta islamica americana a più riprese accusata di
antisemitismo, a cui erano affiliati sia la loro tata, che i fratelli
di Michael Jackson. “Sono rimasto davvero stupito quando ho
appreso la notizia” racconta il Rabbino Boteach, amico personale del
cantante “In tanti anni non ho mai saputo che Prince e Paris fossero
ebrei, né che lo fosse la madre. Forse nemmeno Michael ne era al
corrente”. Secondo la legge californiana è probabile che la
signora Rowe riesca ad ottenere la custodia dei figli, anche se il re
del pop dovesse aver scelto per loro un altro tutore nel testamento.
L’avvocato della signora, Iris Finesilver, ha già confermato
l’appartenenza all’ebraismo della sua assistita, così come che cercherà
di ottenere la custodia dei due bambini.
R.T. |
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Mentre
nelle piazze e nelle strade dell’Iran continua, seppur compressa dalle
forze dell’ordine e tacitata dalla censura sulla stampa, la protesta
dei giovani “verdi” contro il regime di Khamenei/Ahmadinejad e i suoi
ormai palesi brogli elettorali (notizia proveniente dai blog e
riportata dal Corriere della Sera),
l’attenzione dei media si sposta sul secondo capitolo della
repressione, quello ancora più pesante ma spesso silenzioso delle
torture e delle pseudo-confessioni estorte con la forza nelle carceri.
Il Messaggero
ci riferisce di grandi preparativi ai vertici del potere iraniano per
istruire processi esemplari: il capo dell’apparato giudiziario
ayatollah Shahrudi sta approntando all’uopo una Commissione speciale,
secondo gli ordini di un trionfante Ahmadinejad, che dopo la conferma
del voto ottenuta dal Consiglio dei Guardiani e con l’appoggio
dell’Organizzazione della Conferenza islamica ha dichiarato di voler
“distruggere l’egemonia globale”; la Ong italiana “Secondo Protocollo”
denuncia l’esistenza – presso Teheran – di una Guantanamo iraniana dove
si interroga, si tortura, si uccide. Si tratta forse dello stesso
carcere di Evin di cui ci parla Gian Micalessin sul Giornale,
presentandoci la testimonianza anonima di un redattore editoriale
arrestato con molti altri mentre osservava alla finestra una
dimostrazione di piazza e precipitato nel giro di pochi giorni in un
vortice di repressione collettiva. Centinaia di persone
concentrate nel cortile di un centro di sicurezza, poi ammassate in
prigione, interrogate e torturate a turno, costrette – per riavere una
provvisoria libertà – a confessare di aver tramato e manifestato contro
lo Stato. Terribili luoghi di reclusione di cui ci narra anche il
giornalista e scrittore Ali Izadi (“Quelle confessioni fasulle”, sull’Unità):
luoghi che da trenta anni, dall’avvento di Khomeini al potere, sono
ingranaggi sanguinari della macchina della repressione iraniana. Dalle
piazze e dalle prigioni l’Iran ci fa scoprire in questi giorni un Islam
diverso, non succube di visioni fondamentaliste ma aperto al nuovo,
desideroso di democrazia e proiettato verso l’Occidente. Capace di
generare quell’atmosfera concitata, tesa ma viva e disponibile che, con
il coinvolgimento diretto di alcuni iraniani residenti in Italia, si
respirava lunedì durante una pubblica assemblea convocata al Circolo
dei Lettori di Torino da Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione
Diritti Umani del Senato. Lo stesso spirito di dialogo, la stessa
speranza di cambiamento si palpa oggi nell’intervista di Yael Dayan (la
politica laburista figlia di Moshé Dayan) all’Unità.
Ma l’Occidente saprà cogliere questi stimoli? Saprà appoggiare con la
dovuta fermezza la voglia di libertà e di giustizia che spontaneamente
esplode oggi a Teheran? Le cautele del G8, certo legate a preminenti
esigenze diplomatiche, sembrano andare in senso contrario, come teme e
a ragione stigmatizza Davide Giacalone su Libero.
Peccato che l’apprezzabile coraggio ideale venga dal giornalista speso
malamente per difendere Berlusconi nell’improbabile ruolo di bandiera
della giustizia internazionale. Quel camaleontico Berlusconi che, dopo
aver imprudentemente anticipato una improbabile durezza del G8
dell’Aquila nei confronti dell’Iran, è pronto a partire per la Libia.
Dove a Sirte, nel corso dell’assemblea dell’Unione Africana, incontrerà
il suo grande amico Gheddafi, certo campione di libertà e di
democrazia, impegnato a predisporre il suo personalissimo progetto di
Stati Uniti d’Africa, un governo africano sotto la sua “illuminata”
leadership (Il Sole 24 Ore, La Stampa).
E a Sirte – guarda un po’ chi fa capolino in questo convegno di
dittatori – arriva anche Ahmadinejad, ansioso di rilanciare la sua
immagine a livello internazionale e di dare segnali forti che in Iran
tutto è ormai sotto il suo controllo. Ma sarà proprio vero? Perché
questo, anche al di là della cronaca d’oggi, resta l’interrogativo
fondamentale sulla situazione iraniana e sul futuro della regione:
nonostante l’apparentemente stabile dominio politico
dell’establishment, a Teheran è in corso una crisi interna del regime?
Il tarlo della rivoluzione verde riuscirà col tempo a corrodere i
robusti pilastri di un potere spietato? La risposta verrà solo con i
prossimi mesi, o addirittura con prossimi anni. Accanto a un Iran ribollente, l’Iraq celebra una sua ritrovata unità nazionale (Michele Farina sul Corriere della Sera).
Lo fa a modo suo: grandi parate militari nazionaliste e totale
esclusione (fuori dalle manifestazioni, fuori da ogni città) delle
truppe americane. Realistica ingratitudine. Certo gli Stati Uniti di
Bush hanno portato qui la guerra e lo hanno fatto soprattutto per i
loro interessi economici e politico-strategici. Ma dopotutto è merito
degli yankees e dei loro alleati se oggi l’Iraq ha un governo e
un’organizzazione politica credibile. In un infido Medio Oriente la
situazione irakena resta comunque infida e instabile come sempre, e
l’attentato di ieri, a Kirkuk, lo conferma. Sarà il petrolio, che ha
proprio a Kirkuk il suo principale centro produttore, a rilanciare
l’Iraq? Alberto Negri sul Sole 24 Ore
ne dubita e spiega perché, analizzando la vicenda storica e i contrasti
attuali legati allo strabordante oro nero della Mesopotamia. Il nostro zoom mediorientale si concentra infine su Israele. Tra Israele e Francia è in corso quella che molti giornali (Repubblica, Giornale, Unità, La Stampa)
chiamano “tempesta diplomatica”. A causarla le sincere, incaute e un
po’ invadenti esternazioni di Sarkozy durante il recente incontro con
Netanyahu all’Eliseo: “liberati di Lieberman”, gli avrebbe detto, “e
potrai essere un grande protagonista della storia. Fà entrare al suo
posto la Livni”. Bibi difende il suo ministro, in privato un uomo
pragmatico. Sarko rincara la dose paragonando indirettamente Avigdor
“Yvette” Lieberman al “piacevole” Le Pen. Apriti cielo. Lieberman
apprende l’episodio in ritardo, dai giornali e solleva – ovviamente –
un polverone nazionale e internazionale all’insegna,
comprensibilissima, della “indebita ingerenza politica”. Dietro, come
giustamente sottolineano Francesco Battistini sul Corriere della Sera e Alberto Stabile su Repubblica,
ci sono i rapporti non facili tra Israele e la Francia; ma ci sono
anche le ben diverse prospettive politiche internazionali che si
aprirebbero con un coinvolgimento di Kadima nel governo. E c’è anche
(come fa notare Anna Momigliano sul Riformista)
il quasi totale silenzio dei laburisti su tutta la vicenda:
atteggiamento strano, forse dettato da una sintonia della sinistra
israeliana – nonostante la non condivisibile intrusione francese – con
il punto di vista di Parigi. Al di là della cronaca politica quotidiana, Il Manifesto
sceglie di concentrarsi – come sempre in modo ideologico e militante –
sulle radici irrisolte del nodo israelo-palestinese. Michelangelo Coco
punta il dito accusatore contro il “Progetto 2020” che vuole espandere
la Gerusalemme ebraica al sobborgo arabo di Silwan facendone un parco
archeologico; estende poi la questione “colonie” all’intera area dei
Territori, denotando come (anche a detta di un palestinese moderato
come Sari Nusseibeh) gli spazi per la trattativa si stiano rapidamente
esaurendo per lasciare posto alla richiesta araba interna di “uguali
diritti in uno Stato solo” (cioè la via verso uno Stato israeliano non
più a carattere ebraico); ma con onestà – per quanto del tutto
schierato dalla parte dei palestinesi – fa anche presenti le diverse
matrici di chi in Israele difende gli insediamenti, quella
religioso-culturale di molti oltranzisti, quella militare di chi vuole
dare un minimo di profondità alle linee di difesa. Michele Giorgio
è più duro e manicheo: raccontando di una struttura realizzata da una
ong di Bologna e capace di portare acqua a 22.000 palestinesi, non
esita ad additare gli israeliani come coloro che assetano la
popolazione sofferente di Gaza. Ci saranno responsabilità e chiusure,
ma se ricevesse da Gaza aperture politiche invece di missili Israele
potrebbe forse offrire la sua non indifferente competenza nel settore
idrico per affrontare le gravi difficoltà locali. Sul fronte italiano ed europeo, va segnalato l’appello di alcuni intellettuali – pubblicato su Liberazione
– contro le inique limitazioni che le recenti leggi italiane pongono
agli immigrati clandestini. Giustamente Andrea Camilleri, Antonio
Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovaia, Maurizio
Scaparro e Gianni Amelio si fanno portavoce di fronte all’Europa dei
sacrosanti diritti degli stranieri, di tutti gli stranieri come di
tutti gli uomini. Suscita però perplessità il paragone, evocato a ogni
pie’ sospinto e senza alcuna contestualizzazione storica, con le leggi
razziali del 1938. Rischiamo di non capire più cosa furono davvero se
le usiamo come strumentale pietra di paragone per ogni condannabile
abuso di potere dei nostri giorni, per ogni attuale ignobile rifiuto
della diversità che ci circonda. Ad attestare oggi l’importanza di
ricordare e di comprendere quale fosse davvero il clima diffuso
dall’antisemitismo e dal razzismo trionfante giunge la notizia
(riportata da Avvenire e da Europa)
dell’apertura, a Varsavia, di un museo sulla storia degli ebrei
polacchi. Fatto centrale è che questo museo si trova nella zona dove
sorgeva il ghetto: sul luogo di morte, la memoria della vita (e della
morte).
David Sorani |
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notizieflash |
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In Algeria nasce la prima associazione ebraica riconosciuta Algeri, 1 lug - Autorizzata,
nel quadro della legge del 2006 che regola il culto non mussulmano,
un’associazione che rappresenta la religione ebraica nel Paese
maghrebino, è la prima volta nella storia del Paese. A
dirigere l’associazione sarà Roger Siad lavorerà in collaborazione con
il ministero anche per il restauro delle tombe ebraiche che si trovano
principalmente a Costantina, Blida e Tlemcen. A rendere nota la notizia
è stato il quotidiano El Khabar, che cita il portavoce del ministero
della religione, Mohamed Fellahi, il nuovo organismo riunisce 25
sinagoghe presenti su tutto il territorio. Ma
lo stesso giornale avverte che la notizia potrebbe provocare "le
reazioni violente di alcune parti della società, come avvenne quando
sbarcarono nel paese Lions Club o Rotary club o quando il presidente
Abdelaziz Bouteflika strinse la mano a Ehud Barak ai funerali di Hassan
II". La legge del 28 febbraio 2006, inasprita ulteriormente con un
decreto del maggio 2007, obbliga chi "pratica una religione diversa
dall'Islam a costituire un'associazione a carattere religioso per
esercitare liberamente il suo culto e a chiedere permessi per la
celebrazione delle cerimonie che devono tenersi in luoghi autorizzati".
Sono inoltre previsti dai due ai cinque anni di prigione e multe fino a
10 mila euro per chiunque "tenti di convertire un musulmano a un'altra
religione". |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
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