se non visualizzi correttamente questo messaggio, fai click qui |
|
|
 |
|
L'Unione informa |
|
|
|
3 luglio 2009 - 11 Tamuz 5769 |
|
 |
|
| |
|
alef/tav |
|
|
 |
|
 |
Roberto Colombo, rabbino |
Il
re dei moabiti Balak, disposto a dare tutto ciò che possedeva pur di
vedere la fine di Israele, paragonò il modo di mangiare dell’ebreo a
quello del bue. Azzardo un commento. Il bue, come ogni ruminante,
riporta il cibo dallo stomaco alla bocca per rimasticarlo. Così pure
l’ebreo, non termina mai di rimuginare sulla Torà dalla quale prende
vita e sostentamento. Balàk riteneva il continuo cercare ebraico una
inutile sciocchezza. I moabiti sono scomparsi dalla storia. Peccato che
molti ebrei pensino come Balàk. |
 |
L'iniziativa è di Liberal
e di Zapping: manifestiamo la nostra solidarietà con la
rivoluzione iraniana appendendo da lunedì un drappo verde a ogni
finestra. Non ci costa molto, facciamo almeno questo! E già che
ci siamo, cominciamo ad abbassare l'aria condizionata, a lavare a mano
i piatti, a spegnere il televisore, a prendere meno la macchina. Perché
questo petrolio di cui siamo sempre più schiavi gronda davvero
sangue. |
Anna Foa,
storica |
 |
|
|
 |
|
|
torna su |
davar |
|
|
|
|
Torah e informatica al seminario Ort/Ucei
"Studiare
e commentare la Torà con Microsoft Word", questo uno degli strumenti che
rav Zvi Grumet, direttore didattico del Centro Lookstein / Università
di Bar Ilan (Tel Aviv) suggerisce agli insegnanti del seminario
ORT/UCEI in una gironata densa di nuove opportunità di crescita
professionale.
Una proposta accattivante per allievi e
studenti di ogni età, stimolante per la sua potenzialità di utilizzo,
sorprendente nei risultati ottenibili. Un semplice "copia e incolla" e'
sufficiente per "isolare", scomporre e ordinare il testo secondo il
criterio che l'insegnante riterrà più opportuno per stimolare la
riflessione e l'approfondimento dello studente. I commenti che ne
deriveranno, secondo l'esperienza di rav Grumet, rileveranno una
interiorizzazione dei contenuti e un avvicinamento al testo
difficilmente raggiungibili con mezzi tradizionali: un nuovo modo per
comprendere i commentatori tradizionali, per fare proprio il loro
pensiero, per legarsi quindi alla Torà.
Odelia Liberanome, Coordinatore Centro Pedagogico DEC - UCEI
Qui Firenze - Con gli studenti iraniani in piazza
Anche
a Firenze i cittadini iraniani si sono mobilitati per protestare contro
i brogli elettorali nel loro paese. Negli ultimi giorni si sono svolte
due manifestazioni, una in piazza Ghiberti, l’altra in piazza della
Repubblica, con l’intento di sensibilizzare la cittadinanza fiorentina
sulla questione iraniana. Secondo Mohammed,
che si trova in Italia da due anni, non tutti coloro che in Iran
inneggiano a Moussavi sono suoi sostenitori. “E' l’unica persona che
può sconfiggere Ahmadinejad e pertanto, anche coloro che non lo
apprezzano, hanno fatto fronte comune con i suoi sostenitori.”, mi
spiega. Alcuni ragazzi ironizzano sulla stampa europea che descrive
Moussavi come un riformista. “Moussavi è riformista allo stesso modo in
cui lo è il Papa”, dice ridendo Leila.
“Vuole fare delle riforme all’interno di uno stato teocratico, non
vuole certo trasformare l’Iran in un paese democratico e laico. Però
rispetta sua moglie e le ha permesso di tenere dei comizi politici in
pubblico. So che queste cose sembrano ovvie in Europa, ma per noi sono
segnali di cambiamento.” “L’ho votato, ma conosco la sua storia. Noi
iraniani non siamo ingenui. Io stesso ho perso un parente nel 1988,
quando furono eliminati migliaia di prigionieri politici. Lui non
poteva non sapere, era primo ministro in quel periodo. Però Ahmadinejad
è un pericolo, è pazzo, guarda i suoi occhi quando parla.”, dice un
ragazzo iraniano con la maglia della Fiorentina. Le manifestazioni in
Iran sono l’argomento principale dei tg e dei giornali di tutto il
mondo; politici, diplomatici, intellettuali, sono mobilitati in massa,
eppure sembra che tutto ciò non porti a nessun risultato concreto.
Tutti gli sforzi e i morti sono stati inutili? Omid risponde che una
delle virtù principali degli iraniani è la pazienza. “Ci sono voluti
molto tempo e molti morti per scacciare lo Scià. Ce la faremo anche
adesso. Voi occidentali non ci conoscete bene. Non siamo persone che si
arrendono facilmente. Una volta dei poliziotti mi hanno sorpreso mentre
bevevo una birra. Mi hanno fatto frustare e i miei genitori hanno
dovuto pagare una multa salatissima. Ho dovuto promettere che non
l’avrei fatto più. Siccome sono una persona di parola, il giorno dopo,
invece della birra, ho bevuto un bicchiere di vino”. Come pensate di
vincere? “Siamo un paese di giovani. Non vogliamo scimmiottare gli
europei o gli americani, schiavi del consumismo, ma vogliamo
conquistarci le nostre libertà. La visione politica di Ahmadinejad non
può funzionare con noi. Io prego cinque volte al giorno. Per me la
religione è importante, ma voglio anche ballare, ridere, scherzare in
pubblico con le ragazze. Adesso l’Iran è così triste. Sto bene in
Italia, ma questa non è la mia patria. Ho fiducia in Allah, so che
grazie a lui ce la faremo”, il pensiero di Mohammed. E di Israele cosa
pensate? Tocca a Leila: “Ho vissuto fino a cinque mesi fa in Iran. Non
ero mai uscita dal paese prima. Ho potuto documentarmi oggettivamente
sulla questione solo da quando mi trovo in Italia. Non nutro grande
simpatia verso la classe politica israeliana, ma non penso che sia
giusto scatenare una guerra contro Israele per questo. Inoltre sono
persiana e zoroastriana, non ho niente in comune con i palestinesi!”.
Sempre Leila: “Leggi il fumetto Persepolis (il film basato sul fumetto
ha vinto il premio della giuria al Festival di Cannes del 2007) e
vedrai che i persiani non sono dei fanatici ignoranti. Il padre di
Marjane (il personaggio principale), pur considerando Israele un nemico
dell’Iran, è in buoni rapporti con la famiglia dei Levy, i suoi vicini
di casa. Siamo persone dotate di capacità critica. Per noi un ebreo non
è automaticamente un nemico”.
Adam Smulevich
Qui Milano - Un albero per la libertà
Un
albero simbolo di pace e di libertà è stato consegnato a Palazzo Marino
a un giovane dissidente iraniano dal Presidente del Consiglio comunale
di Milano Manfredi Palmeri e da tutti i promotori della manifestazione
milanese per la libertà in Iran. Palmeri ha anche annunciato con
l'occasione l'adesione alla proposta del Presidente della Unione
Giovani Ebrei d’Italia Daniele Nahum di dedicare una via di Milano agli
studenti iraniani che combattono per la libertà.
|
|
|
|
|
torna su |
pilpul |
|
|
|
|
Lettori di lingue straniere: "La responsabilità non è degli atenei"
In
seguito a un articolo di Claudio Magris apparso sul Corriere della sera
da cui sia apprendeva che stanno per essere aboliti i lettori di
scambio di lingua straniera nelle università italiane, l'Ufficio
culturale dell'ambasciata israeliana ha diffuso una nota in cui auspica
che ciò non avvenga, affinché anche i lettori di ebraico non scompaiano
dalla scena e non smettano di svolgere il loro ruolo di divulgatori di
cultura e comunicazione. La nota è naturalmente assai
condivisibile da chiunque operi in ambito culturale e universitario, e
tuttavia si conclude con la frase: "Ci
auguriamo che le università italiane vogliano rivedere questa loro
decisione e che i lettori di scambio di lingua ebraica possano
continuare a svolgere il loro ruolo...". Sembra utile precisare,
allora, per dare a Cesare quello che è di Cesare, che la decisione
dell'abolizione di quell'istituto che sono i lettori di scambio non
spetta alle singole università, ma al governo, attraverso le leggi che
approva in Parlamento o per decreto. L'invito a non abolire i lettori
di scambio va dunque rivolto, con le appropriate considerazioni al
giusto indirizzo.
Dario Calimani, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane |
|
|
|
|
torna su |
rassegna stampa |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Mano a mano che i giorni passano la protesta iraniana va lentamente spegnendosi anche se c’è chi come Roberto Fabbri, su il Giornale,
ci racconta l’evoluzione delle cose. La sua eco si fa di giorno in
giorno sempre più flebile, come era prevedibile che avvenisse. La
mancanza di un chiaro indirizzo politico, l’assenza di uno sbocco che
non si risolvesse nel solo ricorso alla protesta di piazza, la
tracotante repressione affidata non alle forze armate ma alle temibili
squadre dei basiji e dei pasdaran, nel chiaro intento di segnare, da
parte del regime, la natura di frattura civile dell’agire degli
oppositori, la scarsa attenzione internazionale (i giornali e le
televisioni se ne sono occupati sottolineando più gli aspetti di
cronaca violenta che non la complessa dinamica politica in corso), la
censura sulle notizie, la mancanza di atti di solidarietà e tanto altro
ancora stanno concorrendo a far scemare la fiammata manifestatasi
contro gli uomini di Khamenei e Ahmadinejad. La probabilità che dalle
manifestazioni di strada il regime uscisse sconfitto erano di per sé
scarse fin dall’inizio. Tuttavia, è certo che al di là dei futuri esiti
si sia registrata una divisione irricomponibile, ancorché a
tratti carsica, emersa in maniera dirompente per l’appunto con le
proteste di queste ultime settimane, quando un segmento della
popolazione metropolitana ha manifestato la sua netta avversione alle
derive nazionalpopuliste in corso nell’intero paese. L’Iran che esce
dalle urne non è quindi quello fotografato dal risultato della tornata
elettorale. Anche se è plausibile che i brogli non abbiano fatto la
differenza (a detta di molti Ahmadinejad avrebbe comunque vinto, benché
con uno scarto di molto minore rispetto a quello attribuitogli, per
così dire, d’ufficio) non è meno vero che siamo lontanissimi da quello
che i cupi uomini del regime vorrebbero celebrare come una «union
sacrée» tra tutti gli iraniani. Chi non si riconosce nel pensiero unico
del Presidente nucleare ha tuttavia il problema di trovare figure
politiche con le quali condividere il suo desiderio di opposizione. Il
paese è, al suo interno, molto più segmentato di quanto non possa
sembrarci ad uno sguardo superficiale. Si veda a tale riguardo quanto
scrive il Foglio,
quando ci dice che «lo sciopero è l’ultima occasione dell’opposizione
iraniana». Sulle divisioni in seno al consesso internazionale,
tradottesi in una paralisi dell’azione e in una omessa condanna delle
violenze consumatesi a Teheran, si sofferma invece Vincenzo Faccioli
Pintozzi per Liberal. Di Iran, peraltro, se ne è occupato ieri anche il Presidente statunitense, come ci ricorda Libero quando
ci dice che «Barack avverte: no all’atomica iraniana». Sulla politica
mediorientale dell’amministrazione americana tornano oggi sia Fawaz A.
Gerges sul Secolo XIX sia Alan M. Dershowitz per The Wall Street Journal,
proprio mentre esce il severo rapporto di Amnesty International
intitolato a «Operazione Piombo fuso. Ventidue giorni di morte e
distruzione», dedicato al confronto armato consumatosi nella Striscia
di Gaza tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio di quest’anno.
Commentano quest’ultimo Alberto Stabile per la Repubblica, Pierre Chiartiano su Liberal e Avvenire laddove
la testata della Cei titola anodinamente sul fatto che Israele e Hamas
sarebbero «alleati» contro l’organizzazione umanitaria, ovvero
concorderebbero, anche se involontariamente, nell’accusarla di
parzialità, di partigianeria, di «sbilanciamento» (Gerusalemme) e di
«false accuse» (Gaza). Quel che è certo è che le centoventisette pagine
del documento costituiscono un duro atto contro i contendenti. La parte
più corposa del testo è dedicata all’esercito israeliano, accusato di
ripetute violazioni delle leggi di guerra e, non da ultimo, di avere
fatto ricorso al fosforo e alla distruzione di abitazioni e aree civili
in modo «vandalico e premeditato». Non di meno Hamas sale sul palco
degli imputati quando le è attribuita la responsabilità dei continui
lanci di razzi contro il territorio d’Israele e il ricorso all’uso
della popolazione locale come «scudo umano». Il quadro che emerge dal
rapporto indica la natura di «guerra asimmetrica» del conflitto appena
trascorso, laddove però la sproporzione non si misura solo sul versante
dell’operato delle Forze di difesa israeliane ma anche su quello
dell’agito di Hamas, informato al principio di una falsa guerra di
movimento, tutta giocata sul ricorso ai civili come a ostaggi di fatto.
Un altro capitolo della nostra quotidianità riguarda
l’approvazione al Senato, nella giornata di ieri, del disegno di legge
in materia di sicurezza. Il testo omnibus, introduce, tra le altre
cose, il reato di ingresso e residenza clandestina nel territorio
nazionale, oltre a una serie di norme di controversa attuazione come la
“registrazione” dei clochard i quali - e così posta la questione
parrebbe quasi una contraddizione in termini - dovrebbero segnalare
dove d’abitudine si ritrovano. Non di meno viene formalizzata la
presenza sul territorio delle cosiddette “ronde”, nuclei di cittadini
abilitati al pattugliamento e al monitoraggio delle aree urbane in
supporto, sia pure passivo, delle forze dell’ordine. La concessione che
in tale modo si fa ad una lettura ansiogena del problema della
sicurezza, tutta declinata sul versante dell’ “assedio” che sarebbe
esercitato dalla presenza di estranei, a partire dagli immigrati non
regolarizzati, è palese. Ne parlano tutti i quotidiani, e non potrebbe
essere altrimenti, ma noi rimandiamo, per una lettura critica, se non
polemica a Roberto Monteforte su l’Unità. Un gruppo di intellettuali, così come il Messaggero riporta,
ha redatto, sottoscritto e pubblicato per il periodico «Micromega» un
duro appello contro la nuova legge, parlando di nome discriminatorie
«quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali». Al di
là degli accostamenti storici, ancora una volta di per sé discutibili,
ed oltre il merito stesso dello strumento al quale i firmatari fanno
ricorso, il j’accuse indignato, rimane la domanda se l’adire le vie
della presa di posizione pubblica, ancorché fatto legittimo e dignitoso
in sé, sia di questi tempi concretamente funzionale ad un qualche
obiettivo che non sia l’atto della mera testimonianza d’opposizione
morale. Le disposizioni contenute nella legge registrano e sanciscono
quello che è uno slittamento di senso comune che già da tempo si era
prodotto nella popolazione e che una parte delle forze politiche,
presenti in Parlamento, si sono incaricate di indirizzare in uno
strumento normativo. Più che di un atto di “barbarie”, quindi, siamo in
presenza del segno dei tempi. Semmai sono questi ultimi a
contrassegnarsi per una montante inciviltà, della quale misuriamo
espressioni crescenti un po’ ovunque. La legge mette quindi nero su
bianco la sensazione di smarrimento che il nostro paese vive dinanzi
alle grandi trasformazioni ingeneratesi a seguito della fine del
bipolarismo. Certo, rimane la perplessità da molti nutrita sulla
legittimazione che in tale modo si dà ai risentimenti collettivi. Un
Parlamento pienamente sovrano, ovvero capace di leggere le
trasformazioni in corso nella società, non infrequentemente
contrassegnate da spirito di regressione, il problema dovrebbe pur
porselo, non licenziando leggi che sono la mera commistione di
pressioni politiche a pulsioni dal forte sapore ideologico. La libera
circolazione di cose e persone ma anche la spietata concorrenza tra
mercati, il decremento degli spazi dei diritti intesi come tutele
personale e garanzie collettive, la crisi economica e finanziaria che
da quasi un anno ha investito i paesi a sviluppo avanzato, più in
generale i processi di globalizzazione sono fattori che colpiscono il
senso di sicurezza interiore degli individui, costretti a fare fronte
con le poche risorse a disposizione a problemi più grandi di loro
stessi. La domanda di “sicurezza” si traduce così nella propensione
d’animo a lasciarla rappresentare da quanti danno di essa una accezione
panicosa, così come è successo in paesi come l’Ungheria, dove la destra
xenofoba ha vinto l’ultima tornata elettorale. A tale riguardo Andrea
Tarquini, su il Venerdì di Repubblica,
ci offre un ritratto di Krisztina Morvai, leader del partito Jobbik,
che non nasconde il suo antisemitismo perbenista (quindi ancora più
ferino di quello scomposto dei neonazisti di antica radice) e la sua
concezione di un paese e di un continente che andrebbero “depurati”
dalle presenza considerate sgradite. Il razzismo non è qualcosa che
torna ma costituisce il riemergere di ciò che non è mai venuto meno.
Quello a cui stiamo assistendo, con calante capacità d’opposizione da
parte di coloro che non se la sentono di unirsi ad un coro cacofonico,
è la sua nobilitazione presso segmenti sempre più corposi della società
civile europea. Basteranno lo sdegno morale e la perplessità politica
per fare massa critica, invertendo la direzione di marcia? Ne dubitiamo
e di molto.
Claudio Vercelli |
|
|
|
|
torna su |
notizieflash |
|
|
|
|
Polonia,
i detenuti e il lavoro socialmente utile:
si occuperanno della manutenzione dei cimiteri ebraici Varsavia, 2 lug - "I
detenuti lavoreranno gratuitamente ma avranno occasione di conoscere
meglio la cultura e la storia ebraica", così Ireneusz
Micha portavoce della Direzione centrale del servizio
penitenziario di Varsavia ha annunciato il nuovo programma di
risocializzazione per i detenuti polacchi. I detenuti lavoreranno per
la manutenzione dei cimiteri ebraici in stato di abbandono in tutto il
paese. La notizia è stata riportata dal quotidiano Dziennik. “Si
tratta di un progetto che è stato appena avviato, in collaborazione con
la Fondazione per la tutela della eredità ebraica, nell'ambito del
quale saranno ripuliti per primi i cimiteri a Zwierzyniec vicino a
Zamosc e a Radom, dove sarà anche costruito un monumento” - ha spiegato
Micha al giornale polacco. Per la realizzazione del progetto saranno
scelti i cimiteri più vicini alle prigioni sparse su tutto il paese.
Prima dello scoppio della seconda guerra nel '39 vivevano sul
territorio polacco 3,5 milioni di ebrei, circa 10% dell'intera
popolazione. Durante la guerra per mano dei nazisti furono uccisi circa
tre milioni ebrei di cittadinanza polacca.
I lefebvriani non smettono di far parlare di sé: contro la parata gay “come i cattolici fecero con i nazisti” Città del Vaticano, 2 lug - “Omosessuali
da combattere come i nazisti del Terzo Reich” questo il paragone choc
mosso dalla confraternita tedesca dei lefebvriani. Nuovo imbarazzo per
la Chiesa in cui, dopo che saranno stati affrontati gli aspetti
dottrinali ancora in sospeso - l'accettazione del concilio Vaticano II
prima di tutto -, dovrebbero rientrare grazie alla revoca della
scomunica voluta da Benedetto XVI il gennaio scorso. Mentre le
trattative tra gli ultratradizionalisti e il Vaticano sono ancora in
corso, i lefebvriani non smettono di far parlare di sé, sollevando
polemiche. I seguaci di Lefebvbre hanno annunciato di volersi
opporre alla parata gay di Stoccarda e hanno paragonato il loro
dissenso a quello espresso da "cattolici coraggiosi" contro il nazismo
all'epoca del Terzo Reich. "Come siamo orgogliosi quando - affermano
secondo quanto scrive il tabloid Bild nella sua edizione online -
leggiamo, in un libro di storia, che nel Terzo Reich ci sono stati
cattolici coraggiosi che hanno detto 'non partecipiamo a queste
pazzie'", recita un appello dei lefebvriani, riportato dal quotidiano.
"Allo stesso modo, oggi ci devono essere cattolici coraggiosi",
prosegue il comunicato riferendosi all'appello contro la parata gay.
L'iniziativa è in segno di protesta contro il Cristopher Street Day, la
parata degli omosessuali che si terrà a Stoccarda il primo agosto
prossimo. I lefebvriani commentano: "La sfilata di propaganda per il
peccato sodomita" mostrerà per strada "un sacco di persone che si
atteggiano in modo selvaggio e osceno". Così la Fraternità sacerdotale
Pio X chiede, soprattutto agli uomini, di ribellarsi e di "scendere in
strada e dire: 'Non vogliamo che la nostra patria diventi come Sodoma e
Gomorra'. Scioccate le reazioni degli organizzatori del Cristopher
Street Day (Csd), che hanno sporto denuncia, scrive la Bild.
"Paragonare i gay con i nazisti del Terzo Reich è il colmo", ha detto
al tabloid Cristopher Michl, direttore della Csd di Stoccarda.
Solidarietà anche dal Consiglio centrale degli ebrei. "Il tenore del
paragone dei lefebvriani rivela che spirito infantile abbiano", ha
detto alla Bild Stephan Kramer, segretario generale
dell'organizzazione. |
|
|
|
|
|
torna su |
|
L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
|
|