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L'Unione informa |
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10 luglio 2009 - 18 Tamuz 5769 |
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alef/tav |
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Roberto Colombo, rabbino |
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nella nostra parashà a Moshè fu predetta la morte egli propose i
suoi figli come nuovi capi e Dio rifiutò. Perché Gereshon e Eliezer non
poterono sostituire il padre dopo la sua morte? Perché mentre gli ebrei
soffrivano in Egitto e quando si trovavano sotto il monte Sinai a
ricevere la Torà i figli di Moshè non erano presenti. Arrivarono solo
poi, portati dal loro illustre nonno. Chi non vive i momenti
tristi e lieti della storia assieme al suo popolo non potrà mai essere
un vero leader. |
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Domani,
sabato 11 luglio, sarà emanata in Francia la sentenza al processo
per l'assassinio di Ilan Halimi. Ricordate, vero? il giovane ebreo
francese rapito, torturato e assassinato perché ebreo, nel 2006, da una
banda di giovani immigrati nordafricani. Ci auguriamo che non soltanto
i suoi assassini siano condannati con il massimo rigore, ma che sia
riconosciuto senza infingimenti il movente antisemita che è stato alla
base dell'omicidio. Su Il Corriere
di ieri, Bernard-Henry Lévy ci ricordava che nei dibattiti dei media
francesi su questo episodio molte voci si sono levate a minimizzare il
movente antisemita dell'omicidio, a sottolineare la miseria dei suoi
assassini, il fatto che per loro Ilan era, per il solo fatto di essere
ebreo, ricco. Un movente di classe, quindi, non di razza! Se mai, negli
ultimi anni, c'è stato un omicidio causato dall'antisemitismo, è stato
questo. Né la povertà né l'ignoranza dei suoi assassini possono
modificare questa realtà. E riconoscerla attraverso una sentenza
giudiziaria può contribuire, se non a sanare l'enorme ferita aperta, ad
impedire che se ne aprano altre. |
Anna Foa, storica |
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davar |
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Da Israele all'Aquila, sopravvivere al terremonto con il grande abbraccio degli ebrei di Roma
“Vedo
ancora gli occhi terrorizzati dei miei figli; si aspettavano che
io, la loro mamma, facessi qualcosa. Ma non potevo fare nulla, eravamo
bloccati in casa, in trappola”. Svetlana Pekarskaya, pianista
russo-israeliana, trapiantata in Abruzzo, non riesce a dimenticare
la notte del terremoto: alle tre e trentacinque del 6 aprile
scorso, quando è arrivata la scossa più forte, dormiva con i suoi
figli, Primo e Ottilia, nella loro casa, nel centro storico de
L’Aquila. “Mi sono svegliata con un gusto di polvere in bocca, il
soffitto che crollava, la casa che si muoveva: anche i bambini si sono
svegliati, abbiamo cercato di scappare, ma la porta di casa era
bloccata. Il pianerottolo era pieno di macerie, i fili elettrici
pendevano come altalene, usciva acqua dai tubi. Il telefono non
funzionava, i cellulari non prendevano, eravamo nel panico. Siamo
rimasti così per quaranta minuti, poi il padrone di casa, una persona
anziana, con grande coraggio e a rischio della vita, è riuscito ad
aprire la porta. Abbiamo potuto portare via solo il clarinetto di
Primo, ridotto in pezzi: il pianoforte su cui suonavamo mia figlia ed
io naturalmente è rimasto sotto le macerie. Abbiamo raggiunto piazza
Duomo, dove c’era tanta gente, in pigiama, svestita, con le
coperte: c’era il terrore totale, e le scosse continuavano”. Come
tanti concittadini de L'Aquila Svetlana, Ottilia e Primo sono rimasti
senza casa, senza vestiti, senza più nulla. Nei primi giorni hanno
trovato rifugio da amici in Abruzzo, poi a Roma. Prezioso è stato
l’aiuto della comunità ebraica, offerto dal presidente, Riccardo
Pacifici, e da tante famiglie. Ottilia e Primo sono stati accolti alla
scuola ebraica, e così non hanno perso l’anno scolastico. Hanno anche
tenuto piccoli concerti, rivelandosi veri talenti musicali in erba. “Ho
avuto un’accoglienza splendida da parte della comunità, i bambini sono
stati accolti in modo fantastico dagli altri bambini e dagli
insegnanti: sono molto riconoscente”. Per Svetlana è stato anche un
modo per riallacciare i fili di una tradizione familiare. “Il mio
bisnonno era rabbino a Topolez, una piccola città della Russia. Durante
l’invasione nazista fu trucidato, proprio dentro la sinagoga. Mia nonna
sapeva l’ebraico, conosceva le feste, le tradizioni, ma non ci ha mai
trasmesso nulla, aveva paura: durante il regime sovietico
era vietato professare qualunque religione. Io ho scoperto molte cose
quando sono arrivata in Israele”. Succede nel 1990: l ‘Unione
Sovietica, in tempo di “perestroyka”, concede finalmente i visti agli
ebrei. In Israele i Pekarsky, come tutti i nuovi immigrati,
vengono inseriti in un programma di accoglienza. Svetlana ha 21 anni, è
figlia di musicisti, ed è già un’eccellente pianista. Suona dall’età di
sei anni; a Mosca ha frequentato la Scuola Centrale, riservata a
bambini di talento. Prosegue quindi gli studi a Gerusalemme,
presso l’Accademia di Musica, sotto la guida di Isaak Kats. “L’impatto
con Gerusalemme fu scioccante, è una città così religiosa! Ma c’è
libertà per le scelte di vita, cosa che non esisteva in Unione
Sovietica. In Israele mia madre e due mie sorelle sono diventate
osservanti”. Dopo quattro anni in Israele Svetlana va a
perfezionarsi a Boston, con una borsa di studio dell'American Cultural
Foundation creata da Isaac Stern. Lì conosce un italiano e nel 1996
viene a vivere in Abruzzo, dove ha vissuto fino al
terremoto. “Penso che la cura migliore per noi sia la musica”
dice convinta Svetlana Pekarskaya. Appena è stato possibile tutti e tre
hanno ricominciato a suonare. Una bella occasione è stata offerta ai
bambini da un’amica abruzzese, Luisa Prayer, insegnante al
Conservatorio “Alfredo Casella” de L’Aquila. Il vecchio edificio
è finito in macerie, ma gli studenti non hanno mai smesso di
esercitarsi, ospiti di altre scuole musicali italiane, con il sostegno
e la dedizione dei loro insegnanti. Per il concerto finale sono stati
ospitati dal Reale Circolo Canottieri Tevere Remo di Roma e,
nell'Intermezzo, hanno a loro volta ospitato Primo e Ottilia: i due
bambini, molto emozionati, hanno avuto la possibilità di
esibirsi, mostrando tutta la loro bravura, Primo al clarinetto, Ottilia
al pianoforte. Poi, insieme, hanno suonato “La danza del rabbino”, un
classico del klezmer. Fuori programma Svetlana, per Sorgente di vita,
ha suonato un adagio di Beethoven, rivelando l'eccellenza della
sua musica. “La mia esperienza personale mi ha aiutato a
ricominciare da zero, prima in Israele, poi in America, infine in
Italia; adesso devo ricominciare, dopo il terremoto.
Dovunque sono stata credo di aver preso qualcosa di buono: spero di
farcela anche questa volta.”
Piera Di Segni |
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pilpul |
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Rotschild Boulevard - Il re della trance music mixa live al Ha-Yarkon di Tel Aviv
Tel
Aviv. L'appuntamento è a Park Ha-Yarkon, il grande giardino che ospita
spesso i concerti maggiori in città. Tutti sono qui per sentire lui, DJ
Tiesco, il re della “trance”, un genere di musica elettronica che tra
gli israeliani va per la maggiore e che io, frequentatrice non troppo
assidua di discoteche italiane, potrei descrivere come una specie di
“house” con un ritmo molto più “pompato”. Tiesco mixa dal vivo,
mentre su un mega schermo immagini psichedeliche si alternano alla
scritta a lettere cubitali “Tel Aviv”, in omaggio ai cento anni della
città. La gente è rapita dal ritmo, tutti ballano. Quando Tiesco remixa
un pezzo dei Red Hot Chilly Peppers (l'unica campionatura non
propriamente sintetica di tutta la serata) la folla è letteralmente in
delirio. Anche se qualcuno protesta: “Il concerto a Eilat era molto
meglio”. Israele si considera, a torto o a ragione, una delle
capitali mondiali della trance music: “Tiesco è il migliore del mondo,
vedrai”, mi dicono i miei amici telavivi. Io mi godo il ritmo e il
concerto, ma più delle capacità di Tiesco, sono impressionata da
un'altra cosa: gli israeliani, anche quando escono a sentire il Dj più
in del momento, se la tirano molto meno. Tutti attaccano bottone con
tutti. E non venitemi a dire che sono le droghe a rompere il ghiaccio:
anche in Italia, purtroppo, le droghe girano parecchio.
Anna Momigliano |
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rassegna stampa |
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Ci
sono giorni in cui si fa fatica a trovare un tema di rilevanza intorno
al quale, poi, far ruotare, secondo un criterio di priorità
decrescente, la parte restante delle notizie. Quando è così si ha come
l’impressione di una stasi, ovvero che alla mancata evidenza di un
qualche fatto di imprescindibile importanza corrisponda come uno stallo
nelle cose del mondo. In realtà è solo un’impressione poiché quel che è
oggetto di cronaca è quasi sempre la punta emersa di un iceberg. Quel
che varrebbe la pena di domandarsi – per proseguire nella metafora - è
come tale concentrato di molecole si sia costituito e aggregato nel
corso del tempo, da chi e cosa sia composto, soprattutto, verso quale
direzione viaggi. In fondo, a ben pensarci, siamo un po’ tutti
passeggeri di un Titanic chiamato «pianeta» e vedere all’orizzonte ciò
che a noi si approssima dovrebbe indurci ad assumere una rotta più
appropriata. Da ciò dovrebbe derivare la consapevolezza che
all’apparente mancanza di notizie non corrisponda necessariamente
l’assenza di fatti ma solo un diverso modo di percepirne l’importanza e
di segnalarla ai lettori. L’attenzione della stampa nazionale,
calamitata dal G8, abbondantemente annunciato come un evento connotato
da una sostanziale inutilità politica (più correttamente sarebbe il
caso di parlare di inanità, registrata anche dal fatto che ora si parla
di G14), si esprime senza particolari scosse telluriche nel resocontare
la cacofonica manifestazione di parole, che occupa l’ennesimo meeting
internazionale dei cosiddetti «Grandi». Eppure il fatto che non ci
siano eventi ritenuti degni, per una loro qualche eclatanza, di
primeggiare su altri non vuol dire che non ci siano fatti da non tenere
in considerazione. La protesta in Iran, ad esempio, prosegue, così come
la raccontano Marco Innocente Furina per il Riformista, Michael Leeden su Liberal e come la resoconta la Repubblica,
riferendosi alla «rivolta degli studenti». Il caso iraniano è un
esempio, per certi aspetti da manuale, dell’intreccio tra informazione
e politica nelle società moderne. I nostri lettori, seguendo
l’evoluzione delle vicende nelle settimane scorse, si saranno avveduti
del fatto che il paese è ben lontano dall’essere quel che si dice una
società arretrata. Il dramma dell’Iran è semmai quello di essere
sospeso tra il desiderio, nutrito soprattutto da una parte dei ceti
urbani, di addivenire ad una modernità che implicherebbe anche una
qualche forma di liberalizzazione politica (e che a trent’anni dalla
salita al potere degli islamisti «rivoluzionari » di Ruhollah Khomeini
è ben lontana dal vedersi realizzata) e le spinte regressive che
connotano l’ultranazionalismo di uomini come Mahomud Ahmadinejad. Il
regime ha trovato un fondamentale strumento di repressione, oltre che
nel deliberato ricorso alla violenza contro quanti manifestavano nelle
piazze, anche e soprattutto nella morsa che ha impedito alle notizie di
circolare. La consapevolezza è infatti che l’informazione crei
mobilitazione. Ne deriva quindi che la stretta imposta alla
comunicazione (per diversi giorni gli sms sono stati bloccati, tanto
per fare un esempio) costituisca il mezzo più efficace per far deperire
le proteste, dividendo gli oppositori, consegnandoli ad uno stato di
incertezze e, infine, affievolendone l’impatto nell’opinione pubblica
nazionale e mondiale. Gli articoli che ancora la nostra stampa riesce a
offrirci sull’Iran ci raccontano così dell’incertezza che domina lo
sguardo collettivo, filtrato dalle censure del regime. Cosi Vittorio Da
Rold per il Sole 24 Ore,
dove allo sforzo di raccontare quello che sta succedendo si accompagna
la difficoltà di avere dati certi sui fatti. Per altro proprio il
vertice il corso a L’Aquila, tra le poche cose che è riuscito a offrire
ad un pubblico mondiale disattento è una condanna, assai blanda, delle
violenze consumatesi a Teheran e dintorni, come Massimo Fazzi commenta
sempre su Liberal.
Al di là delle prese di posizione ufficiali, che un po’ stancamente si
trascinano, rimane il fatto che la miscela tra la sostanziale
indifferenza dei paesi liberi e la tracotanza degli uomini del regime
iraniano sia, ancora una volta, la migliore garanzia di successo per la
repressione esercitata da questi ultimi. La formula retorica delle
democrazie liberali che si contrapporrebbero ai regimi dispotici
decretandone la loro sconfitta, come non funzionò negli anni
dell’ascesa al potere di Hitler è destinata quindi a rivelarsi
inefficace anche oggi. Ai tempi dell’amministrazione Bush abbiamo
assistito al fenomeno, politicamente effimero, delle cosiddette
«rivoluzioni arancioni», pacifici moti di piazza, soprattutto in quei
paesi dell’Est come l’Ucraina che faticavano ad esprimere democrazie
compiute. Nella silenziosa ancorché deludente conclusione della loro
parabola si può di buon grado inserire anche quanto avvenuto nelle
settimane trascorse a Teheran, laddove si è riprodotto uno scontro che
già aveva occupato, a suo tempo, le scene di una parte delle ex
democrazie popolari: la contrapposizione tra una classe media
«riflessiva», composta soprattutto da una giovane generazione che
aspira alla liberalizzazione della discussione pubblica e al
superamento di una asfittica ancorché disastrosa politica economica
basata sull’autarchia energetica, e il proletariato di regime, composto
da gruppi e ceti fedeli al potere, dal quale ricavano benefici
economici e riconoscimento politico. Non paia quest’ultima una lettura
semplificatoria poiché la lotta politica consumatasi in queste
settimane è anche una contrapposizione tra classi sociali, laddove il
dispotismo, che ha da sempre un suo buon seguito popolare, trae linfa e
nutrimento dal seguito che riesce ad ottenere in chi ha meno strumenti
materiali e culturali per aspirare alla libertà. In fondo ci sono
schiavi che anelano alle proprie catene ed è questa una morale triste
ma evidente se si analizza la storia dei popoli. Dopo di che la storia
dell’Iran post-khomeinista non sarà più la stessa, d’ora innanzi, in
quanto le manifestazioni di piazza sono destinate comunque a lasciare
un segno tangibile. Una parte della società civile iraniana si è
dissociata dalla gestione che i maggiorenti del regime danno del
potere. A comprendere queste dinamiche ci può forse aiutare, tra gli
altri Alexandre Adler del cui ultimo libro, «Le monde est un enfant qui
joue», ci parla il Foglio,
soprattutto laddove l’autore mette in rilievo che il paese è diviso al
suo interno da una contraddizione insanabile tra le propensioni
autocratiche di alcune élite (non necessariamente quelle che si
riconoscono nei religiosi) e una comunità sociale molto variegata, dove
coesistono, insieme a soggetti arcaici e regressivi, nuove figure, a
partire dal mondo femminile e da una gioventù vivace e propensa ai
cambiamenti. Insomma, non c’è un solo Iran ma ne sussistono, nel
medesimo tempo e negli stessi luoghi, molti. Per chiudere su note
meno pesanti e un po’ più amene demandiamo agli articoli di Giampiero
Mughini su Libero,
dove ci parla de «Le livre de Patagonie», firmato da Claude Lanzmann,
per noi tutti regista di quel capolavoro che è «Shoah» ma in Francia
conosciuto anche e soprattutto come personaggio della vita
intellettuale gauchiste (sodale di Jean-Paul Sartre nonché compagno,
per un certo periodo di tempo, di Simone de Beauvoir) e di Lara Crinò
per il Venerdì di Repubblica nel quale ci si concentra sul romanzo di Lore Segal «Il suo primo americano», storia d’amore dopo una esistenza di dolore.
Claudio Vercelli |
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notizieflash |
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Il
Presidente egiziano accusa Israele:
“Avete fatto fallire le trattative per il rilascio di Shalit” Il Cairo, 9 lug - “Gilad
Shalit è in buona salute”, ha ribadito il presidente egiziano, Hosni
Mubarak, in una intervista che apparirà domani sul giornale israeliano
Yediot Aharonot, ma, allo stesso tempo, ha accusato Israele per il
fallimento dello scambio di prigionieri che avrebbero dovuto portare
alla liberazione del soldato israeliano. "Ci sono le condizioni per
mettere fine al problema di Gilad Shalit e noi eravamo sul punto di
arrivare, ma voi avete ritardato l'accordo" ha affermato Mubarak,
secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa egiziana Mena. "Eravamo
sul punto di ricevere Shalit da Hamas e di tenerlo con noi finché voi
non rilasciavate i detenuti palestinesi - ha proseguito il presidente
egiziano - voi non avete smesso di dire “sì libera quello lì, ma non
quello la'” e l'affare si è complicato quando avete introdotto nuovi
elementi". I media arabi e israeliani il mese scorso avevano
parlato di un trasferimento imminente di Shalit in Egitto, dove sarebbe
rimasto fino a quando Israele non avesse cominciato a liberare i
detenuti palestinesi.
Bozza documento finale vertice G8: sulla questione israelo-palestinese il "sì ai due Stati" Roma, 10 lug - "In
vista di una pace globale tra Israele e tutti i suoi vicini, i leader
rinnovano il loro pieno sostegno alla soluzione di due Stati per il
conflitto israelo-palestinese e sollecitano le parti a riprendere
rapidamente i negoziati diretti". E' quanto si legge nella bozza del
documento finale del G8 dell'Aquila, in cui i 'Grandi' chiedono anche
alle parti di "adempiere ai loro obblighi previsti dalla Roadmap".
Resistenza iraniana: Presidente Ugei critica Alemanno Roma, 9 lug - "Il
sindaco Alemanno non ha mantenuto l'impegno assunto con l'Unione
Giovani Ebrei e altre associazioni di intitolare una via per gli
studenti di Teheran che il 9 luglio 1999 morirono per la libertà
e per difendere i propri diritti", lo ha rilevato Daniele Nahum,
presidente dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia che si è detto
amareggiato dell'accaduto e ha ringraziato il Consigliere Paolo Masini che ha proposto con una mozione l'istituzione di una via e i Consiglieri che
l'hanno votata. Nahum ha anche esortato il sindaco della Capitale a
impegnarsi perché Roma continui a essere città dei diritti umani
impegnata per il riconoscimento di chi lotta per la libertà in
Iran. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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