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L'Unione informa |
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17 luglio 2009 - 25 Tamuz 5769 |
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alef/tav |
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Roberto Colombo, rabbino |
Moshè
fu fatto salire su una montagna, har ha-avarìm, per poter vedere la
terra di Israele dove il popolo ebraico avrebbe creato il proprio
futuro. Azzardo un commento. Har ha-avarìm in ebraico significa “il
monte dei passati”. Per avere un futuro bisogna avere una radice nel
passato. E’ triste constatare che molti ebrei credono di poter avere un
futuro rompendo il legame con la loro tradizione. |
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Pomeriggio
di lauree, ieri, a Roma, al Corso di Laurea in studi ebraici. Di
commissioni di laurea, ne ho viste fino alla nausea all'Università. Ma
qui qualcosa era diverso. Sette i membri della Commissione, quattro dei
quali rabbini. Due le candidate, una filosofa e una storica. La
filosofa ci parla in termini dottissimi di messianesimo, citando Bion e
Scholem. La Commissione è attenta e partecipe. Quando tocca alla
storica, un rabbino le ripropone con garbo il dissidio tra storia e
parola sacra, tra il tempo e il Tanakh. La candidata difende la
storia con passione degna di un seguace della Wissenschaft. Questo
all'Università non sarebbe mai successo. |
Anna Foa,
storica |
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davar |
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Beni da salvare 10 – Sparso per il mondo il patrimonio librario ebraico italiano
L'ebraismo
italiano è stato dal punto di vista culturale una fra le comunità più
prolifiche del mondo, e ha prodotto attraverso i secoli una quantità
infinita di testi, libri e manoscritti. Una parte di questa produzione
sono copie di testi già conosciuti e prodotti altrove durante il
periodo in cui l'arte della stampa non era ancora stata inventata, ma
la maggior parte di essi sono testi originali, fra cui testi mai
stampati e nel migliore dei casi conosciuti soltanto dagli esperti di
bibliografia e paleografia. Questa produzione è estremamente eterogenea
e spazia dai commenti biblici ai volumi di filosofia, dall'astronomia
alla poesia, ma soprattutto comprende una quantità enorme di responsa
rabbinici riguardanti tutti i temi della giurisprudenza tradizionale
ebraica. Molti di questi quesiti rituali venivano trascritti ancora in
bozza dall'autore su un proprio quaderno per un uso personale, e così
sono rimasti fino a ora.
Ora,
queste collezioni di manoscritti, che spesso venivano conservate
gelosamente dalle comunità ebraiche nei propri archivi, alcune volte
sono state invece vendute al maggior offerente in aste pubbliche di
libri antichi, per somme che non raramente hanno raggiunto le decine di
migliaia di dollari. Come conseguenza di questo fenomeno, non solo si è
verificato un impauperimento del patrimonio culturale ebraico italiano,
ma soprattutto si è creata una dispersione e uno spargimento di questo
materiale per quasi tutto il mondo. Così si sono venute a creare delle
collezioni di libri ebraici italiani di cui alcune anche famose, come
la collezione Kaufamnn conservata a Budapest o quella di Guinzburg
conservata a Mosca o quella del Jewish Theological Seminary di New
York. Inoltre, ogni tanto capita che queste collezioni vengono messe
interamente all'asta, come avviene proprio in questi giorni per la
collezione cosiddetta Valmadonna, proposta recentemente in vendita da
Sotheby, comprendente la bellezza di 13.000 volumi ebraici, sia a
stampa che manoscritti, la maggior parte dei quali per l'appunto
originari dell'Italia, e per cui vengono richiesti come prezzo iniziale
"soltanto" 40 milioni di dollari. Senonché, il passare del tempo e
l'incuria rovinano questo prezioso bagaglio culturale, a volte in
maniera anche irrimediabile.
Tuttavia
per salvare questo immenso patrimonio intellettuale non sempre sono
necessarie cifre da nababbi. Salvare il patrimonio librario infatti non
significa doverlo acquistare, ma significa valorizzarlo attraverso lo
studio e la pubblicazione in edizioni sia scientifiche che
divulgative. Ed è proprio in questo campo che è necessario che si
impegnino le diverse istituzioni addette alla cultura, al fine di
promuovere progetti di ricerca e pubblicazioni inerenti le radici e gli
sviluppi intellettuali dell'ebraismo italiano. Questo intervento è
quanto mai impellente e necessario, prima che queste fonti vadano
perdute completamente. Per il raggiungimento di questo fine è
indispensabile creare collaborazioni e sinergie fra enti pubblici e
istituzioni accademiche ed universitarie sia in Italia, che in Israele
e negli Stati Uniti. Per questo scopo è stata creata recentemente in
Israele l'ASSEI – Associazione israeliana per lo Studio della Storia
degli Ebrei in Italia, associazione che raccoglie i docenti
universitari del settore ma contemporaneamente è aperta al largo
pubblico. Fra i progetti che l'Associazione ha già iniziato a
promuovere è l'organizzazione di un convegno annuale di cui il primo si
è già tenuto nel febbraio passato presso l'Università di Tel Aviv, ma
altre idee sono in fase di sviluppo fra cui appunto lo studio e la
pubblicazione dei testi concernenti l'Ebraismo italiano.
Andrea Yaakov Lattes, dipartimento di Storia ebraica, Università Bar Ilan |
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pilpul |
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Fumetto - L'atmosfera onirica e surreale di Jetlag, l'antologia di racconti scritti da Etgar Keret
Jetlag
è un'antologia di racconti a fumetti pubblicata dalla Toby Press,
editore statunitense specializzato nella pubblicazione di autori
israeliani e classici dell’ebraismo, nel 2006 sulla precedente edizioni
degli Actus Tragicus, etichetta editoriale dello stesso collettivo che
ha illustrato i racconti di Keret. Le storie che crea Keret si
adattano magnificamente al fumetto, soprattutto allo stile degli Actus
Comics. L’atmosfera onirica, fantastica, surreale delle storie si
prestano a essere interpretate e visualizzata dalla creatività di un
fumettista, soprattutto degli Actus che, pur avendo stili diversi,
hanno in comune la ricerca di una linea non banale o realistica, ma al
contrario tesa all’interpretazione del reale. I loro segni richiamano
le avanguardie artistiche dell’underground statunitense, Charles
Burns, come l’esperienze italiane dei Valvoline Comics.
Ogni
autore ha una sua impronta, il racconto Margolis disegnato da Yirmi
Pinkus, presenta l’amore di un bambino per il suo salvadanaio a forma
di porcellino, che il padre vorrebbe rompergli per fargli comprare lo
skateboard dei Simpson. Il figlio però gli si è affezionato e li ha
dato anche un nome, Margolis appunto. Sullo sfondo il rapporto triste
tra i genitori. Lo stile di Pinkus dal tratto spigoloso accompagnato da
colori tenui ci introduce nel mondo del bambino dove non tutte le
situazioni, i rapporti degli adulti sono comprensibili e dove molte
immagini vengono archiviare nella mente, ma comprese solo in età
adulta. Si vede la madre che non parla mai e esce la sera con un
giovane, una donna anziana che in silenzio assiste alle dinamiche di
famiglia, un padre esageratamente presente, di quelli che “faccio
vedere io al ragazzo come si fa”. In HaTrick di Batia Kolton si
raccontano le vicende di un mago che realizza piccoli spettacoli di
magia nelle case di Tel-Aviv. Il momento decisivo è quando estrae dal
cappello magico un coniglio. I problemi nascono quando una volta esce
solo la testa del coniglio con tanto di sangue, e una seconda volta il
corpo di un bambino morto. Sono evidenti gli effetti di un cambio di
immaginario dei bambini che risultano veramente contenti ed eccitati da
tutto quel macabro. Una storia che richiama il Grand Guignol parigino.
Per questo motivo lo stile di Batia Kolton arricchisce la storia di un
tocco di macabro e irreale che rafforza la “guignolità”
della storia. I volti sono maschere di demoni, volti di essere
disumanizzati che perdono la loro umanità per ridere e compiacersi
dell’orrore che li circonda. Il quotidiano che non si scandalizza per
la morte di un bambino o di un animale, è un quotidiano disumanizzato.
Anche in questo caso lo stile completa e arricchisce la storia di Keret. Anche
le altre storie di questa antologia rasentano il macabro o il farsesco
in toni neri e tristi. Quasi come piccoli spettacoli di un circo di cui
Keret è il direttore artistico e i fumettisti sono gli acrobati,
giocolieri, e domatori di un mondo strano bizzarro, come si diceva
macabro. Il punto è che il circo di Etgar Keret è uno specchio dove non
vogliamo specchiarci, perché apparirebbero i nostri piccoli orrori, ed
è uno specchio che, come tutti i veri specchi di un circo, distorce
l’immagine che abbiamo di noi stessi per mostrarci quella vera, quella
dell’anima. Questo fumetto ha avuto anche una candidatura al
prestigioso premio Will Eisner Comics Industry Award, mentre la stampa
mondiale lo ha accolto trionfalmente. Si può acquistare su www.amazon.com
Andrea Grilli |
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rassegna stampa |
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Di
cosa parlare facendo lo spoglio degli articoli che demandano alla
giornata appena trascorsa? Varrebbe il principio che conta più quello
che è omesso di quanto è invece fatto oggetto di commento attraverso un
qualche articolo. La carta stampata, di questi tempi, fatica a
riempirsi di contenuti che abbiano un senso. L’estate è, per
tradizione, il momento dello svago, inteso eminentemente come
sospensione dagli abituali affanni e i giornali registrano questa
esigenza, traducendola in una diversa attenzione, ossia in differenti
priorità, rispetto all’ordinario indice dei temi che è privilegiato
durante il resto dell’anno. Una sorta di stanchezza sembra poi
connotare la trattazione dei medesimi temi da parte dei più. C’è come
un effetto di trascinamento che, ad esempio, si misura nel caso delle
vicende iraniane. Perché tornare ossessivamente sempre sulle stesse
notizie, parrebbe essere sottointeso dagli articoli che sempre più
raramente ci fanno luce sull’evoluzione di quello come di altri quadri
politici, per definizione problematici? La rivolta consumatasi in circa
un mese (e che non si esaurirà tanto facilmente) ancorché circoscritta
è servita, a chi già conosceva la realtà iraniana, a meglio intenderne
l’evoluzione. Nel grande pubblico, invece, il ripetere le immagini così
come le rappresentazioni di una protesta popolare, ben lungi
dall’ingenerare immediata solidarietà, rischia alla lunga di
consolidare quel principio di assuefazione che fa sì che al rinnovarsi
della denuncia non ne derivi un maggiore coinvolgimento ma, piuttosto,
una diffusa stanchezza e una sostanziale indifferenza. È quella sorta
di strategia dell’eccesso informativo, ben nota a chi studia il campo
massmediale, in virtù della quale il ritornare su certe notizie ne
depotenzia la capacità di sensibilizzazione e mobilitazione sociale.
Fermo restando che ciò che ci perviene da Teheran è, ancora una volta,
il prodotto di quanto residua da una serie di strette imposte alla
comunicazione pubblica, alla quale sono state dettate restrizioni di
ogni sorta. Quel che è certo, tuttavia, è che nei mesi a venire l’area
mediorientale ci riserverà ancora sorprese, come ci lascia intendere
Siavush Randjbar-Daemi su il Messaggero.
Avremo a che fare soprattutto con i mutamenti legati sia allo sviluppo
del programma atomico iraniano, dal quale ieri si è dimesso il
direttore, Gholam-Reza Aghazadeh, così come è resocontato da Luigi
Spinola per il Riformista (in
tutta probabilità per maturati dissidi con Mahomud Ahmadinejad, che sta
per inaugurare il suo secondo mandato alla presidenza del paese), sia
alle scelte difensive d’Israele. Secondo il Times di Londra, infatti,
Gerusalemme si starebbe preparando a «mostrare i muscoli» a Teheran,
ovvero a fare capire che le scelte operate d’ora innanzi potrebbero
presentare un conto salatissimo per la dirigenza di quel paese. Cosa
ciò possa implicare, senza che lo scenario più impegnativo (quello di
un attacco militare preventivo dal cielo, di per sé non facile da
praticare) abbia necessariamente corso, lo comprenderemo nei meglio con
il passare del tempo, come sottolinea l’Osservatore romano che
configura per parte israeliana una strategia a tutto campo, quindi non
solo bellica. Gli analisti sono divisi riguardo allo stadio di sviluppo
e alla effettiva capacità offensiva di Teheran: per certuni è possibile
che già alla fine di quest’anno venga varcata la soglia di non ritorno,
oltre la quale la bomba atomica diventerà una concreta possibilità;
secondo altri, invece, occorrerebbero ancora alcuni anni. Sta di fatto
che la minaccia è non solo evidente ma esibita, con orgoglio, da
Ahmadinejad, che ne ha fatto elemento galvanizzante, costruendovi
peraltro le sue stessa fortune politiche. Anna Momigliano, sempre per il Riformista,
testata molto attenta a seguire le evoluzioni in corso nell’area
mediorientale, ci racconta delle inedite convergenze tra Israele e una
parte del mondo arabo, in particolare di quello sunnita, che osserva
con crescente preoccupazione quanto si fa dicendo e facendo nel paese
dei pavoni. Le leadership egiziane e saudite sono allarmate
dall’ipotesi di un Iran atomico ed è molto plausibile che lascerebbero
volentieri ad Israele, nel qual caso, una opzione d’intervento negata a
parole ma implicitamente sostenuta nei fatti. Il problema capitale nei
paesi arabi è lo scollamento tra gruppi dirigenti e opinione pubblica.
Quest’ultima, che ha sempre preso sul serio la retorica antisionista
dei singoli regimi, osserva con malcelata soddisfazione quanto da
Teheran vanno vaticinando nel merito del futuro del «piccolo Satana»,
ossia la sua estirpazione dalla faccia della terra. Non sfugge però ai
leader arabi che la tracotanza iraniana rischia ora di travolgere loro
stessi, costituendo un potenziale di mobilitazione capace di aggregare
quanti, e sono molti, vivono le insoddisfazioni e le frustazioni di
società immobili, dove sono negati spazi elementari non solo alla
libertà di espressione ma ancora di più alle possibilità di sviluppo
economico della popolazione. L’occhio di molti è quindi rivolto verso
l’Iran, poiché dalle mosse che verranno fatte dalla dirigenza
ultraconservatrice dipende non poca parte del futuro nei precari
equilibri di tutta l’area del Medio Oriente. Degli ultimi fatti a
Teheran ci parlano anche Luca Geronico su l’Avvenire e Pino Buongiorno, con ampi dettagli, per Panorama.
Quel che è certo è che siamo ben distanti da un assestamento, così come
invece vorrebbero potere affermare gli uomini del potere. La sfida tra
Rafsanjani e Khamenei sta proseguendo senza esclusione di colpi e si
gioca a più livelli, uno dei quali, ma non l’unico, sta nella
mobilitazione delle piazze. L’errore più diffuso, per parte nostra,
nell’interpretare quanto sta avvenendo in Iran è di riprodurre le
categorie binarie che adottiamo per comprendere i fatti di casa nostra:
democrazia contro dittatura, rivoluzione contro reazione, buoni contro
cattivi e così via. In parte, in quanto si sta consumando sotto i
nostri occhi, ci può anche essere molto di tutto questo ma le cose
rimandano anche ad un quadro più complesso. Poiché di certo è in corso
una lotta non solo per il potere ma tra i poteri, tipica di un paese
dove la frammentazione delle giurisdizioni, e la loro competizione,
prevale su qualsiasi altra considerazione. Non solo, quindi, lotta tra
laici e religiosi, tra riformisti e conservatori ma anche conflitto
intestino tra generazioni, coalizioni, interessi. L’ascesa di
Ahmadinejad ha segnato la “vittoria” della generazione degli «elmetti»,
così chiamati poiché adolescenti e poi ventenni negli anni della
rivoluzione khomeinista e, in immediata successione, durante la
dissanguante e tragica guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein,
durata otto lunghi anni e conclusasi, tra carneficine assortite, con un
nulla di fatto sul piano geopolitico e strategico. Gli elmetti hanno
sempre nutrito una profonda ostilità nei confronti dei «turbanti», quel
clero sciita che si è ingrassato in un trentennio di Repubblica
islamica, soprattutto speculando sulla vendita del petrolio e delle
risorse energetiche. Buon gioco ha avuto allora Ahmadinejad a usare la
carta del nucleare come strumento di “liberazione” per una popolazione
che si sente, ancora oggi, offesa e oppressa da un potere che tollera
con crescente difficoltà. Rafsanjani e l’incolore Moussauvi, tuttavia,
non intendono concedere a Khamenei e Ahmadinejad il gusto di una
vittoria, quella elettorale, giocata su una quantità così diffusa di
brogli, tale da permettere a quest’ultimo di proclamarsi presidente con
un margine incredibilmente alto (e falso) di assensi. Il gioco in corso
demanda quindi alla movimentazione tra fazioni interne al regime i cui
contrasti stanno dando corso ad un periodo di violenta instabilità, che
si stanno traducendo una serie di colpi di mano destinatoi a minare i
problematici equilibri interni alla Repubblica islamica dell’Iran. Come
quel paese ne uscirà, e quando, è difficile dirlo, poiché le elezioni –
e la manipolazione dei loro risultati – hanno rotto le cateratte di una
diga che già da tempo, evidentemente, faticava a tenere la pressione
esercitata dalle trasformazioni in corso nella società civile ma,
soprattutto, tra quanti hanno fino ad oggi detenuto il controllo
monopolistico della forza armata. Insomma, una estate calda quella che
è in corso a Teheran. I giochi, forse, devono essere ancora fatti. Claudio Vercelli |
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notizieflash |
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Pubblico
da stadio per la Scala di Milano
che si esibisce in un parco di Tel Aviv Tel Aviv, 17 lug - La
Scala di Milano, sotto la direzione di Daniel Baremboim si è esibita
ieri sera in un'esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi,
nei grandi spazi del parco che si estende lungo il fiume Hayarkon a Tel
Aviv. L'evento s'intreccia con le rappresentazioni dell'Aida che
la compagine scaligera ha offerto in questi giorni sempre a Tel Aviv
nell'ambito delle celebrazioni del primo centenario della fondazione
della città-simbolo dell'avventura sionista. Ma ha rappresentato una
sfida ulteriore: sia per la scelta del repertorio, sia per il contesto
da raduno di massa. Una sfida che la risposta popolare (impressionante,
secondo le prime stime) dimostra essere stata vinta. Decine di migliaia
di persone hanno cominciato ad affluire nel parco fin dal tardo
pomeriggio in una giornata di caldo sopportabile: chi a piedi, chi con
le automobili private, chi in autobus e chi a bordo di treni speciali
organizzati per l'occasione. Molti gli appassionati di origine russa,
moltissimi i cittadini dei sobborghi di Tel Aviv. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
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