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L'Unione informa |
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24 luglio 2009 - 3 Av 5769 |
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alef/tav |
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Roberto Colombo, rabbino |
Questo
Shabbat inizia il lungo libro di Devarim - delle parole - che contiene
i discorsi di Moshè alla nuova generazione di ebrei nata nel deserto.
Moshè il balbuziente parla per un intero mese, fino al momento della
sua morte. Solo chi riacquista con scioltezza la parola ogni volta che
si trova di fronte a giovani alunni può essere definito Maestro. |
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Ci
ha dato l'Habeas corpus. Ci ha dato Shakespeare ed Elisabetta I. Ci ha
dato la prima decapitazione pubblica di un sovrano, destinata a far da
modello a quella di Luigi XVI in Francia. Ci ha dato la monarchia
costituzionale. A lei guardava Montesquieu quando formulava la teoria
della divisione dei poteri. E ancora ci ha dato, dici poco, la
prima rivoluzione industriale. Ci ha dato le suffragette, e poi ha
resistito vittoriosamente ad Hitler. L'Inghilterra, naturalmente. Ora,
accetta che i tribunali islamici formino un sistema giuridico parallelo
entro lo Stato, a cui perfino i cittadini britannici non musulmani
possono rivolgersi. A quando il taglio delle mani del primo ladro? A
quando la prima lapidazione di un'adultera? Che nostalgia dei tribunali
di contea, con il giudice imparruccato e le giurie, come ce li ha
descritti tanto bene Agata Christie! Che nostalgia dell'uguaglianza di
tutti i cittadini davanti alla legge! |
Anna Foa,
storica |
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Redazione aperta - Dal segretario generale dell'Ucei allo scittore Veit Heinichen, triestino d'adozione
I confini sono sempre complicati. "Tagliano vite, famiglie, culture, gusti" ha sostenuto Veit Heinichen,
scrittore noir di origine tedesca, durante l'incontro che si è svolto
in un'osmizza (dallo sloveno, osteria) sulle rocce del Carso di
Trieste. Triestino d'adozione, Heinichen, dopo aver lasciato la
direzione della casa editrice Berlin Verlag, si è dedicato alla
scrittura, in particolare ai romanzi gialli e ci ha spiegato che il
noir è lo strumento migliore per raccontare la complessità della
società moderna perché "raccoglie le vittime, i carnefici, gli
ispettori e noi, che spesso non facciamo attenzione a ciò che ci
succede intorno". Questo genere può essere un modo per la società di
specchiarsi in sé stessa e di risvegliare le coscienze. Ad esempio i
cattivi non vengono creati dal nulla ma sono frutto del nostro mondo.
Molta
attenzione ha prestato Henichen alla realtà triestina, in cui si muove
con diverse difficoltà il protagonista dei suoi libri Proteo (nome di
un anfibio che si trova solamente nei corsi d'acqua sotterranei del
Carso) Laurenti. Trieste e` la città di confine per eccellenza e in essa si
riflettono tutte le complicazioni e le contraddizioni che questa
situazione comporta sia dal punto di vista culturale sia da quello
identitario. L'essere in sospeso fra più realtà può far maturare un
senso di incertezza riguardo alla propria identità; da tale condizione
ne scaturisce una più grave e pericolosa ovvero il non accettare la
propria natura complessa e il sacrificio di una parte di sé in nome di
una finta normale semplicità.
Secondo Heinichen, Trieste ha
trovato un equilibrio fra le varie componenti del suo universo ed è una
dimostrazione reale di come le differenze, le contraddizioni e a volte
i contrasti possano essere superati, o comunque sia possibile la
convivenza in una dimensione costruttiva. Poi però lo scrittore ha
precisato "è vero, Trieste è un città di matti ma e` impossibile
incarcerare 240 mila abitanti, così mi sento protetto anch'io". Per dare
un'idea della peculiarità del mondo triestino si può prendere la pagina
della cronaca nera del Piccolo, quotidiano autoctono. Heinichen ci ha
raccontato di aver letto su questo giornale in occasione del crollo di
un edificio di Trieste il titolo "Ground Zero a Trieste".
Interpellato
sul ruolo del giornalismo nella società moderna, lo scrittore tedesco
ha criticato il progressivo allontanamento dei giornalisti da una
ricerca attenta delle proprie fonti con il rischio di depauperare
l'informazione stessa e ci ha ammonito di fare attenzione che "il
grande pericolo non è la bugia perché questa si svela da sola, ma la
mezza verità che viene assunta come verità assoluta".
Al quarto giorno di lavoro della redazione ha partecipato in mattinata il nuovo segretario generale dell'Ucei, Gloria Arbib,
spiegando l'organizzazione interna e i compiti dei vari organi
dell'Unione, oltre al ruolo che svolge riguardo alle relazioni con le
istituzioni, soffermandosi sui compiti di rappresentanza e di garanzia
in riferimento alle comunità ebraiche e alla tutela dei loro diritti.
La comunità ha il compito di assicurare la vita ebraica nelle sue
articolazioni, ad esempio in riferimento alle scuole ebraiche o al
riconoscimento civile dei matrimoni. Una questione nuova che l'Unione
deve affrontare è l'immigrazione in Italia di molte persone, fra le
cinquemila e le settemila, che si dichiarano di confessione ebraica e
provengono da paesi extracomunitari.
Riguardo al ruolo
dell'informazione il Segretario generale ha sottolineato la necessità
di rivolgersi sia al pubblico comunitario in modo da garantire una
conoscenza più completa delle varie realtà italiane, sia l'importanza
di creare dei canali che permettano di condividere con l'esterno
l'esperienza religiosa e culturale ebraica.
Daniel Reichel
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“Noi, discriminati perché israeliani” Parlano i giornalisti espulsi dall'Ifj
Molti
silenzi, qualche impegno disatteso, un'ostilità spesso mascherata da
indifferenza. A leggerlo con gli occhi dei giornalisti israeliani il
colpo di scena è maturato tra numerosi e inequivocabili segnali. Tanto
che l'espulsione l'11 luglio dall'Ifj, la Federazione internazionale
dei giornalisti, non sembra affatto averli colti di sorpresa. Ma da qui
a parlare di rassegnazione ce ne corre. Perché i rappresentanti della
stampa israeliana sono ben decisi a dare battaglia per riconquistare un
ruolo sovranazionale. Anche a costo di scompigliare gli equilibri
esistenti. A raccontare in presa diretta i sentimenti e le
emozioni contrastanti di questa vicenda che tanto interesse ha
suscitato anche in Italia è il gruppo di giornalisti israeliani che a
Roma hanno preso parte a un incontro con il presidente dell'Ordine
nazionale Lorenzo Del Boca dedicato proprio alla recente vicenda
dell'Ifj questo tema. “I problemi della categoria sono gli stessi in
Italia e a Tel Aviv – ha sottolineato Del Boca - è indispensabile uno
sforzo comune per capirli, affrontarli, risolverli: senza ricorrere al
boicottaggio”. Da qui la decisione di fissare un momento di confronto a
caldo, anche simbolico, senza attendere l'evolversi degli eventi. I
colleghi israeliani accolgono con gioia l'invito. “Da quando è nato lo
Stato d'Israele – racconta Arik Bachar, segretario generale dell'Israel
press council – abbiamo fatto l'abitudine a non avere troppi amici né
appoggi particolari. Non siamo dunque rimasti troppo stupiti dalla
decisione dell'Ifj. E' stata invece una sorpresa molto piacevole avere
ricevuto quest'invito dall'Italia”. Al di là dei toni morbidi,
la rabbia per quella che viene vissuta come una discriminazione è però
forte. “La tessera da giornalista – sottolinea Bachar – è il nostro
passaporto. Condividiamo lo stesso mestiere, la medesima etica
professionale”. Perché dunque, si chiede, questo provvedimento che va a
colpire la nazionalità? L'Ifj ha motivato la sua decisione con il
mancato pagamento delle quote, protratto per alcuni anni. “Ma su questo
punto – ricorda Haim Shibi della Federazione dei giornalisti israeliani
– era stato trovato un accordo, sia per il pregresso sia per il futuro”. Non
è dunque una questione di quote come finora si è voluto lasciare
intendere, ripetono i rappresentanti della stampa israeliana. Le
ragioni dell'espulsione, lasciano intendere, vanno invece rintracciate
in motivazioni di tipo politico. E con dovizia di particolari ricordano
l'assenza di Israele dal board dell'organismo, la mancata
partecipazione ad alcuni congressi, l'esclusione dalla commissione
d'inchiesta su Gaza e un'indifferenza alle proposte israeliane così
forte da indurli a prendere loro per primi le distanze da una
federazione in cui era divenuto impossibile riconoscersi. Non vi
è però traccia di vittimismo in questo racconto corale. Gli spunti
d'azione sono infatti molteplici. “Sono un israeliano nato in Marocco–
dice Yosi Bar Moha, direttore generale della Tel Aviv Journalists
Association– Anche per questo avverto da sempre una particolare
sensibilità riguardo la realtà giornalistica dei paesi arabi. La
volontà di collegarci alle loro associazioni è molto forte”. “La nostra
– continua Bar Moha – è l'unica stampa libera e democratica dell'area
mediorientale. Per questo abbiamo chiesto all'Ifj di farci incontrare i
rappresentanti della Giordania, della Siria, dell'Egitto e dell'Iran
così da poter avviare un dialogo”. La richiesta pare sia stata
finora ignorata. Ma i giornalisti israeliani rilanciano proprio da
questa prospettiva. “La nostra volontà – dice Bachar – è quella di fare
rientro nell'Ifj purché ci venga riconosciuto un ruolo”. Ma se ciò si
rivelasse impossibile vi è la disponibilità ad avviare una cooperazione
su base regionale da allargare magari all'Europa, Italia inclusa. E
magari la possibilità di dare vita a un nuovo organismo che divenga
punto di riferimento per un dibattito che promuova l'etica e la
professionalità. Insomma, la sfida internazionale è aperta. Prossimo
appuntamento a fine novembre a Eilat per l'incontro annuale della
stampa israeliana. Invitato d'onore, il presidente dei giornalisti
italiani Lorenzo Del Boca.
Daniela Gross
Giornalisti: Del Boca, Israeliani pronti a tornare nella Ifj
I
giornalisti israeliani "sono disponibili a tornare nella Federazione
internazionale dei giornalisti (Ifj) con gli stessi pieni diritti di
tutti gli altri membri". In caso contrario "non escludono l'ipotesi di
istituire una nuova Federazione internazionale che diventi il punto di
riferimento per un dibattito che promuova l'etica e la
professionalità". E' quanto è emerso oggi dall'incontro tra il
presidente dell'Ordine nazionale, Lorenzo Del Boca, e una delegazione
di giornalisti israeliani. L'incontro, spiega una nota dell'Ordine, è
avvenuto in seguito all'espulsione dell'Unione dei giornalisti
israeliani dalla Ifj, "iniziativa che congiuntamente è stata
condannata". "Durante la riunione - spiega ancora la nota - è stata
espressa la reciproca volontà di migliorare i rapporti fra i colleghi
al di qua e al di là del Mediterraneo. I problemi della categoria sono
gli stessi in Italia e a Tel Aviv: è indispensabile uno sforzo comune
per capirli, affrontarli, risolverli". La delegazione israeliana ha
invitato Del Boca a partecipare al Congresso annuale dei colleghi che
si terrà a novembre nella città di Eilat; il presidente dell'Ordine ha
a sua volta invitato gli israeliani a partecipare al convegno che si
svolgerà in primavera in Valle d'Aosta, sulla sfida che la professione
deve affrontare nell'immediato futuro. Oltre a Del Boca, hanno partecipato all'incontro
Ezio Ercole, vicepresidente dell'Ordine del Piemonte; Roberto
Zalambani, componente del comitato esecutivo; Franco Po, responsabile
dei rapporti internazionali con i giornalisti residenti all'estero;
Arik Bachar, segretario generale dell'Israel Press Council; Avi Paz,
presidente della Tel Aviv Journalists Association; Yossi Bar-Moha,
direttore generale della Tel Aviv Journalists Association; Ahiya
Genossar, presidente della Jerusalem Journalists Association Advocate;
Haim Shibi della Jerusalem Journalists Association.
Ansa, 24 luglio 2009
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«Grande è
il disordine sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente»,
era uso dire il “Grande Timoniere” (le maiuscole sono d’obbligo)
Mao Tze-Dong. L’estate è sempre stagione di trapasso, che ci
piaccia o meno, e l’estate di quest’anno sarà ricordata, più
che per la canicola, per la transizione da quello che era il sistema
di relazioni internazionali dell’Amministrazione Bush a quello che,
con fatica, la nuova Presidenza americana cerca di mettere in piedi.
Il passaggio, com’era facilmente prevedibile, si sta rivelando
complesso e macchinoso. Ce ne dà un assaggio in tal senso,
parlandoci del ritorno di aggressività della Russia, Sergio Romano
su Panorama.
Che Barack Obama si giochi una buona fetta del consenso, fino ad oggi
raccolto attraverso una intelligente gestione della comunicazione,
sui fatti non di politica mondiale bensì sulle questioni interne, a
partire dalla riforma del sistema sanitario (che al momento attuale
esclude quaranta milioni di americani da qualsiasi copertura che non
sia quella d’emergenza), è cosa risaputa da chi segue l’evoluzione
della politica in quel paese grande, e per noi non sempre facilmente
comprensibile, che sono gli Stati Uniti. Si legga al riguardo
l’articolo di Andrea Liberati su il Tempo.
Non di meno, poiché si vanno determinando nuovi assetti nello
scenario internazionale, il problema di una politica mediorientale
capace di incidere per davvero si pone come inderogabile per
Washington. Da dove iniziare, e con cosa, parrebbe però essere
problema di improba soluzione. Intanto, il quadro si presenta
movimentato e destianto ad ulteriori evoluzioni. Così ci racconta il
Foglio quando
si chiede se «Obama abbandona Israele». L’attore più
insistentemente visibile, l’Iran, è attraversato da convulsioni
interne che sono ben lontane dall’essere risolte. Si legga al
riguardo, in mancanza di notizie di prima mano, l’intervista di
Antonio Guerrera allo scrittore italo-iraniano Hamid Ziarati su il
Riformista,
le cui parole esprimono lo stato di smarrimento dei tanti. Una lotta
tra poteri, prima ancora che una lotta per il potere, è in atto.
Quando terminerà, con quale vincitore e in quale modo questo
affermerà la sua supremazia è cosa molto difficile da dirsi. La
Repubblica islamica dell’Iran è, in tutta probabilità, ad una
svolta. Il fragile equilibrio che ha retto in trent’anni la
complessa policrazia sulla quale Teheran ha giocato il suo ruolo
regionale, rischia di rompersi una volta per sempre. Non di meno,
molti paesi dell’area mediorientale presentano una preoccupante
convergenza di fenomeni tra di loro infelicemente dissonanti: a
società giovani, con scarse opportunità di mobilità sociale, si
affiancato gruppi dirigenti vecchi, cristallizzati nella loro
inamovibilità. Questi ultimi sono tali non solo per dato anagrafico
ma perché sono i depositari di un potere che si sono tramandati di
generazione in generazione, creando dinastie di diritto o anche solo
di fatto (si pensi, per fare un esempio, alla situazione
dell’Egitto). La fotografia della ineguale distribuzione dei poteri
tra poche élite, consegnatesi ad una sorta di autoreferenzialità,
si contrappone drammaticamente alle scarsissime opportunità offerte
alle collettività nazionali, che domandano non solo democrazia ma
anche e soprattutto giustizia sociale. L’una cosa, peraltro,
alimenta l’altra: la mancanza di possibilità di migliorare la
qualità della propria vita fa lievitare il malcontento politico il
quale, a sua volta, esacerba il senso di deprivazione economica. Il
cortocircuito è quindi dietro l’angolo e l’islamismo radicale,
ancorché politicamente perdente quando viene messo alla prova
(laddove è successo ha miseramente fallito, in Sudan come in
Algeria), è il recipiente che ancora una volta potrebbe calamitare e
orientare la protesta popolare, raccogliendone pro domo sua gli
effetti. Non ne verrebbe fuori nulla di buono poiché i movimenti
islamici vincono solo quando devono combattere, non quando sono
chiamati a governare (il caso afgano ne è un riscontro), fermo
restando che l’idea totalitaria di società di cui sono depositari
è quanto di più terrificante possa essere proposto. Anche in tale
senso vanno quindi le polemiche riflessioni dello scrittore egiziano
Alaa Al-Aswany, che possiamo leggere su l’Espresso.
Non di meno, e alla luce delle trasformazioni in corso, una più
rassicurante Fiamma Nirenstein, nella sua abituale rubrica per
Panorama,
ci invita a leggere il rapporto tra Washington e Gerusalemme non
tanto alla luce delle ripetute frizioni delle settimane scorse ma
come un percorso di assestamento tra due Amministrazioni che, dopo
essersi misurate reciprocamente, ossia dopo avere verificato
l’effettiva natura dell’interlocutore, cercano ora di individuare
e definire una strategia condivisa per il Medio Oriente. Lettura,
quest’ultima, assai plausibile poiché malgrado le differenze di
accenti e la non immediata convergenza delle agende in tutti i loro
punti, Israele e Stati Uniti hanno bisogno l’una dell’altro e
viceversa. Il vero nodo problematico non sono le diplomazie dei due
paesi, che cercano di lavorare di concerto, ma la stabilità della
maggioranza che sorregge l’esecutivo israeliano, da un lato, e la
capacità di assumere decisioni politicamente cogenti per parte di
Obama che, sulle questioni fondamentali, ancora non è riuscito a
dimostrare di sapere andare oltre le dichiarazioni di principio.
Cambiamo registro per interessarci, grazie a un articolo d’analisi
a firma di Massimo Nava su il Corriere
della Sera,
e a un intervento di Pierre Besnainou su le
Figaro,
al «caso Halimi», la vicenda giudiziaria che ha coinvolto la
Francia, raccogliendo però scarsa eco nel nostro paese. Il processo
intentato alla «gang dei barbari», il gruppo di assassini
capitanati da Youssouf Fofana, un ivoriano regista del rapimento di
Ilan Halimi, giovane commesso di origine ebraica, tenuto poi
prigioniero e seviziato per alcune settimane, fino all’atroce morte
comminatagli dagli stessi rapitori, continua a tenere banco. Mentre
il fanatico capobranco, prodottosi in una serie di deliranti
dichiarazioni contro la sua vittima, è stato condannato
all’ergastolo i suoi biechi serventi si sono viste attribuire pene
molto miti, benché le prove della complicità in un crimine definito
dallo stesso Fofana come un atto deliberatamente antisemita, fossero
non solo evidenti ma addirittura conclamate (e come tali
rivendicate). La brutalità dell’omicidio, consumatosi lentamente,
nel corso del tempo, tra ripetuti ricatti nei confronti dei
famigliari della vittima, e poi “giustificato” come un atto
contro gli «ebrei capitalisti», ha aperto una discussione non solo
tra i membri della comunità ebraica francese ma nell’intero paese.
La vicenda giudiziaria non si è conclusa con la sentenza, per molti
insoddisfacente, che chiude un processo che ha tenuto volutamente a
distanza di sicurezza i mezzi di informazione. Si discute, ancora una
volta, su quali possano essere i rischi di una degenerazione morale,
civile e culturale soprattutto tra i giovani ma anche tra i meno
giovani abitanti delle periferie metropolitane. La vicenda del povero
Halimi, ed in particolare la rivendicazione, da parte di Fofana,
della “liceità” delle brutali violenze e dell’atroce morte
comminategli, le une e l’altra intese come atto di redibizione nei
confronti di un giudaismo che sarebbe all’origine dei mali del
mondo, è solo una delle spie di un malessere che, senza
necessariamente raggiungere tali livelli di perversione, comunque
alligna nelle società europee. Le banlieue francesi, molto spesso
luogo di concentramento di un sottoproletariato urbano senza
prospettive, già da qualche lustro parrebbero anticipare fenomeni di
barbarie quotidiana. In tal senso il rapimento, la violenza e
l’assassinio consumatisi contro un individuo, solamente perché
ebreo, e come tale inteso dai suoi carnefici in quanto «ricco» e
quindi «colpevole», nel resuscitare antichi fantasmi demanda
all’inquietante scenario di una continente che, ancora una volta,
recupera in alcune sue frange sociali, l’antisemitismo come forma
pervertita di lotta di classe. Ora, se a parole ben pochi derelitti
si dichiarerebbero a favore di un Fofana, facilmente liquidato come
uno sproloquiante criminale, nei fatti la cupa ideologia di fondo che
ha armato lui e i suoi accoliti raccoglie molti più seguaci di
quanto non si sia disposti a riconoscere di primo acchito. Anche in
certi salotti buoni, come quelli di alcuni partiti neonazionalisti
che hanno dato buona prova di sé nelle ultime elezioni europee.
Tutto il solido armamentario antisemitico del Novecento, di radice
nazifascista, ripreso poi dal radicalismo islamista, si basa sulla
truce favoletta che gli ebrei sarebbero per l’appunto ricchi e
potenti e che il colpirli, in fondo, costituirebbe un atto di
«giustizia sociale». Parrebbe proprio che il passato non abbia
nulla da insegnare a certuni. O più prosaicamente, va forse
riconosciuto che ci sono non pochi irriducibili alla ragione, che non
vogliono imparare alcunché, preferendovi il sapore del sangue. Il
problema, nei frangenti storici, è di capire quanti la pensano nel
primo modo e quanti, invece, propendono per il ricorso alla violenza
belluina che se procura disgusto ai giusti alimenta le passioni dei
tanti ingiusti. Claudio
Vercelli |
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I
militari presidieranno la sinagoga di Firenze
Firenze, 24 Lug - La
sinagoga di Firenze sarà presidiata da una pattuglia di militari. I
militari saranno operativi dall’inizio di agosto e andranno a
sostituire gli uomini della Guardia di Finanza, attualmente incaricati
dei servizi di sorveglianza. L’operazione servirà a recuperare
personale delle forze dell’ordine da impiegare nei servizi di contrasto
ai fenomeni di illegalità, molto diffusi nel territorio cittadino.
“Sono molto contento”, il commento di Matteo Renzi, sindaco di Firenze.
Soddisfatti della decisione anche i sindacati di polizia locali.
Regno Unito: record di atti antisemiti nel 2009 Londra, 24 lug - Record
di atti antisemiti nel Regno Unito. Sono stati registrati nel primo
semestre 2009 circa 610 incidenti (nell'interno arco del 2008 ne erano
stati registrati 544). Secondo un'organizzazione ebraica è una reazione
all'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. "Gli ebrei
britannici affrontano un livello senza precedenti di aggressioni e
intimidazioni razziste che minacciano il benessere della nostra
comunità ebraica, d'altra parte prospera e felice", ha dichiarato Mark
Gardner, portavoce dell'organizzazione Community security trust (Cst).
Il Cst ha registrato 609 incidenti antisemiti nei primi sei mesi del
2009, contro i 544 nell'intero arco del 2008. Il precedente record
risaliva al 2006 (offensiva di Israele in Libano) con 598 incidenti
segnalati. L'impennata si è manifestata in gennaio sulla scia
dell'offensiva di Israele nella Striscia di Gaza, con nove incidenti
antisemiti al giorno registrati nel Regno Unito. Sui 286 incidenti
censiti per il solo mese di gennaio, più della metà faceva diretto
riferimento a quell'offensiva, sottolinea il Cst. "Non c'é nessuna
scusa per l'antisemitismo, il razzismo e il pregiudizio, ed è del tutto
inaccettabile che conflitti all'estero abbiamo tali conseguenze qui",
ha proseguito Gardner.
Milano
accoglie la proposta dell'Ugei,
una via intitolata al 9 luglio 1999 Su
proposta di Daniele Nahum, Presidente dell’Unione Giovani Ebrei
d’Italia, il Consiglio comunale di Milano ha recepito l’idea di
intitolare una via di Milano al 9 Luglio 1999, giorno in cui si svolse
la più grande rivolta da parte degli studenti iraniani. La proposta è
stata approvata all’unanimità in Consiglio, il voto è stato quindi
trasversale, grazie all’appoggio e all’azione delle principali forze
politiche giovanili (PDL e PD), ai Consiglieri Maran e Malagola e alla
sensibilità del Presidente del Consiglio comunale di Milano, Manfredi
Palmeri. Dalle parole di Daniele Nahum: “Grazie alla loro sensibilità
politica abbiamo ottenuto questo risultato, oggi da Milano, il nostro
Paese ha scritto una pagina bellissima, che speriamo trovi immediata
applicazione dal sindaco Letizia Moratti”. In seguito alle
recenti “elezioni” in Iran avevo già scritto, sottolineando alcune
iniziative di protesta pacifica da parte di coloro che si sentono
defraudati dal risultato. Da parte mia, non posso non provare
apprensione per la sorte degli studenti, delle donne e degli uomini,
che sfidando la censura e la repressione, difendono il loro diritto di
protestare per le gestione del voto e reclamano il rispetto delle
prerogative democratiche, così come non posso non provare simpatia per
gli strumenti pacifici, civili ed intelligenti che utilizzano. Ciò non
significa ovviamente identificazione con l’opposizione. Finita l’era di
Bush e con la mano tesa di Obama, il regime iraniano non ha più la
scusa del nemico esterno e l’odiosa propaganda contro lo Stato di
Israele e il negazionismo non sono più sufficienti a far dimenticare al
popolo iraniano i problemi economici e sociali del Paese, le differenze
fra l’Iran secolare e l’Iran clericale come le divisioni all’interno
dello stesso clero e quindi acquistano rilevanza i problemi della
rappresentanza. L’Iran poi non è un Paese di soli Ayatollah, è un Paese
con una storia millenaria che comprende anche l’Islam, moderato o meno
che sia. Riccardo Hofmann, Consigliere UCEI |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
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