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L'Unione informa
 
    24 luglio 2009 - 3 Av 5769  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Roberto Colombo Roberto
Colombo,

rabbino 
Questo Shabbat inizia il lungo libro di Devarim - delle parole - che contiene i discorsi di Moshè alla nuova generazione di ebrei nata nel deserto. Moshè il balbuziente parla per un intero mese, fino al momento della sua morte. Solo chi riacquista con scioltezza la parola ogni volta che si trova di fronte a giovani alunni può essere definito Maestro.
Ci ha dato l'Habeas corpus. Ci ha dato Shakespeare ed Elisabetta I. Ci ha dato la prima decapitazione pubblica di un sovrano, destinata a far da modello a quella di Luigi XVI in Francia. Ci ha dato la monarchia costituzionale. A lei guardava Montesquieu quando formulava la teoria della divisione dei poteri. E ancora ci ha dato, dici poco,  la prima rivoluzione industriale. Ci ha dato le suffragette, e poi ha resistito vittoriosamente ad Hitler. L'Inghilterra, naturalmente. Ora, accetta che i tribunali islamici formino un sistema giuridico parallelo entro lo Stato, a cui perfino i cittadini britannici non musulmani possono rivolgersi. A quando il taglio delle mani del primo ladro? A quando la prima lapidazione di un'adultera? Che nostalgia dei tribunali di contea, con il giudice imparruccato e le giurie, come ce li ha descritti tanto bene Agata Christie! Che nostalgia dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge!   Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  Redazione aperta - Dal segretario generale dell'Ucei
allo scittore Veit Heinichen, triestino d'adozione


PraticantiI confini sono sempre complicati. "Tagliano vite, famiglie, culture, gusti" ha sostenuto Veit Heinichen, scrittore noir di origine tedesca, durante l'incontro che si è svolto in un'osmizza (dallo sloveno, osteria) sulle rocce del Carso di Trieste. Triestino d'adozione, Heinichen, dopo aver lasciato la direzione della casa editrice Berlin Verlag, si è dedicato alla scrittura, in particolare ai romanzi gialli e ci ha spiegato che il noir è lo strumento migliore per raccontare la complessità della società moderna perché "raccoglie le vittime, i carnefici, gli ispettori e noi, che spesso non facciamo attenzione a ciò che ci succede intorno". Questo genere può essere un modo per la società di specchiarsi in sé stessa e di risvegliare le coscienze. Ad esempio i cattivi non vengono creati dal nulla ma sono frutto del nostro mondo.

Molta attenzione ha prestato Henichen alla realtà triestina, in cui si muove con diverse difficoltà il protagonista dei suoi libri Proteo (nome di un anfibio che si trova solamente nei corsi d'acqua sotterranei del Carso) Laurenti. Trieste e` la città di confine per eccellenza e in essa si riflettono tutte le complicazioni e le contraddizioni che questa situazione comporta sia dal punto di vista culturale sia da quello identitario. L'essere in sospeso fra più realtà può far maturare un senso di incertezza riguardo alla propria identità; da tale condizione ne scaturisce una più grave e pericolosa ovvero il non accettare la propria natura complessa e il sacrificio di una parte di sé in nome di una finta normale semplicità.

Secondo Heinichen, Trieste ha trovato un equilibrio fra le varie componenti del suo universo ed è una dimostrazione reale di come le differenze, le contraddizioni e a volte i contrasti possano essere superati, o comunque sia possibile la convivenza in una dimensione costruttiva. Poi però lo scrittore ha precisato "è vero, Trieste è un città di matti ma e` impossibile incarcerare 240 mila abitanti, così mi sento protetto anch'io". Per dare un'idea della peculiarità del mondo triestino si può prendere la pagina della cronaca nera del Piccolo, quotidiano autoctono. Heinichen ci ha raccontato di aver letto su questo giornale in occasione del crollo di un edificio di Trieste il titolo "Ground Zero a Trieste".

Interpellato sul ruolo del giornalismo nella società moderna, lo scrittore tedesco ha criticato il progressivo allontanamento dei giornalisti da una ricerca attenta delle proprie fonti con il rischio di depauperare l'informazione stessa e ci ha ammonito di fare attenzione che "il grande pericolo non è la bugia perché questa si svela da sola, ma la mezza verità che viene assunta come verità assoluta".

Al quarto giorno di lavoro della redazione ha partecipato in mattinata il nuovo segretario generale dell'Ucei, Gloria Arbib, spiegando l'organizzazione interna e i compiti dei vari organi dell'Unione, oltre al ruolo che svolge riguardo alle relazioni con le istituzioni, soffermandosi sui compiti di rappresentanza e di garanzia in riferimento alle comunità ebraiche e alla tutela dei loro diritti. La comunità ha il compito di assicurare la vita ebraica nelle sue articolazioni, ad esempio in riferimento alle scuole ebraiche o al riconoscimento civile dei matrimoni. Una questione nuova che l'Unione deve affrontare è l'immigrazione in Italia di molte persone, fra le cinquemila e le settemila, che si dichiarano di confessione ebraica e provengono da paesi extracomunitari.

Riguardo al ruolo dell'informazione il Segretario generale ha sottolineato la necessità di rivolgersi sia al pubblico comunitario in modo da garantire una conoscenza più completa delle varie realtà italiane, sia l'importanza di creare dei canali che permettano di condividere con l'esterno l'esperienza religiosa e culturale ebraica.

Daniel Reichel
 
 
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  “Noi, discriminati perché israeliani”
Parlano i giornalisti espulsi dall'Ifj


Molti silenzi, qualche impegno disatteso, un'ostilità spesso mascherata da indifferenza. A leggerlo con gli occhi dei giornalisti israeliani il colpo di scena è maturato tra numerosi e inequivocabili segnali. Tanto che l'espulsione l'11 luglio dall'Ifj, la Federazione internazionale dei giornalisti, non sembra affatto averli colti di sorpresa. Ma da qui a parlare di rassegnazione ce ne corre. Perché i rappresentanti della stampa israeliana sono ben decisi a dare battaglia per riconquistare un ruolo sovranazionale. Anche a costo di scompigliare gli equilibri esistenti.
A raccontare in presa diretta i sentimenti e le emozioni contrastanti di questa vicenda che tanto interesse ha suscitato anche in Italia è il gruppo di giornalisti israeliani che a Roma hanno preso parte a un incontro con il presidente dell'Ordine nazionale Lorenzo Del Boca dedicato proprio alla recente vicenda dell'Ifj questo tema. “I problemi della categoria sono gli stessi in Italia e a Tel Aviv – ha sottolineato Del Boca - è indispensabile uno sforzo comune per capirli, affrontarli, risolverli: senza ricorrere al boicottaggio”. Da qui la decisione di fissare un momento di confronto a caldo, anche simbolico, senza attendere l'evolversi degli eventi.
I colleghi israeliani accolgono con gioia l'invito. “Da quando è nato lo Stato d'Israele – racconta Arik Bachar, segretario generale dell'Israel press council – abbiamo fatto l'abitudine a non avere troppi amici né appoggi particolari. Non siamo dunque rimasti troppo stupiti dalla decisione dell'Ifj. E' stata invece una sorpresa molto piacevole avere ricevuto quest'invito dall'Italia”.
Al di là dei toni morbidi, la rabbia per quella che viene vissuta come una discriminazione è però forte. “La tessera da giornalista – sottolinea Bachar – è il nostro passaporto. Condividiamo lo stesso mestiere, la medesima etica professionale”. Perché dunque, si chiede, questo provvedimento che va a colpire la nazionalità? L'Ifj ha motivato la sua decisione con il mancato pagamento delle quote, protratto per alcuni anni. “Ma su questo punto – ricorda Haim Shibi della Federazione dei giornalisti israeliani – era stato trovato un accordo, sia per il pregresso sia per il futuro”.
Non è dunque una questione di quote come finora si è voluto lasciare intendere, ripetono i rappresentanti della stampa israeliana. Le ragioni dell'espulsione, lasciano intendere, vanno invece rintracciate in motivazioni di tipo politico. E con dovizia di particolari ricordano l'assenza di Israele dal board dell'organismo, la mancata partecipazione ad alcuni congressi, l'esclusione dalla commissione d'inchiesta su Gaza e un'indifferenza alle proposte israeliane così forte da indurli a prendere loro per primi le distanze da una federazione in cui era divenuto impossibile riconoscersi.
Non vi è però traccia di vittimismo in questo racconto corale. Gli spunti d'azione sono infatti molteplici. “Sono un israeliano nato in Marocco– dice Yosi Bar Moha, direttore generale della Tel Aviv Journalists Association– Anche per questo avverto da sempre una particolare sensibilità riguardo la realtà giornalistica dei paesi arabi. La volontà di collegarci alle loro associazioni è molto forte”. “La nostra – continua Bar Moha – è l'unica stampa libera e democratica dell'area mediorientale. Per questo abbiamo chiesto all'Ifj di farci incontrare i rappresentanti della Giordania, della Siria, dell'Egitto e dell'Iran così da poter avviare un dialogo”.
La richiesta pare sia stata finora ignorata. Ma i giornalisti israeliani rilanciano proprio da questa prospettiva. “La nostra volontà – dice Bachar – è quella di fare rientro nell'Ifj purché ci venga riconosciuto un ruolo”. Ma se ciò si rivelasse impossibile vi è la disponibilità ad avviare una cooperazione su base regionale da allargare magari all'Europa, Italia inclusa. E magari la possibilità di dare vita a un nuovo organismo che divenga punto di riferimento per un dibattito che promuova l'etica e la professionalità. Insomma, la sfida internazionale è aperta. Prossimo appuntamento a fine novembre a Eilat per l'incontro annuale della stampa israeliana. Invitato d'onore, il presidente dei giornalisti italiani Lorenzo Del Boca.

Daniela Gross





Giornalisti: Del Boca, Israeliani pronti a tornare nella Ifj

I giornalisti israeliani "sono disponibili a tornare nella Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) con gli stessi pieni diritti di tutti gli altri membri". In caso contrario "non escludono l'ipotesi di istituire una nuova Federazione internazionale che diventi il punto di riferimento per un dibattito che promuova l'etica e la professionalità". E' quanto è emerso oggi dall'incontro tra il presidente dell'Ordine nazionale, Lorenzo Del Boca, e una delegazione di giornalisti israeliani. L'incontro, spiega una nota dell'Ordine, è avvenuto in seguito all'espulsione dell'Unione dei giornalisti israeliani dalla Ifj, "iniziativa che congiuntamente è stata condannata". "Durante la riunione - spiega ancora la nota - è stata espressa la reciproca volontà di migliorare i rapporti fra i colleghi al di qua e al di là del Mediterraneo. I problemi della categoria sono gli stessi in Italia e a Tel Aviv: è indispensabile uno sforzo comune per capirli, affrontarli, risolverli". La delegazione israeliana ha invitato Del Boca a partecipare al Congresso annuale dei colleghi che si terrà a novembre nella città di Eilat; il presidente dell'Ordine ha a sua volta invitato gli israeliani a partecipare al convegno che si svolgerà in primavera in Valle d'Aosta, sulla sfida che la professione deve
affrontare nell'immediato futuro. Oltre a Del Boca, hanno partecipato
all'incontro Ezio Ercole, vicepresidente dell'Ordine del Piemonte; Roberto Zalambani, componente del comitato esecutivo; Franco Po, responsabile dei rapporti internazionali con i giornalisti residenti all'estero; Arik Bachar, segretario generale dell'Israel Press Council; Avi Paz, presidente della Tel Aviv Journalists Association; Yossi Bar-Moha, direttore generale della Tel Aviv Journalists Association; Ahiya Genossar, presidente della Jerusalem Journalists Association Advocate; Haim Shibi della Jerusalem Journalists Association.

Ansa, 24 luglio 2009

 
 
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«Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente», era uso dire il “Grande Timoniere” (le maiuscole sono d’obbligo) Mao Tze-Dong. L’estate è sempre stagione di trapasso, che ci piaccia o meno, e l’estate di quest’anno sarà ricordata, più che per la canicola, per la transizione da quello che era il sistema di relazioni internazionali dell’Amministrazione Bush a quello che, con fatica, la nuova Presidenza americana cerca di mettere in piedi. Il passaggio, com’era facilmente prevedibile, si sta rivelando complesso e macchinoso. Ce ne dà un assaggio in tal senso, parlandoci del ritorno di aggressività della Russia, Sergio Romano su Panorama. Che Barack Obama si giochi una buona fetta del consenso, fino ad oggi raccolto attraverso una intelligente gestione della comunicazione, sui fatti non di politica mondiale bensì sulle questioni interne, a partire dalla riforma del sistema sanitario (che al momento attuale esclude quaranta milioni di americani da qualsiasi copertura che non sia quella d’emergenza), è cosa risaputa da chi segue l’evoluzione della politica in quel paese grande, e per noi non sempre facilmente comprensibile, che sono gli Stati Uniti. Si legga al riguardo l’articolo di Andrea Liberati su il Tempo. Non di meno, poiché si vanno determinando nuovi assetti nello scenario internazionale, il problema di una politica mediorientale capace di incidere per davvero si pone come inderogabile per Washington. Da dove iniziare, e con cosa, parrebbe però essere problema di improba soluzione. Intanto, il quadro si presenta movimentato e destianto ad ulteriori evoluzioni. Così ci racconta il Foglio quando si chiede se «Obama abbandona Israele». L’attore più insistentemente visibile, l’Iran, è attraversato da convulsioni interne che sono ben lontane dall’essere risolte. Si legga al riguardo, in mancanza di notizie di prima mano, l’intervista di Antonio Guerrera allo scrittore italo-iraniano Hamid Ziarati su il Riformista, le cui parole esprimono lo stato di smarrimento dei tanti. Una lotta tra poteri, prima ancora che una lotta per il potere, è in atto. Quando terminerà, con quale vincitore e in quale modo questo affermerà la sua supremazia è cosa molto difficile da dirsi. La Repubblica islamica dell’Iran è, in tutta probabilità, ad una svolta. Il fragile equilibrio che ha retto in trent’anni la complessa policrazia sulla quale Teheran ha giocato il suo ruolo regionale, rischia di rompersi una volta per sempre. Non di meno, molti paesi dell’area mediorientale presentano una preoccupante convergenza di fenomeni tra di loro infelicemente dissonanti: a società giovani, con scarse opportunità di mobilità sociale, si affiancato gruppi dirigenti vecchi, cristallizzati nella loro inamovibilità. Questi ultimi sono tali non solo per dato anagrafico ma perché sono i depositari di un potere che si sono tramandati di generazione in generazione, creando dinastie di diritto o anche solo di fatto (si pensi, per fare un esempio, alla situazione dell’Egitto). La fotografia della ineguale distribuzione dei poteri tra poche élite, consegnatesi ad una sorta di autoreferenzialità, si contrappone drammaticamente alle scarsissime opportunità offerte alle collettività nazionali, che domandano non solo democrazia ma anche e soprattutto giustizia sociale. L’una cosa, peraltro, alimenta l’altra: la mancanza di possibilità di migliorare la qualità della propria vita fa lievitare il malcontento politico il quale, a sua volta, esacerba il senso di deprivazione economica. Il cortocircuito è quindi dietro l’angolo e l’islamismo radicale, ancorché politicamente perdente quando viene messo alla prova (laddove è successo ha miseramente fallito, in Sudan come in Algeria), è il recipiente che ancora una volta potrebbe calamitare e orientare la protesta popolare, raccogliendone pro domo sua gli effetti. Non ne verrebbe fuori nulla di buono poiché i movimenti islamici vincono solo quando devono combattere, non quando sono chiamati a governare (il caso afgano ne è un riscontro), fermo restando che l’idea totalitaria di società di cui sono depositari è quanto di più terrificante possa essere proposto. Anche in tale senso vanno quindi le polemiche riflessioni dello scrittore egiziano Alaa Al-Aswany, che possiamo leggere su l’Espresso. Non di meno, e alla luce delle trasformazioni in corso, una più rassicurante Fiamma Nirenstein, nella sua abituale rubrica per Panorama, ci invita a leggere il rapporto tra Washington e Gerusalemme non tanto alla luce delle ripetute frizioni delle settimane scorse ma come un percorso di assestamento tra due Amministrazioni che, dopo essersi misurate reciprocamente, ossia dopo avere verificato l’effettiva natura dell’interlocutore, cercano ora di individuare e definire una strategia condivisa per il Medio Oriente. Lettura, quest’ultima, assai plausibile poiché malgrado le differenze di accenti e la non immediata convergenza delle agende in tutti i loro punti, Israele e Stati Uniti hanno bisogno l’una dell’altro e viceversa. Il vero nodo problematico non sono le diplomazie dei due paesi, che cercano di lavorare di concerto, ma la stabilità della maggioranza che sorregge l’esecutivo israeliano, da un lato, e la capacità di assumere decisioni politicamente cogenti per parte di Obama che, sulle questioni fondamentali, ancora non è riuscito a dimostrare di sapere andare oltre le dichiarazioni di principio. Cambiamo registro per interessarci, grazie a un articolo d’analisi a firma di Massimo Nava su il Corriere della Sera, e a un intervento di Pierre Besnainou su le Figaro, al «caso Halimi», la vicenda giudiziaria che ha coinvolto la Francia, raccogliendo però scarsa eco nel nostro paese. Il processo intentato alla «gang dei barbari», il gruppo di assassini capitanati da Youssouf Fofana, un ivoriano regista del rapimento di Ilan Halimi, giovane commesso di origine ebraica, tenuto poi prigioniero e seviziato per alcune settimane, fino all’atroce morte comminatagli dagli stessi rapitori, continua a tenere banco. Mentre il fanatico capobranco, prodottosi in una serie di deliranti dichiarazioni contro la sua vittima, è stato condannato all’ergastolo i suoi biechi serventi si sono viste attribuire pene molto miti, benché le prove della complicità in un crimine definito dallo stesso Fofana come un atto deliberatamente antisemita, fossero non solo evidenti ma addirittura conclamate (e come tali rivendicate). La brutalità dell’omicidio, consumatosi lentamente, nel corso del tempo, tra ripetuti ricatti nei confronti dei famigliari della vittima, e poi “giustificato” come un atto contro gli «ebrei capitalisti», ha aperto una discussione non solo tra i membri della comunità ebraica francese ma nell’intero paese. La vicenda giudiziaria non si è conclusa con la sentenza, per molti insoddisfacente, che chiude un processo che ha tenuto volutamente a distanza di sicurezza i mezzi di informazione. Si discute, ancora una volta, su quali possano essere i rischi di una degenerazione morale, civile e culturale soprattutto tra i giovani ma anche tra i meno giovani abitanti delle periferie metropolitane. La vicenda del povero Halimi, ed in particolare la rivendicazione, da parte di Fofana, della “liceità” delle brutali violenze e dell’atroce morte comminategli, le une e l’altra intese come atto di redibizione nei confronti di un giudaismo che sarebbe all’origine dei mali del mondo, è solo una delle spie di un malessere che, senza necessariamente raggiungere tali livelli di perversione, comunque alligna nelle società europee. Le banlieue francesi, molto spesso luogo di concentramento di un sottoproletariato urbano senza prospettive, già da qualche lustro parrebbero anticipare fenomeni di barbarie quotidiana. In tal senso il rapimento, la violenza e l’assassinio consumatisi contro un individuo, solamente perché ebreo, e come tale inteso dai suoi carnefici in quanto «ricco» e quindi «colpevole», nel resuscitare antichi fantasmi demanda all’inquietante scenario di una continente che, ancora una volta, recupera in alcune sue frange sociali, l’antisemitismo come forma pervertita di lotta di classe. Ora, se a parole ben pochi derelitti si dichiarerebbero a favore di un Fofana, facilmente liquidato come uno sproloquiante criminale, nei fatti la cupa ideologia di fondo che ha armato lui e i suoi accoliti raccoglie molti più seguaci di quanto non si sia disposti a riconoscere di primo acchito. Anche in certi salotti buoni, come quelli di alcuni partiti neonazionalisti che hanno dato buona prova di sé nelle ultime elezioni europee. Tutto il solido armamentario antisemitico del Novecento, di radice nazifascista, ripreso poi dal radicalismo islamista, si basa sulla truce favoletta che gli ebrei sarebbero per l’appunto ricchi e potenti e che il colpirli, in fondo, costituirebbe un atto di «giustizia sociale». Parrebbe proprio che il passato non abbia nulla da insegnare a certuni. O più prosaicamente, va forse riconosciuto che ci sono non pochi irriducibili alla ragione, che non vogliono imparare alcunché, preferendovi il sapore del sangue. Il problema, nei frangenti storici, è di capire quanti la pensano nel primo modo e quanti, invece, propendono per il ricorso alla violenza belluina che se procura disgusto ai giusti alimenta le passioni dei tanti ingiusti.
 
Claudio Vercelli

 
 
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I militari presidieranno la sinagoga di Firenze                                
Firenze, 24 Lug -
La sinagoga di Firenze sarà presidiata da una pattuglia di militari. I militari saranno operativi dall’inizio di agosto e andranno a sostituire gli uomini della Guardia di Finanza, attualmente incaricati dei servizi di sorveglianza. L’operazione servirà a recuperare personale delle forze dell’ordine da impiegare nei servizi di contrasto ai fenomeni di illegalità, molto diffusi nel territorio cittadino. “Sono molto contento”, il commento di Matteo Renzi, sindaco di Firenze. Soddisfatti della decisione anche i sindacati di polizia locali.

Regno Unito: record di atti antisemiti nel 2009
Londra, 24 lug -
Record di atti antisemiti nel Regno Unito. Sono stati registrati nel primo semestre 2009 circa 610 incidenti (nell'interno arco del 2008 ne erano stati registrati 544). Secondo un'organizzazione ebraica è una reazione all'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.  "Gli ebrei britannici affrontano un livello senza precedenti di aggressioni e intimidazioni razziste che minacciano il benessere della nostra comunità ebraica, d'altra parte prospera e felice", ha dichiarato Mark Gardner, portavoce dell'organizzazione Community security trust (Cst). Il Cst ha registrato 609 incidenti antisemiti nei primi sei mesi del 2009, contro i 544 nell'intero arco del 2008. Il precedente record risaliva al 2006 (offensiva di Israele in Libano) con 598 incidenti segnalati. L'impennata si è manifestata in gennaio sulla scia dell'offensiva di Israele nella Striscia di Gaza, con nove incidenti antisemiti al giorno registrati nel Regno Unito. Sui 286 incidenti censiti per il solo mese di gennaio, più della metà faceva diretto riferimento a quell'offensiva, sottolinea il Cst. "Non c'é nessuna scusa per l'antisemitismo, il razzismo e il pregiudizio, ed è del tutto inaccettabile che conflitti all'estero abbiamo tali conseguenze qui", ha proseguito Gardner.

Milano accoglie la proposta dell'Ugei,                                            
una via intitolata al 9 luglio 1999
Su proposta di Daniele Nahum, Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, il Consiglio comunale di Milano ha recepito l’idea di intitolare una via di Milano al 9 Luglio 1999, giorno in cui si svolse la più grande rivolta da parte degli studenti iraniani. La proposta è stata approvata all’unanimità in Consiglio, il voto è stato quindi trasversale, grazie all’appoggio e all’azione delle principali forze politiche giovanili (PDL e PD), ai Consiglieri Maran e Malagola e alla sensibilità del Presidente del Consiglio comunale di Milano, Manfredi Palmeri. Dalle parole di Daniele Nahum: “Grazie alla loro sensibilità politica abbiamo ottenuto questo risultato, oggi da Milano, il nostro Paese ha scritto una pagina bellissima, che speriamo trovi immediata applicazione dal sindaco Letizia Moratti”.
In seguito alle recenti “elezioni” in Iran avevo già scritto, sottolineando alcune iniziative di protesta pacifica da parte di coloro che si sentono defraudati dal risultato. Da parte mia, non posso non provare apprensione per la sorte degli studenti, delle donne e degli uomini, che sfidando la censura e la repressione, difendono il loro diritto di protestare per le gestione del voto e reclamano il rispetto delle prerogative democratiche, così come non posso non provare simpatia per gli strumenti pacifici, civili ed intelligenti che utilizzano. Ciò non significa ovviamente identificazione con l’opposizione. Finita l’era di Bush e con la mano tesa di Obama, il regime iraniano non ha più la scusa del nemico esterno e l’odiosa propaganda contro lo Stato di Israele e il negazionismo non sono più sufficienti a far dimenticare al popolo iraniano i problemi economici e sociali del Paese, le differenze fra l’Iran secolare e l’Iran clericale come le divisioni all’interno dello stesso clero e  quindi acquistano rilevanza i problemi della rappresentanza. L’Iran poi non è un Paese di soli Ayatollah, è un Paese con una storia millenaria che comprende anche l’Islam, moderato o meno che sia.
Riccardo Hofmann, Consigliere UCEI
 
 
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