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L'Unione informa
 
    26 luglio 2009  - 5 Av 5769  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Benedetto Carucci Viterbi Benedetto Carucci Viterbi,
rabbino 
Mosè si trasforma, nel corso della sua leadership quarantennale, da "uomo non di parole" a grande parlatore: il libro di Devarim non è altro che "le parole che disse Mosè". Buon esempio dell'incidenza che ha una funzione pubblica sulla capacità di comunicazione. E buon esempio, in Mosè, di una comunicazione che informa e che forma. 
Il compositore iraniano Amirhossein Eslami Mirabadi è il vincitore - con “Parsi (Memorial of Ferdowsi)”, composizione per baritono e orchestra - della XV edizione del Concorso Internazionale di Composizione “2 agosto”. La composizione verrà eseguita la sera del 2 agosto prossimo in piazza Maggiore, nel centro di Bologna, in occasione delle manifestazioni per ricordare l’anniversario della strage della Stazione in cui morirono, innocenti, 85 persone e 200 furono ferite. Trovo che sia un buon segno. Dice che la dimensione del dolore - che talora è una procedura che funziona da censura della memoria - è capace di dare voce alla propria mestizia e alla propria rabbia, di calarsi nella disperazione altrui e di trovare per questa via il modo di comunicare agli altri quello che si sta provando. Con un gioco di specchi ascolteremo quella sera “Parsi (Memorial of Ferdowsi)” non solo come un omaggio a una ferita profonda che è accaduta qui, ma anche alla capacità attraverso un linguaggio universale come la musica, di “ascoltare” il dolore degli altri, e di saperlo non solo esprimere, ma anche comunicare e dunque condividerlo. E perciò, anche per questo, di apparire come parte della nostra vita. David
Bidussa,

storico sociale delle idee
David Bidussa  
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  Renzo Gattegna: "L'Italia miglior amico di Israele"
Intervista della Stampa al Presidente Ucei


Dopo tre anni di presidenza come valuta la situazione degli ebrei in Italia?
«Per la prima volta nella loro plurisecolare storia vivono un lungo periodo, che dura da 65 anni, in una condizione di completa libertà e uguaglianza e nel rispetto dei diritti fondamentali. Non c'è dubbio che essere nati e aver vissuto in uno Stato nel quale il rispetto dei diritti delle minoranze è regolato e garantito dalle leggi, ha avuto l'effetto di liberare gli ebrei da ataviche oppressioni, dalla tradizionale riservatezza e da qualsiasi forma di chiusura difensiva che, in passato, derivava dall'isolamento culturale e fisico rappresentato, sia simbolicamente che concretamente, dalla chiusura nei ghetti. La nostra esperienza passata ci pone in una condizione privilegiata per dare, all'interno della società italiana, l'apporto della nostra cultura e della nostra civiltà nel rispetto dei diritti delle minoranze».
Come si posiziona la comunità ebraica italiana nei confronti di Israele?
«I vincoli che legano gli ebrei allo Stato d'Israele non sono solo di carattere religioso o di carattere nazionale ma sono costituiti da diverse componenti storiche, culturali e di natura emozionale. Questi vincoli, proprio per la loro complessità, non sono in competizione o in conflitto col senso di appartenenza che gli ebrei italiani sentono verso l'Italia. L'Italia, a differenza di altri Paesi, non è mai stata considerata una terra di transito o di residenza temporanea; ciò è dimostrato dal fatto che quella italiana è la più antica comunità europea, presente fin dai tempi dell'antica Roma e quindi elemento integrante e fondante della società e della nazione italiana. La creazione dello Stato d'Israele, nel 1948, e la contemporanea rinascita dell'ebraico come lingua viva e parlata sono percepiti e vissuti dagli ebrei, a qualsiasi nazione appartengano, come la riscoperta di un patrimonio comune e la rinascita di un centro di vita culturale e civile».
Come valuta i rapporti fra il governo italiano e quello israeliano?
«Nell'attuale momento politico il legame di amicizia tra lo Stato d'Israele e lo Stato italiano è molto forte e lo stesso primo ministro israeliano ha riconosciuto che l'Italia è il Paese europeo che intrattiene con Israele i migliori rapporti. Il contributo dell'Italia, sia in campo politico sia in campo militare, è molto importante. Basti pensare alla presenza del contingente di 2500 militari, inquadrati nelle forze Onu, che stanno dando un aiuto fondamentale per il mantenimento del cessate il fuoco al confine tra Israele, Libano e Siria».
Crede che la politica di Obama cambierà qualcosa in Medio Oriente?
«Ritengo che la politica di Obama si stia differenziando notevolmente da quella del predecessore e soprattutto ritengo che sia alla ricerca di un nuovo tipo d’approccio alle aree più critiche e in particolare al Medio Oriente. Credo tuttavia che sia soprattutto l'inaugurazione di un nuovo stile nella politica internazionale, che non comporterà un allentamento dei tradizionali rapporti di amicizia e di collaborazione fra Usa e Israele».
Perché quest'anno per la Giornata europea della cultura ebraica, il 6 settembre, è stata scelta, come città capofila in Italia, Trani?
«Si tratta del lancio di una sfida, difficile e impegnativa, che è finalizzata alla riscoperta di un capitolo, quasi sconosciuto, della storia d'Italia. Nel Meridione nel corso del XVI secolo molte famiglie per sopravvivere decisero di convertirsi al cattolicesimo ma ancora oggi, dopo 500 anni, esistono nuclei che conservano tradizioni di matrice ebraica. Si tratta di fenomeni limitati ma che ai nostri occhi appaiono meritevoli di interesse e approfondimento».
Esiste ancora l'antisemitismo in Italia?
«Secondo i nostri sondaggi ci sono piccoli gruppi che si ispirano ideologicamente e politicamente ai principi della discriminazione razziale. Emerge tuttavia dalle statistiche che il numero e la gravità degli episodi di antisemitismo sono in Italia inferiori a quelli di altri Paesi europei. Quando questi episodi si verificano la reazione dello Stato e dell'opinione pubblica dimostrano l'esistenza degli anticorpi necessari a combattere questa tendenza».
Come sono i rapporti con la Chiesa?
«Dal Concilio Vaticano II si è aperta una nuova stagione molto positiva nei rapporti con la Chiesa cattolica. Esiste un dialogo, sono in corso contatti a vari livelli e inoltre la Chiesa ha fermamente condannato tutte le posizioni antisemite o negazioniste della Shoah emerse, anche recentemente, all'interno del clero».
L'Iran fa paura?
«In queste ultime settimane sta sorprendendo il mondo con l'emersione di una forte opposizione interna. Nessuno sospettava che potesse esistere, all'interno di un sistema oppressivo e teocratico, la possibilità di sviluppi tali da indebolire una classe dirigente che da anni mette in pratica una politica minacciosa nei confronti di Israele, Usa e tutto il mondo occidentale».

Alain Elkann, La Stampa, 26 luglio 2009





Redazione aperta – Siddi e Pahor fra giornalismo e letteratura
Il leader sindacale parla di "Un lavoro per le nuove generazioni"

SiddiAncora intense giornate di lavoro per la redazione del Portale dell'ebraismo italiano moked.it
Nella sede del Circolo della Stampa di Trieste e in un secondo momento alla Casa di riposo della Comunità ebraica di Trieste, si è svolto un incontro con Franco Siddi, segretario del sindacato dei giornalisti italiani Federazione nazionale della stampa e Carlo Muscatello, presidente dell’Associazione della Stampa del Friuli Venezia Giulia. Al centro della discussione la situazione  dell’editoria italiana e le possibilità di accesso alla professione giornalistica. “È un fenomeno incontestabile che gli introiti pubblicitari e le vendite siano in calo più o meno per qualsiasi giornale e che ci sia un aumento consistente dei tagli di personale nelle redazioni” l’incipit del discorso di Muscatello. Ottenere un contratto a tempo indeterminato è spesso un’impresa, la precarizzazione del lavoro è un fenomeno sempre più diffuso. Il celebre motto “meglio fare il giornalista che lavorare” ha cambiato il suo significato ai giorni nostri. In questo difficile
scenario, quali sono le speranze per i giovani che vogliono accedere alla professione? Il parere di Siddi: "Fare il giornalista è il sogno di molte persone. Ma non tutti riescono a diventarlo. In ogni caso, nonostante la situazione di crisi attuale, il futuro è dei giovani, soprattutto nell’informazione online. Chi meglio dei giovani ha dimestichezza con le nuove tecnologie? Mi aspetto cambiamenti in positivo nel giro di cinque anni”. Si è parlato anche di Israele, in relazione alla vicenda dell’espulsione della federazione israeliana dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) “Massima disponibilità per il rientro della federazione israeliana nella Ifj” il messaggio distensivo del segretario.“La federazione israeliana è stata estromessa solamente perché non ha pagato la quota annua di iscrizione da quattro anni a questa parte. Non esiste nessun’altra motivazione alla base della decisione” Siddi ha ribadito che non si tratta di una decisione politica: “I giornalisti israeliani sono fra i più liberi al mondo. Talvolta sono più critici verso il loro governo dei giornalisti stranieri. Non bisogna fare l’errore di confondere le politiche degli stati con le politiche sindacali”.

PahorIn un locale sul Carso si è invece svolto l’incontro con Boris Pahor, scrittore triestino di etnia slovena. Lo scrittore, ostracizzato e ignorato in Italia fino a pochi anni fa, è salito alla ribalta nel nostro paese alla veneranda età di 95 anni con il libro Necropoli. Tema principale dei libri di Pahor è la persecuzione fascista nei confronti della minoranza slovena in Italia, un argomento di cui si parla pochissimo nella letteratura postbellica.
C'è un evento che ha segnato la vita di Pahor. Nel 1920 un gruppo di squadristi fascisti dà fuoco al Narodni Dom, il centro culturale della comunità slovena locale. Da quel momento inizia a crescere in lui la consapevolezza di fare parte di una minoranza la cui sopravvivenza è a rischio. “Le mie opere sono state e sono ancora uno strumento per il popolo sloveno nella lotta per l’affermazione della nostra identità. Troppe volte hanno cercato di annientarci, di bruciare i nostri centri culturali, di cancellare la nostra lingua. Da qualche anno a questa parte la Slovenia è una repubblica indipendente, ma non basta. I politici europei dovrebbero parlare chiaro del passato. Invece la barbarie del fascismo in Venezia Giulia è stata sempre taciuta e insabbiata dalla classe politica italiana dal dopoguerra a oggi.” Insabbiata dai politici, ma anche dagli editori. I libri di Pahor sono stati pubblicati in italiano solo dal 2008. Davvero una vergogna, visto che già da decenni gli erano tributati onori in quasi tutti i paesi europei (è stato insignito della Legion d’Onore, la massima onoreficenza francese, nel 2007 e più volte è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura). Pahor non è solo l’intellettuale di riferimento di una comunità, ma è anche un testimone oculare dei campi di concentramento. Fu infatti arrestato dai nazisti per aver fatto parte di un movimento partigiano sloveno e venne rinchiuso nel campo di Natzweiler-Struthof, in Alsazia. Necropoli parla di quei giorni e affronta un tema molto delicato: la difficoltà di parlare dell’esperienza dei campi con chi non l’ha vissuta. “È estremamente arduo. Viviamo in due dimensioni diverse. Chi ha subito le persecuzioni e chi è venuto dopo”, la pessimistica constatazione dello scrittore.
Pahor si rammarica che mondo ebraico italiano e minoranza slovena, accomunati da una storia di sofferenze e persecuzioni, non abbiano avuto la possibilità (o l'occasione) di conoscersi reciprocamente e conclude con un appello: ”Parlate anche di noi. Esiste una persecuzione che si è aggiunta a quella ebraica. Quella degli sloveni e di tanti altri popoili che sono stati dimenticati.”

Adam Smulevich





Redazione aperta - David Bidussa: "La Storia non può ridursi
senza rischi a una collezione di memorie personali"


Bidussa “Da quando si è cominciato a parlare della Shoah, sono sempre state prese in considerazione le vicende personali e continuando su questa strada tutto finirà con le vicende personali” parafrasando David Bidussa, storico sociale delle idee, invitato a parlare a Trieste in occasione dell’iniziativa Redazione aperta, nel mondo ebraico si pensa di avere a disposizione un'unica verità sulla Shoah, un'unica versione sopportabile da raccontare, senza che ci sia la possibilità di affrontare un contraddittorio.
La nostra memoria di oggi è costruita sull’offerta delle voci testimoniali, che lentamente vanno scomparendo e su una cospicua produzione editoriale e documentaristica. Il documentario, per la sua natura intrinseca, non potrà mai rappresentare una realtà storica attendibile,poiché è già un’accurata selezione di materiali, che non rivelano mai gli specifici percorsi mentali che l’autore ha seguito nella creazione del prodotto.
La prima battaglia gnoseologica da fare è quella di riuscire ad indagare gli eventi passati attraverso il mestiere di storico, fatto di scavo nei documenti, di ricostruzione della storia nella forma più dettagliata possibile, tenendo conto però che in definitiva nessun documento fornirà mai una versione totalmente esaustiva dell’argomento.
A oggi indagare la storia attraverso l’incomparabilità dell’esperienza delle vittime ci spinge a considerare il silenzio come l’unica alternativa alla vuotezza dell’eccesso di parole, che spesso i media strumentalmente ci propinano.

Il Giorno della Memoria, istituito il 20 luglio 2000 come occasione di riflessione sulla tragedia, denuncia a oggi una crisi: proposto come male assoluto, la Shoah si presenta non come evento storico, ma come dato etico-spirituale, come elemento intangibile e astratto. Se è vero che il contenuto di questa giornata si è definitivamente esaurito è pur vero che una delle ragioni è l’aver voluto per motivi di convenienza focalizzare l’attenzione sulla tragedia specifica degli ebrei, senza pensare che il Giorno della Memoria potesse essere un’ occasione di riflessione pubblica non solo sull’antisemitismo, bensì sul razzismo in tutte le sue declinazioni.
David Bidussa nel suo libro intitolato Dopo l’ultimo testimone afferma che la problematica che in futuro dovremo affrontare è legata al concetto di postmemoria. Nel momento in cui anche l’ultimo dei testimoni diretti scomparirà, si dovrà ridiscutere il rapporto tra storia e passato per essere capaci di gestire e riordinare l’enorme cumulo di storie, immagini e testimonianze che avremo raccolto, dovendo purtroppo effettuare anche una selezione delle fonti.

In un midrash caro ad Elie Wiesel si dice: “Quando il Baal Shem Tov doveva assolvere un compito difficile, per il bene delle creature, andava nel bosco, accendeva un fuoco, pregava, meditava e tutto si realizzava secondo il suo proposito.
Una generazione dopo il Maggid di Meseritz si trovava di fronte allo stesso compito, riandava nel bosco e diceva: “Non posso più accendere il fuoco, ma posso pregare” e tutto andava secondo il suo desiderio.
Una generazione dopo ancora, Moshe Leib di Sassov, doveva assolvere lo stesso compito: andava nel bosco e diceva: “Non posso accendere il fuoco e non conosco più le preghiere segrete, ma conosco il posto nel bosco, dove tutto accadeva, e questo basta”: Infatti era sufficiente alla realizzazione dei desideri.
Ma quando nella successiva generazione Israel di Razin doveva affrontare lo stesso compito, se ne stava seduto nella sinagoga e diceva: "Non posso fare il fuoco, non so dire le preghiere, non conosco più il posto nel bosco, ma di tutto ciò posso raccontare la storia”. Il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri predecessori”.

Per tener viva la memoria ci vuole uno sforzo immane e forse un miracolo, noi non siamo più in grado di compiere miracoli poiché abbiamo dimenticato le segrete meditazioni che li realizzano e tra poco non saranno più presenti i testimoni che fino a ora hanno prestato la loro voce alla storia; è importante  quindi che non si dimentichi come raccontare e tramandare ciò che fino ad oggi è stato narrato dai sopravvissuti, affinché la memoria sia la coscienza viva della storia e non diventi uno squallido rituale di convenienza.

Michael Calimani
 
 
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  SiddiGiornalisti: Siddi, porte aperte
al rientro degli israeliani nella Ifj 


"Porte aperte ai giornalisti israeliani per il rientro nella Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj)": lo ha detto il segretario della Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Franco Siddi. A Trieste, Siddi ha incontrato a lungo i giovani giornalisti della redazione del portale dell'ebraismo italiano moked.it e ha reso noto di aver invitato a un incontro il segretario generale del sindacato dei giornalisti israeliani Nfij "per fare davvero ogni attività affinché - ha detto - venga meno ogni incomprensione con l'Ifj e vengano alleggerite e superate le tensioni sorte in queste settimane", che hanno portato all'espulsione della Nfij dalla Ifj. "Siamo molto lieti - ha detto Siddi - che ci sia un gruppo di giornalisti israeliani disponibile a rientrare nell'Ifj perché va nel senso, da noi auspicato e per il quale ci stiamo impegnando, di superare le incomprensioni". "Né la Federazione della Stampa, né fra i dirigenti di ieri, né fra quelli di oggi - ha sottolineato Siddi - ci sono ragioni anti-israeliane. I diritti dei giornalisti israeliani hanno piena e pari dignità e sono da noi sostenuti nello spirito del nostro internazionalismo fondato sul dialogo, sull'assenza di ogni discriminazione, sulla partecipazione, sul rispetto di tutti, senza distinzioni". "Siamo tutti consapevoli - ha aggiunto Siddi - che in un'associazione libera e democratica a pari diritti corrispondono pari doveri. Siamo particolarmente vicini e attenti ai colleghi israeliani che operano con spirito di indipendenza e autonomia professionale assicurata dalla condizione democratica del proprio stato". "Siamo con loro - ha detto Siddi - così come lo siamo con tutti i giornalisti che liberamente e con lealtà svolgono la propria professione, avendo sempre chiaro che la loro funzione non è quella dei governi e che quando lo ritengono gli rivolgono critiche, come spesso capita anche in Israele". "L'incontro di oggi a Trieste con i giovani giornalisti del portale - ha sottolineato Siddi - è stato un momento di grande gioia, di porte reciprocamente aperte, e di dialogo, di partecipazione; un momento di analisi e di ragionamento sulla propria identità. Come ha osservato il coordinatore Informazione e cultura dell' Ucei (unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Guido Vitale, al di là della sfida professionale, si è trattata - ha concluso Siddi - di una nuova occasione di conoscenza e lavoro, laboratorio, crocevia e momento di incontro".

Ansa, 24 luglio 2009 
 
 
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“Nel mirino l'ambasciata israeliana di Roma”
Sul silenzioso ma instancabile lavoro degli oltre duemila militari italiani dell'Unifil, la missione Onu del sud del Libano dall'autunno 2006 impegnata, tra l'altro, a bonificare i terreni seminati di ordigni inesplosi lanciati da Israele, è calata negli ultimi giorni l'ombra di presunte minacce di «terroristi di al Qaeda», mentre sempre dal Libano arriva un'altra notizia che coinvolge, anche se non direttamente, il nostro Paese: l'ambasciata israeliana a Roma sembra fosse l'obiettivo di un oscuro attentato pianificato dal movimento sciita Hezbollah. […]
Lorenzo Trombetta, La Stampa, 26 luglio 2009

Via Rasella, l'attacco fu un errore gravissimo
L'azione contro i nazisti a Via Rasella di Roma venne effettuata il 23 marzo 1944 e la rappresaglia, con l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ventiquattro ore dopo, il 24 marzo. Prima di dare un sereno giudizio è bene fare una esatta cronaca degli avvenimenti. L'azione di via Rasella, come e perché? Bisogna dare atto al professor Giorgio Giannini di Roma e al suo libro Lotta per la libertà - Resistenza a Roma (1943-1945) edito a Roma, Con grande rigore storico parla di quanto è avvenuto quel giorno - il 23 marzo 1944 - esattamente 65 anni fa […]
Aldo Chiarle, Avanti, 26 luglio 2009

Iran, prima sconfitta per Ahmadinejad
Nel giorno in cui migliaia di persone in tutto il mondo sono scese in piazza contro di lui e in sostegno dei riformisti, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha incassato la prima sconfitta all'indomani del contestato voto che, il 12 giugno scorso, lo ha confermato in carica. Ahmadinejad ha dovuto ieri accettare le dimissioni del suo vice Esfandiar Rahim Mashaie, la cui rimozione era stata chiesta dalla Guida suprema ayatollah Ali Khamenei: Mashaie era accusato di non avere una posizione abbastanza dura nei confronti di Israele. La sua uscita di scena segna un duro colpo per Ahmadinejad ed è interpretata da molti analisti come un'ulteriore dimostrazione del fatto che il potere vero è nella mani della Guida suprema. [...]
Francesca Caferri, La Repubblica, 26 luglio 2009

 
 
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notizieflash    
 
 
Pasdaran: "Se Israele ci attacca,                                                         
colpiremo i suoi impianti nucleari"
Teheran - 25 lug -
Lo Stato israeliano non è in grado di minacciare l'Iran. Così i leader iraniani hanno spesso respinto le voci di un possibile attacco di Israele contro il proprio programma nucleare. Ora le autorità iraniane avvertono: "In caso di attacco, risponderemo colpendo gli interessi di Stati Uniti e Israele. Lo Stato israeliano non è in grado di minacciare l'Iran". Washington e Gerusalemme accusano l'Iran di cercare di costruire bombe atomiche e non hanno escluso di ricorrere all'azione militare per impedirlo. Teheran afferma che il proprio programma nucleare ha scopi esclusivamente civili. Il comandante dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran) iraniani, Mohammad-Ali Jafari, ha dichiarato in tv che l'Iran colpirà gli impianti nucleari israeliani se Tel Aviv attaccherà la repubblica islamica. "Se il regime sionista attaccherà l'Iran, sicuramente colpiremo i suoi impianti nucleari con le nostre forze missilistiche" ha detto Jafari alla tv iraniana in lingua araba al-Alam. Israele non ha mai ammesso ufficialmente di avere bombe atomiche, ma è universalmente riconosciuto che le possiede, probabilmente già dai tempi della Guerra dei sei giorni (1967). Lo Stato d'Israele ha ripetuto più volte di considerare il programma nucleare iraniano come una minaccia alla sua esistenza.

 
La Gran Bretagna preme per il dialogo con Hamas
Londra 26 lug -
"Vediamo pochi segnali che indichino che l'attuale politica di rifiuto del dialogo con Hamas permetta di raggiungere gli obiettivi dichiarati del Quartetto per il Medio Oriente" (Usa, Russia, Ue e Onu). Così il relatore della commissione Affari esteri del parlamento britannico, Mike Gapes, ha spiegato come la mancanza di dialogo con Hamas, che controlla la striscia di Gaza, non vada a favore della pace in Medio Oriente. "Così noi reiteriamo - ha aggiunto - la nostra raccomandazione del 2007, secondo la quale il governo dovrebbe rapidamente esaminare la possibilità di avviare il dialogo con gli elementi moderati di Hamas". Finora Londra ha posto come condizione al dialogo col movimento integralista il riconoscimento da parte di quest'ultimo dell'esistenza dello Stato di Israele, la fine della violenza e che accetti il ruolo del Quartetto, cui missione è rilanciare il processo di pace israelo-palestinese.
 
 
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