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L'Unione informa |
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26 luglio 2009 - 5 Av 5769 |
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alef/tav |
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Benedetto Carucci Viterbi, rabbino |
Mosè
si trasforma, nel corso della sua leadership quarantennale, da "uomo
non di parole" a grande parlatore: il libro di Devarim non è altro
che "le parole che disse Mosè". Buon esempio dell'incidenza che ha
una funzione pubblica sulla capacità di comunicazione. E buon esempio,
in Mosè, di una comunicazione che informa e che forma. |
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Il
compositore iraniano Amirhossein Eslami Mirabadi è il vincitore - con
“Parsi (Memorial of Ferdowsi)”, composizione per baritono e
orchestra - della XV edizione del Concorso Internazionale di
Composizione “2 agosto”. La composizione verrà eseguita la
sera del 2 agosto prossimo in piazza Maggiore, nel centro di Bologna,
in occasione delle manifestazioni per ricordare l’anniversario della
strage della Stazione in cui morirono, innocenti, 85 persone e 200
furono ferite. Trovo che sia un buon segno. Dice che la dimensione del
dolore - che talora è una procedura che funziona da censura della
memoria - è capace di dare voce alla propria mestizia e alla propria
rabbia, di calarsi nella disperazione altrui e di trovare per questa
via il modo di comunicare agli altri quello che si sta provando. Con
un gioco di specchi ascolteremo quella sera “Parsi (Memorial of
Ferdowsi)” non solo come un omaggio a una ferita profonda che è
accaduta qui, ma anche alla capacità attraverso un linguaggio
universale come la musica, di “ascoltare” il dolore degli altri, e di
saperlo non solo esprimere, ma anche comunicare e dunque condividerlo.
E perciò, anche per questo, di apparire come parte della nostra vita. |
David Bidussa,
storico sociale delle idee |
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Gattegna: "L'Italia miglior amico di Israele" Intervista della Stampa al Presidente Ucei
Dopo tre anni di presidenza come valuta la situazione degli ebrei in Italia? «Per
la prima volta nella loro plurisecolare storia vivono un lungo periodo,
che dura da 65 anni, in una condizione di completa libertà e
uguaglianza e nel rispetto dei diritti fondamentali. Non c'è dubbio che
essere nati e aver vissuto in uno Stato nel quale il rispetto dei
diritti delle minoranze è regolato e garantito dalle leggi, ha avuto
l'effetto di liberare gli ebrei da ataviche oppressioni, dalla
tradizionale riservatezza e da qualsiasi forma di chiusura difensiva
che, in passato, derivava dall'isolamento culturale e fisico
rappresentato, sia simbolicamente che concretamente, dalla chiusura nei
ghetti. La nostra esperienza passata ci pone in una condizione
privilegiata per dare, all'interno della società italiana, l'apporto
della nostra cultura e della nostra civiltà nel rispetto dei diritti
delle minoranze». Come si posiziona la comunità ebraica italiana nei confronti di Israele? «I
vincoli che legano gli ebrei allo Stato d'Israele non sono solo di
carattere religioso o di carattere nazionale ma sono costituiti da
diverse componenti storiche, culturali e di natura emozionale. Questi
vincoli, proprio per la loro complessità, non sono in competizione o in
conflitto col senso di appartenenza che gli ebrei italiani sentono
verso l'Italia. L'Italia, a differenza di altri Paesi, non è mai stata
considerata una terra di transito o di residenza temporanea; ciò è
dimostrato dal fatto che quella italiana è la più antica comunità
europea, presente fin dai tempi dell'antica Roma e quindi elemento
integrante e fondante della società e della nazione italiana. La
creazione dello Stato d'Israele, nel 1948, e la contemporanea rinascita
dell'ebraico come lingua viva e parlata sono percepiti e vissuti dagli
ebrei, a qualsiasi nazione appartengano, come la riscoperta di un
patrimonio comune e la rinascita di un centro di vita culturale e
civile». Come valuta i rapporti fra il governo italiano e quello israeliano? «Nell'attuale
momento politico il legame di amicizia tra lo Stato d'Israele e lo
Stato italiano è molto forte e lo stesso primo ministro israeliano ha
riconosciuto che l'Italia è il Paese europeo che intrattiene con
Israele i migliori rapporti. Il contributo dell'Italia, sia in campo
politico sia in campo militare, è molto importante. Basti pensare alla
presenza del contingente di 2500 militari, inquadrati nelle forze Onu,
che stanno dando un aiuto fondamentale per il mantenimento del cessate
il fuoco al confine tra Israele, Libano e Siria». Crede che la politica di Obama cambierà qualcosa in Medio Oriente? «Ritengo
che la politica di Obama si stia differenziando notevolmente da quella
del predecessore e soprattutto ritengo che sia alla ricerca di un nuovo
tipo d’approccio alle aree più critiche e in particolare al Medio
Oriente. Credo tuttavia che sia soprattutto l'inaugurazione di un nuovo
stile nella politica internazionale, che non comporterà un allentamento
dei tradizionali rapporti di amicizia e di collaborazione fra Usa e
Israele». Perché quest'anno per
la Giornata europea della cultura ebraica, il 6 settembre, è stata
scelta, come città capofila in Italia, Trani? «Si tratta
del lancio di una sfida, difficile e impegnativa, che è finalizzata
alla riscoperta di un capitolo, quasi sconosciuto, della storia
d'Italia. Nel Meridione nel corso del XVI secolo molte famiglie per
sopravvivere decisero di convertirsi al cattolicesimo ma ancora oggi,
dopo 500 anni, esistono nuclei che conservano tradizioni di matrice
ebraica. Si tratta di fenomeni limitati ma che ai nostri occhi appaiono
meritevoli di interesse e approfondimento». Esiste ancora l'antisemitismo in Italia? «Secondo
i nostri sondaggi ci sono piccoli gruppi che si ispirano
ideologicamente e politicamente ai principi della discriminazione
razziale. Emerge tuttavia dalle statistiche che il numero e la gravità
degli episodi di antisemitismo sono in Italia inferiori a quelli di
altri Paesi europei. Quando questi episodi si verificano la reazione
dello Stato e dell'opinione pubblica dimostrano l'esistenza degli
anticorpi necessari a combattere questa tendenza». Come sono i rapporti con la Chiesa? «Dal
Concilio Vaticano II si è aperta una nuova stagione molto positiva nei
rapporti con la Chiesa cattolica. Esiste un dialogo, sono in corso
contatti a vari livelli e inoltre la Chiesa ha fermamente condannato
tutte le posizioni antisemite o negazioniste della Shoah emerse, anche
recentemente, all'interno del clero». L'Iran fa paura? «In
queste ultime settimane sta sorprendendo il mondo con l'emersione di
una forte opposizione interna. Nessuno sospettava che potesse esistere,
all'interno di un sistema oppressivo e teocratico, la possibilità di
sviluppi tali da indebolire una classe dirigente che da anni mette in
pratica una politica minacciosa nei confronti di Israele, Usa e tutto
il mondo occidentale».
Alain Elkann, La Stampa, 26 luglio 2009
Redazione aperta – Siddi e Pahor fra giornalismo e letteratura Il leader sindacale parla di "Un lavoro per le nuove generazioni"
Ancora intense giornate di lavoro per la redazione del Portale dell'ebraismo italiano moked.it Nella
sede del Circolo della Stampa di Trieste e in un secondo momento alla
Casa di riposo della Comunità ebraica di Trieste, si è svolto un
incontro con Franco Siddi, segretario del sindacato dei giornalisti italiani Federazione nazionale della stampa e Carlo Muscatello,
presidente dell’Associazione della Stampa del Friuli Venezia Giulia. Al
centro della discussione la situazione dell’editoria italiana e
le possibilità di accesso alla professione giornalistica. “È un
fenomeno incontestabile che gli introiti pubblicitari e le vendite
siano in calo più o meno per qualsiasi giornale e che ci sia un aumento
consistente dei tagli di personale nelle redazioni” l’incipit del
discorso di Muscatello. Ottenere un contratto a tempo indeterminato è
spesso un’impresa, la precarizzazione del lavoro è un fenomeno sempre
più diffuso. Il celebre motto “meglio fare il giornalista che lavorare”
ha cambiato il suo significato ai giorni nostri. In questo difficile scenario,
quali sono le speranze per i giovani che vogliono accedere alla
professione? Il parere di Siddi: "Fare il giornalista è il sogno di
molte persone. Ma non tutti riescono a diventarlo. In ogni caso,
nonostante la situazione di crisi attuale, il futuro è dei giovani,
soprattutto nell’informazione online. Chi meglio dei giovani ha
dimestichezza con le nuove tecnologie? Mi aspetto cambiamenti in
positivo nel giro di cinque anni”. Si è parlato anche di Israele, in
relazione alla vicenda dell’espulsione della federazione israeliana
dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) “Massima
disponibilità per il rientro della federazione israeliana nella Ifj” il
messaggio distensivo del segretario.“La federazione israeliana è stata
estromessa solamente perché non ha pagato la quota annua di iscrizione
da quattro anni a questa parte. Non esiste nessun’altra motivazione
alla base della decisione” Siddi ha ribadito che non si tratta di una
decisione politica: “I giornalisti israeliani sono fra i più liberi al
mondo. Talvolta sono più critici verso il loro governo dei giornalisti
stranieri. Non bisogna fare l’errore di confondere le politiche degli
stati con le politiche sindacali”.
In un locale sul Carso si è invece svolto l’incontro con Boris Pahor,
scrittore triestino di etnia slovena. Lo scrittore, ostracizzato e
ignorato in Italia fino a pochi anni fa, è salito alla ribalta nel
nostro paese alla veneranda età di 95 anni con il libro Necropoli.
Tema principale dei libri di Pahor è la persecuzione fascista nei
confronti della minoranza slovena in Italia, un argomento di cui si
parla pochissimo nella letteratura postbellica. C'è un evento
che ha segnato la vita di Pahor. Nel 1920 un gruppo di squadristi
fascisti dà fuoco al Narodni Dom, il centro culturale della comunità
slovena locale. Da quel momento inizia a crescere in lui la
consapevolezza di fare parte di una minoranza la cui sopravvivenza è a
rischio. “Le mie opere sono state e sono ancora uno strumento per il
popolo sloveno nella lotta per l’affermazione della nostra identità.
Troppe volte hanno cercato di annientarci, di bruciare i nostri centri
culturali, di cancellare la nostra lingua. Da qualche anno a questa
parte la Slovenia è una repubblica indipendente, ma non basta. I
politici europei dovrebbero parlare chiaro del passato. Invece la
barbarie del fascismo in Venezia Giulia è stata sempre taciuta e
insabbiata dalla classe politica italiana dal dopoguerra a oggi.”
Insabbiata dai politici, ma anche dagli editori. I libri di Pahor sono
stati pubblicati in italiano solo dal 2008. Davvero una vergogna, visto
che già da decenni gli erano tributati onori in quasi tutti i paesi
europei (è stato insignito della Legion d’Onore, la massima
onoreficenza francese, nel 2007 e più volte è stato candidato al Premio
Nobel per la Letteratura). Pahor non è solo l’intellettuale di
riferimento di una comunità, ma è anche un testimone oculare dei campi
di concentramento. Fu infatti arrestato dai nazisti per aver fatto
parte di un movimento partigiano sloveno e venne rinchiuso nel campo di
Natzweiler-Struthof, in Alsazia. Necropoli
parla di quei giorni e affronta un tema molto delicato: la difficoltà
di parlare dell’esperienza dei campi con chi non l’ha vissuta. “È
estremamente arduo. Viviamo in due dimensioni diverse. Chi ha subito le
persecuzioni e chi è venuto dopo”, la pessimistica constatazione dello
scrittore. Pahor si rammarica che mondo ebraico italiano e
minoranza slovena, accomunati da una storia di sofferenze e
persecuzioni, non abbiano avuto la possibilità (o l'occasione) di
conoscersi reciprocamente e conclude con un appello: ”Parlate anche di
noi. Esiste una persecuzione che si è aggiunta a quella ebraica. Quella
degli sloveni e di tanti altri popoili che sono stati dimenticati.”
Adam Smulevich
Redazione aperta - David Bidussa: "La Storia non può ridursi senza rischi a una collezione di memorie personali"
“Da
quando si è cominciato a parlare della Shoah, sono sempre state prese
in considerazione le vicende personali e continuando su questa strada
tutto finirà con le vicende personali” parafrasando David Bidussa,
storico sociale delle idee, invitato a parlare a Trieste in occasione
dell’iniziativa Redazione aperta, nel mondo ebraico si pensa di avere a
disposizione un'unica verità sulla Shoah, un'unica versione
sopportabile da raccontare, senza che ci sia la possibilità di
affrontare un contraddittorio. La nostra memoria di oggi è
costruita sull’offerta delle voci testimoniali, che lentamente vanno
scomparendo e su una cospicua produzione editoriale e documentaristica.
Il documentario, per la sua natura intrinseca, non potrà mai
rappresentare una realtà storica attendibile,poiché è già un’accurata
selezione di materiali, che non rivelano mai gli specifici percorsi
mentali che l’autore ha seguito nella creazione del prodotto. La
prima battaglia gnoseologica da fare è quella di riuscire ad indagare
gli eventi passati attraverso il mestiere di storico, fatto di scavo
nei documenti, di ricostruzione della storia nella forma più
dettagliata possibile, tenendo conto però che in definitiva nessun
documento fornirà mai una versione totalmente esaustiva dell’argomento.
A oggi indagare la storia attraverso l’incomparabilità
dell’esperienza delle vittime ci spinge a considerare il silenzio
come l’unica alternativa alla vuotezza dell’eccesso di parole, che
spesso i media strumentalmente ci propinano.
Il Giorno
della Memoria, istituito il 20 luglio 2000 come occasione di
riflessione sulla tragedia, denuncia a oggi una crisi: proposto come
male assoluto, la Shoah si presenta non come evento storico, ma come
dato etico-spirituale, come elemento intangibile e astratto. Se è vero
che il contenuto di questa giornata si è definitivamente esaurito è pur
vero che una delle ragioni è l’aver voluto per motivi di convenienza
focalizzare l’attenzione sulla tragedia specifica degli ebrei, senza
pensare che il Giorno della Memoria potesse essere un’ occasione di
riflessione pubblica non solo sull’antisemitismo, bensì sul razzismo in
tutte le sue declinazioni. David Bidussa nel suo libro intitolato Dopo l’ultimo testimone afferma
che la problematica che in futuro dovremo affrontare è legata al
concetto di postmemoria. Nel momento in cui anche l’ultimo dei
testimoni diretti scomparirà, si dovrà ridiscutere il rapporto tra
storia e passato per essere capaci di gestire e riordinare l’enorme
cumulo di storie, immagini e testimonianze che avremo raccolto, dovendo
purtroppo effettuare anche una selezione delle fonti.
In
un midrash caro ad Elie Wiesel si dice: “Quando il Baal Shem Tov doveva
assolvere un compito difficile, per il bene delle creature, andava nel
bosco, accendeva un fuoco, pregava, meditava e tutto si realizzava
secondo il suo proposito. Una generazione dopo il Maggid di Meseritz si trovava di fronte allo stesso compito, riandava nel bosco e diceva: “Non posso più accendere il fuoco, ma posso pregare” e tutto andava secondo il suo desiderio. Una generazione dopo ancora, Moshe Leib di Sassov, doveva assolvere lo stesso compito: andava nel bosco e diceva:
“Non posso accendere il fuoco e non conosco più le preghiere segrete,
ma conosco il posto nel bosco, dove tutto accadeva, e questo basta”: Infatti era sufficiente alla realizzazione dei desideri. Ma
quando nella successiva generazione Israel di Razin doveva affrontare
lo stesso compito, se ne stava seduto nella sinagoga e diceva: "Non
posso fare il fuoco, non so dire le preghiere, non conosco più il posto
nel bosco, ma di tutto ciò posso raccontare la storia”. Il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri predecessori”.
Per
tener viva la memoria ci vuole uno sforzo immane e forse un miracolo,
noi non siamo più in grado di compiere miracoli poiché abbiamo
dimenticato le segrete meditazioni che li realizzano e tra poco
non saranno più presenti i testimoni che fino a ora hanno prestato la
loro voce alla storia; è importante quindi che non si dimentichi
come raccontare e tramandare ciò che fino ad oggi è stato narrato dai
sopravvissuti, affinché la memoria sia la coscienza viva della storia e
non diventi uno squallido rituale di convenienza.
Michael Calimani
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Giornalisti: Siddi, porte aperte al rientro degli israeliani nella Ifj
"Porte
aperte ai giornalisti israeliani per il rientro nella Federazione
internazionale dei giornalisti (Ifj)": lo ha detto il segretario della
Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Franco Siddi. A Trieste, Siddi ha incontrato a lungo i giovani giornalisti della redazione del portale dell'ebraismo italiano
moked.it e ha reso noto di aver invitato a un incontro il segretario
generale del sindacato dei giornalisti israeliani Nfij "per fare
davvero ogni attività affinché - ha detto - venga meno ogni
incomprensione con l'Ifj e vengano alleggerite e superate le tensioni
sorte in queste settimane", che hanno portato all'espulsione della Nfij
dalla Ifj. "Siamo molto lieti - ha detto Siddi - che ci sia un gruppo
di giornalisti israeliani disponibile a rientrare nell'Ifj perché va
nel senso, da noi auspicato e per il quale ci stiamo impegnando, di
superare le incomprensioni". "Né la Federazione della Stampa, né fra i
dirigenti di ieri, né fra quelli di oggi - ha sottolineato Siddi - ci
sono ragioni anti-israeliane. I diritti dei giornalisti israeliani
hanno piena e pari dignità e sono da noi sostenuti nello spirito del
nostro internazionalismo fondato sul dialogo, sull'assenza di ogni
discriminazione, sulla partecipazione, sul rispetto di tutti, senza
distinzioni". "Siamo tutti consapevoli - ha aggiunto Siddi - che in
un'associazione libera e democratica a pari diritti corrispondono pari
doveri. Siamo particolarmente vicini e attenti ai colleghi israeliani
che operano con spirito di indipendenza e autonomia professionale
assicurata dalla condizione democratica del proprio stato". "Siamo con
loro - ha detto Siddi - così come lo siamo con tutti i giornalisti che
liberamente e con lealtà svolgono la propria professione, avendo sempre
chiaro che la loro funzione non è quella dei governi e che quando lo
ritengono gli rivolgono critiche, come spesso capita anche in Israele".
"L'incontro di oggi a Trieste con i giovani giornalisti del portale -
ha sottolineato Siddi - è stato un momento di grande gioia, di porte
reciprocamente aperte, e di dialogo, di partecipazione; un momento di
analisi e di ragionamento sulla propria identità. Come ha osservato il
coordinatore Informazione e cultura dell' Ucei (unione delle Comunità
Ebraiche Italiane), Guido Vitale,
al di là della sfida professionale, si è trattata - ha concluso Siddi -
di una nuova occasione di conoscenza e lavoro, laboratorio, crocevia e
momento di incontro".
Ansa, 24 luglio 2009 |
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rassegna stampa |
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“Nel mirino l'ambasciata israeliana di Roma” Sul
silenzioso ma instancabile lavoro degli oltre duemila militari italiani
dell'Unifil, la missione Onu del sud del Libano dall'autunno 2006
impegnata, tra l'altro, a bonificare i terreni seminati di ordigni
inesplosi lanciati da Israele, è calata negli ultimi giorni l'ombra di
presunte minacce di «terroristi di al Qaeda», mentre sempre dal Libano
arriva un'altra notizia che coinvolge, anche se non direttamente, il
nostro Paese: l'ambasciata israeliana a Roma sembra fosse l'obiettivo
di un oscuro attentato pianificato dal movimento sciita Hezbollah. […] Lorenzo Trombetta, La Stampa, 26 luglio 2009
Via Rasella, l'attacco fu un errore gravissimo L'azione
contro i nazisti a Via Rasella di Roma venne effettuata il 23 marzo
1944 e la rappresaglia, con l'eccidio delle Fosse Ardeatine,
ventiquattro ore dopo, il 24 marzo. Prima di dare un sereno giudizio è
bene fare una esatta cronaca degli avvenimenti. L'azione di via
Rasella, come e perché? Bisogna dare atto al professor Giorgio Giannini
di Roma e al suo libro Lotta per la libertà - Resistenza a Roma
(1943-1945) edito a Roma, Con grande rigore storico parla di quanto è
avvenuto quel giorno - il 23 marzo 1944 - esattamente 65 anni fa […] Aldo Chiarle, Avanti, 26 luglio 2009
Iran, prima sconfitta per Ahmadinejad Nel
giorno in cui migliaia di persone in tutto il mondo sono scese in
piazza contro di lui e in sostegno dei riformisti, il presidente
iraniano Mahmud Ahmadinejad ha incassato la prima sconfitta
all'indomani del contestato voto che, il 12 giugno scorso, lo ha
confermato in carica. Ahmadinejad ha dovuto ieri accettare le
dimissioni del suo vice Esfandiar Rahim Mashaie, la cui rimozione era
stata chiesta dalla Guida suprema ayatollah Ali Khamenei: Mashaie era
accusato di non avere una posizione abbastanza dura nei confronti di
Israele. La sua uscita di scena segna un duro colpo per Ahmadinejad ed
è interpretata da molti analisti come un'ulteriore dimostrazione del
fatto che il potere vero è nella mani della Guida suprema. [...] Francesca Caferri, La Repubblica, 26 luglio 2009
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notizieflash |
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Pasdaran:
"Se Israele ci attacca,
colpiremo i suoi impianti nucleari" Teheran - 25 lug - Lo
Stato israeliano non è in grado di minacciare l'Iran. Così i leader
iraniani hanno spesso respinto le voci di un possibile attacco di
Israele contro il proprio programma nucleare. Ora le autorità iraniane
avvertono: "In caso di attacco, risponderemo colpendo gli interessi di
Stati Uniti e Israele. Lo Stato israeliano non è in grado di minacciare
l'Iran". Washington e Gerusalemme accusano l'Iran di cercare di
costruire bombe atomiche e non hanno escluso di ricorrere all'azione
militare per impedirlo. Teheran afferma che il proprio programma
nucleare ha scopi esclusivamente civili. Il comandante dei Guardiani
della Rivoluzione (pasdaran) iraniani, Mohammad-Ali Jafari, ha
dichiarato in tv che l'Iran colpirà gli impianti nucleari israeliani se
Tel Aviv attaccherà la repubblica islamica. "Se il regime sionista
attaccherà l'Iran, sicuramente colpiremo i suoi impianti nucleari con
le nostre forze missilistiche" ha detto Jafari alla tv iraniana in
lingua araba al-Alam. Israele non ha mai ammesso ufficialmente di avere
bombe atomiche, ma è universalmente riconosciuto che le possiede,
probabilmente già dai tempi della Guerra dei sei giorni (1967). Lo
Stato d'Israele ha ripetuto più volte di considerare il programma
nucleare iraniano come una minaccia alla sua esistenza. La Gran Bretagna preme per il dialogo con Hamas Londra 26 lug - "Vediamo
pochi segnali che indichino che l'attuale politica di rifiuto del
dialogo con Hamas permetta di raggiungere gli obiettivi dichiarati del
Quartetto per il Medio Oriente" (Usa, Russia, Ue e Onu). Così il
relatore della commissione Affari esteri del parlamento britannico,
Mike Gapes, ha spiegato come la mancanza di dialogo con Hamas, che
controlla la striscia di Gaza, non vada a favore della pace in Medio
Oriente. "Così noi reiteriamo - ha aggiunto - la nostra raccomandazione
del 2007, secondo la quale il governo dovrebbe rapidamente esaminare la
possibilità di avviare il dialogo con gli elementi moderati di Hamas".
Finora Londra ha posto come condizione al dialogo col movimento
integralista il riconoscimento da parte di quest'ultimo dell'esistenza
dello Stato di Israele, la fine della violenza e che accetti il ruolo
del Quartetto, cui missione è rilanciare il processo di pace
israelo-palestinese. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
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ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
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