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L'Unione informa
 
    28 luglio 2009 - 7 Av 5769  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  roberto della rocca Roberto
Della Rocca,

rabbino
Domani sera e giovedì mattina leggeremo mestamente e seduti a terra  il libro di Ekhà, le lamentazioni sulla distruzione del Tempio e sulla tragedia dell'esilio. Questo libro biblico è scritto per la maggior parte in forma acrostica e cioè il primo verso inizia con la alef, il secondo con la
bet e cosi’ via.. C’è tuttavia un’eccezione. Il verso che inizia con la lettera pe precede quello che inizia con lettera ain. Nell'alfabeto ebraico, viceversa, la lettera ain precede la lettera pe. Nella lingua ebraica pe significa anche 'bocca' e ain vuol dire 'occhio'. Il primo Tisha Beav della storia ebraica fu quando gli esploratori relazionarono sulla loro missione mostrando di essere già partiti con una idea prevenuta   sparlando di Eretz Israel ancor prima di averla vista. La radice di ogni esilio e di ogni distruzione, di cui Tisha Beav resta paradigma, sta nel far precedere la bocca agli occhi, giudicare ancor prima di vedere, origine di ogni pregiudizio e di ogni posizione precostituita.
Le arti che impariamo nel corso della vita sono apprendistati. La sola grande arte da apprendere è la vita. Vittorio Dan Segre,
pensionato
vittorio dan segre  
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  conferenza stampaGiornata della cultura ebraica
Da Trieste un messaggio d’accoglienza

Trieste città di confine, che da sempre ha fatto della multiculturalità il proprio punto di forza, rilancia, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, un forte messaggio nel nome della accoglienza e della solidarietà tra i popoli. Saranno infatti questi i temi al centro del ricco programma presentato in una conferenza stampa al Palazzo del Municipio.
L’evento, che declina il tema nazionale delle feste e tradizioni, focalizzandosi sulla conoscenza e l’accoglienza dell’altro, proporrà tra il 5 e il 6 settembre, una serie di iniziative di approfondimento religioso, artistico e culturale. A organizzare le manifestazioni, la Comunità ebraica di Trieste con l’Associazione WeDoCare, la collaborazione della Fondazione Glocal Forum Italy e della Cattedra Unesco Giovanni XXIII sul pluralismo religioso e la pace, il sostegno di Regione, Provincia, Comune, Camera di Commercio e il coinvolgimento di altre minoranze e comunità religiose, parte integrante dell’identità cittadina.
“Trieste deve molto alla Comunità ebraica, che ha avuto un ruolo fondamentale nel suo sviluppo - spiega il Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza - La Giornata europea della cultura ebraica diventa così un’occasione non soltanto per celebrare questo contributo, ma anche per dimostrare come Trieste sia capace di rappresentare un vero e proprio laboratorio di convivenza, crogiuolo di razze e popoli”.
La propensione all’accoglienza della città si intreccia quindi a quella insita nella tradizione ebraica, in cui la parola acher , “l’altro”, contiene la parola ach, “fratello”, a delineare il leit motiv delle iniziative in programma nella Giornata della cultura.
“Quest’anno la Giornata europea della Cultura ebraica celebra il suo decimo anniversario –dice il presidente della Comunità ebraica di Trieste Andrea Mariani - Da sempre questa iniziativa riscuote un grande successo sia a livello nazionale che locale. La novità da evidenziare in questa edizione è la condivisione tra la Comunità ebraica, il Comune, la Provincia di Trieste e la Regione Friuli Venezia Giulia nel promuovere e sostenere un programma articolato che coniuga sia il profilo dell’evento, sia il significativo contenuto delle diversità religiose caratterizzanti la ricchezza esemplare della triestinità”. “La volontà comune – conclude Mariani - è di segnare una fondamentale tappa nella prospettiva di una visione futura aperta; un impegno collettivo all’ottimismo, soprattutto per quanto riguarda il senso di giustizia, di progresso, di tolleranza e di dignità per tutti gli esseri umani.” 
La manifestazione si aprirà con una celebrazione pubblica dell’Havdalah, momento che segna l’uscita dello Shabbat, sabato 5 settembre alle 20.32, alla presenza delle autorità religiose e cittadine in piazza Giotti, davanti alla Sinagoga.
L’evento proseguirà domenica 6 settembre con una preghiera ecumenica guidata dalla Chiesa Serbo Ortodossa con il coinvolgimento di tutte le comunità cristiane della città, e un dibattito sul tema dell’accoglienza e della convivenza. Tra le personalità di spicco Haim Baharier, uno dei principali studiosi di ermeneutica biblica e di pensiero ebraico in Italia; Amfilohije Radovic, metropolita di Crna Gora e Primorje, assoluta figura di riferimento della Chiesa Ortodossa e l’antropologo Marco Aime. La rassegna si chiude alle 21 in piazza Giotti, con un concerto di grande qualità ed eleganza, che ha lo scopo di fondere culture, religioni, sonorità, con musiche ebraiche, macedoni, jugoslave, arabe, a cui partecipano l’israeliano David D’Or, Bilja Krstic, il Dragan Dautovski Quartet e Miriam Tukan.
A latere dell’evento, infine, sarà possibile visitare due mostre, ospitate nei luoghi ebraici della città. Al Museo ebraico Carlo e Vera Wagner, di via del Monte 7, la mostra fotografica a cura di Yad Vashem, dal titolo Besa, un codice d’onore - Albanesi e musulmani che salvarono gli ebrei dalla Shoah.  Il Museo della Shoah di Gerusalemme documenta la straordinaria vicenda che negli anni della seconda guerra mondiale vide la popolazione albanese musulmana proteggere e mettere in salvo dallo sterminio oltre duemila ebrei in nome di un antico ideale d’accoglienza e solidarietà (aperta poi fino al 15 ottobre).
Nella Sinagoga di piazza Giotti, invece, è ospitata la mostra Memorie di pietra: una carrellata di fotografie d’epoca inedite a ricostruire la Trieste ebraica cancellata dallo sventramento edilizio degli anni Trenta. Immagini tratte dalle collezioni di Claudio Ernè e Fulvio Rogantin (fino all’8 novembre).

Rossella Tercatin

del bocaRedazione Aperta – Lorenzo Del Boca
"Quale futuro per la carta stampata"

"Un ottimo liquore dopo un buon pranzo". Questa la metafora semplice ma efficace con cui Lorenzo Del Boca (nella foto di Giovanni Montenero assieme alla redazione del portale), presidente dell'Ordine dei giornalisti, descrive come
dovrebbe essere un giornale ai giovani praticanti della redazione di Moked. La stampa italiana, racconta, sta perdendo gradualmente la sua credibilità, cerca di stupire e scioccare il lettore con titoli teatrali e informazioni di discutibile interesse. Persino le notizie sul tempo vengono drammatizzate fino all'eccesso. "Verso la grande alluvione. La pianura padana verrà sommersa" per un paio di giorni di pioggia intensa, "il Sahara arriverà fino alle Alpi" quando il termometro segna trenta gradi per più di cinque giorni. Il risultato di questa politica editoriale, sottolinea Del Boca, non è però quello sperato: i lettori diminuiscono, in Italia si comprano circa cinque milioni di giornali al giorno a fronte di una popolazione di sessanta milioni. Nulla se si pensa a paesi come la Germania, in cui un singolo quotidiano vende sei milioni di copie.
In realtà non sono solo i nostri giornali a passarsela male, la crisi sta toccando la stampa a livello internazionale. Le notizie, in particolare grazie a internet, arrivano in tempo reale, sappiamo subito cosa succede all'altro capo del mondo. "Stavo guardando la televisione - racconta il presidente Del Boca - quando ho visto che in Argentina si stava svolgendo una protesta di piqueteros (principalmente disoccupati) che manifestavano davanti alla Casa Rosea, il Parlamento argentino. Ho chiamato dei miei amici che stavano a Buenos Aires per capire cosa stava succedendo e questi erano assolutamente all'oscuro di tutto".
Altro esempio, ricorda, è l'11 settembre. Quanti, si chiede, hanno ricevuto la notizia tramite amici o parenti che dicevano " Hai visto cos'è successo? Presto accendi la televisione". Le notizie corrono nell'aria e per i giornali è difficile stare al passo, uscire con una notizia ventiquattro ore dopo l'accaduto quando già tutti sanno è evidentemente un problema. L'informazione è vecchia ancora prima di uscire.

Che futuro si prospetta dunque per la carta stampata? Dobbiamo scriverne il necrologio o c'è una possibilità di sopravvivenza? Del Boca presenta due tesi: da una parte il sociologo Philip Meyer che parla di Vanishing Newspaper e prospetta la progressiva scomparsa dei giornali cartacei. Dall'altra il professor Derrick de Kerckhove secondo cui una nuova tecnologia non necessariamente assorbe quella precedente, basti pensare alla bicicletta che sopravvive nonostante auto e motorini imperversino nelle nostre strade.
La soluzione di Del Boca è impegnativa, ma possibile e si rivolge soprattutto ai giornalisti: non potendo combattere con il tempo, bisogna puntare alla qualità. L'affermazione "un giornalista non si fa con la testa ma con i piedi", dice, è anacronistica. Chi scrive deve avere una profonda conoscenza della questione, in modo da presentare al lettore una chiave interpretativa chiara e definita che renda agevole la comprensione degli eventi. Il giornalista non può più essere un tuttologo ma deve costantemente aggiornarsi e studiare. "Nessun chirurgo - conclude - opera con le tecniche apprese all'inizio della sua carriera".
Insomma, la situazione è assai poco rosea ma non serve cadere in inutili catastrofismi. Il futuro della professione è nelle mani dei giornalisti e le nuove generazioni devono darsi da fare per dare al lettore quel buon liquore a fine pasto.

Daniel Reichel 



foa todeschiniRedazione aperta - Due storici italiani
tra cultura ebraica e giornalismo

Giornalismo e storia. In che modo hanno a che fare queste due discipline apparentemente così distanti? Ne discutono in un afoso pomeriggio triestino i componenti della nascente redazione dell’Unione insieme a due celebri storici italiani, Anna Foa e Giacomo Todeschini (nella foto in alto), rispettivamente docenti di storia moderna alla Sapienza di Roma e di storia medievale all’Università degli studi di Trieste. Entrambi sono notoriamente esperti di storia dell’ebraismo, la prima nostra preziosa collaboratrice, il secondo redattore del capitolo dedicato al popolo ebraico nell’ambito dell’enciclopedica opera sulla cultura italiana edita recentemente dalla Utet a cura del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza.
Una conoscenza approfondita della storia, qualunque sia il campo di applicazione, lungi dal consentire solamente compiaciuti sfoggi di erudizione, sottolineano i due storici, appare un potente strumento della lotta al pregiudizio, immancabile e indelebile macchia di ogni cultura. La capacità di “reperire la data di nascita di un’idea, di un concetto, di uno stereotipo o di un’ideologia significa storicizzare tale concezione”, e quindi relativizzarla.
Circoscrivendola nel suo preciso contesto storico, riconducendola all’interno dei suoi limiti culturali e comprendendone le cause sociali, c’impossessiamo dunque dell’unico strumento in grado di sfatarne la pretesa assolutezza o ‘naturalità’, e al contempo di “svelarne l’anacronismo e l’inadeguatezza”. In buona sostanza nessuno più di uno storico ha le competenze per delegittimare in maniera critica un pregiudizio o un’ingiustificata “sopravvivenza culturale”.
C’è un senso, dice Todeschini, in cui “si può dire che tutto è storia”: anche un articolo di giornale è a suo modo un’interpretazione di un dato momento della realtà sociale. Perciò “nessun giornalista serio può prescindere da un confronto con la storia, con la storia del linguaggio che utilizza e con quella della situazione che analizza”.
Ai due professori viene proposta la questione sollevata in parte già da Rav Riccardo Di Segni e da Rav Benedetto Carucci Viterbi, per cui la cultura ebraica sarebbe vittima di un eccessivo storicismo. Segnalavano infatti i Rabanim un’esigenza ossessiva della cultura ebraica contemporanea di fare riferimento alle vicissitudini passate, in particolare alla Shoah, interpretando ciò come sintomo di un’”identità patologica”, dell’incapacità di riflettere compiutamente sul proprio presente e soprattutto sul proprio futuro.
Se è vero, dicono i due storici, che “noi siamo la nostra storia”, che la nostra identità è inevitabilmente determinata dal nostro trascorso, è altresì “sbagliato e pericolosissimo identificare la storia dell’ebraismo con la storia dell’antisemitismo”. Significherebbe “metastoricizzare l’ebraismo”, cioè rendere il popolo ebraico un soggetto al di sopra o al di fuori della storia, considerarlo come sempre uguale a se stesso, oggi come al tempo di Avraham, immutabile. Gli ebrei in realtà sono stati sempre un soggetto profondamente calato all’interno della storia, gruppo vitale e in continua trasformazione, veri protagonisti del progresso delle società con cui e in cui hanno vissuto. Negare questo è negare ogni positività alla cultura ebraica. “Questo è antisemitismo”, dicono, anche quando si ammanta di pietismo come spesso accade nella cultura cattolica. È quindi vero che l’identità ebraica è oggigiorno pericolante, ma tentare di agganciarla alla Shoah e alle millenarie persecuzioni non può che aggravare questa condizione. E si badi che tale tendenza va combattuta su due fronti: quello interno e quello esterno (prevalentemente cattolico/occidentale).
Non per questo però si deve incorrere nell’errore opposto, quello di legare l’identità ebraica solamente alla religione, dice Anna Foa. C’è tutto un mondo laico all’interno dell’ebraismo da non sottovalutare: dimenticare l’importanza di questa cultura sarebbe un’omissione storica imperdonabile. E qui gli esempi si sprecano. Viene ricordato il fondamentale contributo degli ebrei al pensiero filosofico, teologico, scientifico, sociale e politico (Todeschini nota che gli ebrei furono tra i primi a negare la sacralità del potere temporale). Ma si potrebbe proseguire con la letteratura, la gastronomia , il cinema…. È questa l’essenza positiva della cultura ebraica.

Manuel Disegni

Italian journalists offer to mediate
Israel’s return to international union

Rome — Italy prides itself on its reputation for successful mediation in international conflicts. On this premise, it has now stepped in to attempt a solution for an issue perceived by Israel as well as some Italian journalists, as motivated by bias.
Following heated criticism in the Italian press of the recent expulsion of the National Federation of Israeli Journalists (NFIJ) from the International Federation of Journalists
(IFJ), the Secretary General of the Italian Federation (FNSI), Franco Siddi, has sent a letter to his Israeli counterpart extending “ a warm and sincere invitation” to meet either in Rome or Israel, offering his union’s services for mediation in hearing the rift.
“We have always greatly appreciated the autonomy of the Israeli press and want to make clear that we harbor absolutely no anti-Israel sentiments,” Siddi told The Jerusalem Post. “We want to bulid bridges, otherwise any talk of ethical principals becomes empty propaganda.”
Although the Israeli NFIJ Federation feels it was expelled for political reasons, Aidan White, secretary general of the IFJ, stated in a note that “ The decision to expel was financial alone... the Israeli union has not paid any fees at all since 2005...the longest time in debt of any union in the IFJ.”
Other unions expelled in recent years for not paying dues include Chile, Macedonia, Moldova, Serbia, Korea, Kenya and Thailand, White said.
The decision was unanimous and “ the Executive Committee did not discuss any political related issues when it dealt with these matters”, said White, although he admits there have been “ disagreements over IFJ criticism of the Israeli state, but only on matters related to military attacks on media and free movement of journalists.”
While the Israeli union feels the IFJ’s report on Operation Cast Lead was biased because it failed to contact Israeli sources, White states the focus of the mission was purely on” the conditions and circumstances of Palestinian journalists and media.”
He recognizes that “ Israeli journalists have sought to report the crisis fairly under difficult conditions” and “ they, too were victims of the media blockade imposed by Israel.
In another Italian attempt to solve the situation — mainly by circumventing the IFJ and considering the creation of a new regionai body — Lorenzo Del Boca, president of the National Order of Italian Journalists in cooperation with the Israeii Embassy, organized a meeting in Rome last week with five individual Israeli journalists including Haim Shiki (a member of the NFIJ Israeli Union), Arik Bacha (secretary general of the Israel Press Council), and Yosi Bar-Moha (director general of the Tel Aviv Association).
Del Boca was invited to attend the Eilat annual meeting of the Israeli press in November.
Del Boca’s guild, the National Order, is a later offspring of the 101-year-old Italian Federation (FNSI), and was created to deal with qualifying exams for prospective journalists and related issues. Strictly speaking, unlike the FNSI, which represents the broader union interests of all Italian journalists, it has no bargaining power with the IFJ.
The FNSI, said Siddi, boasts a long history of actively supporting freedom of speech. During the Cold War years, he recalls, the FNSI was a neutral meeting ground for discussions between the Western and Soviet block journalistic unions.
Siddi would like to avoid the defeat of a split-off of the Israeli journalists from the IFJ. He feels it is very important that Israel’s union be reintegrated into the international federation.
If there are problems, let’s face them openly” he said. “We would welcome a meeting between the FNSI and the Israeli NFIJ, either in Italy or in Israel, to examine all issues and work towards a solution to present to the IFJ.”
Siddi also made these points at a young Italian Jewish journalists seminar currently taking place in Trieste, where he was a guest speaker.
Whether or not the financial issue is based on bias is one of the problems that remains to be solved. Israel is the only country in its region to be charged the same annual fees as European countries.
Israel has contested this evaluation. Politically, since the Israeli press is among the most independent in the worid, it also demands higher representation in the IFJ’s organs and more possibiiities for contacts with journaiistic coiieagues from Jordan, Egypt, Syria, Lebanon, Iran, and so on.
A financial compromise ( waiving past dues but maintaining the higher rate in the future, with a small discount) has been offered, but it isn’t clear whether the Israeli journalists are willing to accept this.

Lisa Palmieri Billig, Jerusalem Post, 27 luglio 2009
 



 
 
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  Diversi orientamenti politici e religiosi,
ma analoghe proposte di legge sull'uso del burqa

Il 22 giugno scorso, il Presidente della Repubblica francese Sarkozy, parlando davanti alle due Camere riunite, ha rilanciato il dibattito sull’uso del burqa, esprimendosi a favore di una legge che ne vieti l’uso, in quanto “simbolo dell’asservimento della donna”.
In Italia, pochi giorni dopo, il senatore Malan ha presentato una proposta di legge recante “Nuove norme in materia di travisamento in luogo pubblico” (A. S. 1650). E’ (almeno) la terza proposta di legge in materia, che fa seguito a quelle presentate a prima firma dei deputati Souad Sbai (il 6 maggio di quest’anno, con il n. 2422) e Paola Binetti (all’inizio della legislatura, il 30 aprile 2008, con il n. 627), le quali hanno anche titoli molto più espliciti: “”Modifica all’articolo 5 della legge 22 magio1975, n. 152, concernente il divieto di indossare gli indumenti denominati burqa e niqab” si intitola la proposta della Sbai; “Modifica dell’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, in materia di utilizzo di mezzi, anche aventi connotazione religiosa, atti a rendere irriconoscibile la persona” (Binetti ed altri).
Riservandomi di entrare nel merito delle proposte in altra occasione, è interessante notare come esse provengano da parlamentari di diverso orientamento: la prima ad assumere l’iniziativa, insieme ad altri sette deputati (Bobba, Malgaro, Colaninno, Farinose, Grassi, Mosella e Sarubbi) è stata la parlamentare del partito democratico Paola Binetti, nota per le sue posizioni cattoliche. A distanza di un anno analoga iniziativa è stata assunta dalla deputata del Popolo della libertà Souad Sbai, musulmana e presidente (dal lontano 1997) dell’Associazione donne marocchine in Italia (la sua proposta è stata firmata anche dall’onorevole Manlio Contento). L’ultimo della piccola lista è il senatore del Popolo della libertà Lucio Malan, di confessione valdese.
Dunque da entrambi gli schieramenti e da parlamentari di diverse fedi religiose giungono proposte che, pur nella diversità degli accenti, hanno come comune denominatore, più esplicito nelle proposte di iniziativa femminile, quello di affrancare le donne da costumi che ne evidenziano la condizione di asservimento agli uomini, anche con l’obiettivo di garantire la sicurezza dello Stato. 

Valerio Di Porto, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
 
 
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Anche oggi poche notizie. Da leggere quella del Giornale, che appariva già ieri sui giornali israeliani, per cui i bambini della striscia di Gaza, nei loro campeggi estivi gestiti dalla faccia "buona" e "sociale" di Hamas sono intrattenuti da spettacolini in cui loro stessi rappresentano allegramente il rapimento del soldato israeliano Shalit: un piccolo pezzo dell'educazione all'odio che ininterrottamente viene esercitata negli ambienti palestinesi, a Gaza come nei territori.
Una seconda notizia riguarda l'Unione Europea, che a quanto afferma il ministro Frattini, non intende boicottare l'insediamento di Ahmadinejad alla sua nuova presidenza derivata da elezioni che pure tutto il mondo ha giudicato truccate (notizie sul Corriere). La ragione sarebbe che l'UE non vuole un cambio di regime ma solo un cambio di politiche in Iran; in realtà è l'ennesimo atto della rinuncia europea e ancor di più americana ad appoggiare almeno un po' coloro che in Iran si battono per la libertà e sono sottoposti a una terribile repressione, mentre il regime si dilania sul controllo della ricchezza collettiva (Da Rold sul Sole 24 ore).
L'inerzia o peggio dell'Occidente rispetto all'Iran segna anche le trattative americane con Israele, che secondo Il Foglio hanno l'obiettivo assai poco ambizioso di "prendere tempo" non sapendo cosa fare dopo la politica di "engagement", mentre nell'incontro con l'inviato americano Mitchell il ministro della difesa israeliano Barak ha ripetuto ben tre volte che con l'Iran "tutte le opzioni sono sul tavolo", inclusa quella militare. Nel frattempo i giornali (Messaggero, Il Sole) sottolineano che il numero di israeliani insediati oltre la linea verde del cessate il fuoco del '49 ha superato la quota di 300 mila (ma i dati inclusono per esempio i quartieri di Gerusalemme costruiti dopo il '67, che Israele considera parte del suo territorio nazionale. 
Un'ultima notizia degna di riflessione appare su Libero, sembra che il re del Marocco, dopo un'approfondita riflessione durata oltre sessant'anni si sia deciso a riconoscere che c'è stata la Shoah: sembrerebbe un ritardo insopportabile e invece è un atto isolato nel mondo arabo perché molto all'avanguardia nella ricerca di rapporti normali col mondo ebraico. Anche questo strano ritardo in anticipo merita riflessione in chi vuole spiegare le dinamiche della storia contemporanea del medio oriente.

Ugo Volli

 
 
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Italian Jews training to work in Jewish media
Roma, 27 lug - 

Italy's Jewish community is running a first-of-its-kind seminar to train young journalists for work in the Italian Jewish media.The workshop is the latest move in a concerted program by Jewish leaders in Italy to upgrade Jewish information, for the community and the general public.During the two-week seminar, which began Sunday near Trieste, five young journalists are holding hands-on training sessions with professionals from the Jewish and mainstream media. The participants are from Florence, Venice, Turin and Milan. Other recent initiatives have been the launch of a Jewish information portal, http://www.moked.it, and the publication in May of the first edition of what is planned as a periodic national Jewish newspaper. Renzo Gattegna, president of the umbrella Union of Italian Jewish Communities, said he hoped the seminar would "be useful in reinforcing structures that are weak and sometimes not very efficient":

Giornalisti: Del Boca alla redazione di moked.it
"Inpgi in pericolo per i tagli dovuti alla crisi"

Trieste, 27 lug -

Per il presidente dell'Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca, "le centinaia di prepensionamenti possono mettere in pericolo i conti dell'Inpgi", l'Istituto della previdenza dei giornalisti. "C'é il pericolo - ha detto Del Boca, interpellato  a Trieste a margine di un incontro con la redazione del portale dell'ebraismo Moked.it - che i conti non siano più in equilibrio. Se ci sono centinaia di colleghi con una pensione relativamente alta che entrano in pensionamento, significa che l'Inpgi avrà un esborso significativo, inaspettato e improvviso, che non sarà sostituito da assunzioni" nelle aziende editoriali. Secondo Del Boca, "il problema non è soltanto quello dell'equilibrio dei conti, ma è della gestione della professione. Io chiedo come faceva il presidente Ciampi di tenere la schiena dritta e la testa alta. Ma come si può farlo - ha continuato - quando non c'é la certezza di un'assunzione, quando nella migliore delle ipotesi si è assunti a tempo determinato e nella peggiore si prendono due euro lordi a pezzo? Il giornalista è una persona, ha bisogno di mangiare, ed essere preda di uno che ti offre un pranzo e una cena pone problemi significativi sull'indipendenza del giornalistà e quindi sulla libertà della stampa".


 
 
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