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    5 ottobre 2009 - 18 Tishri 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni,

rabbino capo
di Roma
Gli arbà minim, le quattro specie vegetali che agitiamo durante la festa di Sukkot, tra le quali spicca il lulav, il ramo di palma, rappresentano un enigma interpretativo. La tradizione ha proposto numerose spiegazioni, ma si sa che quanto più numerose sono le spiegazioni tanto più la domanda rimane aperta. Su un punto però c'è una generale concordanza: che si tratti dell'unione di parti diverse di un intero, che sia questo il corpo umano (colonna, occhi, bocca, cuore), la comunità d'Israele (dove ci sono i giusti, gli imperfetti e quelli senza alcuna virtù), il Sinedrio (nelle sue diverse componenti), gli attributi e/o le lettere del nome divino e così via. Il senso è che bisogna ricomporre l'unità; un gran bel messaggio, ma non esente da problemi. Perché se si mettono insieme i diversi, di cui alcuni non tanto buoni, dovremmo sperare che che ci sia un miglioramento complessivo. Ma perché questo succeda, i "buoni" devono avere la forza per influenzare gli altri, e non è detto che ci riescano. Per questo alcuni commenti, che pure esaltano il valore dell'unità, ci vanno cauti a idealizzarla del tutto e sottolineano, forse con un certo humour, che il cedro debba essere unito agli altri tre vegetali (che sono tra loro legati) solo nel momento della berakhà, della benedizione. 
Il 2 ottobre a Varsavia si è spento novantenne Marek Edelman, l'unico sopravvissuto dei cinque dirigenti, tutti come lui giovanissimi, dell'Organizzazione Ebraica di Combattimento, che diede vita alla rivolta del ghetto di Varsavia. Edelman era un militante del Bund, e dopo aver guidato  la rivolta del ghetto, riuscì a fuggire dal ghetto distrutto. Partecipò all'insurrezione di Varsavia. Dopo il 1945, scelse di restare in Polonia, con una decisione simile a quella di molti ebrei dell'Occidente, ma più anomala in Polonia, soprattutto dopo il 1967, e l'eliminazione dalla vita politica di tutti o quasi gli ebrei. Edelman, da buon militante del Bund contrario alla scelta sionista, continuò a esercitare il suo mestiere di medico cardiologo nell'ospedale di Lodz, dove la reazione dei suoi pazienti impedì al regime comunista di cacciarlo. Nel 1981 fu delegato di Lodz al primo congresso di Solidarnosh. I suoi rapporti con Israele furono complicati e sovente conflittuali. In una sua testimonianza sulla rivolta del ghetto, scrisse con  grande anticonformismo parole prive di ogni retorica: "La maggior parte di noi era per l'insurrezione. Dal momento che l'umanità aveva convenuto che era molto più bello morire con le armi alla mano che a mani nude, non ci restava che piegarci a questa convenzione". Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  Non smetteremo di danzare - Il messaggio coraggioso
delle vittime del terrorismo nel libro di Giulio Meotti

meottiCelebrare la vita contro la morte. Il giornalista Giulio Meotti ha dedicato quattro anni di lavoro alla conoscenza delle storie del terrorismo palestinese in Israele, 1723 morti, 10000 feriti, fra le donne una percentuale altissima: 378 vittime, un numero enorme se lo si rapporta alla sua popolazione, ma non è  alla morte alla distruzione che si pensa quando si legge 'Non smetteremo di danzare' (edito da Lindau in uscita in questi giorni nelle librerie) si pensa alle vita, vita di gente comune che non è morta combattendo sotto il fuoco nemico o a un posto di blocco, ma  in autobus, in pizzeria, per strada, in banca, in un centro commerciale, nella routine della vita di tutti i giorni.
“Queste storie sono la celebrazione della vita sulla morte  - osserva l'autore rivelando una sorta di filiazione adottiva nei confronti dello Stato di Israele - gli israeliani ci insegnano ad amare la vita più di quanto temano la morte. Israele è una goccia di illuminismo in un mare di barbarie.”
Il 4 ottobre 2003 giorno in cui Hanady Taysir Jaradat avvocatessa ventinovenne si fa saltare in aria davanti al ristorante Maxim sul lungomare di Haifa, “un pezzo di terra che più Israele non si può” (per usare le parole dello stesso Meotti), uccidendo 20 persone, fra cui 5 bambini, il giornalista del Foglio è in Israele per girare un documentario sulla seconda Intifada. La notizia rimbomba sui media locali entrando nei minimi particolari, ma sui giornali europei nulla tranne la scarna notizia dell'attentato. “Quando avviene un attentato in Israele, - rileva Meotti - il giorno dopo tu sai tutto sull'attentatore, ma non sai niente su quelli che sono morti, sulle loro vite, sulla loro storia.” E' questo che balza per la prima volta agli occhi del giornalista, è da questo che trae origine 'Non smetteremo di danzare', dalla necessità di dare un volto, una storia, una dimensione, a persone che hanno perduto la vita e di cui non si sapeva nulla.
Ispirandosi a "Portraits of grief", I ritratti del dolore, le storie delle vittime dell'11 settembre pubblicate dal New York Times che vinse un premio Pulitzer, Meotti ripercorre le drammatiche vicende legate al terrorismo islamico cercando di dare un volto a coloro che, per il terrorismo, hanno perduto la vita.
“Secondo me tutto questo andava raccontato. - spiega Meotti -  Io ignoravo l'esistenza dei due refusnik Avraham Fish e Aharon Gurov, che negli anni di Sharansky volevano emigrare in Israele e lì vengono uccisi a Nokdim il 25 febbraio 2002 o le storie dei cittadini israeliani, quasi tutti sopravvissuti alla Shoah, che persero la vita durante la cena del seder di Pesach al Park Hotel di Netanya il 27 marzo 2002. Sono storie che parlano della nostra storia. In Israele il sangue parla, - prosegue - sono storie di sopravvivenza, lì tutte le vittime avevano avuto un parente ucciso nelle camere a gas. Menachem Rosensaft, fondatore dell'International Network of Children of Jewish Holocaust Survivors ha osservato che il destino che Hitler aveva predisposto per loro è stato realizzato da un kamikaze palestinese...ancora una volta ebrei uccisi in quanto ebrei. Che significato ha tutto questo? Ha un significato enorme ed ha un significato politico religioso anche per il cristianesimo perché non esiste cristianesimo senza giudaismo”.

meotti 2Secondo Giulio Meotti infatti non c'è differenza fra il terrorismo che colpisce in Israele e quello che colpisce in Europa e soprattutto sotto il profilo dell'odio, non c'è alcuna differenza con la Shoah. “Che significato hanno avuto gli 11 atleti ebrei uccisi a Monaco a pochi chilometri dal campo di sterminio di Dachau? Che significato ha avuto l'assassinio del giovane ebreo parigino adescato da una ragazza, torturato per 15 giorni passato di mano e poi massacrato che Bernard Henry Levy ha definito il martirio di Ilan? - si domanda Meotti - E' lo stesso odio che perseguita gli israeliani in terra di Israele: erano ricchi colti e coscienti musulmani inglesi quelli che partirono da Londra  e che giunsero all'aeroporto Ben Gurion per uccidere ebrei e questo non ha nulla a che fare con la rivendicazione delle terre da parte dei palestinesi. Grandi studiosi di antisemitismo hanno messo in luce questo aspetto ed è un aspetto che non si può ignorare”.
Per questo secondo Meotti la battaglia di Israele va combattuta nell'Unione Europea, nell'Onu ed è molto importante che questo libro sia stato scritto qui, fuori da Israele.
“Perché dovrebbero leggere questo libro? - si domanda infatti Meotti - Dovrebbero farlo perché non c'è Europa senza Israele, perché altrimenti sarebbe Eurabia. Tu vai in Israele e puoi pregare al Santo Sepolcro, puoi vivere la tua vita e professare la tua religione, se ci fosse l'islamismo tutto questo non sarebbe possibile. Sulla autorevole rivista First Things c'è un importante articolo di David Goldman 'The closing of the Christian Womb in the Middle East' che parla del declino delle comunità cristiane nei paesi arabi e il boom in Israele. Israele è una lezione per l'occidente, 60 anni di storia con la paura continua di perdere un proprio caro con il senso della fragilità e della precarietà della vita. Queste cose vanno raccontate per capire il Medioriente noi ci immaginiamo un paese in cui primeggiano la tecnologia, le armi, l'esercito e dall'altra povera gente che langue per la sua terra, non è così”.
Precisa Meotti che spiega come il concetto di vendetta sia invece assente nell'animo di ciascun israeliano che abbia perso i propri cari in un attentato terroristico “Gli israeliani spezzano la catena dell'odio è lo Stato che deve fare il suo compito non i singoli. Non c'è terrorismo israeliano. Questa gente pensa a ricostruire: a Ben Yehuda c'è un chiosco che è stato distrutto 3 o quattro volte da attentati terroristici ed è sempre lì, ogni volta è stato ricostruito.  Nelle mie pagine non c'è odio, non c'è desiderio di rivalsa. Nessun israeliano che ha perso i propri cari in un attentato terroristico ha mai cercato o chiesto la vendetta. Alcuni hanno risposto al terrore creando fondazioni benefiche in nome dei cari uccisi e oggi assistono bambini palestinesi. Una ragazza che ha perso tutta la sua famiglia in un attentato oggi fa nascere i bambini arabi in ospedale. Nell’accostarsi al mondo dei sopravvissuti al terrorismo ti colpisce la fede e l’amore per la vita. Non la gioia di vivere in astratto, ma la santificazione della vita umana in quanto tale. Ho incontrato alcuni agenti della sorveglianza fuori dei supermercati, dei centri commerciali israeliani, persone che stanno lì per 4-5 euro l'ora che si fanno saltare in aria con i kamikaze per salvare la vita ai propri simili, questa è la risposta più bella che possa dare uno stato piccolo come Israele”.
Giulio Meotti è tuttavia scettico sulla possibilità che il terrorismo possa, per il momento, cessare nonostante le trattative per la pace, nonostante le concessioni israeliane, nonostante le mediazioni di mezzo mondo “Il terrorismo continuerà, fintanto che nei paesi arabi non ci sarà una classe dirigente che spezzi la coda del serpente dell'odio. La pace verrà quando capiranno che hanno perso tutte le guerre che hanno combattuto e la smetteranno di invitare i propri figli a farsi saltare in aria”.

Lucilla Efrati

Addio a Marek Edelman ultimo eroe del ghetto di Varsavia

Marek EdelmanC’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente,  del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavarare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarność, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell'insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

Claudio Vercelli
 
 
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  donatella di cesareLa festa di Sukkot nel pensiero di Rosenzweig

Per Rosenzweig Sukkot è una festa che contraddistingue l’ebraismo (e non per caso non trova corrispondenza nelle feste cristiane). È' la festa della “peregrinazione e del riposo”, in ricordo della lunga peregrinazione nel deserto che alla fine condusse il popolo ebraico al riposo in patria. Ci si riunisce per i pasti gioiosi non nelle consuete stanze di una casa, ma nella sukkà, sotto un tetto leggero, costruito in modo che si possa intravedere il cielo. Così in questo tempo possiamo e dobbiamo ricordare che anche la casa, apparentemente più stabile e sicura, non è che una tenda che permette solo un momentaneo ristoro durante la lunga peregrinazione e che solo alla fine “arride il riposo, di cui il costruttore del primo Tempio un giorno lontano (come si legge proprio durante questa festa) disse: “Benedetto Colui che ha concesso riposo al Suo popolo (1 Re 8, 54-66).

Donatella Di Cesare, filosofa

 
 
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Poche notizie sulla rassegna di oggi, ma una sgradevole sensazione dominante: che l'Iran, senza concedere nulla se non la promessa di una visita alla sua centrale segreta di Qom (articolo siglato vg su Repubblica) che era stata denunciata dagli occidentali, cioè senza modificare davvero la sua politica (Harry Rubin sul Jerusalem Post), sia riuscito a evitare di nuovo le sanzioni, grazie all'idea dominante dell'amministrazione Obama che ciò che conta è negoziare e non ottenere risultati (Charles Krauthammer sul Jerusalem Post). Ma, come chiede Guido Olimpio, quanti altri sono i siti segreti (articolo siglato GO sul Corriere)? Un bilancio molto critico della questione iraniana si legge nel pezzo di Eldar Akiva su Haaretz.
Altre notizie: Continuano sui giornali israeliani le considerazioni sul video di Shalit rilasciato da Hamas in cambio della liberazione di 20 donne condannate per aver collaborato col terrorismo. Com'è che il rapimento e l'imprigionamento illegale di Shalit non ha non ha alcun peso nel rapporto Goldstone? Se lo chiede Dan Koski sul Jerusalem Post.
Interessante l'inchiesta di Guido Olimpo sul Corriere sulle nuove rotte africane del contrabbando di armi iraniane verso Gaza.
Sull'Unità continua la campagna per accostare la situazione attuale in Italia agli anni più tragici della Shoà. Questa volta viene chiamato in causa massimo Cacciari che in una celebrazione della strage di Marzabotto in cui i tedeschi sterminarono un intero paese, ammazzando parecchie centinaia di persone, avrebbe dichiarato che lo fecero per la stessa ragione che motivano oggi i respingimenti degli immigrati clandestini, cioè «paura di colui che non è uguale a noi, che va combattuto e negato», la stessa paura che animerebbe le leggi attuali. Non si sa bene se ridere o indignarsi per un'analisi del genere. Forse, se i partigiani si fossero vestiti di uniformi tedesche, e avessero parlato nella lingua di Goethe, le stragi non sarebbero avvenute? E gli ebrei tedeschi non erano forse addirittura "colpevoli" per i nazisti di essere "troppo poco diversi" e di "mescolarsi" al popolo tedesco, tanto di essere forniti di tante belle stelle gialle? Bisognerebbe che Cacciari, o l'Unità o meglio tutt'e due smettessero di parlare di tragedie di cui non sono all'altezza.
A proposito di figure tragicomiche, è assolutamente da leggere l'editoriale (su Haaretz) della più antisraeliana delle giornaliste israeliane d'oggi, quella Hamira Hass che è un'eroina per tutti gli odiatori di Israele d'Italia. La Hass fa una grande ramanzina al presidente dell'Autorità Palestinese, Abu Abbas, per essere troppo morbido... con Israele, in particolare per non aver insistito per una discussione immediata del rapporto Goldstone al comitato dei diritti umani dell'Onu (quello famoso presieduto dalla Libia che ha organizzato Durban 2), dopo che Netanyahu aveva ripetutamente chiarito che l'approvazione del rapporto avrebbe reso a Israele impossibile intervenire legalmente in un territorio abbandonato come Gaza e quindi avrebbe reso impossibile lo sgombero dal West Bank, insomma avrebbe sabotato la pace. Ma quel che Amira Hass rimprovera con grande violenza verbale ad  Abu Abbas è proprio di voler fare la pace con trattative normali: "The true choice is between negotiations as part of a popular struggle anchored in the language of the universal culture of equality and rights, and negotiations between business partners" [la vera scelta è fra negoziati come parte di una lotta popolare ancorata nella cultura universale dell'uguaglianza e dei diritti e negoziati fra partner di un'affare]. Quel che interessa a Hass è insomma che i negoziati non ci siano, anche quelli come in questo caso mediati dall'America di Obama, ma che non sparisca la "lotta popolare". Se ci fosse la pace, la loro militanza infatti resterebbe disoccupata. Che poi della "lotta" soffrano sia i palestinesi che gli israeliani, di fronte al romanticismo neomaoista della "lotta popolare" non le importa nulla. Tant'è vero che le sue parole sono la fotocopia di quelle di Hamas, riportate da Benkamin Barthe  su Le monde. Loro sì che hanno interesse alla "lotta"!

Ugo Volli    

 
 
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Israele, stato di allerta nella Città vecchia di Gerusalemme          
e vicino alla Spianata delle Moschee
Gerusalemme, 5 ott -
Stato di allerta a Gerusalemme, nel timore che incidenti si verifichino al Muro Occidentale dove decine di migliaia di fedeli ebrei stanno affluendo per partecipare alle celebrazioni della festa di Sukkot. Massiccio anche il presidio in prossimità della Spianata delle Moschee. Per ragioni di sicurezza, l'accesso a quel luogo di culto è stato severamente limitato: vi possono entrare oggi solo musulmani di età superiore ai 50 anni e in possesso di documenti israeliani, e le fedeli islamiche. Scontri fra fedeli musulmani e reparti di polizia sono avvenuti alla fine di settembre e anche ieri. Nei giorni scorsi il Movimento islamico in Israele (frazione settentrionale) ha messo in guardia dalla rischio che estremisti ebrei possano forzare l'ingresso nella Spianata. Secondo le autorità israeliane questi timori sono invece fuori luogo: ma per prevenire scontri, hanno vietato in questi giorni l'ingresso nella Spianata (dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme) a tutti i gruppi di escursionisti.
 
 
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