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L'Unione informa |
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14 ottobre 2009 - 26 Tishri 5770 |
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alef/tav |
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Adolfo Locci, rabbino capo di Padova |
E il Signore benedì il settimo giorno e lo santificò (Bereshit 2:3). Spiega
il "Chafetz Chayym" (Rabbi Israel Meir HaCohen Kagan, 1838 - 1933) che
durante sei giorni della settimana l’individuo si alimenta dalla
maledizione “col sudore della tua fronte mangerai il pane” (provocata
dal primo uomo) e solo nel settimo esce da questa dimensione per
entrare in quella della benedizione che Dio ha concesso allo Shabbat.
Attenzione, quindi, a non tardare a ricevere lo Shabbat e a non
affrettarsi a uscire da esso, a ritenere questo giorno come un momento
per ricaricare il fisico per le future fatiche perché, come scrive A.
J. Heschel: “lo Shabbat non è al servizio dei giorni feriali; sono
invece i giorni feriali che esistono in funzione dello Shabbat. Esso
non è un interludio ma il culmine del vivere”. |
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Nel
Medioevo gli ebrei erano considerati, in ambiente ecclesiastico, come
una minaccia economica per i beni delle chiese. La loro relazione con i
cristiani laici era dunque considerata pericolosa. Si presumeva che la
vicinanza fra cristiani ed ebrei avrebbe contagiato i primi, rendendoli
indifferenti nei confronti del carisma sacerdotale e pertanto
irrispettosi dei privilegi economici di cui godevano le proprietà
ecclesiastiche.
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Giacomo Todeschini, storico |
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Il Seminario Adei Wizo - Angelica Calò "Come si educa all'integrazione"
Angelica Calò Livne (nella foto a sinistra) è la docente del seminario itinerante “Una cultura in molte culture” organizzato dall'Adei Wizo e
proposto in questi giorni a docenti ed allievi in alcune scuole delle
città di Roma, Firenze e Milano per dare una risposta positiva su come
si affronta l'integrazione di studenti di etnie diverse, sulla base
della ormai sessantennale esperienza israeliana e come si può lavorare
per la pace. Nata a Roma nel 1955 da una famiglia ebraica di antica
tradizione, Angelica si trasferisce in Israele all'età di vent'anni
dove attualmente vive con suo marito ed i suoi quattro figli maschi.
Scrittrice, pubblicista e regista oggi principalmente conosciuta per
aver dato vita alla fondazione “Beresheet La Shalom” (In principio la pace)
che, nel nord di Israele, raccoglie ebrei, musulmani e cristiani,
promuovendo dibattiti, scambi culturali e iniziative artistiche e che
nel 2004 le sono valsi il Premio Assisi e nel 2006 l'hanno candidata al
premio Nobel per la pace, insieme all'amica e collega palestinese Samar
Sahar. Angelica perché proponi in Italia questo seminario sull'integrazione? I
nostri ragazzi vivono in un'epoca difficile. Un'epoca di grandi dubbi e
confusione, di lotta interiore tra ciò che è etico, giusto,
positivo e ciò che non lo è. I ragazzi sanno cos'è giusto ma non
sempre è possibile vivere secondo questi principi . Per poter dire a un
compagno di smetterla di molestare un compagno più debole, di
deriderlo, ci vuole coraggio e determinazione. Ci vuole fermezza e il
rischio di rimanere soli fa paura. Il compito di noi adulti, degli
educatori e dei genitori è di consolidare nei nostri ragazzi,
i valori di tolleranza, accoglienza e coraggio. Quali obbiettivi cerchi di perseguire con il seminario? Gli
obbiettivi sono molti, creare un'atmosfera di accoglienza e di
comunicazione positiva all'interno della classe affinché i
ragazzi siano in grado di esprimersi e studiare con curiosità, rispetto
e fiducia verso ogni compagno sviluppando e consolidando la
propria identità, instaurare un rapporto tra gli alunni attraverso un
clima di collaborazione e di interesse reciproco, avvicinare gli
autoctoni agli stranieri, consolidare le diverse identità accentuando
gli aspetti positivi e costruttivi delle differenti culture,
risvegliare i valori di empatia, sostegno, incoraggiamento e interesse
degli uni nei confronti degli altri. Attraverso quali strumenti cerchi di fare tutto questo? La
cosa principale sta nella conoscenza e nel consolidamento del gruppo
operativo, per questo cerco di svolgere attività di affiatamento
per consolidare il gruppo classe, creare un clima di accoglienza tra i
partecipanti e acquisire strumenti didattici e metodologi per
l'aggregazione, in sostanza cerco di creare uma classe di amici. Come si crea una classe di amici? I
partecipanti percorrono un viaggio in prima persona attraverso la
propria e le diverse culture dei partecipanti al corso, per consolidare
la positività, l’ottimismo e la speranza...
Lucilla Efrati
Qui Roma - 'La Memoria e l'immagine', il valore della fotografia nella memoria storica
"Il
sentimento peggiore verso i responsabili dell'Olocausto deriva dal
fatto che ci hanno costretto a raccontare non quello che siamo stati o
ciò che abbiamo dato all'umanità, ma solo la memoria della Shoah. Gli
ebrei sono identificati alternativamente come vittime o carnefici in
Medio Oriente" Lo ha dichiarato il presidente della Comunità ebraica di
Roma Riccardo Pacifici intervenendo alla presentazione nella sala
Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, sede del Senato, del progetto di
documentazione sull'Olocausto realizzato dal liceo scientifico Keplero
di Roma, 'La memoria e l'immagine. 16 ottobre 1943 così vicino così
lontano' è il nome del progetto presentato a pochi giorni
dall'anniversario della deportazione degli ebrei del ghetto di Roma da
parte dei nazisti avvenuta il 16 ottobre 1943 che sarà portato in tutte
le scuole di Roma e provincia. "Se il museo della Shoah dovesse servire
solo per noi ebrei allora sarebbe meglio usare i soldi per altre cose,
per aiutare l'Abruzzo o Messina. - Ha proseguito Pacifici- Noi vogliamo
far capire che la Shoah non ha colpito solo gli ebrei, ma tutta
l'umanità". "Il nazifascimo è stato un momento di follia irrazionale
che ha colpito tanti uomini tanto da portarli ad essere nemici di altri
esseri umani. Non soltanto nemici, ma applicare nei loro confronti dei
gesti di tortura, dei gesti di violenza che vanno al di là di ogni
ragionevole pensiero". Ha dichiarato poco dopo il presidente del Senato
Renato Schifani. "Chi vi parla - ha sottolineato Schifani rivolgendosi
in particolare agli studenti - è stato ad Auschwitz e lì ha lanciato un
appello a tutti i giovani e a tutte le forze politiche. Ai giovani ho
detto mi auguro che tutti i ragazzi che hanno la possibilità possano
visitare questi luoghi per farne tesoro nella loro coscienza. Loro
saranno la classe dirigente del domani e devono sapere quello che è
stata la Shoah, quella che è stata la violenza in cui le coscienze di
milioni di uomini erano impazzite". Alla presentazione della mostra
anche il Presidente della Provincia Nicola Zingaretti, Paola Rita
Stella, assessore alle Politiche della scuola della Provincia di Roma,
la senatrice Silvana Amati e Piero Terracina, che ha rievocato i
momenti della cattura della sua famiglia e l'orrore della deportazione
e dei lager visti con i suoi occhi di bambino. "Il Museo della Shoah
non dovrà essere un monumento ma un luogo vivo e vorremmo rendere i
ragazzi di Roma protagonisti della sua costruzione con la loro
creatività, affinché tutti sentano questa esperienza come un qualcosa
di partecipato". Ha dichiarato Nicola Zingaretti. "Non si deve
consegnare alla storia solo un racconto dei fatti - ha aggiunto il
numero uno della Provincia - perché la memoria non è solo tramandare
una data ma l'insieme di valori e di emozioni che questa suscita.
L'immagine fotografica o filmata rompe la dimensione del racconto
arrivando dove la parola, anche la più bella, non può".
(©2009 Archivio fotografico, Senato della Repubblica foto pd)
Qui Milano - Bagliori di musica Idan Raichel all’Adeissima
Settecento
persone hanno affollato l’Auditorium di Milano per assistere al
concerto dell’Idan Raichel Project ieri sera, in occasione
dell’Adeissima 2009, tradizionale evento dell’Adei-Wizo, sezione
italiana del Women International Zionist Organization. Le
affascinanti musiche del compositore israeliano e degli altri cinque
musicisti sul palco, solo alcuni degli oltre ottanta di ogni
provenienza e background che partecipano al progetto, hanno catturato
la platea, fra tonalità dolci con atmosfere soffuse, e ritmi frenetici
in mezzo a luci e colori psichedelici.
Gli
artisti hanno dimostrato di vivere la loro musica, un po’ ebraica, un
po’ araba, jazz, etiope, elettronica, caraibica e yemenita, suonando e
cantando, ma anche ballando tra loro e con i loro strumenti,
soprattutto Idan con il suo pianoforte a coda, partner non proprio
leggero da portare nella danza. Una fusione di elementi diversi ben
rappresentata dal contrasto tra i dreadlocks e il look trascurato del
compositore, e l’elegante abito lungo delle due cantanti.
Appluditissimi, alla fine del concerto i musicisti hanno concesso un
acclamato bis, per poi raggiungere il pubblico per il rinfresco offerto
nel foyer del teatro al termine dello spettacolo. Il ricavato della
serata andrà a favore dell’istituto israeliano Bet ha Pa’amonim, che
ospita bambini fino ai quattro anni tolti alle famiglie per abusi o
forte degrado.
Rossella Tercatin
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Un ambizioso ministro recupera la storia ebraica in Egitto
Di solito gli Egiziani non fanno nessuna differenza tra Ebrei ed
Israeliani. Gli Israeliani sono visti come nemici così come gli Ebrei. Khalid
Badr, 40 anni, è abbastanza tipico riguardo a questo, mentre vende
merendine da un chiosco lungo la strada e ascolta il Corano sulla
radio. “Li odiamo per tutto quello che ci hanno fatto” dice. Ma Badr è
dovuto venire a patti con il fatto che il suo quartiere, una volta, era
pieno di ebrei – ebrei egiziani – e che la storia del suo paese è
intrecciata con quella del popolo ebraico. Non lontano dal suo negozio,
alla fine di una strada stretta e tortuosa conosciuta una volta come la
via degli Ebrei, il governo sta restaurando una sinagoga abbandonata e
dilapidata. Nei fatti il governo sta pubblicamente riconoscendo il
suo passato ebraico.“Se non restauriamo le sinagoghe, perdiamo una
parte del nostro passato” dice Zahi Hawass, segretario generale del
Consiglio Supremo delle Antichità, che in passato ha scritto
negativamente degli ebrei in conseguenza degli scontri tra israeliani e
palestinesi. Per diversi anni, in silenzio, l’Egitto ha restaurato
le sue sinagoghe. Ma a causa della rabbia verso Israele e del diffuso
antisemitismo, il governo ha inizialmente insistito che queste attività
rimanessero un segreto. “Ci hanno detto, stiamo facendo questa
cosa, ma non ditelo a nessuno” dice Rabbi Andrew Baker, direttore di
International Jewish Affaires per l’American Jewish Commitee. “È il
contrario di quello che abbiamo visto succedere nell’Est Europa, dove i
governi non fanno molto ma vogliono presentare un’immagine di se stessi
che fanno cose. In Egitto le stavano facendo, ma, ‘Shhh, non fatelo
sapere a nessuno!’”. Allora perché l’improvvisa affinità per il
passato ebraico in Egitto? Politica. Non la politica della strada ma
quella globale. Il ministro della cultura egiziana, Farouk
Hosni, avrebbe voluto essere il prossimo direttore generale
dell’Unesco. Nel contesto di questa società islamica conservatrice,
Hosni, 71 anni, è abbastanza liberale, entrando in conflitto con i
radicali mussulmani quando aveva criticato la popolarità del velo tra
le donne per esempio. Ma per pacificare il suo collegio
elettorale, nel 2008 ha dichiarato che avrebbe bruciato tutti i libri
israeliani che avrebbe trovato nella biblioteca di Alessandria. Nel
frattempo si è scusato ma ciò non è bastato per fermare gli attacchi
alla sua candidatura alla guida dell’organizzazione dedicata alla
promozione della diversità culturale. Così i suoi dipendenti al
Ministero hanno accelerato i lavori di restauro dei beni ebraici. I
più vecchi del quartiere, come El Sayyid Yousef, 62 anni, hanno una
visione condizionata dalla storia. Yousef dice di ricordare di
aver avuto vicini ebrei ma di non aver mai pensato a loro come ebrei.
Erano solo egiziani, come tutti gli altri, dice. “Dopo il 1967
abbiamo iniziato a capire. A causa di quello che era successo durante
la guerra, potevi camminare per strada e se vedevi un ebreo avresti
voluto ucciderlo”. Sono rimasti un centinaio di ebrei (per
qualcuno anche meno) in Egitto oggi, sottolinea il Rabbino Baker. Non è
chiaro se questi progetti aiuteranno la carriera del Ministro Hosni.
Potrebbero anche provocare un attacco al governo da parte dei locali
contrari allo stanziamento di fondi per questi lavori. Comunque
vada, lo sforzo ha già ispirato Yousef e suo figlio, e magari anche
altri, a guardare al di là del conflitto arabo-israeliano. “Come
mussulmani o come cristiani non sarà nostra, ma come egiziani lo è”
dichiara Sameh, il figlio di Yussuf, a proposito della sinagoga. “Non è
la nostra religione, ma come edificio fa parte del nostro patrimonio”.
Michael Slackman, The New York Times (versione italiana di Rocco Giansante) |
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Di Segni: grande gesto d'attenzione Nel
pomeriggio di domenica 17 gennaio Benedetto XVI si recherà in visita
alla Sinagoga di Roma per incontrare la comunità ebraica dell'Urbe in
occasione della 21° giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del
dialogo tra cattolici ed ebrei e della ricorrenza «Moed (Festività) di
Piombo» che coincide proprio con quella data. L'annuncio è stato dato
ieri dalla Sala stampa della Santa Sede. Il «Moed di Piombo», che cade
il 2 del mese di «shevàt» del calendario ebraico, celebra un
avvenimento considerato miracoloso, e cioè la pioggia torrenziale che,
di fatto, nel 1793 salvò la comunità ebraica dall'assedio di alcuni
facinorosi convinti che gli ebrei di Roma stessero dando asilo ai
sostenitori delle idee rivoluzionarie provenienti dalla Francia, La
pioggia placò la folla e spense gli incendi che erano stati appiccati
alla base di alcuni portoni. Si dice che il nome della ricorrenza
derivi dal colore che aveva il cielo quel giorno, livido e scuro come
il piombo. La visita del 17 gennaio sarà per papa Ratzinger la prima
visita a una sinagoga italiana ma non nel mondo. Appena poche settimane
dopo la sua elezione al soglio di Pietro infatti, Benedetto XVI ha
voluto testimoniare il suo impegno nel dialogo con gli ebrei facendo
visita alla sinagoga di Colonia in Germania, nell'agosto 2005. E
nell'aprile 2008, nel corso della sua visita negli Stati Uniti, dopo
l'incontro con la comunità ebraica a Washington ha voluto visitare la
sinagoga di Park East a NewYork. Il primo Papa ad entrare in una
sinagoga è stato invece Giovanni Paolo Il che il 13 aprile 1986, sempre
di domenica, visitò il tempio di Lungotevere Cenci. In quella occasione
il Papa, che venne accolto dall'allora rabbino capo Elio Toaff citò in
particolare tre punti della dichiarazione conciliare NostraAetate, con
cui si ebbe una «svolta decisiva nei rapporti della Chiesa cattolica
con l'ebraismo, e con i singoli ebrei». E cioè che la «religione
ebraica non ci è 'estrinseca', ma in un certo qual modo,è 'intrinseca'
alla nostra religione» e che quindi gli ebrei sono «i nostri fratelli
prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli
maggiori». Poi che «agli ebrei, come popolo, non può essere imputata
alcuna colpa atavica o collettiva, per ciò che è stato fatto nella
passione di Gesù ». E quindi che «non è lecito dire, nonostante la
coscienza che la Chiesa ha della propria identità, che gli ebrei sono
“reprobi o maledetti”, come se ci fosse insegnato, o potesse venire
dedotto dalle Sacre Scritture, dell'Antico come del NuovoTestamento»,
tanto che «gli ebrei “rimangono carissimi a Dio”, che li ha chiamati
con una “vocazione irrevocahile”». Questa volta a ricevere Benedetto
XVI sarà il rabbino Riccardo Di Segni, il quale ha accolto la notizia
con una nota in cui si afferma che «l'atteso incontro di Papa Benedetto
XVI del prossimo 17 gennaio» è «la prosecuzione di una strada
d'incontro. L'appuntamento è un grande segno di attenzione, rispetto e
volontà di partecipare ad un progetto di pace che deve essere
condiviso». «Pensiamo - prosegue la nota di Di Segni che la visita
possa essere il momento di un grande discorso spirituale. Una volta
chiarito da entrambe le parti che c'è il rispetto reciproco e la
volontà di non chiedere cambi di identità, dovrebbe essere la grande
urgenza spirituale a tenere il banco; cosa che possiamo e dobbiamo fare
in parallelo per il bene dell'umanità». Gianni Cardinale, Avvenire, 14 ottobre 2009
Rav Laras: «Ma il dialogo segue altri percorsi» A
24 anni dalla storica visita di Giovanni Paolo Il, Benedetto XVI si
prepara a varcare i cancelli del Tempio Maggiore di Roma. Lo farà il 17
gennaio, in occasione della Giornata per l'approfondimento e lo
sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Una Giornata che ha avuto
una brusca interruzione nel 2009, a causa delle polemiche sulla
preghiere del Venerdì Santo. La lunga strada che oggi vede ripristinati
i rapporti tra Rabbinato e Chiesa cattolica è stata percorsa anche da
Rav Giuseppe Laras, presidente dell'Assemblea rabbinica italiana. Rabbino Laras, la data scelta per accogliere Benedetto XVI non è causale. «Il
17 gennaio è sempre stata la giornata dell'ebraismo, la giornata del
dialogo. La Comunità ebraica di Roma e il Vaticano hanno stabilito
questo giorno, ma il dialogo è stato ufficialmente ripreso nei giorni
scorsi, c'è un documento ufficiale della Conferenza episcopale italiana
a testimoniarlo. Le cose si sono messe a posto. Speriamo che continuino
così e non ci siano motivi di tensione ulteriore col passare del tempo». E la visita di Ratzinger è il sigillo su questo percorso? «Non
credo, il dialogo segue dei suoi percorsi e la visita del Papa è sì una
visita importante, che magari può avere qualche influenza sul dialogo,
ma non è un elemento costitutivo. Tanto più che la vera visita è stata
quella fatta nel 1986 da Giovanni Paolo II». Quell'anno Wojtyla chiamò gli ebrei «fratelli maggiori». «Quella, infatti, fu una visita storica». Questa che visita è? «Non ha l'intensità e il valore simbolico di quella del 1986, ma è comunque un fatto notevole». Bisogna
considerare, però, che questo è il Papa che ha reintrodotto la
preghiera sulla conversione degli ebrei e riabilitato il vescovo
lefebvriano negazionista Williamson, elementi simbolo delle recenti
discussioni tra Rabbinato e chiesa di Roma. Il 17 gennaio si chiudono
quei capitoli? «Forse dovrebbe chiederlo a Rav Di Segni, è
lui che ha voluto questa visita. Ripeto, sul piano storico, morale e
simbolico non è equivalente alla visita del 1986, su questo non c'è
dubbio. lo credo che comunque la visita dovrebbe rafforzare le ragioni
del dialogo tra ebraismo e cattolicesimo. Quindi spingere tutti a
evitare tensioni che possano far riapparire polemiche che abbiamo
chiuso con una certa fatica». Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in Sinagoga. L'evento si può trasformare in consuetudine? Parlare
di consuetudine potrebbe indebolire il messaggio che si vuole
trasmettere. Ci che è consuetudinario toglie senso alle iniziative». Dal 1986 a oggi come è cambiato l'ebraismo italiano? «Nell'86
un'iniziativa di quel genere è stata accolta come straordinaria, ha
mosso delle emozioni. Da allora a oggi gli ebrei sono diminuiti di
numero. Ora i problemi delle nostre Comunità sono quelli dell'identità
ebraica, è capire come mantenersi ebrei. E poi c'è il problema
dell'antisemitismo che imperversa e richiede un'attenzione particolare». Oggi abbiamo più anticorpi? «Passando
il tempo sono aumentati. Ma il dialogo dovrebbe cercare di dare un
contributo alla lotta contro l'antisemitismo, perché è un fenomeno che
si presenta in ambito cristiano. Per cui, se questo dialogo è forte e
convinto, darà sicuramente un contributo vincente per combatterlo».
Fabio Perugia, Il Tempo, 14 ottobre 2009 |
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notizieflash |
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Israele escluso da un'esercitazione aerea con la Turchia, il vice premier Cemil Cicek spiega le ragioni in un'intervista
Ankara, 14 ott -
Lo Stato di Israele
è stato escluso da un'esercitazione aerea congiunta con la Turchia. A
spiegare le ragioni dell'annullamento della partecipazione israeliana,
programmata da tempo, è stato il portavoce del governo turco e vice
premier Cemil Cicek, che in un'intervista esclusiva, apparsa sul
quotidiano Zaman, afferma: “La decisione è stata presa dallo Stato
Maggiore della Difesa su proposta dei vertici dell'aeronautica militare
ed è stata messa in atto dal governo”. E poi aggiunge: “Le vere ragioni
di tale presa di posizione sono riconducibili alla mancata consegna di
sette dei 10 aerei spia Heron (droni, cioé senza pilota) commissionati
nel 2005 dalla Turchia all'Industria aeronautica israeliana”, ciò
smentisce le voci che ricollegavano l'accaduto alla disapprovazione da
parte di Ankara dell'operazione Piombo Fuso condotta a Gaza contro
Hamas. In base agli accordi tra i due Paesi, la consegna degli Heron -
già ritardata - sarebbe dovuta avvenire come termine ultimo entro lo
scorso maggio ma così non è stato. Sino a oggi soltanto tre dei 10
droni tipo Heron ordinati agli israeliani per un valore di 180 milioni
di dollari, sono stati consegnati e questo ritardo ha spinto la Turchia
a prendere contatti con gli Usa per l'acquisto di quattro Predators
MQ1A e di due Reaper RQ-9. Gli israeliani, da parte loro, hanno sempre
sostenuto che il ritardo era dovuto al fatto che la telecamera di
produzione turca installata sul drone è troppo pesante per permettere
al velivolo di salire fino a 30 mila piedi (circa 10 mila metri). Gli
Heron sono velivoli da ricognizione telecomandati (Uav) che non hanno
bisogno di pilota e che l'aviazione militare turca contava di
utilizzare contro i separatisti curdi del Partito dei Lavoratori del
Kurdistan (Pkk) che ha le sue basi nell'Iraq del Nord. Il velivolo è in
grado di volare per 52 ore consecutive riprendendo immagini del
territorio sottostante che invia a terra in tempo reale. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
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