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    19 ottobre 2009 - 1 Cheshwan 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni,

rabbino capo
di Roma
Domani a Gerusalemme si apre la President's Conference, una grande occasione annuale di incontro e discussione su problemi di attualità promossa dal presidente israeliano Peres. Tra i temi in discussione, lo stato attuale della Alyà (la "salita" in Israele) in un momento di relativa pace e stasi per gli ebrei dei paesi occidentali. Una domanda che sarà posta è se sia lecito incoraggiare la Alyà dalle piccole comunità, quando il vuoto che lascerà rischia di divenire incolmabile e far precipitare irreversibilmente il processo di dissoluzione ebraico locale. Non è certo una domanda nuova, ma le mutate condizioni sociali dell'ebraismo nel mondo la rendono attuale. Con una domanda così impostata la risposta a caldo dovrebbe essere no, non è lecito. In realtà il fenomeno è molto complesso, bisogna vedere chi si muove e chi rimane e quali sono le responsabilità e gli interessi ebraici di chi fa poco o nulla per arrestare il processo di dissoluzione ebraica proprio e dell'ambiente in cui si trova. Se la prospettiva diventa nel tempo a medio e lungo termine, e se si dilata su una visione globale dell'ebraismo, oltre i limiti della singola piccola comunità in difficoltà, la risposta può essere del tutto differente. 
La proposta dell'insegnamento della religione islamica nelle scuole ha suscitato reazioni ponderate e trasversali agli schieramenti politici. Molti, fra questi rav Di Segni, pur dichiarandosi in linea di principio non contrari, hanno richiamato le difficoltà che tale insegnamento presenterebbe. Il Vaticano ha opposto richiami al Concordato, e ha dichiarato irrealizzabile la proposta, ma non si è dichiarato contrario allo spirito dell'iniziativa. I commenti sono, in generale, attenti a un problema che è spinoso, ma reale. In questo clima inatteso di serietà, si segnala un ministro della nostra Repubblica che dice non solo di essere contrario, ma che "se fosse per lui, renderebbe obbligatoria per tutti l'ora di religione cattolica". Meno male che non è "per lui".  Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  Pagine ebraiche - il giornale dell´ebraismo italiano
Pagine ebraiche - il giornale dell´ebraismo italiano


La pioggia, i babilonesi e il calendario

pagina culturaDurante la Guerra del Golfo, e successivamente fino ad oggi durante l'occupazione americana dell'Iraq, i rabbini cappellani militari dell'esercito USA distaccati in Iraq (effettivamente pochi) hanno ironicamente notato di essere i rabbini per i quali il mondo ebraico prega di più. Questo perchè nel minhag ashkenazita il Sabato mattina, dopo la lettura della Torà, si legge una preghiera speciale (Yequm Purqan) per i “Signori Rabbini della terra d’Israele e di Babilonia”.
Oggi, per trovare dei rabbini in Babilonia, bisogna ricorrere ai cappellani militari USA, ma secoli fa la stragrande maggioranza dei rabbini era concentrata in quella regione, che dettò legge e ancora continua a farlo su tutto il mondo ebraico. Al punto tale che anche nei dettagli, come un'antica preghiera per qualcuno che non c'è più, continua ad essere recitata ancora. Questa storia della leadership babilonese e dei suoi influssi a lungo termine ritorna nei giorni autunnali del calendario ebraico, evocando riflessioni sui meccanismi di trasmissione, sviluppo e mantenimento dei riti ebraici. Vediamo alcune parti di questa storia, centrata sul mese dell'anno su cui si parla di meno, Marcheshwan e l'inizio del mese successivo, Kislew.
Triste sorte quella di Marcheshwan, il mese corrispondente a Ottobre - Novembre del calendario solare. Secondo mese dell'anno, se si cominciano a contare i mesi da Tishri, o ottavo, se il conto comincia da Nisan. Tutti i mesi ebraici hanno una festa, lieta o triste che sia, tranne un mese, Marcheshwan, che non ha neppure una festa, un giorno speciale da ricordare. O forse sì, come vedremo poco avanti. Ma mai comparabile neppure al Lag Baomer che salvava il mese di Yiar (prima che arrivasse Yom ha’Atzmaut). Forse è una rivalsa rispetto al mese precedente, Tishri, che di feste ne ha fin troppe. Eccolo dunque questo mese un po' grigio, piovoso, in cui le giornate sono diventate improvvisamente corte, in cui comincia a far freddo ma non è neppure inverno. Non a caso il suo nome può essere diviso in due, MarCheshwan, dove Mar in ebraico può significare “signore”, e andrebbe ancora bene, o “amaro”. Il nome però non è di origine ebraica, è come per gli altri babilonese, forse deriva da una deformazione di quello che in ebraico è yerach sheni, secondo mese. Nella Bibbia il nome antico ed ebraico era quello di Bul, carico di significati. Perchè proprio nei primi capitoli della Torà si parla di diluvio, mabul. Che comincia il secondo mese e dura almeno nella prima fase 40 giorni. Il secondo mese potrebbe appunto riferirsi a Bul - Marcheshwan, mentre la mem iniziale di mabul vale 40 in ghematria. Diluvio in ebraico è quindi 40-Bul. Altro bel ricordo per questo mese. La verità è che i suoi principali riferimenti simbolici sono collegati all'acqua, in particolare a quella che scende dal cielo, la pioggia.
Una pioggia che è essenziale all'economia agricola e alla vita, ma che in Eretz Israel si fa desiderare. La festa di Sukkot che di poco precede l'inizio di Marcheshwan ha come tema centrale la richiesta della pioggia. Proprio alla fine di Sukkot, a Shemini 'Atzeret, nella seconda benedizione della Amidà, che celebra le prodezze divine, si comincia a parlare di Colui che “fa soffiare il vento e scendere la pioggia”, e lo si farà fino all'inizio di Pesach. Ma perchè cominciare alla fine di Sukkot e non all'inizio? Perchè a Sukkot a Gerusalemme ci sono moltitudini di pellegrini, che sono certamente interessati all'irrigazione dei loro campi, ma che almeno vorrebbero godersi i giorni di vacanza all'asciutto. Attenzione, quella della seconda benedizione dell'Amidà non è ancora una richiesta di pioggia, è solo una lode al Signore che la fa scendere. La richiesta vera e propria di “dacci la pioggia e la rugiada” la si fa nella nona benedizione. Ma non la si fa subito a Sukkot, neppure alla sua fine, ma solo qualche giorno dopo. E' qui che entra in gioco Marcheshwan, per la precisione il suo settimo giorno. Che cosa ha di speciale? Il fatto che dista 15 giorni dalla fine di Sukkot. Il tempo necessario, per i pellegrini che venivano dalla Babilonia a Gerusalemme, per arrivare alle rive dell'Eufrate. C'erano diverse strade possibili, preferibili alla traversata del deserto giordano. Di solito si puntava a nord est verso Damasco e di qui all'Eufrate, a Tapsaco più a nord oppure a Dura passando per Tadmor - Palmira. Una distanza di circa 500 chilometri che le carovane coprivano alla velocità di 30-40 km al giorno. Arrivati all'Eufrate, poi si prendeva la nave. Insomma ci volevano in tutto circa 15 giorni partendo da Gerusalemme e un viaggio senza pioggia era certamente preferibile. Per questo si aspettava il 7 di Marcheshwan per chiedere la pioggia in Israele. Perchè i viaggiatori non si bagnassero. Leggendo nelle nostre fonti (principalmente il trattato di Ta’anit) tutti questi racconti, è evidente che abbiamo fatto qualche progresso nella velocità (basterebbero 5- 6 ore di automobile su buone strade, due ore di aereoplano avanzerebbero), ma non nella civiltà: posti come Damasco, Palmira, e la Babilonia, odierna Iraq, sono oggi per gli ebrei poco praticabili. Per ora un ricordo mitico, speriamo che presto non lo sia più.
Ma torniamo ad Eretz Israel. Qui, se la pioggia non era arrivata entro altri 10 giorni (dal 7 di Marcheshwan) la situazione diventava preoccupante per cui scattava la procedura di preghiere e digiuni scanditi con uno schema preciso. La situazione era diversa altrove. Ogni regione della Diaspora aveva e ha bisogno di acqua, ma in molti luoghi questa scende più che abbondante e non c'è bisogno di affrettarsi nella richiesta. Di qui il principio per cui ogni regione dovrebbe cominciare a chiedere la pioggia se e quando le serve effettivamente. Ma una tale liberalità, che pure è riscontrata nelle fonti antiche, non è durata a lungo. Nei primi secoli dell'era volgare la maggioranza degli ebrei, e soprattutto la sua leadership spirituale era spostata verso la Babilonia, e quindi le sue necessità e i suoi tempi dettavano legge dappertutto. Veramente non dovunque. In alcuni posti c'è stata anche per molti secoli un'influenza diretta delle regole di Eretz Israel e solo dopo lotte e discussioni hanno prevalso i Babilonesi. E' quello che è successo ad esempio in Italia, dove gli studiosi sono in grado di identificare in alcune regole del minhag italiano o negli scritti di suoi autorevoli decisori le norme della terra di Israele, spesso più rigide rispetto agli accomodamenti dell'esilio babilonese. Non è improbabile che per la pioggia nell'Italia del primo millennio si seguisse una regola autonoma. E' successo comunque che i babilonesi stabilirono la loro regola e che questa poi si sia imposta, per motivi di leadership, ma anche per semplificazione, su tutto il mondo della Diaspora. Ma quale era dunque la data giusta in Babilonia per chiedere la pioggia? Il sessantesimo giorni dopo l'equinozio autunnale (in ebraico tequfat Tishri). Qui scatta un meccanismo molto strano. Perchè per far riferimento alla data dell'equinozio, che è un evento legato al sole, si usa un calendario solare e non quello ebraico lunare. In pratica il calendario giuliano, quello istituito da Giulio Cesare. La data dell'inizio della preghiera è quindi ogni anno il 22 Novembre, a due mesi di distanza dall'equinozio autunnale (la maggioranza dei libri di preghiera stampati non parlano della data civile, si limitano a dire “a 60 giorni dalla tequfà”). Ma il calendario giuliano ha i suoi difetti. Si basa sulla durata dell'anno pari a 365 giorni e 6 ore (che corrisponde anche ad una opinione rabbinica, quella di Shemuel), ma che non è precisa, essendo un po' in eccesso rispetto alla durata reale. Se ne accorsero nel Medioevo, quando videro che le date degli equinozi e solstizi non corrispondevano più nella realtà, venivano prima. E finalmente nel 1582 papa Gregorio fece la sua riforma del calendario (chiamato a suo nome gregoriano), recuperando la differenza maturata in circa sedici secoli con un taglio di dieci giorni nell'ottobre di quell'anno ed eliminando l'anno bisestile negli anni centenari, tranne in quelli divisibili per 4 (come il 1600 e il 2000) che rimangono bisestili. Ma che successe della nostra preghiera del 22 Novembre? Ormai quasi tutto il mondo ebraico aveva accettato la regola dei babilonesi, sia per il concetto del sessantesimo giorno, che riferendolo a un giorno preciso del calendario civile. C'erano quindi due possibilità. La prima, prendere atto che il nuovo 22 Novembre, quello gregoriano, fosse a 60 giorni dall'effettivo equinozio autunnale e quindi recitare la formula il 22 Novembre gregoriano. La seconda, lasciare le cose come stavano e dire la benedizione nel giorno gregoriano corrispondente al 22 Novembre giuliano, il giorno 2, cominciando dall’ ‘Arvit della sera prima, il 1 Dicembre. La scelta cadde sulla seconda soluzione. Per tanti motivi, dalla riluttanza di cambiare e di accettare una decisione papale a quella di mantenere una certa uniformità in tutto il mondo ebraico. Perchè dobbiamo pensare a quello che successe in seguito alla riforma gregoriana. Non fu subito accettata dappertutto, e c'è voluta la rivoluzione russa (che ancora è chiamata di Ottobre, quando per noi era già Novembre) per cambiare calendario nell'Europa cristiana ortodossa. Se per esempio gli ebrei italiani avessero anticipato la preghiera al 22 Novembre gregoriano, ci sarebbero stati 10 giorni di differenza in anticipo rispetto agli ebrei di molti altri stati europei che rimanevano al vecchio calendario. Affinchè tutti gli ebrei della Diaspora partissero insieme nello stesso giorno, rimase il vecchio riferimento al calendario giuliano. La differenza iniziale di 10 giorni è aumentata di un giorno a ogni cambio di secolo, che è bisestile nel giuliano ma non nel gregoriano, con l'eccezione del 1600 e del 2000, bisestili in entrambi i calendari. In questo secolo, come nel precedente, si continua a partire con la preghiera la sera del 4 Dicembre (il 5 alla vigilia dei bisestili) e questo non ha più nulla a che fare con i 60 giorni dall'effettivo giorno dell'equinozio autunnale. Che si trattasse di un calcolo non preciso, già lo si sapeva; di calcoli più precisi la tradizione è consapevole da tempi remoti; in questo caso l'errore viene mantenuto perchè in definitiva si tratta di una convenzione, di una data più simbolica che reale, di un compromesso per mantenere l'unità della preghiera in tutto il mondo ebraico. Ma comunque è interessante e motivo di curiosità che si continui a mantenere una data giuliana.
Piccoli misteri del mese “signore” e “amaro” e di quello che lo segue, dove l'attenzione è tutta presa da Hannukkah. Anche là c'è un problema con il calendario e con il sole, ma ne discuteremo un'altra volta.

Rav Riccardo Di Segni



Qui Trieste - Lizzie Doron e Boris Zaidman
ricevono oggi il premio letterario Adei Wizo


Lizzie DoronE’ riuscita a dare voce ai silenzi della madre, sopravvissuta alla Shoah, con una scrittura lieve e colma di delicata tenerezza che ha conquistato il cuore di tantissimi lettori: prima in Israele e poi in Italia. A testimoniare il successo di Lizzie Doron (nell'immagine) è ora il premio letterario Adei Wizo intitolato ad Adelina Della Pergola, che ogni anno premia il miglior romanzo di argomento ebraico pubblicato in Italia, assegnatole per il suo primo libro, Perché non sei venuta prima della guerra? (139 pagine, Giuntina, 12 euro).
Il riconoscimento le viene consegnato a Trieste nella sala Maggiore della Camera di commercio da Roberta Nahum, presidente nazionale dell’Associazione donne ebree italiane, Marina Sagues e Liora Misan Zeira che presiedono la sezione triestina e Giancarla Mursia che guida la giuria composta da sole donne esponenti del mondo della cultura. Insieme a Lizzie Doron ci sarà Boris Zaidman, autore di Hemingway e la pioggia di uccelli morti (192 pagine, Il Saggiatore, 16 euro) che ha spuntato il terzo posto. Il secondo posto è stato invece attribuito a David Grossman, per il suo bellissimo A un cerbiatto somiglia il mio amore. L’incontro sarà presentato da Cristina Benussi, Giorgia Greco e Giorgio Pressburger. Conduce la giornalista Francesca Vigori.

ZaidmanLizzie Doron e Boris Zaidman (nell'immagine a fianco) sono autori molto diversi fra loro, che condividono però la medesima ricerca sui temi dell’identità ebraica. Nato a Kishinev in Moldavia ed emigrato in Israele ancora ragazzino, Zaidman nel suo romanzo ridà infatti vita, sul filo dell’ironia, al mondo sovietico in cui è cresciuto senza però scordare brucianti offese come la “quinta riga del passaporto in cui è indicata l’appartenenza etnica: a sette anni mi sono reso conto che facevo parte della nazionalità ebraica. E’ come rendersi conto di essere nati con un handicap”.
Lizzie Doron è stata invece cresciuta dalla madre. “Vivevamo a Tel Aviv – racconta in un quartiere di soli sopravvissuti che ai miei occhi di bambina erano tutti un po’ strani con i loro comportamenti e con la loro ossessione di vigilare su noi figli: per loro eravamo tutto, la sola idea che ci potesse accadere qualcosa li faceva impazzire. Era una sorta di shtetl con una mentalità un po’ da ghetto”. Entrambi dovranno allontanarsi in modo netto dal mondo della loro infanzia per ritrovare il senso delle radici e dell’identità e riuscire infine a fare ritorno con la consapevolezza dell’età adulta.

Daniela Gross



Pagine – Guarda al mare la sedicesima sinagoga romana
Il mensile Shalom ne racconta storia e progetti


shalom OttobreAlla sedicesima sinagoga della Comunità Ebraica di Roma, Shirat ha Yam, testimonianza dell'antica presenza ebraica sul litorale laziale è dedicata la copertina del mensile della Comunità ebraica di Roma Shalom. Circa 130 famiglie che abitano nella zona avranno finalmente un importante punto di riferimento, sottolinea il direttore del giornale Giacomo Kahn, mentre il rav Ariel Di Porto spiega il significato del nome della sinagoga e in un altro articolo si ricostruisce la storia della sinagoga di Ostia antica, il cui ritrovamento risale al 1961 durante i lavori per la costruzione della strada verso l'aeroporto.
L'intervento di Netanyahu alle Nazioni Unite dello scorso settembre, l'accusa del premier israeliano all'Assemblea di pregiudizio contro Israele sono trattati invece nel consueto intervento di Fiamma Nirenstein che la rivista titola: “L'Onu è il vero ostacolo alla pace”. La giornalista e deputata del Pdl, individua i punti cardinali del discorso, dalla dimostrazione documentale della verità storica della Shoah, alla relazione della Commissione dell'ONU guidata dal giudice Goldstone sulla guerra di Gaza, all'Iran e alla costruzione della bomba atomica, pronta per il 2010, per finire con il tema della pace e l'invito al mondo a rimuovere le cause che la impediscono.
Le accuse a Israele di aver commesso crimini di guerra e di opprimere gli abitanti dei territori occupati, non sono nuove e la stampa nazionale ce ne ripropone quotidianamente una dimostrazione, afferma dal canto suo Angelo Pezzana. Ma nel suo commento Pezzana si sofferma, questo mese, sulle critiche di intellettuali e docenti delle università israeliane, come Nevè Gordon docente di storia contemporanea dell'Università di Beersheva o Ariella Azoulay, che insegna arti visive e filosofia contemporanea all'Università Bar Ilan di Tel Aviv. Sembra infatti che da qualche anno al coro degli attacchi a Israele se ne sia aggiunto uno, interno allo stesso Stato, “le cui proporzioni tendono ad aumentare man mano che la professione viene recepita come redditizia”, afferma lo stesso Pezzana nell'articolo intitolato “Democrazia: il prezzo da pagare per la libertà di opinione”. Sempre rimanendo in Israele gli articoli di Sergio Minerbi e Alain Elkan raccontano due viaggi molto diversi fra loro: il primo nei territori in cui vivono i coloni, fra le costruzioni negli insediamenti in Giudea e Samaria, per guardare da vicino l'annoso e irrisolto problema dei confini, fra le strade e i vicoli di Gerusalemme l'altro.
Il numero di ottobre propone anche un'intervista al direttore del quotidiano l'Unità Concita De Gregorio. La giornalista esprime il suo pessimismo riguardo allo stato dell'informazione in Italia, e considera delicata la posizione della stampa italiana rispetto alla libertà di informazione. A su avviso c'è una certa violenza oggi nel modo di fare informazione. “Nei giornali di governo tutto diventa aggressivo, violento e menzognero”, sostiene la De Gregorio, “le tv fanno intrattenimento e non informano. Mentre chi informa mente. La tecnica è quella di gettare discredito su chiunque altro”.
Piero Di Nepi, per molti anni collaboratore del giornale della Comunità di Roma, ripercorre in un suo scritto il periodo, nel 1967, in cui la testata prese vita e conclude ricordando il ruolo di un giornale nazionale ebraico “che degli ebrei italiani aveva fatto letteralmente la storia: l'autorevole Israel di Carlo Alberto Viterbo”.
Una ventina di bambini provenienti da l'Aquila sono stati infine ospitati nella colonia ebraica di Castiglioncello, un impegno assunto dal Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici e onorato con successo. Per dieci giorni i venti ragazzi di età compresa fra gli 8 ed i 14 anni, provenienti dalle tendopoli delle popolazioni abruzzesi, hanno trascorso ore spensierate fra gite al parco, trucchi e mascherate, giochi di squadra, recite, balli e anche compleanni da festeggiare insieme, sfuggendo per alcuni giorni alla difficile realtà delle zone terremotate.

 
 
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  Donatella Di CesareLe sette parole

La Torah si apre con sette grandi, decisive parole su cui si è fermata tutta l’ermeneutica ebraica: “In principio D-o creò il cielo e la terra”. Malgrado le interpretazioni divergano, c’è un filo rosso che le attraversa - da Rashi a Maimonide. Il versetto non mira ad una informazione sull’universo, non pretende di fornire contenuti cosmologici. Piuttosto, raccontando la creazione del mondo, rinvia all’avvenire della storia umana. E lancia un messaggio che - sottolinea ad esempio Leibowitz - si oppone a quel che altre culture avevano detto o diranno: che il mondo non è D-o. Perciò si oppone al paganesimo, dove gli dei fanno parte del mondo; ma contrasta anche con il cristianesimo, dove la trascendenza di D-o diventa subito di nuovo immanente attraverso una figura umana che esiste nel mondo. E infine si oppone all’ateismo dove il mondo costituisce la totalità dell’essere, dunque anche D-o. La Torah, per contro, comincia dicendo che il mondo non è D-o e D-o non è il mondo. Perché D-o è al di là, oltre la realtà a cui possono giungere i concetti, al di là dei bisogni e degli interessi dell’esistenza umana. Né il mondo né l’uomo sono essenziali. L’uomo deve ammettere la sua secondarietà, deve imparare a riconoscere - sin dall’inizio - il suo limite. Perché D-o lo precede e lo sostiene.

Donatella Di Cesare, filosofa
 
 
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rassegna stampa    
 
 
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Il tema più diffuso sulla rassegna di oggi è la proposta del viceministro Urso, vicino a Fini, di istituire un'ora di religione islamica nelle scuole pubbliche per gli studenti musulmani. La proposta è stata nei giorni scorsi rilanciata da Massimo D'Alema ed è stata giudicata negativamente dalla gerarchia cattolica (come il cardinale Bagnasco, presidente dei vescovi italiani), con l'eccezione del cardinale Martino, presidente della commissione pontificia "Iustitia et pax". Ora arrivano altre reazioni, da quella positiva - e scontata - di un intellettuale cattolico filoislamico e antisraeliano come Franco Cardini (sul Tempo) a quelle negative di Roberto Calderoli (La Stampa), di Vittorio Messori (Corriere) di Carlo Giovanardi (Il Giornale) e di molti altri.
Nei pastoni dei giornali fra i favorevoli viene elencato anche il rabbino capo di Roma rav Di Segni, che però esprime una posizione più complessa nel solo articolo che riporta in maniera articolata il suo pensiero, quello su Repubblica, che pure organizza l'intervista in modo da far prevalere, secondo la linea del giornale, il principio positivo sulle difficoltà concrete che secondo rav Di Segni rendono impraticabile la proposta al momento attuale: " «Non vedo perché non si dovrebbe prevedere nelle scuole pubbliche quello che già è previsto per ebrei e cattolici, cioè anche l'insegnamento dell'islam». Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni non è pregiudizialmente contrario all'ora musulmana negli istituti scolastici pubblici italiani proposta dal vice ministro Adolfo Urso. Pur senza negare che per un tema così importante e delicato le «difficoltà da superare non sono poche». «Noi ebrei abbiamo già da tempo risolto parzialmente il problema dell'insegnamento dell'ebraismo nelle scuole pubbliche con l'Intesa sottoscritta tra lo Stato italiano e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che, a differenza dei cattolici, si sono fatto carico dell'onere di pagare gli insegnanti. Per cui non vedo perché ad altri non sì debba concedere di fare altrettanto. Il problema vero è invece - puntualizza Di Segni - come questa legge è stata concepita, come dimostra il diverso modo con cui viene affrontato il pagamento degli insegnanti e a chi spetta far fronte a questo onere. Non va nemmeno sottovalutato il fatto che gli ebrei sono rappresentati dall'Unione delle comunità. Lo stesso non si può dire per i musulmani" [che invece sono divisi sul piano organizzativo e politico].
Fra le notizie di carattere internazionale va segnalata un'intervista a Repubblica al re di Giordania, che domani sarà in visita a Roma, molto polemica con Israele, non solo sul tema dell'attività edilizia negli insediamenti nel West Bank ma anche su una questione palesemente inesistente, come i rischi di stabilità che correrebbe la moschea di Al Aqsa per lo scavo di gallerie da parte israeliana. Ora non ci sono da parecchi anni scavi del genere in corso, e chiunque sia stato a Gerusalemme ha visto con i suoi occhi la stabilità del monte del Tempio. Si tratta di una menzogna propagandistica palestinese, come il re di Giordania sa benissimo. Che la rilanci è probabilmente una delle conseguenze delle tanto lodate dichiarazioni di Obama che hanno abbracciato largamente la posizione negoziale palestinese, costringendo tutto il mondo arabo e islamico a mostrarsi più solerte. Questo si può dire anche delle dichiarazioni antisraeliane del presidente turco Gul raccolte dalla Stampa. Quel che è chiaro, comunque, è che il fronte islamico moderato non esiste più, o almeno non sulla questione palestinese. Fra gli altri articoli, sempre sul tema mediorientale, da notare un'intervista a David Grossman su Repubblica.
Mi permetto infine di suggerire un passo indietro per richiamare alcuni brani di un'intervista ad Anna Foa apparsa sul numero di ieri di Liberazione, diversi da quelli riportati in parte da questa pagina senza commenti. Vi sono alcune affermazioni che non posso che credere deformazioni dell'intervistatore. Forse corrisponde al pensiero di Anna Foa l'affermazione per cui (chiedendole l'intervistatore la ragione dell'identificazione dell'ebraismo europeo con Israele) "la parte più acculturata del mondo ebraico europeo non credo risulti poi così schiacciata su Israele": certamente noi che ci identifichiamo con Israele dobbiamo essere meno "acculturati" dei sofisticati lettori di Haaretz e del Manifesto tifosi del rapporto Goldstone, che vanno alle manifestazioni antirazziste dove si espongono striscioni che invitano al boicottaggio di Israele. Ma mi auguro sinceramente che Anna Foa non pensi davvero che "quanto all'identificazione con Israele di quella maggioranza di ebrei europei che non va sui giornali e che non partecipa al dibattito culturale, beh credo che giochi ancora oggi un forte ruolo il trauma della Shoah che non è ancora sanato e non lo è stato nel corso di questi sessant'anni né in Israele né tantomeno nella diaspora. E da questo fatto nascono tutta una serie di problemi che ci tiriamo dietro e ci impediscono a volte di essere altro che degli oggetti da museo". Cioè spero che Foà non veda davvero la Shoà come "un trauma da sanare" (forse da dimenticare?) da parte di noi ebrei, allo scopo di "non diventare oggetti da museo" e soprattutto per eliminare quell'"identificazione con Israele" che sarebbe anch'essa, evidentemente, un male da "sanare". E come sarà poi una Shoà "sanata"? Che rapporto dovremo avere con la nostra identità, una volta "sanati" dalla Shoà e non più "schiacciati" su Israele? Diventeremo tutti religiosi o tutti marciatori nelle manifestazioni antirazziste in cui si sostiene il boicottaggio di Israele e "Palestina libera, Palestina rossa"? Sono affermazioni preoccupanti, immagino deformate nell'intervista, che forse meritano una rettifica da parte di un'intellettuale ebrea particolarmente "acculturata".

Ugo Volli 

 
 
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L'aeronautica israeliana si esercita in Sardegna                                    
Tel Aviv, 18 ott -
L'aeronautica israeliana si è trasferita in Sardegna per un'esercitazione militare congiunta con l'Italia. L'operazione si è svolta dal 5 al 16 ottobre e ha avuto luogo nella base aerea di Decimomannu.
 
 
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