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L'Unione informa |
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23 ottobre 2009 - 5 Cheshvan 5770 |
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alef/tav |
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Roberto Colombo, rabbino |
“Noach
in confronto ad Avraham era una nullità” (Rashì). Noach costruiva
altari fuori casa ma in casa beveva e si denudava. Avraham costruiva
anch’egli altari ma all’interno della propria abitazione. Essere
retto solo quando si è in pubblico rende nulle anche le azioni più
meritevoli. (Elon) |
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L'idea
che senza Shoah non sarebbe mai nato lo Stato d'Israele è un'idea
diffusa, comune a molti, da opposte parti. L'ha fatta sua, in modi
diversi, Israele fin dagli anni Sessanta, l'ha adottata il senso
comune storiografico, l'hanno fatta propria i negazionisti, da
Ahmadinejad agli antisemiti casarecci nostrani, che basano le loro
affermazioni sul presupposto che la Shoah sia un'enorme menzogna
creata per giustificare la nascita di Israele. L'ultimo libro dello
storico del sionismo Georges Bensoussan affronta proprio questo
paradigma interpretativo, smontandolo e criticandolo: lo Stato
d'Israele è nato dal sionismo, ed era già in gran parte edificato
durante i decenni dell'Yishuv, prima del 1948. La Shoah, e poi
l'espulsione degli ebrei dei paesi arabi, trasformando
l'emigrazione sionista da scelta di creazione di un mondo diverso a
rifugio obbligato alla persecuzione, hanno in realtà mutato
profondamente la natura dello Stato, ma non ne hanno determinato
l'origine, un'origine che è nel sionismo russo di fine Ottocento, e non
nella persecuzione e nello sterminio. Israele non è solo una garanzia
di sopravvivenza per il mondo ebraico, è anche e soprattutto l'esito di
uno sforzo innovativo volto a cambiare la Storia degli ebrei e la loro
esistenza. |
Anna Foa,
storica |
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davar |
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Pagine Ebraiche - Conoscersi per capirsi
Il
primo numero di Pagine Ebraiche, il giornale dell'ebraismo italiano, è
in distribuzione in tutta Italia. I lettori possono procurarsene una
copia in un numero selezionato di edicole e librerie distribuite su
tutto il territorio nazionale o sottoscrivere un abbonamento su
www.paginebraiche.it Qui di seguito il saluto rivolto ai lettori dal
Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo
Gattegna.
La
rivista mensile Pagine Ebraiche, il Portale dell’ebraismo italiano
www.moked.it e il notiziario quotidiano online l'Unione informa fanno
parte di un progetto finalizzato a dotare la minoranza ebraica in
Italia,così antica, così particolare,così aperta al dialogo e al
confronto, di strumenti di comunicazione veloci, flessibili e
interattivi. Una strategia della conoscenza che si propone di
presentare l'ebraismo e gli ebrei per quello che sono realmente. Di
far comprendere la loro vita, le loro tradizioni e le loro speranze. Il
nostro impegno vuole essere un contributo alla vita civile,sociale e
culturale del Paese, perché affronti e superi le nuove sfide,
consolidando i princìpi di libertà, di democrazia e di laicità. Valori,
questi, alla base del vivere comune che sono stati irrevocabilmente scelti e acquisiti dagli italiani.
Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Prova di forza dell’Hapoel Tel Aviv contro il Rapid Vienna
Grande
affermazione in Europa League dell’Hapoel Tel Aviv che, nella terza
partita del girone C, strapazza (5-1) gli austriaci del Rapid Vienna e
si porta in testa al raggruppamento in compagnia dell’Amburgo.
Un’affermazione netta e spettacolare che cancella l’amarezza per
l’ennesima immeritata sconfitta del Maccabi in Champions League. Primo
tempo – Inizio di partita molto equilibrato con gli israeliani che
giocano un calcio tecnico e veloce, anche se sono gli austriaci ad
andare più vicini al goal grazie a Jelavic, abile ad eludere la
marcatura avversaria ma incapace di centrare lo specchio della porta da
neanche cinque metri di distanza. “Goal sbagliato goal subito”, come si
suole dire, e difatti, al trentesimo minuto, arriva il vantaggio
dell’Hapoel. Cavalcata sulla fascia destra di Schechter, cross in mezzo
e lo sfortunato Dober che, nel tentativo di anticipare gli attaccanti
israeliani, mette il pallone nella propria porta. Passa un minuto ed il
Rapid pareggia grazie ad un calcio di punizione non propriamente
irresistibile di Hoffman. Uno a uno e tutto da rifare con gli austriaci
che, poco prima del termine dell’intervallo, sfiorano un clamoroso
ribaltone, ma un colpo di testa da posizione pericolosa
dell’onnipresente Jelavic si stampa sul palo. Secondo tempo – Alla
ripresa del gioco il sostanziale equilibrio del primo tempo resta solo
un ricordo e la musica cambia decisamente di tono, con l’Hapoel che si
getta all’attacco alla ricerca dei tre punti. Al nono minuto è
Menteshashvili a fare esplodere per la seconda volta il Bloomberg
Stadium con una spettacolare e violentissima conclusione dai trenta
metri. Sulle ali dell’entusiasmo, gli israeliani mettono il piede
sull’acceleratore ed è ancora Schechter a risultare protagonista con un
preciso rasoterra da fuori area che va ad insaccarsi sulla destra del
portiere. Il Rapid tira i remi in barca e scompare virtualmente dal
campo, per l’Hapoel gestire il doppio vantaggio diventa una questione
di ordinaria amministrazione. Quasi in maniera inerziale, poi, arrivano
altre due reti ad arrotondare ulteriormente il risultato. Prima è
Vermouth a firmare il poker, poi lo stesso Vermouth si trasforma in
assist-man e serve a Lala, entrato in campo da pochi minuti, il pallone
del cinque a uno.
Adam Smulevich
Opinioni – “E' la difesa di Israele che fa la differenza”
La
spiacevole discussione fra Massimo Bassan e Ugo Volli riapre una
vecchia polemica (e aggiungo una vecchia ferita) di divisione e
spaccatura che immaginavo la storia degli ultimi anni nelle nostre
Comunità avesse definitivamente sepolto. Se si esclude la pacata
replica, che non condivido nelle sue posizioni, ma rispetto, di Anna
Foa, stiamo parlando della presunzione e arroganza di una certa
"borghesia pseudo intellettuale" contro coloro che osano difendere
sempre e comunque lo Stato d'Israele. Se Bassan
immaginava di avere il primato di queste esternazioni ne rimarrà
deluso. Prima di lui in questi decenni si sono misurati vari
personaggi, tra cui Moni Ovadia, che per esempio definì l'intera
comunità ebraica romana rozza e ignorante, rea, come Volli, di
difendere Israele a prescindere. Devo confessare dopo tanti anni che
aveva ragione. Il sottoscritto come tanti, osava parlare e
argomentare tesi pur non avendo dedicato la sua vita agli studi o senza
magari esercitare un mestiere che poche affinità aveva con chi poteva
pretendere un minimo di credibilità nella sua difesa d'Israele. Dare
visibilità a questo tipo di persone (anche se poi da anni esprimono
democraticamente il pensiero della maggioranza degli ebrei a Roma e in
Italia) era ed è un affronto per chi pretendeva (e pretende ancora) dal
canto suo di essere l'unica voce di dissenso sull'operato di questo o
quel governo israeliano. Anche se tra questa maggioranza ci sono stati
e ci sono tanti che una laurea se la sono presa ed esercitano mestieri
che una volta erano privilegio di pochi intellettuali. Magari sono
anche dei professori o giornalisti rispettati dai più. Volli, che non
ho mai conosciuto, ma ho letto in questi anni per le sue puntuali
posizioni in difesa d'Israele, non è romano. E' laureato ed esercita
una mestiere "nobile" (è docente all'Università di Torino). Ciononostante, al pari di noi rozzi e ignoranti è di disturbo per i salotti buoni di questi pseudointellettuali. Caro
Volli, conosco Bassan e sono certo che non fosse animato da propositi
cattivi. E' persona corretta e intellettualmente onesta. Voglio
continuare a credere che ha semplicemente preso un abbaglio. Per questo
sono fiducioso che ti farà pervenire quanto prima le sue scuse. Altri,
da anni, non si sono mai pentiti, ma abbiamo deciso di volergli bene lo
stesso. Anche se sono convinto che se non ci fosse Israele da detestare
ogni giorno, nei salotti "buoni" non li inviterebbero mai e vivrebbero
la loro esistenza ebraica nella totale indifferenza. Oramai gli ebrei
in ogni parte del mondo non sono più divisi tra datim e hilonim,
ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma tra chi è al fianco
d'Israele e chi no. E questa polemica ci dà lo spunto e
l'opportunità per riflettere su quali basi mettere le fondamenta per
l'unità del popolo ebraico, al di là di come ognuno di noi vive il
proprio ebraismo.
Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma
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Con
la lettera del Presidente della Comunità di Roma Riccardo Pacifici, si
conclude il ciclo di interventi aperto da Massimo Bassan lo scorso
martedì. Il professor Volli e il professor Bassan hanno accettato di
approfondire il confronto mediante una corrispondenza privata. Vorrei
ringraziare in questa occasione tutti coloro che hanno offerto il
proprio contributo. Al di là delle differenze di idee e di prospettive
che da sempre costituisce la ricchezza della minoranza ebraica in
Italia, sono certo siano emersi elementi di riflessione e di confronto
capaci di far scaturire nuove idee, nuove intese e nuove amicizie.
gv
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pilpul |
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Fumetto - Il gatto del Rabbino. Il paradiso terrestre
Io
sono il gatto del rabbino. Mi capitano un sacco di cose. Per esempio,
una volta sono stato a Parigi e ha piovuto. Così sono tornato a casa,
in Algeria. Il quarto episodio della serie di Joann Sfar ci
conduce su altri sentieri e leggende. Il nostro gatto ormai senza più
la sua padroncina bighellona con il leone di Malka, il cugino del
rabbino. Malka è un personaggio molto saggio e universale nel contesto
della società algerina narrata da Sfar, anche se i toni del suo vivere
spesso non sono ben identificabili tra reale e immaginario. Spesso le
sue storie sembrano vere, ma non lo so. E’ sempre lui per a tirare le
corde del sipario e svelare la trama. Malka in questo suo percorso
si confronta con tutta la società civile, con le istituzioni politiche
deridendole per la sua stupidità, cantando lodi al Signore e indicando
con profondo rispetto i confini della propria cultura e delle altre
culture che convivono in Algeria. "...è naturale che io sappia cantare
in arabo. Ma non ho il diritto di recitare le preghiere musulmane.
Posso entrare in una moschea, meditare con gli altri fedeli. La mia
preghiera e la loro vanno nello stesso posto". Questa saggezza
antica supera i muri che gli uomini costruiscono per dividersi. Joann
Sfar usa Malka per percorrere altre strade in questo racconto
abbastanza strambo di un gatto che passa il tempo a commentare la vita
degli uomini che incontra. Il tema della vecchiaia, della morte, del
rispetto dei propri valori a costo della vita stessa. E non manca un
serpente che da buon tentatore offre una soluzione alternativa al
pensiero naturale di ogni uomo. La storia di Malka è triste, è la
storia di un uomo che vuole diventare leggenda e per realizzare questo
sogno passa il tempo a inventare storie su sé stesso. Ma dove va Malka?
Ha uno scopo? Ha un senso la sua vita? Malka schiaffeggia i politici
ipocriti che fomentano l’antisemitismo, incanta le donne con il suo
fascino da uomo vissuto, ma proprio perché un innocuo anziano, e non si
piega di fronte ai prìncipi. Mentre Malka percorre questa strada
fantastica e reale, senza un confine preciso, il Rabbino invece si
impegna a educare i propri allievi, mentre la figlia amministra il
proprio focolare domestico. Più delle altre storie questo quarto
episodio de “Il gatto del rabbino” ha un tono mistico e spirituale dove
i confini sembrano quasi biblici. Se offrissero a Malka la possibilità
di entrare a far parte dei personaggi biblici non ci stupiremmo, ma lui
rifiuterebbe. Sfar ci conduce in un percorso narrativo fatto di
stupore, e meraviglia, pianti e felicità. I colori di questo volume
sono colori di terra e sabbia, colori calpestati da piedi di erranti,
mentre gli spazi dedicati alle emozioni sono colori del rosso e del
viola, passione e saggezza. Ma non esiste mai una linea precisa che ci
permetta di capire cosa è immaginazione e cosa è reale. Forse perché
tutto è reale tanto quanto per noi può esserlo. E viceversa. Ah,
giusto, dimenticavo il nostro Rabbino. Tornato da Parigi, scopre che
nella sua scuola ci sono persone che inneggiano alla guerra e all’uso
delle armi. Li rimprovera. Ma sarà il gatto a esprimere il pensiero più
bello, forse quel pensiero che attraversò tanti ebrei in Europa e nel
mondo mentre arrivano i venti antisemiti: chi vorrebbe fare la guerra a
queste creature che non pensano che ai libri?
Andrea Grilli |
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Campeggia
sulle pagine dei nostri giornali la vicenda del «professore
negazionista» dell’Università la Sapienza di Roma. Naturalmente ne
parlano un po’ tutte le testate, riepilogando i fatti che, peraltro,
non presentano nulla di inedito, trattandosi semmai di una sorta di
recrudescenza di qualcosa di già conosciuto. L’attenzione e la
denuncia, pressoché unanimi, possono essere lette in maniera
ambivalente: vuoi come indici di una diffusa sensibilità – parrebbe che
per il mondo della carta stampata, se si fa qualche residua eccezione,
l’attenzione su questi temi sia molto sviluppata – vuoi come,
trattandosi di un fenomeno complementare a quello precedente, il
bisogno di sottoporre alla regola dello spettacolo (ovvero della
massima visibilità) un evento che in sé non ha nulla di inedito.
Possiamo così leggere Francesco Di Frischia sul Corriere della Sera, Veronica Cursi su il Messaggero, Giacomo Sette su Libero, Alessandra Retico sulla Repubblica, Giancarlo Lehner su il Tempo.
Altri ancora ne scrivono ma noi non li citiamo solo per evitare un
repertorio che sa quasi di giaculatoria. Per chi è del mestiere,
dicevamo, la figura di Antonio Caracciolo, ricercatore di filosofia del
diritto presso la Facoltà di giurisprudenza dell’ateneo dell’Urbe, non
è certo nuova, appartenendo a quell’indefinibile milieu di personaggi
che in Italia, così come in molti altri paesi, sono parte integrante di
un piccolo universo di figure sospese tra stravaganza e devianza. Un
ambito che tiene molto spesso legati individui con una forte
motivazione politica e ideologica, che usano il ricorso al “mistero” e
alla storia controfattuale (quella che demanda a ciò che non è mai
avvenuto, spacciandolo per evidenza) come strumenti per avvalorare le
proprie posizioni, insieme a persone che coltivano interessi eccentrici
e fuori dalla norma, senza fini che non siano quelli di taglio più
strettamente ludico o ricreativo. Il nesso tra gli uni e gli altri è
dato dalla comunicazione, elemento strategico nel loro operare poiché
tutti sono alla perenne ricerca di un palcoscenico dove mettere in
rappresentazione quanto vanno affermando, raccogliendo possibilmente
l’applauso convinto del pubblico. Poco importa sapere a quali dei due
contesti ascrivere la persona di cui andiamo parlando, anche se
parrebbe di potere capire da subito, per colui che ritiene che «il
sionismo è assai peggiore del nazismo», verso cosa intenda andare a
parare. Irrilevante è tale attribuzione, dicevamo, poiché la
pericolosità non è dettata unicamente dalla spendibilità politica di
certe affermazioni ma soprattutto, ed è cosa peggiore, dalla capacità
di costruire una raffigurazione delle cose che si sostituisce alle cose
medesime, obnubilandole. Dopo di che tutto diventa lecito e quindi
possibile. Si è quindi nel campo dell’uso pubblico della memoria più
che della storiografia. La pervasività e la cogenza di rappresentazioni
che demandano ad una storia contraffatta, poiché ricostruita ad arte,
prodotta per vellicare l’altrui immaginario e per fornire facili
risposte a interrogativi complessi, sono molto più corpose di una
ideologia politica screditata dal tempo. Semmai è la seconda che si
rivaluta per il tramite delle prime. Siamo in presenza di una nicchia
subculturale, con poche figure di rilievo ma con molti gregari, che
ambisce a presentarsi come costituita da soggetti “innocenti”, motivati
eminentemente dalla loro curiosità e dall’interesse per la “vera”
storia, quella che sarebbe tale in quanto deliberatamente negata al
grande pubblico, ammaestrato invece dai grandi mezzi di comunicazione
che tramerebbero contro la coscienza collettiva offrendo una versione
addomesticata delle cose del mondo. Si tratta di una forma tenace di
populismo culturale, che riveste i panni del candore e del vittimismo
non solo per difendersi dalle prevedibili repliche ma per fare
l’occhiolino a una parte del pubblico, che sa sensibile, condiscendente
e proclive dinanzi a questi atteggiamenti. Non è quindi un caso se
Antonio Caracciolo sia animatore di blog nei quali la Shoah è liquidata
come «leggenda sulla quale esistono solo verità ufficiali non soggette
a verifica storica e contraddittorio» (interpretazione: ciò che è detto
dalle autorità pubbliche, non importa quali esse siano, è quasi sempre
destituito di fondamento poiché rappresenta una ricostruzione ad uso e
consumo di certuni, quelli che hanno il potere, e a danno di tutti gli
altri, quelli che lo subiscono). E non è di molto più sorprendente che
costui, come tutti gli altri, quando incappa nelle maglie del giudizio
morale o in quello penale, invochi una sua completa verginità
culturale, ossia l’abusato richiamo alla «libertà di pensiero» che, nei
suoi e altrui intendimenti, è sempre licenza di offesa. Infatti, alla
base del modo di autopercepirsi e presentarsi c’è il convincimento di
essere una vittima della congiura dei «poteri forti» (e occulti) che
allignerebbero nelle nostre società, ancora una volta ordinandole
segretamente secondo i propri interessi. Poteri contro i quali i
“liberi ricercatori”, anche a costo di una scomunica sociale – come fu
con Galileo da parte della Chiesa –, ovvero disposti a pagare il prezzo
dell’emarginazione dinanzi all’ingratitudine altrui, si muoverebbero,
così come già altri che li hanno preceduti hanno fatto, essendo per ciò
condannati ingiustamente alla damnatio memoriae. Così va letta la
serafica affermazione, esibita come riscontro d’ovvietà, per la quale
ci viene detto che la storia «ufficiale», quella degli
«sterminazionisti» (notare la valenza negativa che è attribuita al
consesso degli storici, ridotti al ruolo di megafoni di una tesi,
quella per l’appunto dello sterminio, descritta come congeniale al
potere) sarebbe da sempre «usata per colpevolizzare moralmente i popoli
vinti», così come riporta Giulia Bertagnolio su Epolis Roma. Qui, poi,
subentra un duplice dispositivo, per il quale da un lato si dice che
chi è vinto lo è stato non per il torto che aveva bensì per la sfortuna
o per l’avversità del caso o, ancora, per le congiure altrui (anche
questa è credenza spicciola di senso comune), e dall’altro si fa
l’occhiolino al ruolo di “vittima”, estremamente ambito nell’agone
politico dei giorni nostri poiché premiante sul piano della
considerazione sociale. Va in quest’ultimo senso l’invito, rivolto al
sindaco di Roma Gianni Alemanno, «di destinare più utilmente il denaro
per l’adozione a distanza di bambini palestinesi» invece che dedicarsi
ai viaggi della memoria che offrirebbero «scarsi risultati pedagogici».
Ipse dixit. In quest’ultimo caso, poi, si adotta il criterio del
riversamento dei ruoli, laddove gli ebrei (quelli che tramerebbero alle
spalle altrui), ridotti e ricondotti tout court al ruolo di «sionisti»
(altro dispregiativo) – ossia smascherati - sarebbero delle finte
vittime, che utilizzano l’altrui compassione per spregiudicati calcoli
d’interesse. Il “vero ricercatore” li inchioda nel loro ruolo di
autentici carnefici (altra falsa evidenza: i palestinesi sono le
vittime degli ebrei/sionisti poiché questi ultimi sono intrinsecamente
cattivi) anche se «uno [..] non può aprire bocca che subito suona il
tam tam dell’antisemitismo, di cui nessuno si preoccuperebbe se non
avesse una qualificazione penale». Dal che si può desumere che
l’antisemitismo sia un sentimento nobile, al quale si contrappone la
ingiusta persecuzione giudiziaria. Siamo in presenza di un invito a
liberarsi dei dilemmi della coscienza e a rivendicare tutto il proprio
risentimento, ad alta voce. Facendo un passo indietro e tornando alla
galassia di quelli che credono nell’incredibile, va aggiunto che il
trait d’union tra i “politici” e i “ludici, tra un estremo e il suo
opposto, insomma ciò che li tiene legati e – quindi – interagenti, è
dato dalla concezione cospirativa dei fatti di cronaca come degli
eventi storici. Non è un caso se frequentemente i cultori di una
tale visione del passato, che solo ad uno sguardo distratto può
sembrare stravagante, siano anche partecipi di una percezione del
presente fondata sulla convinzione che alla base di tutto vi sia un
occultamento. Le teorie ufologiche, che non sono così “aliene” da
approdi negazionisti (e viceversa) sono credibili dinanzi al grande
pubblico degli spiriti semplici non per quello che raccontano ma per la
seduzione che esercitano, affermando clamorosamente che all’origine vi
sia una rimozione (quella dell’esistenza di altri mondi riconducibili
alle nostre categorie di pensiero). I negazionisti, laddove ottengono
credito, lo raggiungono non per la verosimiglianza delle loro
affermazioni, che non sussiste, bensì per il meccanismo che attivano
nella mente di chi li ascolta, in quanto sprovveduto, senza precauzioni
e con scarsa formazione. Il problema, quindi, non è contrapporre alla
loro abietta “informazione” quella veritiera, poiché il rischio è di
mettere sullo stesso piano due cose antitetiche, facendo il gioco del
falsificatore di turno. Semmai si tratta di un problema di formazione
di lungo periodo, che investe la capacità di creare coscienza invitando
a superare il perverso bisogno di nutrire illusioni. È infatti erroneo
ritenere che chi fa affermazioni negazioniste (anche qui, per essere
inequivocabili, si assuma la parola nella sua verace significanza: è
negazionista chi nega l’evidenza dei fatti, non chi si adopera per
offrirne una interpretazione diversificata o articolata secondo
sensibilità e accezioni ermeneutiche differenziate) sia una persona che
non conosce la storia; semmai ci troviamo dinanzi a chi si è dato
un’altra ragione della storia o, per meglio dire, a chi crede in «un
altro modo di fare la storia». Motivo per cui non c’è scambio razionale
che regga dinanzi a chi si basa su assunti completamente opposti a
quelli della comune ragione. Poiché il fulcro polemico non è costituito
dal non sapere una cosa ma dal non volere sapere – o riconoscere – che
cosa essa implica. I negazionisti frequentemente non sono ignoranti;
molto spesso, semmai, articolano le loro posizioni con una spiazzante
conoscenza della miriade di particolari che fanno parte di un evento,
usati da loro per mettere in discussione l’impianto generale della sua
interpretazione. Si inserisce in questo solco, anche se si presenta con
i caratteri di una maggiore “rispettabilità”, la decisione della Bbc di
ospitare Nick Griffin, leader del partito neofascista inglese,
dichiaratamente razzista, al programma «Question Time», malgrado le
molte proteste. Così Andrea Valambrini per il Fatto quotidiano. Il
solco è per l’appunto quello di rivestire d’interesse ciò che ha i
caratteri della peggiore banalità (il razzismo) gabellandone la
diffusione per informazione, nel nome di un relativismo acritico per il
quale tutto si tiene e, soprattutto, tutto si equivale. Quali misure
assumere, allora? A gran voce c’è chi chiede di ricorrere alla legge,
non solo conseguentemente alla commissione del fatto ma anche
preventivamente, impedendo l’espressione di certi (pre)giudizi. Sta
nell’uno come nell’altro caso la condanna a tre anni, della quale ci
parla Walter Rauhe su il Messaggero,
comminata a David Irving, il pubblicista britannico, autore di molti
volumi di storia, che ha ripetutamente fiancheggiato il negazionismo
antisemita europeo. Ma la sanzione penale può rivelarsi alla lunga
un’arma controproducente nei confronti di chi, come Irving, sa come
bene utilizzare gli strumenti della comunicazione pubblica.
Evidentemente il problema demanda a livelli più complessi di soluzione,
a partire dal mondo della scuola. Chiudiamo questo commento,
monotematico, per invitarvi a leggere del Medio Oriente con gli
articoli su un incontro, non si sa bene quanto involontario, tra
rappresentanti israeliani e iraniani, con al centro il problema della
lotta alla proliferazione nucleare. Così Vittorio Da Rold per il Sole 24 Ore, Anna Momigliano per il Riformista, Daniele Mastrogiacomo su la Repubblica, Eric Salerno per il Messaggero e Barbara Uglietti su Avvenire.
Certo, è molto difficile dire che una rondine faccia primavera,
soprattutto quando l’inverno è climaticamente alle porte. Ma, come dice
sempre la saggezza popolare, chi non risica non rosica.
Claudio Vercelli |
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MO: proseguono trattative per la liberazione di Shalit Gaza, 23 ott - Osama
Mezeini, un dirigente di Hamas a Gaza che coordina le trattative
indirette con Israele, ha rivelato che prosegue "a ritmo intenso
" la mediazione tedesca per uno scambio di prigionieri fra Israele e
Hamas, che dal 2006 detiene a Gaza il caporale Ghilad Shalit. Mezeini
ha detto alla agenzia di stampa palestinese Maan che Hamas è
incoraggiato dalla recente liberazione da parte di Israele di due
detenuti drusi, sostenendo che essa è avvenuta su precisa richiesta di
Hamas, dopo alcune settimane fa Israele ha ricevuto un filmato di
alcuni minuti che per la prima volta mostra Shalit nel luogo segreto
dove è custodito. Mezeini si riferiva alla liberazione, avvenuta il 15
ottobre scorso, dei drusi Issam al-Luli e Bashar al-Moqt, entrambi
residenti sulle alture occupate del Golan. Erano stati condannati a 27
anni di carcere per attività armata contro Israele e dovevano essere
rimessi in libertà fra quattro anni. In Israele la loro liberazione
anticipata è stata definita "un gesto di buona volontà". |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
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Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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