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L'Unione informa
 
    23 ottobre 2009 - 5 Cheshvan 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  roberto colombo Roberto
Colombo,

rabbino
“Noach in confronto ad Avraham era una nullità” (Rashì). Noach costruiva altari fuori casa ma in casa beveva e si denudava. Avraham costruiva anch’egli  altari ma all’interno della propria abitazione. Essere retto solo quando si è in pubblico rende nulle anche le azioni più meritevoli. (Elon)
L'idea che senza Shoah non sarebbe mai nato lo Stato d'Israele è un'idea diffusa, comune a molti, da opposte parti. L'ha fatta sua, in modi diversi,  Israele fin dagli anni Sessanta, l'ha adottata il senso comune storiografico, l'hanno fatta propria i negazionisti, da Ahmadinejad agli antisemiti casarecci nostrani, che basano le loro affermazioni sul presupposto che la Shoah sia un'enorme menzogna creata per giustificare la nascita di Israele. L'ultimo libro dello storico del sionismo Georges Bensoussan affronta proprio questo paradigma interpretativo, smontandolo e criticandolo: lo Stato d'Israele è nato dal sionismo, ed era già in gran parte edificato durante i decenni dell'Yishuv, prima del 1948. La Shoah, e poi l'espulsione degli ebrei dei paesi arabi,  trasformando l'emigrazione sionista da scelta di creazione di un mondo diverso a rifugio obbligato alla persecuzione, hanno in realtà mutato profondamente la natura dello Stato, ma non ne hanno determinato l'origine, un'origine che è nel sionismo russo di fine Ottocento, e non nella persecuzione e nello sterminio. Israele non è solo una garanzia di sopravvivenza per il mondo ebraico, è anche e soprattutto l'esito di uno sforzo innovativo volto a cambiare la Storia degli ebrei e la loro esistenza.  Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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Pagine Ebraiche - Conoscersi per capirsi


Il primo numero di Pagine Ebraiche, il giornale dell'ebraismo italiano, è in distribuzione in tutta Italia. I lettori possono procurarsene una copia in un numero selezionato di edicole e librerie distribuite su tutto il territorio nazionale o sottoscrivere un  abbonamento su www.paginebraiche.it Qui di seguito il saluto rivolto ai lettori dal Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche  Italiane Renzo Gattegna.

gattegnaLa rivista mensile Pagine Ebraiche, il Portale dell’ebraismo italiano www.moked.it e il notiziario quotidiano online l'Unione informa fanno parte di un progetto finalizzato a dotare la minoranza ebraica in Italia,così antica, così particolare,così aperta al dialogo e al confronto, di strumenti di comunicazione veloci, flessibili e interattivi. Una strategia della conoscenza che si propone di presentare l'ebraismo e gli ebrei per quello che sono realmente.
Di far comprendere la loro vita, le loro tradizioni e le loro speranze. Il nostro impegno vuole essere un contributo alla vita civile,sociale e culturale del Paese, perché affronti e superi le nuove sfide, consolidando i princìpi di libertà, di democrazia e di laicità. Valori, questi, alla base del vivere comune che sono stati irrevocabilmente scelti e acquisiti dagli italiani.

Renzo Gattegna, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche  Italiane




Prova di forza dell’Hapoel Tel Aviv contro il Rapid Vienna

HapoelGrande affermazione in Europa League dell’Hapoel Tel Aviv che, nella terza partita del girone C, strapazza (5-1) gli austriaci del Rapid Vienna e si porta in testa al raggruppamento in compagnia dell’Amburgo. Un’affermazione netta e spettacolare che cancella l’amarezza per l’ennesima immeritata sconfitta del Maccabi in Champions League.
Primo tempo – Inizio di partita molto equilibrato con gli israeliani che giocano un calcio tecnico e veloce, anche se sono gli austriaci ad andare più vicini al goal grazie a Jelavic, abile ad eludere la marcatura avversaria ma incapace di centrare lo specchio della porta da neanche cinque metri di distanza. “Goal sbagliato goal subito”, come si suole dire, e difatti, al trentesimo minuto, arriva il vantaggio dell’Hapoel. Cavalcata sulla fascia destra di Schechter, cross in mezzo e lo sfortunato Dober che, nel tentativo di anticipare gli attaccanti israeliani, mette il pallone nella propria porta. Passa un minuto ed il Rapid pareggia grazie ad un calcio di punizione non propriamente irresistibile di Hoffman. Uno a uno e tutto da rifare con gli austriaci che, poco prima del termine dell’intervallo, sfiorano un clamoroso ribaltone, ma un colpo di testa da posizione pericolosa dell’onnipresente Jelavic si stampa sul palo.
Secondo tempo – Alla ripresa del gioco il sostanziale equilibrio del primo tempo resta solo un ricordo e la musica cambia decisamente di tono, con l’Hapoel che si getta all’attacco alla ricerca dei tre punti. Al nono minuto è Menteshashvili a fare esplodere per la seconda volta il Bloomberg Stadium con una spettacolare e violentissima conclusione dai trenta metri. Sulle ali dell’entusiasmo, gli israeliani mettono il piede sull’acceleratore ed è ancora Schechter a risultare protagonista con un preciso rasoterra da fuori area che va ad insaccarsi sulla destra del portiere. Il Rapid tira i remi in barca e scompare virtualmente dal campo, per l’Hapoel gestire il doppio vantaggio diventa una questione di ordinaria amministrazione. Quasi in maniera inerziale, poi, arrivano altre due reti ad arrotondare ulteriormente il risultato. Prima è Vermouth a firmare il poker, poi lo stesso Vermouth si trasforma in assist-man e serve a Lala, entrato in campo da pochi minuti, il pallone del cinque a uno.

Adam Smulevich



Opinioni – “E' la difesa di Israele che fa la differenza”


pacificiLa spiacevole discussione fra Massimo Bassan e Ugo Volli riapre una vecchia polemica (e aggiungo una vecchia ferita) di divisione e spaccatura che immaginavo la storia degli ultimi anni nelle nostre Comunità avesse definitivamente sepolto.
Se si esclude la pacata replica, che non condivido nelle sue posizioni, ma rispetto, di Anna Foa, stiamo parlando della presunzione e arroganza di una certa "borghesia pseudo intellettuale" contro coloro che osano difendere sempre e comunque lo Stato d'Israele.
Se Bassan immaginava di avere il primato di queste esternazioni ne rimarrà deluso. Prima di lui in questi decenni si sono misurati vari personaggi, tra cui Moni Ovadia, che per esempio definì l'intera comunità ebraica romana rozza e ignorante, rea, come Volli, di difendere Israele a prescindere. Devo confessare dopo tanti anni che aveva ragione.
Il sottoscritto come tanti, osava parlare e argomentare tesi pur non avendo dedicato la sua vita agli studi o senza magari esercitare un mestiere che poche affinità aveva con chi poteva pretendere un minimo di credibilità nella sua difesa d'Israele. Dare visibilità a questo tipo di persone (anche se poi da anni esprimono democraticamente il pensiero della maggioranza degli ebrei a Roma e in Italia) era ed è un affronto per chi pretendeva (e pretende ancora) dal canto suo di essere l'unica voce di dissenso sull'operato di questo o quel governo israeliano. Anche se tra questa maggioranza ci sono stati e ci sono tanti che una laurea se la sono presa ed esercitano mestieri che una volta erano privilegio di pochi intellettuali. Magari sono anche dei professori o giornalisti rispettati dai più. Volli, che non ho mai conosciuto, ma ho letto in questi anni per le sue puntuali posizioni in difesa d'Israele, non è romano. E' laureato ed esercita una mestiere "nobile" (è docente all'Università di Torino).
Ciononostante, al pari di noi rozzi e ignoranti è di disturbo per i salotti buoni di questi pseudointellettuali.
Caro Volli, conosco Bassan e sono certo che non fosse animato da propositi cattivi. E' persona corretta e intellettualmente onesta. Voglio continuare a credere che ha semplicemente preso un abbaglio. Per questo sono fiducioso che ti farà pervenire quanto prima le sue scuse.
Altri, da anni, non si sono mai pentiti, ma abbiamo deciso di volergli bene lo stesso. Anche se sono convinto che se non ci fosse Israele da detestare ogni giorno, nei salotti "buoni" non li inviterebbero mai e vivrebbero la loro esistenza ebraica nella totale indifferenza. Oramai gli ebrei in ogni parte del mondo non sono più divisi tra datim e hilonim, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma tra chi è al fianco d'Israele e chi no.
E questa polemica ci dà lo spunto e l'opportunità per riflettere su quali basi mettere le fondamenta per l'unità del popolo ebraico, al di là di come ognuno di noi vive il proprio ebraismo.

Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma

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Con la lettera del Presidente della Comunità di Roma Riccardo Pacifici, si conclude il ciclo di interventi aperto da Massimo Bassan lo scorso martedì. Il professor Volli e il professor Bassan hanno accettato di approfondire il confronto mediante una corrispondenza privata. Vorrei ringraziare in questa occasione tutti coloro che hanno offerto il proprio contributo. Al di là delle differenze di idee e di prospettive che da sempre costituisce la ricchezza della minoranza ebraica in Italia, sono certo siano emersi elementi di riflessione e di confronto capaci di far scaturire nuove idee, nuove intese e nuove amicizie.

gv
 
 
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  Fumetto - Il gatto del Rabbino. Il paradiso terrestre

il gatto del rabbino Io sono il gatto del rabbino. Mi capitano un sacco di cose. Per esempio, una volta sono stato a Parigi e ha piovuto. Così sono tornato a casa, in Algeria.
Il quarto episodio della serie di Joann Sfar ci conduce su altri sentieri e leggende. Il nostro gatto ormai senza più la sua padroncina bighellona con il leone di Malka, il cugino del rabbino. Malka è un personaggio molto saggio e universale nel contesto della società algerina narrata da Sfar, anche se i toni del suo vivere spesso non sono ben identificabili tra reale e immaginario. Spesso le sue storie sembrano vere, ma non lo so. E’ sempre lui per a tirare le corde del sipario e svelare la trama.
Malka in questo suo percorso si confronta con tutta la società civile, con le istituzioni politiche deridendole per la sua stupidità, cantando lodi al Signore e indicando con profondo rispetto i confini della propria cultura e delle altre culture che convivono in Algeria. "...è naturale che io sappia cantare in arabo. Ma non ho il diritto di recitare le preghiere musulmane. Posso entrare in una moschea, meditare con gli altri fedeli. La mia preghiera e la loro vanno nello stesso posto".
Questa saggezza antica supera i muri che gli uomini costruiscono per dividersi. Joann Sfar usa Malka per percorrere altre strade in questo racconto abbastanza strambo di un gatto che passa il tempo a commentare la vita degli uomini che incontra. Il tema della vecchiaia, della morte, del rispetto dei propri valori a costo della vita stessa. E non manca un serpente che da buon tentatore offre una soluzione alternativa al pensiero naturale di ogni uomo. La storia di Malka è triste, è la storia di un uomo che vuole diventare leggenda e per realizzare questo sogno passa il tempo a inventare storie su sé stesso. Ma dove va Malka? Ha uno scopo? Ha un senso la sua vita? Malka schiaffeggia i politici ipocriti che fomentano l’antisemitismo, incanta le donne con il suo fascino da uomo vissuto, ma proprio perché un innocuo anziano, e non si piega di fronte ai prìncipi. Mentre Malka percorre questa strada fantastica e reale, senza un confine preciso, il Rabbino invece si impegna a educare i propri allievi, mentre la figlia amministra il proprio focolare domestico. Più delle altre storie questo quarto episodio de “Il gatto del rabbino” ha un tono mistico e spirituale dove i confini sembrano quasi biblici. Se offrissero a Malka la possibilità di entrare a far parte dei personaggi biblici non ci stupiremmo, ma lui rifiuterebbe.
Sfar ci conduce in un percorso narrativo fatto di stupore, e meraviglia, pianti e felicità. I colori di questo volume sono colori di terra e sabbia, colori calpestati da piedi di erranti, mentre gli spazi dedicati alle emozioni sono colori del rosso e del viola, passione e saggezza. Ma non esiste mai una linea precisa che ci permetta di capire cosa è immaginazione e cosa è reale. Forse perché tutto è reale tanto quanto per noi può esserlo. E viceversa.
Ah, giusto, dimenticavo il nostro Rabbino. Tornato da Parigi, scopre che nella sua scuola ci sono persone che inneggiano alla guerra e all’uso delle armi. Li rimprovera. Ma sarà il gatto a esprimere il pensiero più bello, forse quel pensiero che attraversò tanti ebrei in Europa e nel mondo mentre arrivano i venti antisemiti: chi vorrebbe fare la guerra a queste creature che non pensano che ai libri?


Andrea  Grilli 
 
 
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rassegna stampa    
 
 
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Campeggia sulle pagine dei nostri giornali la vicenda del «professore negazionista» dell’Università la Sapienza di Roma. Naturalmente ne parlano un po’ tutte le testate, riepilogando i fatti che, peraltro, non presentano nulla di inedito, trattandosi semmai di una sorta di recrudescenza di qualcosa di già conosciuto. L’attenzione e la denuncia, pressoché unanimi, possono essere lette in maniera ambivalente: vuoi come indici di una diffusa sensibilità – parrebbe che per il mondo della carta stampata, se si fa qualche residua eccezione, l’attenzione su questi temi sia molto sviluppata – vuoi come, trattandosi di un fenomeno complementare a quello precedente, il bisogno di sottoporre alla regola dello spettacolo (ovvero della massima visibilità) un evento che in sé non ha nulla di inedito. Possiamo così leggere Francesco Di Frischia sul Corriere della Sera, Veronica Cursi su il Messaggero, Giacomo Sette su Libero, Alessandra Retico sulla Repubblica, Giancarlo Lehner su il Tempo. Altri ancora ne scrivono ma noi non li citiamo solo per evitare un repertorio che sa quasi di giaculatoria. Per chi è del mestiere, dicevamo, la figura di Antonio Caracciolo, ricercatore di filosofia del diritto presso la Facoltà di giurisprudenza dell’ateneo dell’Urbe, non è certo nuova, appartenendo a quell’indefinibile milieu di personaggi che in Italia, così come in molti altri paesi, sono parte integrante di un piccolo universo di figure sospese tra stravaganza e devianza. Un ambito che tiene molto spesso legati individui con una forte motivazione politica e ideologica, che usano il ricorso al “mistero” e alla storia controfattuale (quella che demanda a ciò che non è mai avvenuto, spacciandolo per evidenza) come strumenti per avvalorare le proprie posizioni, insieme a persone che coltivano interessi eccentrici e fuori dalla norma, senza fini che non siano quelli di taglio più strettamente ludico o ricreativo. Il nesso tra gli uni e gli altri è dato dalla comunicazione, elemento strategico nel loro operare poiché tutti sono alla perenne ricerca di un palcoscenico dove mettere in rappresentazione quanto vanno affermando, raccogliendo possibilmente l’applauso convinto del pubblico. Poco importa sapere a quali dei due contesti ascrivere la persona di cui andiamo parlando, anche se parrebbe di potere capire da subito, per colui che ritiene che «il sionismo è assai peggiore del nazismo», verso cosa intenda andare a parare. Irrilevante è tale attribuzione, dicevamo, poiché la pericolosità non è dettata unicamente dalla spendibilità politica di certe affermazioni ma soprattutto, ed è cosa peggiore, dalla capacità di costruire una raffigurazione delle cose che si sostituisce alle cose medesime, obnubilandole. Dopo di che tutto diventa lecito e quindi possibile. Si è quindi nel campo dell’uso pubblico della memoria più che della storiografia. La pervasività e la cogenza di rappresentazioni che demandano ad una storia contraffatta, poiché ricostruita ad arte, prodotta per vellicare l’altrui immaginario e per fornire facili risposte a interrogativi complessi, sono molto più corpose di una ideologia politica screditata dal tempo. Semmai è la seconda che si rivaluta per il tramite delle prime. Siamo in presenza di una nicchia subculturale, con poche figure di rilievo ma con molti gregari, che ambisce a presentarsi come costituita da soggetti “innocenti”, motivati eminentemente dalla loro curiosità e dall’interesse per la “vera” storia, quella che sarebbe tale in quanto deliberatamente negata al grande pubblico, ammaestrato invece dai grandi mezzi di comunicazione che tramerebbero contro la coscienza collettiva offrendo una versione addomesticata delle cose del mondo. Si tratta di una forma tenace di populismo culturale, che riveste i panni del candore e del vittimismo non solo per difendersi dalle prevedibili repliche ma per fare l’occhiolino a una parte del pubblico, che sa sensibile, condiscendente e proclive dinanzi a questi atteggiamenti. Non è quindi un caso se Antonio Caracciolo sia animatore di blog nei quali la Shoah è liquidata come «leggenda sulla quale esistono solo verità ufficiali non soggette a verifica storica e contraddittorio» (interpretazione: ciò che è detto dalle autorità pubbliche, non importa quali esse siano, è quasi sempre destituito di fondamento poiché rappresenta una ricostruzione ad uso e consumo di certuni, quelli che hanno il potere, e a danno di tutti gli altri, quelli che lo subiscono). E non è di molto più sorprendente che costui, come tutti gli altri, quando incappa nelle maglie del giudizio morale o in quello penale, invochi una sua completa verginità culturale, ossia l’abusato richiamo alla «libertà di pensiero» che, nei suoi e altrui intendimenti, è sempre licenza di offesa. Infatti, alla base del modo di autopercepirsi e presentarsi c’è il convincimento di essere una vittima della congiura dei «poteri forti» (e occulti) che allignerebbero nelle nostre società, ancora una volta ordinandole segretamente secondo i propri interessi. Poteri contro i quali i “liberi ricercatori”, anche a costo di una scomunica sociale – come fu con Galileo da parte della Chiesa –, ovvero disposti a pagare il prezzo dell’emarginazione dinanzi all’ingratitudine altrui, si muoverebbero, così come già altri che li hanno preceduti hanno fatto, essendo per ciò condannati ingiustamente alla damnatio memoriae. Così va letta la serafica affermazione, esibita come riscontro d’ovvietà, per la quale ci viene detto che la storia «ufficiale», quella degli «sterminazionisti» (notare la valenza negativa che è attribuita al consesso degli storici, ridotti al ruolo di megafoni di una tesi, quella per l’appunto dello sterminio, descritta come congeniale al potere) sarebbe da sempre «usata per colpevolizzare moralmente i popoli vinti», così come riporta Giulia Bertagnolio su Epolis Roma. Qui, poi, subentra un duplice dispositivo, per il quale da un lato si dice che chi è vinto lo è stato non per il torto che aveva bensì per la sfortuna o per l’avversità del caso o, ancora, per le congiure altrui (anche questa è credenza spicciola di senso comune), e dall’altro si fa l’occhiolino al ruolo di “vittima”, estremamente ambito nell’agone politico dei giorni nostri poiché premiante sul piano della considerazione sociale. Va in quest’ultimo senso l’invito, rivolto al sindaco di Roma Gianni Alemanno, «di destinare più utilmente il denaro per l’adozione a distanza di bambini palestinesi» invece che dedicarsi ai viaggi della memoria che offrirebbero «scarsi risultati pedagogici». Ipse dixit. In quest’ultimo caso, poi, si adotta il criterio del riversamento dei ruoli, laddove gli ebrei (quelli che tramerebbero alle spalle altrui), ridotti e ricondotti tout court al ruolo di «sionisti» (altro dispregiativo) – ossia smascherati - sarebbero delle finte vittime, che utilizzano l’altrui compassione per spregiudicati calcoli d’interesse. Il “vero ricercatore” li inchioda nel loro ruolo di autentici carnefici (altra falsa evidenza: i palestinesi sono le vittime degli ebrei/sionisti poiché questi ultimi sono intrinsecamente cattivi) anche se «uno [..] non può aprire bocca che subito suona il tam tam dell’antisemitismo, di cui nessuno si preoccuperebbe se non avesse una qualificazione penale». Dal che si può desumere che l’antisemitismo sia un sentimento nobile, al quale si contrappone la ingiusta persecuzione giudiziaria. Siamo in presenza di un invito a liberarsi dei dilemmi della coscienza e a rivendicare tutto il proprio risentimento, ad alta voce. Facendo un passo indietro e tornando alla galassia di quelli che credono nell’incredibile, va aggiunto che il trait d’union tra i “politici” e i “ludici, tra un estremo e il suo opposto, insomma ciò che li tiene legati e – quindi – interagenti, è dato dalla concezione cospirativa dei fatti di cronaca come degli eventi storici.  Non è un caso se frequentemente i cultori di una tale visione del passato, che solo ad uno sguardo distratto può sembrare stravagante, siano anche partecipi di una percezione del presente fondata sulla convinzione che alla base di tutto vi sia un occultamento. Le teorie ufologiche, che non sono così “aliene” da approdi negazionisti (e viceversa) sono credibili dinanzi al grande pubblico degli spiriti semplici non per quello che raccontano ma per la seduzione che esercitano, affermando clamorosamente che all’origine vi sia una rimozione (quella dell’esistenza di altri mondi riconducibili alle nostre categorie di pensiero). I negazionisti, laddove ottengono credito, lo raggiungono non per la verosimiglianza delle loro affermazioni, che non sussiste, bensì per il meccanismo che attivano nella mente di chi li ascolta, in quanto sprovveduto, senza precauzioni e con scarsa formazione. Il problema, quindi, non è contrapporre alla loro abietta “informazione” quella veritiera, poiché il rischio è di mettere sullo stesso piano due cose antitetiche, facendo il gioco del falsificatore di turno. Semmai si tratta di un problema di formazione di lungo periodo, che investe la capacità di creare coscienza invitando a superare il perverso bisogno di nutrire illusioni. È infatti erroneo ritenere che chi fa affermazioni negazioniste (anche qui, per essere inequivocabili, si assuma la parola nella sua verace significanza: è negazionista chi nega l’evidenza dei fatti, non chi si adopera per offrirne una interpretazione diversificata o articolata secondo sensibilità e accezioni ermeneutiche differenziate) sia una persona che non conosce la storia; semmai ci troviamo dinanzi a chi si è dato un’altra ragione della storia o, per meglio dire, a chi crede in «un altro modo di fare la storia». Motivo per cui non c’è scambio razionale che regga dinanzi a chi si basa su assunti completamente opposti a quelli della comune ragione. Poiché il fulcro polemico non è costituito dal non sapere una cosa ma dal non volere sapere – o riconoscere – che cosa essa implica. I negazionisti frequentemente non sono ignoranti; molto spesso, semmai, articolano le loro posizioni con una spiazzante conoscenza della miriade di particolari che fanno parte di un evento, usati da loro per mettere in discussione l’impianto generale della sua interpretazione. Si inserisce in questo solco, anche se si presenta con i caratteri di una maggiore “rispettabilità”, la decisione della Bbc di ospitare Nick Griffin, leader del partito neofascista inglese, dichiaratamente razzista, al programma «Question Time», malgrado le molte proteste. Così Andrea Valambrini per il Fatto quotidiano. Il solco è per l’appunto quello di rivestire d’interesse ciò che ha i caratteri della peggiore banalità (il razzismo) gabellandone la diffusione per informazione, nel nome di un relativismo acritico per il quale tutto si tiene e, soprattutto, tutto si equivale. Quali misure assumere, allora? A gran voce c’è chi chiede di ricorrere alla legge, non solo conseguentemente alla commissione del fatto ma anche preventivamente, impedendo l’espressione di certi (pre)giudizi. Sta nell’uno come nell’altro caso la condanna a tre anni, della quale ci parla Walter Rauhe su il Messaggero, comminata a David Irving, il pubblicista britannico, autore di molti volumi di storia, che ha ripetutamente fiancheggiato il negazionismo antisemita europeo. Ma la sanzione penale può rivelarsi alla lunga un’arma controproducente nei confronti di chi, come Irving, sa come bene utilizzare gli strumenti della comunicazione pubblica. Evidentemente il problema demanda a livelli più complessi di soluzione, a partire dal mondo della scuola. Chiudiamo questo commento, monotematico, per invitarvi a leggere del Medio Oriente con gli articoli su un incontro, non si sa bene quanto involontario, tra rappresentanti israeliani e iraniani, con al centro il problema della lotta alla proliferazione nucleare. Così Vittorio Da Rold per il Sole 24 Ore, Anna Momigliano per il Riformista, Daniele Mastrogiacomo su la Repubblica, Eric Salerno per il Messaggero e Barbara Uglietti su Avvenire. Certo, è molto difficile dire che una rondine faccia primavera, soprattutto quando l’inverno è climaticamente alle porte. Ma, come dice sempre la saggezza popolare, chi non risica non rosica.

Claudio Vercelli

 
 
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MO: proseguono trattative per la liberazione di Shalit                  
Gaza, 23 ott -
Osama Mezeini, un dirigente di Hamas a Gaza che coordina le trattative indirette con Israele, ha rivelato  che prosegue "a ritmo intenso " la mediazione tedesca per uno scambio di prigionieri fra Israele e Hamas, che dal 2006 detiene a Gaza il caporale Ghilad Shalit. Mezeini ha detto alla agenzia di stampa palestinese Maan che Hamas è incoraggiato dalla recente liberazione da parte di Israele di due detenuti drusi, sostenendo che essa è avvenuta su precisa richiesta di Hamas, dopo alcune settimane fa Israele ha ricevuto un filmato di alcuni minuti che per la prima volta mostra Shalit nel luogo segreto dove è custodito. Mezeini si riferiva alla liberazione, avvenuta il 15 ottobre scorso, dei drusi Issam al-Luli e Bashar al-Moqt, entrambi residenti sulle alture occupate del Golan. Erano stati condannati a 27 anni di carcere per attività armata contro Israele e dovevano essere rimessi in libertà fra quattro anni. In Israele la loro liberazione anticipata è stata definita "un gesto di buona volontà".
 
 
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