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L'Unione informa |
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26 ottobre 2008 - 8 Cheshwan 5770 |
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alef/tav |
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Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma |
Immanuel
Romi, o Manoello Giudeo, nato a Roma nel 1270, fu un poeta in lingua
ebraica di una certa importanza. Contemporaneo di Dante, forse lo
conobbe, certo si ispirò a lui. Con una certa sorpresa ho sentito
citare una poesia ebraica di Manoello questo Shabat in una Sinagoga di
Kfar Saba, Israele, nell'ambito di una derashà sulla parashà
settimanale, quella di Noach. Il testo ebraico della poesia è molto
godibile, ma anche il suo messaggio ironico è interessante. L'elemento
notevole della storia dell'arca di Noè, dice Manoello, non è tanto nel
fatto che nella forzata convivenza non sucesse nulla tra animali di
specie tanto differenti, quanto nel fatto che i tre fratelli,figli di Noè riuscirono a stare insieme per tanto tempo. |
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I
rappresentanti delle associazioni omosessuali e di quelle dei disabili
saranno per la prima volta accanto a ebrei e rom nella visita
organizzata dal Comune di Roma ad Auschwitz. Sarà così rappresentato
anche l'omocausto, cioè lo sterminio degli omosessuali, contraddistinti
nei campi dal triangolo rosa, oltre allo sterminio dei disabili,
protagonisti di un vero e proprio preludio alla Shoah: l'operazione
definita in codice T4, e ordinata espressamente con un ordine firmato
di Hitler (che cosa ne dicono, a proposito, i negazionisti?), portò
allo sterminio di circa ottantamila tedeschi, tra malati mentali,
handiccapati, e disadattati sociali fra il 1939 e il 1941, quando le
proteste delle Chiese e dell'opinione pubblica tedesca la fermarono. Là
fu sperimentata per la prima volta la gassazione, e in queste prime
camere a gas fu addestrato il personale che poi avrebbe agito nei campi
di sterminio. L'operazione fu accompagnata da un'ampia campagna di
sterilizzazioni forzate. Conoscendo questa terribile storia, sarà forse
più chiaro che la Shoah non appartiene solo alla storia degli ebrei, ma
a quella dell'intera umanità. Che il folle progetto nazista di creare
una "razza" di superuomini ariani toccava tutti. Iniziò con gli ebrei,
i disabili, gli omosessuali, i rom. Ma se non fosse stato fermato,
avrebbe toccato tutti, come tutti tocca oggi la sua memoria.
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Anna Foa,
storica |
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Portale dell’ebraismo italiano, i perché di un successo
Sono
oltre 100 mila gli utenti che in questo primo anno di vita
dell’iniziativa hanno utilizzato il Portale dell’ebraismo italiano www.moked.it
(in ebraico questa parola significa “messa a fuoco”). Molti
frequentatori della costellazione di siti dedicata alle realtà ebraiche
italiane sono persone, spesso non ebree, che vogliono comprendere,
conoscere la più antica comunità della Diaspora presente in Italia da
oltre due millenni. Se una parte del pubblico vuole consultare i
servizi di informazione (ogni settimana si pubblicano oltre cento
articoli e commenti), o vuole leggere gli ultimi scritti dell’ottantina
di collaboratori, tutti volontari non retribuiti, che affiancano la
redazione, in tanti arrivano quotidianamente al Portale per consultare
la Rassegna stampa. Sembra incredibile, ma gli strumenti di ricerca
messi a punto dalla redazione assieme a Data Stampa hanno consentito di
classificare in pochi mesi oltre 120 mila articoli di giornale e altri
documenti. La stampa italiana, infatti, parla spesso di ebrei e di cose
ebraiche, anche se di frequente, per un motivo o per l’altro, non
riesce a comprendere e raccontare questa realtà in modo equilibrato.
Leggere e archiviare tutto ciò che fanno i media senza utilizzare
strumenti sofisticati sarebbe per una piccolissima minoranza un’impresa
impossibile. Il lavoro dei lettori di Data Stampa, cui si affianca
quello della redazione del Portale, comincia all’una di notte e si
protrae fino alle otto del mattino. Una rassegna che metta nel mirino i
temi scottanti (religione, identità, Memoria, laicità, diritti civili,
minoranze, Medio Oriente) richiede esperienza e attenzione. Quando i
lettori iscritti a Moked vanno al mattino a consultarla, alcuni
operatori del Portale hanno già alle spalle ore e ore di lavoro.
Valerio Mieli
Qui Roma - Il Festival di Letteratura Ebraica fra Storia e Memoria
Entra
nel vivo il Festival Internazionale di Letteratura Ebraica.
L’appuntamento mattutino della seconda giornata di incontri vede come
relatori David Bidussa, Anna Foa e il Rav Roberto Della Rocca.
Il primo a prendere la parola è Bidussa che, in un’appassionata
orazione, affronta il tema della Memoria. “La Memoria non è un dato
oggettivo come alcuni vorrebbero far credere”, esordisce così lo
storico livornese, affrontando una tematica molto “italiana”,
considerato l’uso strumentale che ne viene fatto spesso e volentieri
dalla nostra classe politica per manipolare le vicende del passato. Nel
raccontare la storia, continua Bidussa, ha un peso considerevole il
rapporto che il narratore ha nei confronti delle vicende che sta
raccontando, e non si tratta dunque di una mera elencazione di date,
avvenimenti e personaggi come qualcuno, ingenuamente, potrebbe pensare.
Anna Foa, sulla stessa lunghezza d’onda di Bidussa, afferma che “la
storia è quella che ci raccontiamo”, riconoscendo l’esistenza di un
filtro storico che costantemente plasma le vicende del passato.
Argomento centrale dell’intervento della Foa è, comunque, la grande
lacuna di produzione storiografica da parte del mondo ebraico: “Un
popolo che ha come libro di riferimento la Torah, un testo che oltre ad
essere sacro è un prezioso documento storico, e che non si è mai
occupato in modo considerevole di Storia”. Fatto quantomeno curioso, ma
c’è una spiegazione per questa lacuna, ed è che “le minoranze fuori
dalla vita politica hanno generalmente difficoltà a pensarsi in forma
storica”. Ad approfondire questo concetto è Roberto Della Rocca, il cui
intervento conclude la conferenza mattutina. “Le barriere temporali e
spaziali che vengono costantemente rotte dai nostri saggi e rabbanim
provocano uno sfacciato anacronismo, il che rende piuttosto evidente
perché la parola Storia non sia generalmente nel vocabolario del mondo
ebraico” questo il pensiero del Rav, che definisce le sinagoghe
“cattedrali del tempo piuttosto che dello spazio”, concezione frutto
della vedovanza spaziale del popolo ebraico, causata dalla distruzione
del Tempio e dalla conseguente diaspora. L’incontro serale della giornata di ieri vede come protagonisti altri due prestigiosi relatori, ambedue storici: l’israeliano Benny Morris ed il torinese Carlo Ginzburg.
E' Ginzburg che inizia il dibattito, riprendendo un testo
francese del primo Settecento che affronta il tema della percezione che
la società francese di quegli anni ha del mondo ebraico. Ne viene fuori
un ritratto piuttosto critico di una minoranza fortemente
orientalizzata e lontana dall’emancipazione, i cui riti e valori non
sono considerati dissimili da quelli degli indiani (d’Asia). La
riflessione sulla situazione degli ebrei francesi del Settecento è uno
spunto prezioso per affrontare il tema dell’integrazione degli ebrei
nella società europea contemporanea. Un tema attuale e scottante,
soprattutto nel nostro Paese, considerate le polemiche che nelle ultime
settimane hanno riempito le colonne dei giornali a proposito dell’ora
di religione nelle scuole. Di cosa parlare all’interno di quell’ora di
insegnamento? “Dobbiamo parlare di religione, ma da un punto di vista
storico”, l’opinione di Ginzburg. “Storia orale versus storia
scritta” potrebbe invece riassumere efficacemente l’intervento di Benny
Morris, che ha utilizzato il tempo a sua disposizione per affrontare
questo tema, da sempre causa di accesi dibattiti fra gli storici. “La
memoria di un individuo può essere molto limitata e talvolta vi è una
rimozione degli eventi poco piacevoli. Per questo non credo molto alle
interviste e, nel mio lavoro, presto attenzione soprattutto ai
documenti cartacei, la cui attendibilità è maggiore di una
testimonianza orale”, inizia così l’intervento del più famoso (e
dibattuto) storico israeliano. Secondo Morris, anche la storia dello
Stato di Israele si sarebbe prestata ad una distorsione della Memoria,
molto spesso per fini propagandistici. Sarebbero stati rimossi dalla
coscienza collettiva alcune pagine molto dolorose della storia
israeliana, in particolare quella dell’espulsione degli arabi, vicende
delle quali ci è giunta una versione molto edulcorata. Le parole di
Morris hanno l’effetto di far nascere un appassionante dibattito tra i
due relatori, moderati da Shulim Vogelmann, uno dei tre curatori del
programma del Festival. La grande attenzione e partecipazione del
numeroso pubblico presente sono un’ulteriore prova della bontà del
programma di questa cinque giorni di incontri.
Adam Smulevich
Qui Roma - Dodici giovani e un corso promettente. I leader di domani fra identità e visione strategica
Si è svolto a Roma il quinto e ultimo appuntamento di Ye’UD - Future Leader Training,
il corso di formazione per leader comunitari organizzato
dall’Assessorato ai Giovani dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane. Dodici ragazzi, provenienti da tutta Italia, hanno formato
una squadra che già promette molte soddisfazioni. Gli incontri si
sono svolti a Napoli, Torino, Milano e Roma città simbolo di
piccole, medie e grandi Comunità. Il corso diretto dal Rav Roberto
Della Rocca, con la collaborazione dello psicologo Daniel Segre, ha
affrontato argomenti che vanno dalla leadership al fundraising, al
public speaking al media training, senza tralasciare argomenti di
cultura ebraica strettamente connessi all’attualità. Un progetto
formativo che è riuscito a superare la dicotomia tra la solidità di una
identità ebraica e i moderni strumenti di comunicazione e leadership. Per questi ragazzi che si sono impegnati a promuovere un progetto culturale innovativo, si aprono ora nuovi orizzonti. E’
grande la soddisfazione di Claudia De Benedetti, Assessore ai giovani
dell’Ucei, e Anselmo Calò, responsabile del Bilancio, che hanno curato
e seguito la realizzazione di Ye’UD - Future Leader Training,
ideato da Alan Naccache e coordinato da Mario Anticoli.
Dan Sassun
Sorgente di vita: al Museo di Bologna si chatta con Einstein. Maoz e Meotti due diversi modi di raccontare Israele
La
puntata apre con una piccola storia da Gaza: in mancanza di
animali esotici lo zoo locale, per divertire i bambini,ha trasformato
in zebre due asinelle bianche. Il direttore dello zoo di Ramat
Gan ha promesso di regalare due zebre vere. Chattare con
Einstein e con altri personaggi della storia: il secondo servizio parte
con una delle tante trovate originali proposte al Museo
Ebraico di Bologna che, nel decennale dalla fondazione, offre
alle scuole percorsi didattici multimediali sui temi della cultura
ebraica. Segue un’intervista al regista israeliano Samuel Maoz che
ha ricevuto il Leone d’Oro a Venezia per il film
“Lebanon”: racconta la sua esperienza personale di carrista nella
guerra del Libano nel 1982 e la genesi del film. Infine le storie
di ebrei e israeliani, vittime del terrorismo islamico e
palestinese dentro e fuori Israele, raccontate dal giornalista
Giulio Meotti che le ha ricostruite attraverso incontri con le
famiglie.
Sorgente di vita va in onda lunedì 27 ottobre alle ore 1,20 su RAIDUE. La replica sarà lunedì 2 novembre alle ore 9,30 del mattino. I servizi di Sorgente di vita sono anche on line.
p.d.s.
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Farsi un nome. L’idolatria dei nostri tempi
Se si leggono attentamente i versetti della Torah, dedicati alla storia
di Babele, città, torre e nome scandiscono, in un crescendo idolatrico,
le tre tappe dell’impresa babelica, della guerra contro D-o. Il “nome”
rappresenta l’idolo alla sommità della torre, il coronamento di Babele.
Facciamoci un nome… 11, 4: facciamoci un nome, shem, per noi, a nostra gloria, non a gloria di D-o, Hashem.
Il nome, come la torre, è una costruzione, una sorta di monumento. Come
il Nome di D-o costituisce il Suo Potere, così il nome che gli uomini
si sono fatti, si sono imposti e apposti autonomamente, costituisce il
loro potere indirizzato contro D-o. A Babele il nome “proprio” umano
pretenderebbe di sostituire il Nome Divino. È questo nome l’unico punto
di orientamento. Farsi un nome vuol dire assicurarsi fama eterna,
eternità. E qui sta l’idolatria. Perché se il Nome di D-o, che si
tramanda di generazione in generazione, deve rimanere il Nome eterno,
il nome dell’uomo, che è venuto ieri, dovrà essere dimenticato domani.
Babelico è il mondo attuale non tanto per le lingue diverse che vi si
intersecano, quanto perché “farsi un nome” è considerato il fine
legittimo, e anzi indispensabile, dell’autopromozione che guida le
azioni quotidiane come i progetti del futuro. Tutto è incentrato
sull’idolatria del nome: vedere il proprio nome pubblicato, scritto,
pronunciato. Ad ogni costo. Anche a costo di vantare pubblicamente i
propri meriti o di annientare l’altro. L’importante è essere presenti,
non sentirsi dimenticati e messi da parte. È questa presenza, che dà
l’effimero appagamento del successo, l’idolatria suadente e terribile
dei nostri tempi. A un rabbino, che da uno sperduto
villaggio stava giungendo a Varsavia - così si legge in un racconto
chassidico, ripreso anche da Buber - si fece incontro una folla di adepti annunciandogli esultanti: “Rebbe,
rebbe, il suo nome è dappertutto”. E lui, inarcando preoccupato le
sopracciglia: “Il mio nome? Perché mai? Che cos’avrò poi fatto di male"?
Donatella Di Cesare, filosofa
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rassegna stampa |
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Due
notizie rilevanti sulla rassegna stampa di oggi. Uno è il viaggio degli
studenti romani ad Auschwitz con la partecipazione del Sindaco,
tradizione iniziata da Veltroni e proseguita da Alemanno, quest'anno
con la partecipazione, oltre agli ebrei di altre vittime della barbarie
nazista, rom, gay e disabili. (Messaggero, Repubblica, E-Polis nelle pagine romane). La
seconda notizia riguarda Israele e consiste nel fatto che continuano
gli incidenti sul monte del Tempio. Se la polizia chiude l'accesso o lo
limita a donne e persone anziane, si grida alla repressione. Se apre
l'accesso, arrivano gruppi di giovani che provocano incidenti,
aggrediscono i turisti, tirano pietre e si asserragliano nella moschea
per evitare l'arresto. Va avanti così più o meno da un paio di
settimane. E' evidente che c'è una regia, più o meno apertamente
rivendicata da Hamas e dalle sue emanazioni, come il comitato islamico
del nord – almeno così appare sui giornali israeliani, che riportano
dichiarazioni del tenore: la questione di Gerusalemme (cioè Al Quds) si
risolve con la guerra, non con le trattative. Naturalmente l'autorità
palestinese segue, e con essa l'organizzazione della conferenza
islamica, la Giordania, l'Egitto. Tutto ciò va inquadrato nel
conflitto interpalestinese, da un lato, dove si gioca a chi
appare più nemico di Israele e dall'altro nel tentativo, favorito
nell'ultimo periodo dall'incompetenza negoziale dell'amministrazione
Obama, di spingere sulla delegittimazione di Israele. Di tutto ciò non
troverete traccia nel lavoro dei tre giornalisti italiani che nella
rassegna di oggi si occupano della questione (Aldo Baquis sulla Stampa, ma soprattutto il solito UdG sull'Unità e Alberto Mattone su Repubblica).
A parte qualche riserva di Baquis, che comunque riporta la storia,
tutti e tre – e "Repubblica" con particolare entusiasmo - si bevono la
storia di una "provocazione" dovuta a un "convegno rabbinico", che si
sarebbe svolto peraltro a Gerusalemme Ovest, in territorio
indiscutibilmente israeliano, dove degli innominati "rabbini
nazionalisti" avrebbero rivendicato il diritto di pregare sul monte del
Tempio. Anche se vi fosse stato un "convegno" del genere, esso resta
per l'appunto un convegno e in Israele vige la libertà di parola. Peraltro
chiunque conosca un pochino le vicende di Gerusalemme sa che vi è da
molto tempo una halakhà o parere rabbinico impegnativo,
larghissimamente condiviso e appena ribadito da alcuni dei più
autorevoli rabbini israeliani, che vieta agli ebrei di salire sul monte
del Tempio in stato di impurità rituale, come tutti siamo oggi. E su un
piano più pratico, la polizia israeliana ha sempre garantito il
carattere islamico del luogo, impedendo che in esso si svolgessero
altri riti religiosi. Niente è cambiato in questa politica che fu
stabilita da Moshé Dayan nel '67; non vi è mai stata nessuna
"provocazione" e non vi è adesso. Si tratta di pretesti per mantenere
caldo il conflitto. Che nessuno dica questo sui giornali europei e
italiani, merita una riflessione. Non su Gerusalemme, ma sul
pregiudizio antisraeliano in Europa.
Ugo Volli |
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notizieflash |
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USA:
al via J Street la nuova organizzazione
di giovani ebrei vicini a Obama Washington, 26 ott In
una enorme sala del Grand Hyatt Hotel, a due passi dal Campidoglio,
Jeremy Ben-Ami,il promotore della organizzazione J Street, la
nuova organizzazione ebraica americana pro-Israele, considerata molto
vicina al presidente Barack Obama, ha aperto ieri la tre giorni dei
lavori, durante i quali prenderanno la parola esponenti israeliani,
americani e arabi. Più di venti organizzazioni
internazionali partecipano alla conferenza, tantissimi giovani tra
gli oltre mille iscritti. Scopo dell'iniziativa è quello di affiancare
all' American Israel Public Affairs Committee (Aipac), una voce più in
sintonia con la nuova amministrazione statunitense. "Non siamo più ai
margini della nostra comunità - ha detto Ben-Ami - anzi, siamo ormai
protagonisti nel nostro dibattito interno. Siamo noi i veri sostenitori
dei nostri fratelli d'Israele: non ci faremo mai intimidire da chi
pensa che qualsiasi cosa faccia Israele, giusta o sbagliata, abbia
sempre ragione. Noi vogliamo invece che faccia sempre la cosa
giusta". Ben-Ami ha ribadito l'opzione 'due popoli, due Stati'.
"Il nostro essere a favore di uno Stato palestinese è il cuore del
nostro essere pro-Israele. [...] Se voi credete che lo stato d'Israele
debba vivere, se voi credete che lo Stato palestinese debba nascere, e
che ambedue debbano coesistere in pace e sicurezza, e che gli Usa
debbano affrontare la questione in modo ragionevole, allora siete i
benvenuti, perché J Street é la vostra casa". |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
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