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    28 ottobre 2009-10 Cheshwan 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Adolfo Locci, rabbino capo di Padova Adolfo
Locci,

rabbino capo
di Padova
Quando Abramo aveva novantanove anni, gli apparve il Signore e gli disse: “Io sono D-o Onnipotente, procedi davanti a me e sii integro”. (Bereshit 17, 1). Joseph Dov Soloveitchik (1820-1892), autore del commento alla Torà “Bet Ha-Lewi”, sostiene che questa espressione sottintenda l’obbligo di mettere in pratica le mitzwoth senza ricercarne il motivo. Ciò non vuol dire che sia proibito farlo anzi è permesso, e anche gradito, indagare sul significato delle mitzwoth in quanto questo rientra nei parametri della mitzwà dello studio della Torà. Tuttavia, lo studio della Torà come le altre mitzwoth, si devono compiere semplicemente perché questa è la volontà di D-o. Conoscere la “Via del Signore”, non vuol dire essere certi di averla intrapresa concretamente.
Se credete che sia possibile frantumare, dovete credere che sia possibile ricomporre. (Rabbi Nachman di Breslav)  Guido
Vitale,

giornalista
Guido Vitale  
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  Qui Roma - Israele, Usa, Italia: tre modelli a confronto
su terrorismo ed elaborazione collettiva della Memoria


Pubblico“Le frontiere invisibili della memoria”. È questo il titolo dell’incontro più significativo della quarta giornata del Festival Internazionale della Letteratura Ebraica. All’evento partecipano, in qualità di relatori, alcuni nomi illustri del giornalismo. Mario Calabresi, direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, inviato negli Stati Uniti per il medesimo quotidiano, e, Nahum Barnea, autorevole firma del Yedioth Ahronoth. Presenti, tra il pubblico, Paolo Galimberti, presidente della Rai, Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, Simonetta Della Seta, addetto culturale dell'ambasciata italiana a Tel Aviv, e Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma. Il tema che viene affrontato è molto delicato. Si parla, infatti, di terrorismo e di elaborazione collettiva del lutto. In Israele, Italia e Stati Uniti. Quali analogie? Quali differenze?.

PubblicoIl primo a parlare è Barnea, che ha perso un figlio in un attentato terroristico tredici anni fa. “Uno stato non viene offerto a un popolo su un vassoio d’argento”, le sue riflessioni partono da una celebre frase di Chaim Weizmann, primo presidente della storia d’Israele. È un’analisi molto amara e dettagliata quella di Barnea, che ripercorre “la storia del dolore” dello Stato d’Israele, la cui breve esistenza è stata scandita da numerosi conflitti bellici e da centinaia di attacchi terroristici. Ma è su un punto in particolare che Barnea si sofferma, e cioè come l’ondata del terrorismo palestinese abbia modificato la cultura del lutto nel paese. Un cambiamento drastico nella mentalità, che ha visto i soldati caduti in guerra perdere quella sorta di “diritto d’esclusiva” che detenevano fino a quel momento. Almeno in teoria però, perché nei fatti le istituzioni politiche hanno un atteggiamento ambivalente nei confronti delle vittime degli attentati terroristici. Da un lato la guerra spietata nei confronti di Hamas, dall’altro il trattamento (anche economico) di secondo livello che viene riservato alle vittime di questi attacchi rispetto ai caduti in guerra. Parole forti (anche se Barnea sottolinea che è in atto un miglioramento della situazione per le vittime civili), che scuotono le coscienze. Ne rimane colpito Mario Calabresi, chiamato a parlare del terrorismo in Italia. La sua è una disamina molto amara. “In questo paese, almeno fino a pochi anni fa, c’è stata una vasta memorialistica dei fatti e dei gruppi terroristici. È totalmente mancato, invece, il ricordo delle vittime”. Tanto che fino al 2006 nessun organo dello Stato sapeva quantificare il numero dei morti per mano del terrorismo (“rosso” e “nero”). “Finalmente adesso sappiamo che sono quattrocento”, spiega Calabresi. “Quattrocentouno”, interviene Riccardo Pacifici. Chiaro il riferimento a Stefano Gaj Tachè, il bambino romano ucciso in un attentato di matrice palestinese nell’ottobre del 1982. Un episodio che sembra essere scomparso dalla coscienza collettiva italiana. Calabresi annuisce e attacca nuovamente le istituzioni politiche italiane: “È stato possibile calcolare il numero delle vittime, adesso c’è bisogno di un luogo dove commemorare i caduti”. Frase che sottolinea come, quando nel nostro paese si parla di questo argomento, ci siano ancora delle enormi lacune da colmare. L’episodio dell’attentato alla Grande Sinagoga di Roma, precedentemente rammentato da Pacifici, viene ripreso da Maurizio Molinari. Citando un discutibile editoriale scritto da Eugenio Scalfari il giorno successivo alla strage, che sottolineava come in Italia, a suo parere, non vi fosse un sentimento antisemita crescente nella popolazione (era l’anno di Sabra e Chatila e una bara era stata lanciata di fronte alla Grande Sinagoga di Roma qualche mese prima), parla di “difficoltà di essere compresi nel proprio dolore”. Dolore e lutto che hanno recentemente messo in discussione anche la mentalità americana, fortemente permeata di valori positivi. Una mentalità che Molinari conosce bene, in quanto risiede da vari anni negli States. Ma il motto “United we stand” ha retto, e l’espressione di questi valori positivi è evidente con l’esposizione di migliaia di bandiere a stelle e strisce nei luoghi delle stragi. Ed è proprio dagli Stati Uniti che arriva la grande speranza di un mondo senza terrorismo (o quantomeno con un calo considerevole di esso). “Questa speranza i chiama Barack Obama ed il suo messaggio che parla di una società fondata su valori cristiani, ebraici e musulmani è la giusta sfida del presidente statunitense al terrorismo islamico”.

Adam Smulevich 
 
 
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  Anna MomiglianoRotschild Boulevard - Matisyahu
e il reggae hip-hop chassidico


Matisyahu è un ragazzo chassid di New York, con tanto di barba e cappello, i suoi testi si riferiscono apertamente alla religione ebraica... eppure hanno un sound decisamente giamaicano, con molte influenze rap. Un genere che, senza ironia, i critici hanno ribattezzato “reggae hip-hop chassidico”. Quando ho letto le recensioni di “Light”, l'ultimo album di Matisyahu (uno che hanno descritto, tra il serio e il faceto, “il migliore rapper ebreo dopo MC Hammer”), ho pensato che dovesse essere uno scherzo o una trovata pubblicitaria: come sarebbe a dire “reggae hip-hop chassidico”? Va bene il rock chassidico, va bene la fusion tra reggae e hip hop, vanno bene l'hip hop e il reagge in ebraico, ma a tutto c'è un limite. Insomma, come si fa a prendere sul serio una cosa del genere? Poi però mi sono decisa ad ascoltare qualche brano, vecchio e recente, e ho dovuto ammettere che questo Matisyahu ci sa fare.

Anna Momigliano
 
 
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Nell'incertezza obamiana, 
sulla Spianata vanno in scena prove di Intifada


Abu Mazen ha smentito, attraverso un suo portavoce, le voci circolate sui media israeliani e arabi che lo volevano intenzionato a non ricandidarsi alle elezioni indette per il 24 gennaio 2010. Avrebbe comunicato direttamente a Barack Obama la decisione durante una conversazione telefonica in cui avrebbe sostenuto che con il governo di Netanyahu in Israele non è possibile avviare una trattativa seria. Nel corso della telefonata, però , Abu Mazen avrebbe accusato Obama di avere deluso le aspettative palestinesi, non facendo nulla dopo che Netanyahu aveva rifiutato la richiesta di blocco totale degli insediamenti in Cisgiordania presentatagli dal neopresidente americano durante un incontro alla Casa Bianca il 18 maggio scorso. Infine, Abu Mazen avrebbe motivato la sua rinuncia anche con la delusione per il mancato accordo di pacificazione con Hamas che l'ha indotto a indire unilateralmente le elezioni politiche e presidenziali. Naturalmente la smentita può essere strumentale, così come la telefonata, e il tutto potrebbe essere una mossa tattica decisa da un Abu Mazen che effettivamente si trova in un cul de sac per spingere, finalmente, il presidente americano a una posizione netta e non ondivaga su trattative che paiono incagliate. Agli attivi è il silenzio di ormai cinque mesi di Obama, che ha deciso di aprire la sua presidenza con una mossa discutibile, ma netta e coraggiosa nei confronti di Israele. Ma poi, di fronte al rifiuto israeliano di congelare gli insediamenti, Obama non ha reagito, pure se ormai i sondaggi attestano che, per la prima volta nella storia, ben il 40 per cento della comunità ebraica americana è favorevole al blocco degli insediamenti. Da mesi Obama non prende nessuna iniziativa sul conflitto israelo-palestinese, al di fuori di un viaggio inutile e improduttivo dell'inviato per il medio oriente, George Mitchell, al Cairo, a Gerusalemme e a Damasco, che ha registrato formalmente l'impasse e ha suggellato ma dimostrazione di indecisione di Washington anche su questo scenario. L'incertezza americana è stata rimarcata con sarcasmo anche dai leader di Hamas Khaled Meshaal, che da Damasco ha irriso Obama accusandolo di scarsa serietà: “E' ora che I'Amministrazione americana dimostri serietà ai mondo arabo e ai palestinesi circa la sua effettiva volontà di convincere Israele a ritirarsi sui confini del 1967 e porre fine all'occupazione. Se Obama non è riuscito a convincere gli israeliani a congelare gli insediamenti, chi li convincerà a riconoscere i diritti dei palestinesi su Gerusalemme e quelli per il ritorno dei profughi?. Ora pare che Obama abbia deciso di inviare in Israele Hillary Clinton, segretario di stato, non si capisce ancora con quale mandato, ma intanto continuano ad aprirsi in campo palestinese gli spazi per chi progetta una nuova Intifada. Da settimane gruppi vangati di estremisti di Hamas, di al Fatah, del Jihad islamico inscenano manifestazioni violente sulla Spianata delle moschee, accusando alcuni gruppi di rabbini estremisti di volerla profanare. La denuncia della volontà degli ebrei di profanare con la loro presenza e le loro moschee la spianata di al Aqsa (dove pure sorgeva il Tempio ebraico) è un vecchio trucco usato a piene mani dal Gran Muftì di Gerusalemme nel 1919, nel 1926 e nel 1938 per innescare massacri e carneficine nell'allora Mandato britannico (identico alle denunce di profanazione del Corano da parte dei soldati americani che sta agitando la piazza di Kabul). E' stato questo anche il pretesto per l'avvio dell'Intifada nel 2001, che inizi prendendo a pretesto la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata, peraltro autorizzata dal servizio di sicurezza dell'Anp. Nel vuoto di iniziativa di Abu Mazen, nella delusione per una iniziativa contro gli insediamenti che Obama ha prima coraggiosamente avanzato, ma poi non ha difeso, trova dunque spazio anche in Fatah l'abitudinario ritorno al jihadismo che ha sempre caratterizzato il movimento palestinese del Gran Muftì e di Arafat e che Abu Mazen unico leader palestinese apertamente contrario all'Intifada del 2001 era finora riuscito a sconfiggere, almeno nel suo campo.

Carlo Panella, Il Foglio, 28 ottobre 2009


Mazel per Rabin

Sono trascorsi 14 anni da quel 4 novembre del 1995 in cui un attentatore estremista interruppe a un tempo la vita di Yitzhak Rabin e l'avviato processo di pace tra israeliani e palestinesi. A memoria di quel tragico evento il 15 novembre al Parco della Musica Lorin Maazel, sul podio della Symphonica d'italia e del Coro dell'Accademia ceciliana dirigerà nella Sala S. Cecilia un Requiem del tutto singolare. Solisti di canto il soprano Maria Luigia Borsi, il tenore americano Thomas Studebaker, il mezzosoprano Hadar Halevy e la folksinger Karen Hadar. La partitura, scritta dal compositore israeliano Dov Seltzer, fa risuonare lo shofar, strumento musicale ebraico, e tre colpi di timpano ad evocare i tre colpi di pistola dell'attentato. A promuovere il concerto è l'Associazione Amici del Museo di Israele a Gerusalemme presieduta da Marilena Francese: lo scopo è quello di realizzare un'integrazione tra culture diverse attraverso lo studio dell'arte in età verde. A illustrare la singolare partitura (come è noto il Requiem appartiene alla tradizione cattolica) è lo stesso compositore. «Nella tradizione ebraica non esiste qualcosa di analogo al Requiem - racconta Seltzer - Vi sono per canti per i morti, ma volevo esprimere qualcosa di più grandioso. Per questo ho scelto di fare un Requiem, prendendo testi analoghi a quello della Messa di morti. Invece del Dies irae c'è, ad esempio, una preghiera medioevale che evoca il giorno del giudizio. Ma il mio è un Requiem quasi laico, perché oltre alle preghiere e ai passi della Bibbia ci sono anche passi di poeti laici sia antichi che del nostro tempo. Per il Gloria ho usato testi che inneggiano all'eroe, perché per noi Rabin è stato l'eroe della pace, avendo lottato molto per la pace». Questa prima italiana è stata preceduta da due esecuzioni a partire dalla prima di Tel Aviv nel 1998, seguita da quella della New York Philharmonic. «Dopo Metha a Tel Aviv e Masur a New York - racconta sempre il compositore - ancora un grande direttore che inizia per M come Maazel. E chissà che la prossima volta non tocchi anche a Muti. La forma è importante in questo Requiem: da una parte c'è il lutto e il dolore, la rivolta contro la violenza e la speranza di pace, l'ammirazione per un grande uomo».

Lorenzo Tozzi, Il Tempo, 28 ottobre 2009 

 
 
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notizieflash    
 
 
Arresto delle trattative fra Hamas e Israele                                        
per il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit
Gaza, 28 ott -
Nessun passo avanti è stato registrato nei negoziati indiretti fra Israele e Hamas per il rilascio del caporale israeliano Gilad Shalit rapito nel giugno del 2006. A confermarlo è stato Osama al- Mzeini, un dirigente di Hamas, per mezzo del sito web Brigate Ezzedin al-Qassam. Lo stallo, ha spiegato al-Mzeini, deriva dall'opposizione di Israele a includere 125 detenuti palestinesi in una lista di 450 responsabili o autori di attentati che dovrebbero essere liberati in cambio di Shalit. Da parte sua in portavoce del braccio armato di Hamas, Abu Obeuda ha avvertito: “Gli sforzi di Hamas di rapire altri soldati israeliani non sono mai cessati”. Lo scambio di messaggi fra Hamas ed Israele è mantenuto da emissari egiziani e da uno o più mediatori dei servizi segreti della Germania.


Gli Stati Uniti e il processo di pace in Medio Oriente
Hillary Clinton in Israele per rianimare le speranze
Gerusalemme, 27 ott -
Hillary Clinton si recherà presto in Israele per una missione lampo. Scopo della missione: cercare di rianimare le speranze di rilancio del processo di pace in Medio Oriente. La notizia è stata resa nota dall'agenzia online israeliana Ynet secondo la quale la Clinton incontrerà domenica il premier Benyamin Netanyahu per provare a riprendere per i capelli la situazione e a promuovere una qualche svolta. La visita di Clinton precederà quella - già fissata nei giorni scorsi - dell'emissario della Casa Bianca, George Mitchell, protagonista in questi mesi di innumerevoli spole. Alle due missioni fanno da sfondo gli echi di malcontento saliti negli ultimi giorni dall'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas), che secondo alcune fonti avrebbe ventilato la possibilità di dimettersi o comunque di non ricandidarsi alle elezioni indette per il 24 gennaio. Le minacciate dimissioni appaiono come una sorta di ultimo avviso agli Usa - che in Abu Mazen hanno avuto finora un interlocutore docile e difficilmente sostituibile in campo palestinese - e che sarebbero il frutto della delusione causata dall'affievolimento delle pressioni esercitate inizialmente dalla nuova amministrazione di Washington nei confronti del governo Netanyahu sul  congelamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme Est. 
 
 
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