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L'Unione informa
 
    1 gennaio 2010 - 15 Tevet 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Roberto Colombo, rabbino Roberto
Colombo,

rabbino 
Iaakov prima di morire cercò di comprendere il modo e il tempo della redenzione di Israele, allora la presenza di Dio si allontanò ed egli perse la sua forza profetica. Secondo molti Maestri il segreto della redenzione gli fu così negato, io credo, invece, che gli sia stato rivelato. Quando Dio sembra essere lontano e l'ebreo abbandonato, allora inizia la rinascita, il ritorno in terra d'Israele e la redenzione. (Kolonimos Kalmish - Lezione nel Ghetto di Varsavia)
Aspettando la fine di questo cupo 2009, finisco di leggere l'ultimo libro di Antonia Arslan, La strada di Smirne. La storia raccontata dalla scrittrice italo-armena parte da dove si era interrotto il suo libro precedente, La fattoria delle allodole: è cioè la tragedia del genocidio armeno raccontata magistralmente attraverso le sua storia famigliare. La strada di Smirne ci racconta della sorte dei sopravvissuti, e della fine di molti di essi nell'incendio devastante con cui nel 1922 il generale Kemal Ataturk si sbarazzò di Smirne, la seconda città della Turchia, e delle sue minoranze. Una storia tragica, scritta con passione, pietas e un briciolo di magica levità. Leggetela, in questo 2010 che auguro a tutti sereno, e migliore del decennio che lo ha preceduto.  Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  Wing 09 - Giovani ebrei d’Europa sulle nevi del Piemonte

Wing 09Si svolge in questi giorni sulle montagne delle Olimpiadi di Torino 2006 un evento che per molti è ormai diventato un appuntamento fisso delle vacanze invernali, la Wing, Winter International Gathering, una settimana di svago per giovani dai 18 ai 35 anni provenienti da tutta Europa e non solo.
Organizzato dall’Unione giovani ebrei d’Italia, dall’ungherese Danube Weinberg Region e dalla Swiss Union of Jewish Student, con la collaborazione dell’American Jewish Joint Distribution Committe (JDC), questo campeggio rappresenta davvero un unico nel suo genere. “È un progetto che costituisce esattamente il tipo di iniziativa che il JDC appoggia - spiega Lela Sadikario rappresentante della JDC a Budapest - è molto importante che ci siano occasioni di incontro fra le comunità ebraiche di paesi diversi, specialmente tra i giovani. È bellissimo vedere come i movimenti giovanili delle varie nazionalità abbiano imparato a lavorare fianco a fianco, senza che ci sia un’organizzazione leader sulle altre, e i risultati degli sforzi comuni si percepiscono. Non ho mai incontrato una motivazione e un impegno così forte da parte di tanti ragazzi che, non va dimenticato, sono tutti volontari” conclude.

Wing 09L’edizione di quest’anno ha raccolto più di 270 persone e partecipando si capisce bene la ragione di questo successo. Agli “wingers” infatti, le attività offerte sono molteplici e davvero per tutti i gusti. Per gli sportivi ci sono le piste da sci, i 400 chilometri del complesso sciistico della Via Lattea, per chi con gli sci non ha un buon rapporto c’è il pattinaggio, i racchettoni, le lezioni di danza. Sono numerosi i workshops, in cui vengono approfonditi diversi temi legati all’attualità e all’ebraismo, sia durante la giornata che alla sera, per dare la possibilità anche a chi in montagna non può rinunciare allo sport di allenare anche la mente oltre al fisico. E quando a partecipare al dibattito sono ragazzi di una decina di paesi diversi (a discutere a proposito del significato del referendum svizzero sulla costruzione di nuovi minareti, per esempio, erano ungheresi, svizzeri, bulgari, tedeschi, francesi, italiani, austriaci con un relatore svizzero-israeliano) l’interesse è assicurato, e anche qualche tono acceso, che per rendere stuzzicante una conferenza non guasta mai.
Parlando di serate sicuramente quelle proposte dallo staff Wing rappresentano un pezzo forte della vacanza. Quest’anno ci si ispira al mondo del cinema e così tutti si ritrovano lugubri e spaventosi per la serata horror o super eleganti per quella di Casino Royale, per non parlare degli irresistibili sketch del Talent Show.
Tutto questo in attesa dello Shabbat, che rappresenta un momento di grande coinvolgimento e condivisione.
“Siamo molto soddisfatti di come stanno andando questi giorni - spiega Tana Abeni responsabile dell’organizzazione della Wing - ogni anno i partecipanti sono stati più numerosi, specie dall’Italia, ed è cresciuto anche il numero di membri dello staff. Questo dimostra quanto il progetto della Wing sia vincente, perché a chi la conosce viene voglia di contribuire per renderla ancora più speciale”.
 
Rossella Tercatin 
 
 
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  Un anno di sport ebraico - Il pagellone
 
Quella che è appena terminata è stata un’annata densa di soddisfazioni per lo sport israeliano e per molti atleti ebrei di fama internazionale, in particolare Michael Phelps e Yuri Foreman. Non sono mancate, tuttavia, alcune cocenti delusioni. Come la disfatta del Maccabi Haifa in Champions League. Diamo volti e voti a questa lunga stagione di emozioni.
 
PhelpsMICHAEL PHELPS (NUOTO) - Il cannibale di Baltimora ha confermato anche negli scorsi mesi di essere pressoché imbattibile. I cinque ori e l’argento conquistati ai Mondiali di Roma sono la riprova ulteriore di una superiorità schiacciante. Gli avversari si augurano che arrivino in fretta i Giochi Olimpici del 2012, al termine dei quali, con loro somma gioia, Michael si ritirerà dall’attività agonistica.
Voto: 10

BergmannGRETEL BERGMANN (SALTO IN ALTO) - Alla tenera età di novantacinque anni si vede riconoscere il record nazionale tedesco da lei stabilito nel 1936 e non omologato dal regime nazista che voleva punirla in quanto ebrea. Meglio tardi che mai.

Voto: 10

BergmannNAZIONALE ISRAELIANA (TENNIS) - Dudi Sela, Harel Levy, Andy Ram, Jonathan Erlich e Eyal Ran. Ecco i nomi dei fabolous five che sono riusciti ad approdare alle semifinali di Coppa Davis, traguardo che non era mai stato raggiunto nella storia del tennis “made in Eretz”.
Voto: 9

ForemanYURI FOREMAN (BOXE) - Dalla Bielorussia con furore. Il pugile aspirante rabbino ce l’ha fatta. A novembre si è laureato campione del mondo nella categoria superwelters. C’è chi pensa che la boxe di Yuri sia noiosa, ma i risultati gli hanno dato indiscutibilmente ragione.

Voto: 9

CasspiOMRI CASSPI (BASKET) - Giocare nella Nba è il sogno di milioni di ragazzi. Omri è riuscito a realizzarlo in ottobre, diventando il primo israeliano a calcare i parquet della spettacolare lega professionistica statunitense. Mix perfetto di carisma, agonismo e forza fisica, non ha fatto fatica a farsi notare dai dirigenti dei Sacramento Kings, che in lui ripongono molte speranze.
Voto: 9

HapoelHAPOEL TEL AVIV (CALCIO) - Nes Gadol Haya Po. La trionfale cavalcata nella prima parte dell’Europa League rappresenta un vero e proprio miracolo sportivo. Il prossimo ostacolo sulla strada degli uomini di Gutman sarà il Rubin Kazan, club che ha messo alle corde Inter e Barcellona. Doppia sfida bella tosta, ma sognare il passaggio del turno non è utopia.
Voto: 8 e 1/2

PagelloneYOSI BENAYOUN (CALCIO) - Il bambino di Dimona è ormai definitivamente entrato a far parte della ristretta cerchia dei fuoriclasse. Sempre più prolifico e decisivo, la sua consacrazione è una delle poche note liete nell’annus horribilis del Liverpool. Un goal (inutile) contro la Fiorentina corsara ad Anfield Road.
Voto: 7 e 1/2

PagelloneNIMROD MASHIAH (WINDSURF) - Grazie ai consigli di Gal Fridman, ex medaglia d’oro di Atene 2004, Nimrod ha ottenuto la medaglia d’argento ai Mondiali di Weymouth. L’exploit ha entusiasmato Israele. L’allievo sarà in grado di raggiungere il maestro?
Voto: 7

PagelloneDIMITRY SALITA (BOXE) - Star of David, questo il soprannome di Dimitry, non ce l’ha fatta ad emulare l’impresa dell’amico e collega Foreman. Sconfitto in pochi secondi da Amir Khan, la cintura dei pesi welterweight è rimasta solo un miraggio.

Voto: 6-


PagelloneDAVID BLATT (BASKET) - Agli ultimi Europei era lecito aspettarsi qualcosa di più dalla Russia campione in carica. Ed invece è arrivato un settimo posto piuttosto insipido. Non poche le responsabilità del coach di Louisville, che nel recente passato è stato alla guida della nazionale israeliana.
Voto: 5 e 1/2

PagelloneMACCABI HAIFA (CALCIO) -  Mentre l’Hapoel Tel Aviv macinava gioco e risultati in Europa League, il Maccabi stentava nel salotto buono del football. Altri avversari, certo, ma zero punti e zero goal fatti in sei partite di coppa rappresentano un record negativo difficilmente eguagliabile.
Voto: 5

PagelloneMACCABI TEL AVIV (BASKET) - Una volta i gialloblu erano uno squadrone. L’edizione passata dell’Eurolega, invece, li ha visti uscire in malo modo dalla Top 16. Nello scorso autunno le cose sono andate un po’ meglio anche se è presto per parlare di rinascita. A turbare l’ambiente la notizia del suicidio dell’ex general manager Moni Fanan.
Voto: 5

PagelloneJOSE PEKERMAN (CALCIO) - Quando solo tre anni prima eri il commissario tecnico della seleccion argentina e adesso vieni esonerato dai messicani dell’Universitario de Nuevo Leon vuol dire che la tua carriera di allenatore ha probabilmente imboccato il viale del tramonto. Per lo stagionato José è giunta l’ora di farsi da parte. Largo ai giovani.
Voto: 4 e 1/2
 
Adam Smulevich
 
 
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Anno nuovo, vita nuova? Se ne sente forse il bisogno? Il 2009 si chiude con un bilancio ad intermittenza, assai poco premiante sul piano economico e non meno problematico su quello politico, sia a livello internazionale che nazionale. Nel nostro paese abbiamo registrato con crescente preoccupazione il montare di un clima di insicurezza che ha dato voce e spazio ad intolleranze assortite, di varia natura, orientate perlopiù verso i segmenti maggiormente fragili, poiché meno protetti, della società, a partire dagli immigrati. Non ci interessa il richiamo all’esercizio rituale dei buoni sentimenti. Di certo, però, non possiamo non cogliere le ripetute manifestazioni di insofferenza come il segno di una più profonda crisi della coesione sociale, ovvero di quel collante, in sé indefinibile ma sempre all’opera, che fa sì che una comunità sia vivibile non malgrado la presenza di diversità ma anche e soprattutto grazie ad esse. Ed allora vale pena di domandarsi, anche alla luce di questo incipit, se esista un articolo, uscito nell’anno appena trascorso, ovvero un testo pubblicistico breve ma intenso, che riesca a fotografarne gli aspetti più grigi e, quindi, insidiosi. Senza andare troppo indietro troviamo nella lettera-editoriale di Shulim Vogelmann, pubblicata da la Repubblica mercoledì scorso, alla quale hanno fatto da riscontro le repliche, raccolte da Michela Marzano e pubblicate sulla medesima testata il giorno successivo, una sintesi di quanto stiamo pensando. Poiché, al di là della peculiarità e della specificità dell’evento che racconta, raccoglie con una impressionante lucidità descrittiva, tutti gli elementi non di una generica intolleranza bensì di una specifica (e come tale diffusa perché onnipervasiva) insofferenza che, come oggi può colpire un portatore di handicap, domani si rivolgerebbe senza troppi problemi né complimenti, verso altri, intercambiabili obiettivi. Al solito, evitiamo improprie analogie ma anche troppo facili assoluzioni verso l’altrui condotta, più che opinabile. Si tratta di frammenti di un mosaico che, se ricomposto, risulta assai più grave di quanto, la nostra indulgenza, non sia disposta a riconoscere. La fredda e metallica distanza dei funzionari pubblici, priva di qualsivoglia empatia; la stigmatizzazione di una diversità che, per il fatto stesso di esistere, diventa la cifra di una immediata alterazione dell’ordine costituito; il silente, vergognato ma soprattutto impotente sguardo del pubblico, che è tale proprio perché non agisce né, tanto meno, reagisce; l’imbarazzo dei più, che si scioglie solo quando l’elemento di turbativa (non la prevaricante manifestazione degli uni ma la dolente presenza dell’altro, colui che ha i soldi ma non il biglietto) scompare dalla scena; l’intervento solitario di un testimone che, spontaneamente, denuncia l’aberrazione della condotta subendone una sorta di rivalsa per parte di coloro che, ricorrendo al proprio status e ai codici che lo proteggono, cercano di azzerarne le legittime rimostranze; il vittimismo di uno dei funzionari pubblici, che ribalta il proprio ruolo rivestendolo dei panni di parte lesa; più in generale, quella torbida miscela tra tracotanza, impotenza, inibizione collettiva e percezione di una abuso non malgrado ma per il tramite della stessa legge, è il propellente di qualsiasi sciagura prossima ventura. Il fatto che riguardi il prosieguo del viaggio di un portatore di handicap o, in prospettiva, il destino della sua esistenza (e della nostra, di donne e uomini che si vorrebbero liberi) è solo questione di scala, ovvero di circostanze e misura, l’una e l’altra variabili in base al caso. Se non si capisce ciò, parte fondamentale di quanto Shulim Vogelmann va raccontando, nulla si coglie dei pericoli che ci accompagnano e men che meno ci si può dare ragione del coraggio di un giusto. Il quale, detto per inciso, può confidare di salvare solo se stesso poiché gli altri sono già perduti. E non lo sono solo i ciechi esecutori di una istanza burocratica disumanamente imposta ma anche e soprattutto i silenziosi spettatori di quella offesa. Detto questo, proseguiamo oltre poiché la settimana che va concludendosi ci indica quanto sia tornato di drammatica attualità il tema, peraltro mai esauritosi, del terrorismo internazionale. L’attentato, fortunosamente sventato, sul volo diretto a Detroit, richiama a tutta una serie di interrogativi, legati soprattutto alla figura del terrorista che intendeva esplodersi in volo. Non di meno demanda alla connection che animerebbe il network salafita e qaedista, il quale rivela, in virtù della sua natura “fluida”, di sapersi adattare alle mutate condizioni dello scenario internazionale. Affrontiamo però i temi con ordine. L‘aspirante (e per fortuna fallito) kamikaze, non troppo diversamente peraltro dai figuri che avevano portato a termine le stragi dell’11 settembre 2001, risponde ad una fisionomia eclettica rispetto a quella che abitualmente si ascrive a chi si adopera in tali, efferati gesti. Ne parla con cognizione e compiutezza Adriano Prosperi su la Repubblica di mercoledì 30 dicembre. Abbiamo a che fare con un esponente della classe borghese, apparentemente estraneo da quell’humus, fatto di ignoranza culturale, marginalità sociale, risentimento morale e subalternità economica che si pensa stia dietro (o dentro?) a chi si faccia armare la mano per compiere violenze gratuite e del tutto ingiustificate. In realtà le due cose non sono antitetiche, costituendo semmai facce dello stesso fenomeno: se alle reclute rurali, povere e ignoranti, che vengono incaricate di farsi esplodere con una qualche autobomba, basta fornire l’illusorietà di un paradiso futuro che sanerebbe qualsiasi senso di afflizione presente, e se agli adepti di qualche madrassa può bastare l’inculcare il precetto che «Dio lo vuole», al giovane ingegnere bisogna, non di meno, solleticare un qualche spirito di rivalsa che, se ne può stare certi, alligna da sempre in lui. Sia chiaro una volta per sempre che ciò che chiamiamo “cultura” non basta ai più per darsi una ragione di sé e delle proprie sofferenze (e insofferenze). In altre parole ancora, la modernità coesiste con la barbarie non costituendone per nulla l’antidoto. Insomma, tutto si tiene ed è questo un grosso problema poiché dimostra, ancora una volta, la pervasività del discorso terroristico, la capacità di attrarre quel tanto che basta per tradursi in atto, individui e gruppi tra di loro anche eterogenei ma accomunati dal precetto dell’odio che costituisce un collante universale. Con l’aggravante, per così dire, che dobbiamo però trasportare questa riflessione, in sé non inedita, nel contesto dell’Islam dell’emigrazione, poiché è anche da lì che si manifestano pulsioni distruttive. Il terrorismo internazionale è, da questo punto di vista, un attore del nostro tempo poiché è completamente deterritorializzato, anche se basa la credibilità delle sue rivendicazioni rimandando a quel Dar-al-Islam, a quella terra consacrata poiché investita del messaggio maomettano, che è da intendersi oltre che come concreto luogo fisico anche come spazio simbolico, potenzialmente dilatabile all’infinito. Tra gli eventi che stanno tenendo banco c’è poi la vicenda dolorossima delle convulsioni politiche dell’Iran. Su quale sia il migliore sostegno di quella che di fatto è oramai una dittatura si legga l’articolo comparso sul Wall Street Journal di ieri a proposito di «Europe’s Trade with Iran’s Butchers». Significativo il passaggio dove tale Daniel Bernbeck, «head of the German-Iranian Industry Group» afferma, con serafico nominalismo, che «non stiamo [l’Europa] facendo business con l’Iran, ma con le compagnie iraniane. Non stiamo sostenenendo il governo». Una giustificazione vecchia come ciò che deve coprire, a partire dalla propria cattiva coscienza. Su Teheran, sull’«onda verde», sul fascismo islamico di Ahmadinejad e degli ayatollah molto si è scritto e ancora si scriverà, ne siamo certi. Citiamo, tra la grande messe di articoli, le interviste alle miti e coraggiose  Shirin Ebadi e Azar Nafisi, comparsa la prima sul Sole 24 ore di ieri, la seconda sul Giornale di ieri l’altro. Ad esse aggiungiamo le scarne, condivisibilissime considerazioni di Andrea Garibaldi, sul Corriere della Sera, sempre di mercoledì 30 dicembre. Iniziamo quindi l’anno con le sue parole, a tratti molte amare, che recitano quasi un «de profundis» rispetto a chi, come noi, continua a credere che sapere voglia dire potere: «sapere tutto e subito ci toglie la sensazione di intuire o capire qualcosa, come avveniva attraverso carta stampata, foto, testimonianze dirette. Ci colpisce e ci fa sentire impotenti. Sapere tutto e subito dà la sensazione che cambiare il mondo non è più possibile, non dal basso perlomeno».
 
Claudio Vercelli

 
 
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Razzi sulla cittadina di Netivot, nel Neghev                                      
Gerusalemme, 31 dic -
Due razzi sparati dalla Striscia tornano a colpire Israele. Sono caduti questa notte nella cittadina di Netiot, nel Neghev. Non ci sono state vittime. E' la prima volta che razzi cadono su questa cittadina dalla conclusione, un anno fa, dell'operazione Piombo Fuso. I lanci al momento non sono stati rivendicati da nessuna organizzazione palestinese.

Tel Aviv, record di resistenza in un blocco di ghiaccio

Tel Aviv, 1 gen -
Nuovo record. E' entrato nel Guinnes dei primati l'israeliano di 29 anni, Hezi Din, che si era introdotto martedì in un vistoso blocco di ghiaccio, a breve distanza dal luogo dove fu ucciso Yitzhak Rabin, ne è emerso la scorsa notte, a pochi minuti dall'inizio, in Israele, del 2010. Sessantaquattro ore di resistenza all'interno di un blocco di ghiaccio. Il giovane - che indossava solo un paio di blue jeans e una maglietta - appariva stremato e non ha rilasciato dichiarazioni. I suoi collaboratori lo hanno subito caricato su un'ambulanza che lo ha trasportato in un vicino ospedale per essere sottoposto a esami. L'iniziativa non è nuova, esisteva un vecchio record, per la medisima attività, sessantatre ore di resistenza nel ghiaccio, era stato stabilito da David Blaine nel 2000 a Times Square, New York. Essendo noto Din in Israele per le sue qualità di mago e illusionista, il quotidiano israeliano Yedioth Aharonot ha commentato ironicamente l'evento: "Se davvero dispone di poteri sovrannaturali - scrive il giornale - che resti 64 ore nel centro di Tel Aviv senza prendersi una multa".
 
 
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