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L'Unione informa
 
    8 gennaio 2010 - 22 Tevet 5770   
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  roberto colombo Roberto Colombo,
rabbino
Gli ebrei arrivano in Egitto in settanta ma solo di dodici di essi si comunica il nome. E’ triste constatare che lontano dalla sua terra o dalla sua cultura Israele è destinato ad assistere alla perdita d’identità di gran parte dei suoi componenti, che si trasformano in un numero privo di nome. (Rav Benni Lau)
Il massacro in Egitto di sei cristiani copti che uscivano dalla messa del Natale, dopo giorni di grandi tensioni e minacce, è un evento luttuoso per quanti hanno a cuore la libertà di religione e di coscienza e un segnale preoccupante di uno scontro che diventa sempre più violento e in cui tutti quelli che non sono islamici, cioè cristiani, ebrei, ma anche musulmani tiepidi e troppo laici, sono considerati nemici dall'Islam radicale. Nulla di nuovo in tutto questo, certo, tranne quei cadaveri di ragazzi usciti dalla chiesa, sempre diversi, sempre nuovi, loro. Quando la situazione ha cominciato a precipitare così, non erano forse ancora nati. E altri ne verranno, mentre la polizia non li difenderà, come è successo ieri, e mentre le autorità si affanneranno a trovare sempre nuove scuse "private" - una resa dei conti, la reazione a uno stupro, odi famigliari, chissà? - a quello che è solo un altro episodio di una insensata e terribile guerra politico-religiosa. Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  american jewishLa narrativa ebraico-americana. Perché ha senso raccontare sempre la stessa storia

Non è una novità che gli ebrei raccontino sempre la stessa storia. Chiunque abbia partecipato alle celebrazioni per Simchat Torah sa che quando la congregazione finalmente arriva all'ultima frase della Torah, prende un profondo respiro, gira su se stessa un paio di volte, beve un bicchierino, e poi, senza indugio, rinizia la lettura dal principio.
Così non ci vuole la critica per notare che la narrativa ebraico-americana è, nello stesso modo, fondamentalmente ripetitiva. Sin da quando gli ebrei americani hanno iniziato a scrivere romanzi, nella metà del XIX secolo, hanno ripetuto quasi ossessivamente le stesse trame. Con la pubblicazione del mio libro American Jewish Fiction: A JPS Guide ho voluto offrire ai lettori un senso del perché gli scrittori hanno fatto così. Decidendo quali libri trattare e quali invece escludere, ho cercato non soltanto di rappresentare la varietà all'interno di questo canone, ma anche evidenziare le sue storie chiave, quelle che ritornano di generazione in generazione.
Perché gli ebrei americani continuano a scrivere e a leggere le stesse storie?
In alcuni casi, la risposta è chiara. In un certo senso l'esperienza ebraico-americana inizia su un molo d'Europa e di conseguenza moltissimi romanzi raccontano storie d'immigrazione.
Charles Reznikoff, per esempio, in By the Waters of Manhattan (1930) dedica metà delle pagine al Paese natio, mentre Call it Sleep (1935) di Henry Roth inizia con il protagonista che sbarca da una nave. Maestri come Sholom Aleichem e Franz Kafka scrissero storie sul loro arrivo in America (l'ultimo senza mai mettere piede sul nuovo continente); più tardi, in inglese e yiddish, gli scrittori descrissero il destino dei rifugiati e dei profughi, come fece I.J. Singer in Di mishpokhe Karnovski (1943).
Il discorso sulla dislocazione è stato così centrale nell'esperienza ebraica che un critico di fama come Irving Howe dichiarò che nel momento in cui gli ebrei avrebbero perso la memoria delle personali e famigliari storie d'immigrazione, non sarebbero stati più capaci di produrre opere letterarie di rilievo.
Howe si sbagliava - così come tutti gli studiosi di letteratura ebraico-americana hanno dimostrato - per almeno due ragioni. Primo, l'immigrazione non è mai finita e giovani immigrati come Gary Shteyngart e Anya Ulinich hanno recentemente ridato vita al genere raccontando con sarcasmo l'incontro post-sovietico con gli Stati Uniti. Secondo, l'immigrazione è soltanto uno dei temi intorno ai quali gli ebrei girano in continuazione.
Ancora più regolarmente rivisitata è la trama, eufemisticamente definita, dell'amore interculturale. Tutti ricordano l'Alexander Portonoy di Philip Roth e la sua passione per le bionde non ebree: dal Nathan Mayer di Differences (1867) in poi, gli scrittori hanno consumato litri di inchiostro sulla questione dell'uomo ebreo che frequenta donne non ebree, dentro e fuori dal letto. Gli scrittori maschi non sono stati gli unici a raccontare le relazioni tra ebrei e non ebrei: iniziando con Other Things being Equal di Emma Wolf, la stessa storia d'amore è stata raccontata quasi lo stesso numero di volte con i generi rovesciati.
E' chiaro perché questo tema ritorna ancora e ancora: come ha fatto notare Leslie Fielder in Love and Death in the American Novel (1960), storie d'amore tra due individui provenienti da contesti diversi servono come veicolo per meditare sui gruppi che quegli individui rappresentano. Quale maniera migliore per mettere in vita sulla pagina il rapporto d'amore tra gli Ebrei e l'America che investirlo con i dettagli di un corteggiamento sessuale? Centrale, questo aspetto della narrativa ebraico americana ha radici che risalgono, nei testi ebraici, a Giuseppe e la moglie di Putifarre o a Sansone e Dalila..
Altri temi ricorrenti nella fiction ebraico americana sono la Shoah e la sua memoria, Israele e il sionismo, la Kabbalah e il misticismo e l'eredità degli ebrei impegnati politicamente a sinistra. Questi soggetti ritornano nella narrativa perché sono presenti in tutti gli altri forum nei quali gli ebrei si riuniscono per discutere di identità, tradizione e credenze: nelle scuole, nelle sinagoghe, sui giornali e sulle riviste.
Storie che si concentrano su questi elementi della storia e della vita ebraica forniscono significati per gli ebrei di oggi e proiettano una visione di autenticità ebraica in un mondo che fa fatica a definire l'ebraicità. E' soltanto una questione di gusti se un autore sceglie un soldato dell'esercito israeliano, un mistico, un radicale o un sopravvissuto come il suo ebreo ideale.
Con rare eccezioni, gli autori della fiction ebraico americana sono ritornati a queste storie con insistenza nel corso delle loro carriere. Ancor di più, però, l'aspetto più intrigante di questa letteratura, considerata nel suo insieme, è la sua spinta costante a ri-immaginare l'esperienza ebraica, a riformularla continuamente nei suoi termini più contemporanei. Non mi spingo a dire della narrativa ebraico americana quello che Ben Bag Bag dice della Torah nel Pirkei Avot - non è proprio vero che c'è tutto dentro - ma le storie che i suoi autori raccontano sono così pienamente rilevanti per le nostre vite che vale la pena tornarci e ritornarci, ancora e ancora.

Josh Lambert, The Forward

(versione italiana di Rocco Giansante)  
 
 
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  miltgrossMilt Gross e lo Yiddishe Santa

Con la stagione invernale non può mancare un ricordo per Milt Gross, eccezionale fumettista e animatore del primo cinquantennio del Novecento.
Era nato nel Bronx anno 1895, dopo aver prestato servizio nell’esercito statunitense nella prima guerra mondiale, era entrato nello studio dell’artista T. A. Dorgan (1877-1929) che lo introdusse nel giro del New York Journal dell’editore William Randolph Hearst, sicuramente famoso per il film di Orson Welles Citizen Kane, ma anche per aver pubblicato le comics-strip di  Winsor McCay, George Herriman, Hal Foster e tanti altri. Nel giornale di Hearst pubblica la serie Phool Phan Phables. Da quel momento Gross creerà una serie di storie a fumetti di grande successo, trasformate anche in animazioni e trasmissione radiofoniche.

miltgrossMilt Gross è uno degli ultimi autori statunitensi di origine ebraica che diedero vita a una parentesi del fumetto yiddish americano all’inizio del Novecento. Le caratteristiche essenziali erano l’uso spesso distorto della “lingua mamma” con combinazioni assai divertenti sia nella struttura della frase che nella pronuncia delle parole inglesi e l’anatomia dei personaggi dove i nasoni spesso facevano da padrone a tal punto che ancora oggi nella animazione stile Hanna & Barbera o Warner Bros è possibile vedere tracce evidenti della creatività di autori come Gross. A questo si aggiungeva il proverbiale umorismo della yiddishkeit.
Sul piano linguistico l’autore newyorchese ha ricoperto un ruolo importante a tal punto che esiste uno studio specifico sul suo linguaggio (Is Diss a System?: A Milt Gross Comic Reader di Ari Kelman), infatti Gross costruì il suo successo proprio sul recuperare e giocare sulle mutazioni e storpiature linguistiche degli emigranti della lingua inglese.

miltgrossA Milt Gross viene attribuita anche la prima graphic novel, esperimento che non ebbe fortuna, per poi tornare negli anni settanta con Will Eisner che ne sarà il consapevole e cosciente ideatore. Siamo partiti parlando del Natale, è doveroso quindi ricordare che questo breve excursus su Milt Gross è dovuto alla sua versione de “The Night Before Christmas” in “De Night in de Front from Chreesmas” (1927) che può essere letto e ascoltato sul sito Tablet Magazine. Un vero poema in rima dove le parole inglesi vengono assorbite e frullate dentro una lingua che si compone - come scrisse Kafka - solo di parole straniere. Queste, però, non riposano nel suo seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte.

Andrea Grilli
 
 
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rassegna stampa    
 
 
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La rassegna stampa odierna parte da una notizia di ieri: le autorità israeliane sono intenzionate a tutelare la lingua ebraica, parlata e scritta, cercando di rafforzarne la conoscenza e, confidiamo, la diffusione. Il problema, va da sé, non riguarda la sola Israele né gli ebrei ma demanda ad una dimensione ben più ampia, dove il teatro di confronto tra idiomi differenti riverbera un più generale conflitto, quello tra egemonie culturali distinte. La lingua è il vettore non solo della conoscenza e lo strumento principe della comunicazione ma l’abitacolo culturale dentro il quale cresciamo e maturiamo, costituendo, e condividendo, con i nostri pari, una idea del mondo e di noi stessi. Dentro la lingua sta il pensiero e il pensare. Non è un caso, allora, se la “costruzione” dell’ebraico moderno – lingua, al contempo, pontiere e cantiere: pontiere tra ebraismi distinti e cantiere aperto a ulteriori evoluzioni – sia un esempio di quello che la cultura anglosassone chiama «national building», ovvero l’insieme dei processi, molto spesso lunghi non meno che complessi, con i quali si arriva alla costituzione di una identità nazionale. Israele non sarebbe ciò che conosciamo se l’opera di Eliezer Ben Yehuda, e dei suoi epigoni, non avesse avuto felice e fattivo corso nel volgere di circa trent’anni. Ma essa, per sua stessa natura, rimane aperta agli apporti del mutamento sociale (che si riflette da subito, con una sorta di inesorabilità, sulle strutture vive di una lingua). Poiché la generazione di un idioma ha accompagnato la creazione di un collettività, ossia non il preesistente popolo d’Israele bensì il sopravveniente popolo israeliano, che era ovviamente tutto di là dall’esserci quando si iniziò a mettere mano alla matassa della sua costituzione. Ben venga, allora, l’idea di promuovere (più ancora che di tutelare) il proprio idioma poiché qualsiasi premessa allo scambio e alla condivisione tra popoli diversi presuppone una identità forte e, al contempo, aperta. È tale ciò che si basa non su una serie di principi ideologici cristallizzati (come avviene nel fondamentalismo) bensì sulla capacità di fare coesistere memoria della tradizione e processo di evoluzione. L’ebraico moderno, che ha affrancato l’idioma dalla sua più stretta declinazione liturgica, ha questa effervescente potenzialità. Il lettore può trovare lo stimolo a queste riflessioni in un “francobollo” comparso sull’Avvenire di giovedì 7 gennaio così come, sempre sulla rassegna di ieri, compare un articolo di Osvaldo Balducci, pubblicato su Liberal, dove prendendo spunto dall’anniversario della nascita di Ludwik Lejzer Zamenof, polacco di origine ebraica, inventore dell’esperanto, vengono dette diverse cose interessanti. Posto questo in esordio, la rassegna stampa di oggi non ci riserva particolari sorprese. Se l’attesa visita alla Comunità di Roma di Papa Benedetto XVI, la settimana entrante, sarà senz’altro oggetto di molti commenti, a quasi vent’anni da quella fatta dal suo predecessore, e se la stampa inizia a scaldare i muscoli in sua previsione, come nel caso odierno di Francesca Nunberg sul Messaggero e di Fabio Isman - quest’ultimo ci offre una breve storia del Tempio maggiore - allo stato attuale delle cose dobbiamo accontentarci di un repertorio non particolarmente effervescente di notizie. Continuano a tenere banco le convulsioni dell’Iran, sulle quali si sofferma l’Espresso con una intervista di Valeria Palermi allo scrittore Kader Abdolah, il quale fa un ritratto piuttosto impietoso dell’attuale situazione a Teheran. Il tema del terrorismo occupa le pagine dei quotidiani di inizio anno. Si parla perlopiù delle misure tecniche per prevenirlo ma il brivido che corre, tra le tante parole che si alternano negli innumerevoli articoli, è l’impronunciabile timore che qualcosa alla quale abbiamo già assistito, una tragedia delle proporzione dell’11 settembre, possa concretamente ripetersi. Non saremmo capaci, in tutta onestà, di farvi adeguatamente fronte poiché molte delle frecce al nostro arco già le abbiamo esaurite nei dieci anni trascorsi, quando la precedente Amministrazione americana intraprese una serie di iniziative militare per affrontare di petto il fenomeno. Pensare di poterlo sradicare una volta per sempre è, purtroppo, una illusione, ancorché più che legittima. Le attività di prevenzione, come quelle raccontate oggi da Nicole Neveh, quando scrive su l’Avvenire nel merito delle misure di sicurezza assunte da Gerusalemme contro ulteriori aggressioni da parte di Hezbollah e Hamas, o da il Foglio riguardo al “muro del Cairo” contro la Gaza fondamentalista, sono imprescindibili ma non sufficienti. Inoltre, ai tragici eventi si sommano, in una sorta di prevedibile ancorché sgradevole psicosi da emulazione, sia le fobie collettive che le pagliacciate individuali, come quelle raccontate da il Giornale riguardo alle intemperanze di un passeggero di un volo americano. Nei desk degli analisti si ragiona invece su quale sia la politica di efficace contenimento che può essere realizzata. L’andamento, assai poco confortante, del conflitto in Afghanistan, insieme alle difficoltà in cui versa il Pakistan – l’asse Afgpak, come certuni l’hanno definito - inducono a pensare che i rischi siano molti. Non di meno, troppo spesso ci dimentichiamo che altri fronti sono aperti, a partire dall’Indonesia, dallo Yemen (ora assurto ad improvvisa “notorietà”), dalla Somalia e, sia pure in misura diversa, da buona parte dei paesi islamici, dove le élite al potere sono duramente contestate attraverso il ricorso, molto spesso, alla lotta armata. Un nuovo capitolo di questa storia ci è raccontato dagli articoli sulle violenze contro la minoranza cristiana copta in Egitto, delle quali si occupa Cecilia Zecchinelli per il Corriere della Sera, con una intervista, sempre sulla medesima testata a padre Giuseppe Scattolin e un articolo di inquadramento di Armando Torno. Anche il Foglio si sofferma su quelle che chiama, con efficace e amara ironia, «le nuove piaghe d’Egitto», con un articolo di cronaca e l’analisi di Carlo Panella. Dovrebbe essere oramai evidente che alla base di tutto ciò si pongono due problemi di fondo, in sé ineludibili: il primo è quello che un tempo si chiamava «questione sociale», ovvero il modo in cui le popolazioni di quei paesi sono coinvolte nella redistribuzione delle ricchezze prodotte. Poiché laddove c’è violenza civile, molto spesso, sussistono disparità e ineguaglianze intollerabili tra i medesimi civili. Da questo punto di vista, il fallimento delle classi dirigenti locali lo si registra propriamente sul metro della incapacità di riuscire a garantire una dignitosa esistenza ai propri connazionali. Non ci si illuda, insomma: se si trascura la cura della comunità una parte di questa si rivolterà contro. Non è il caso di disquisire sulla manipolazione che i vari fondamentalismi fanno del disagio sociale. (Né di abbandonarsi a facili è gratuiti sociologismi.) Va da sé che le cose stiano anche in questi termini, ovvero derivino dall’uso politico della sofferenza altrui. Ma non basta partire da tale premessa per pensare di avere colto il nesso legittimante delle violenze e del terrorismo islamista, che prolifera laddove non c’è speranza per il futuro, coniugandosi al cinismo depresso dei kamikaze con la carta di credito. Uccidere, per molti di costoro, ha la potenza di un afrodisiaco dello spirito. E poiché nessuno nasce cattivo ma molti lo diventano c’è da chiedersi per davvero quale sia la strategia più efficace per spezzare un circuito perverso, necrofilo, che se lasciato a sé rischia di riprodursi all’infinito. Il secondo ordine di considerazioni ha a che fare con un non meno complesso insieme di problemi, riconducibili alla compatibilità tra Islam e democrazia. Non si tratta di una mera questione politica, poiché la democrazia non è solo un insieme di regole da rispettare ma un abito mentale che richiede d’essere indossato ogni giorno, nessuno escluso. E la si pratica solo se si è convinti della intrinseca preferibilità della medesima rispetto ad altri criteri di gestione del conflitto tra interessi. Fino a che punto i paesi nei quali prevale o dominano le culture musulmane la democrazia può avere uno spazio?  Difficile trovare un equilibrio tra il bisogno di risposte e il timore di nuovi, futuri drammi.

Claudio Vercelli

 
 
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notizieflash    
 
 
Israele, decifrata una scritta dell'epoca del regno di David          
Tel Aviv, 8 gen -
Il professor Gershon Galil, uno studioso dell'Università di Haifa,  è riuscito a decifrare quella che si ritiene la più antica scritta ebraica mai recuperata finora, risalente al decimo secolo a.E.V., ossia all'epoca del regno di David. L'Università di Haifa ha spiegato che il testo in questione, era stato tracciato con inchiostro su una terracotta di cui è rimasto oggi un frammento trapezoide di 15 centimetri per 16,5. Quel frammento era tornato alla luce un anno e mezzo fa a Khirbet Qeiyafa, nella valle di Elah a sud-ovest di Gerusalemme. Dall'esame della composizione delle parole (alcune tipicamente ebraiche) e dal contenuto del testo (una esortazione al sostegno sociale dei più deboli, fra cui vedove, orfani e schiavi) il professor Galil ha concluso che l'autore si esprimeva in ebraico. Secondo il quotidiano Maariv le conclusioni del professor Galil potrebbero avere importanti ripercussioni nello studio della Torà. Molti studiosi ritengono che il suo nucleo centrale sia stato scritto nel terzo secolo a.E.V. Ma adesso, alla luce della decifrazione della antica scritta, si apre la possibilità teorica che alcune porzioni della Torà siano state scritte diversi secoli prima. 

Netanyahu: niente più concessioni a Hamas
per la liberazione di Shalit
Gerusalemme, 8 gen -
Nuova battuta di arresto nei negoziati indiretti fra Israele e Hamas per uno scambio di prigionieri con i quali lo Stato ebraico cerca di recuperare il caporale Ghilad Shalit, prigioniero a Gaza dal 2006. Secondo la stampa di oggi il premier Benyamin Netanyahu ha ordinato al negoziatore israeliano Haggai Hadas di non avanzare a Hamas ulteriori proposte dopo quelle offerte due settimane fa, che prevedono la liberazione di centinaia di palestinesi condannati per terrorismo. Netanyahu esige che costoro, una volta liberati, siano messi in condizione di non nuocere agli israeliani mediante la loro espulsione all'estero o con un confino a Gaza. Idee che a quanto pare Hamas respinge ancora. Una fonte di Hamas ha commentato che le condizioni avanzate per la liberazione di Shalit non saranno modificate e che Israele sarà costretto ad accettarle. Nel frattempo, dopo una pausa legata alle festività di fine anno, è ripresa in questi giorni la spola fra Hamas ed Israele intrapresa da un mediatore tedesco. 
 
 
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