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L'Unione informa |
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12 gennaio 2010 - 26 Tevet 5770 |
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alef/tav |
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Roberto Della Rocca, rabbino |
Moshè
è indicato in tutta la letteratura rabbinica con dieci nomi, tra i
quali quello datogli dalla madre naturale che è Tovia, perché il testo
dice “e la madre vide che era buono - Tov ”. Per tutta la vita e per
tutte le generazioni però vuole essere conosciuto solamente come Moshè,
il nome che gli ha dato la figlia del Faraone, imprimendo così presso
il suo popolo il valore della riconoscenza. Il gesto di Moshè è una
delle più grandi dimostrazioni di quanto si debba essere riconoscenti
alle persone che ci hanno fatto del bene. Noi ebrei non chiamiamo Moshè
il nostro santo, non lo chiamiamo neanche il nostro profeta, lo
chiamiamo “Moshè Rabbenu” Moshè il nostro Maestro; questo perché ci
sforziamo di ripetere quello che lui ci ha insegnato. | |
La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. (Albert Einstein) |
Vittorio Dan Segre,
pensionato |
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davar |
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Oliver Stone riscrive la storia e Hitler diventa un capro espiatorio
Ormai
è una certezza: il revisionismo storico è sempre più di moda. E non si
ferma solo a sedicenti storici come David Irving, ma fa proseliti anche
nel mondo dello spettacolo. L’ulteriore riprova ne è una notizia giunta
nelle scorse ore dall’America. Ha destato grande scalpore, infatti, il
contenuto di un’intervista rilasciata da Oliver Stone al quotidiano
britannico Guardian, nel corso della quale il celebre regista
newyorkese ha definito Hitler “un facile capro espiatorio che va
giudicato nel suo contesto storico”. Che abbia pronunciato queste
parole solo per provocare, come sostengono in molti, o che ne sia
veramente convinto, Stone è riuscito in ogni caso a raggiungere lo
scopo che si era prefisso: far parlare nuovamente di sé e catalizzare
l’attenzione degli spettatori statunitensi sull’Oliver Stone's Secret
History of America, show prossimamente in onda sul piccolo schermo.
Secondo Stone, il suo programma andrebbe a colmare alcune lacune
esistenti nel sistema educativo americano, colpevole di propinare ai
ragazzi “inesattezze se non vere e proprie bugie sul Novecento”. E ciò
avverrebbe attraverso un racconto “convenzionale e non veritiero delle
vicende”. La soluzione: mandare una copia del discutibile “corso di
storia”, come lo chiama lui, negli istituti scolastici del paese. Non
si parlerà solo di Hitler, ma ci sarà spazio anche per altri personaggi
chiave del secolo da poco conclusosi, tuttavia è evidente che il “pezzo
forte” sarà rappresentato dalla puntata dedicata al dittatore nazista,
la cui figura sarà messa a confronto con quella di Stalin, “quasi un
eroe” a sentire il tre volta premio Oscar, che forse si dimentica i
milioni di morti dei gulag. Ma tanto era già stato chiaro al momento
della presentazione del progetto, quando aveva spiegato di voler
“creare un’empatia con uomini che sarebbe invece molto facile odiare”.
L’amico e collaboratore Peter Kuznick ha comunque precisato che “non
daremo un giudizio positivo né di Hitler né degli altri personaggi, ma
cercheremo al contrario di descriverli come fenomeni storici senza
prestarci al giochetto di categorizzarli come buoni o cattivi”. E
mentre le polemiche infuriano, una cosa risulta sempre più evidente:
Oliver Stone, il maestro della provocazione per antonomasia, ha colpito
ancora.
Adam Smulevich
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pilpul |
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Shivà, di Ronit e Shlomi Elkabetz
Scritto
e diretto dalla star israeliana Ronit Elkabetz insieme al fratello
Shlomi, Shivà racconta la storia della famiglia Ohayam in lutto per la
morte dell’amato Maurice. La tradizione ebraica prescrive un
periodo di lutto di sette giorni durante il quale la famiglia vive
sotto lo stesso tetto, prega e riceve gli ospiti. Rinchiusi nello
spazio fisico sigillato della casa di Maurice con gli specchi e i
quadri coperti, gli Ohayam perdono, in poco tempo, il senso del loro
essere lì, si concentrano sui loro problemi personali e producono,
così, tensioni che porteranno a una sorta di resa dei conti finale tra
tutti. Haim, il titolare dell’azienda che ha dato lavoro e
benessere a tutta la famiglia, rischia il fallimento; Meir è in corsa
per diventare il sindaco di Kiriat Yam; Simona non parla con nessuno
mentre Vivianne cerca continuamente di evitare l’ex marito Eliyahu che
non vuole darle il get, il divorzio. Ilana piange la morte del marito
ed Evelyn cerca di attirare l’attenzione di Ben Lulu, un amico della
famiglia. Su tutti troneggia la figura dell’anziana madre che, in
silenzio, osserva e compatisce i figli. Girato in maniera asciutta
(inquadrature fisse e assenza di musica) con un cast in stato di grazia
composto da nomi noti del cinema israeliano (oltre a Elkabetz, Yael
Abecassis…) il film possiede decisamente una qualità teatrale; è come
se vedessimo una serie di scene teatrali in successione. C’è anche la
presenza di un gruppo di anziane donne che, come il coro della tragedia
greca, si rivolgono direttamente agli spettatori per commentarne
l’azione. Film che raccontano di individui costretti in spazi chiusi
rappresentano un vero e proprio genere. L’israeliano Lebanon, vincitore
del Leone d’Oro a Venezia, è la storia di sei soldati israeliani
rinchiusi in un tank. Lifeboat di Hitchcock si sviluppa interamente
sopra una barca di salvataggio in mezzo all’Oceano; Laurence Kasdan ne
Il Grande Freddo filma, in una grande casa, l’incontro di un gruppo di
vecchi amici dopo la morte di uno di loro. L’escamotage narrativo
dello spazio limitato permette di mostrare i personaggi senza la
maschera del loro ruolo sociale, costretti a confrontare se stessi e
gli altri fino all’ultimo. In Shivà lo spazio chiuso è disturbato
continuamente dai bombardamenti degli ccud irakeni della Prima Guerra
del Golfo. La realtà dello Stato ebraico si fa sentire nella
composizione della famiglia Ohayam, un microcosmo della società
israeliana: la famiglia è composta da Sephardim Marocchini ed Irakeni e
Ashkenazim di origine tedesca che parlano ebraico, arabo, francese e
tedesco. L’azienda di famiglia è stata creata con i soldi delle
riparazioni del governo tedesco. Le tensioni interfamiliari diventano,
così, una metafora delle tensioni che percorrono Israele. È la
vecchia madre, simbolo della tradizione, a ristabilire l’ordine nel
gruppo: la shivà diventa, così, il momento della riaffermazione
dell’identità. Nella scena finale che si svolge significativamente
nel cimitero, luogo della scena iniziale del film, la famiglia marcia
insieme, unita, verso la macchina da presa per la prima volta in
movimento. Il periodo della shiva è terminato e la transizione verso
una nuova fase nella vita degli Ohamayan è compiuta.
Rocco Giansante |
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rassegna stampa |
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I giornali di oggi (fra gli altri Repubblica e Luca Mastrantonio sul Riformista)
sono pieni della boutade pubblicitaria di Oliver Stone, che avendo
deciso di fare una serie di ritratti televisivi dei grandi dittatori
del Novecento ha dichiarato che Hitler, Stalin, Mao ecc. erano "capri
espiatori" e non così cattivi come si dice. Non cadremo nel suo gioco
indignandoci e commentando una evidente provocazione. Infinitamente
più serio, ma fuori anch'essa dall'argomento specifico dell'ebraismo è
il secondo oggetto di commento diffuso dei giornali, il duro scontro di
Rosarno in Calabria fra lavoratori immigrati dall'Africa e abitanti,
con morti è feriti. E' razzismo? E' camorra? E' una guerra fra i poveri
per il lavoro? Gli italiani sono razzisti (così la pensa il Vaticano,
secondo Marino Collecciani sul Tempo e Monteforte sull'Unità; risponde indignata Giovanna Maglie su Libero
che sotto questa lettura si nasconde un pregiudizio contro il governo.
Non bisogna parlare di razzismo ma di ordinaria xenofobia (Alberoni su Liberal). E' tutta colpa della Lega, che pure non risulta presente in zona? (intervista a Tabucchi sul Fatto quotidiano). A questo proposito, l'economista Trito Boeri in un intervento sul Riformista
dà alcuni dati interessanti e molte interpretazioni discutibili di una
ricerca della fondazione Rodolfo Debenedetti sulla condizione economica
e sociale degli immigranti. Passando alla Shoà e alle stragi
naziste in generale, la procura di Roma ha aperto un'inchiesta su due
ex militari tedeschi per la strage di Cefalonia in cui dopo l'8
settembre morirono centinaia di militari italiani (Il Tempo, Il Corriere). Sta
montando una campagna contro il rafforzamento del confine fra Egitto e
Gaza per evitare il contrabbando di armi e in definitiva la Guerra. Un
"muro" del tutto legittimo, che segue un confine internazionale
incontestato. Ma Avvenire
pubblica un intervento di Padre Pizzaballa contro la
delimitazione che "danneggerà i palestinesi". Il solito Umberto De
Giovannangeli, poi, come sempre scambiando la causa per
l'effetto, contrappone sull'Unità
"i muri" fra Israele Egitto e territori palestinesi al "dialogo". Da
notare l'apparentamento fra comunisti ed ex comunisti: il ragionamento
di De Giovannangeli non si discosta da quello di Zvi Shulder pubblicato
dal Manifesto e dalla cronaca di Michele Giorgio sullo stesso Manifesto. Ma a completare la campagna anti-israeliana non manca all'appello anche l'altrettanto solito Umberto Tramballi sul Sole.
Peccato che i muri non servano a bloccare il dialogo, ma i movimenti
delle armi. Chi non vuole i muri che contengano i terroristi vuole lo
scontro militare, o preferibilmente la resa e la scomparsa di Israele.
Battistini sul Corriere e Baquis sulla Stampa
riportano con maggiore completezza le parole di Natanyahu, che spiega
trattarsi di una "difesa dal terrorismo", evidentemente sostitutiva di
scelte più cruente. Il solo giornale che mostra però davvero di aver
capito questo aspetto del progetto egiziano, e il solo che si sottragga
alla non tanto implicita difesa della libertà di azione di Hamas
dell'Unità è Il Foglio. Passando
alla politica italiana, sembra che Lele Fiano debba lasciare il suo
posto al comitato di controllo dei servizi segreti a D'Alema, che lo
andrebbe a presiedere (Corriere); e che la candidata del centrodestra alla regione Lazio, Polverini, che oggi annuncia l'alleanza con Pionati (Il Giornale) sia tentata di candidare nella sua lista la figlia di Rauti, moglie di Alemanno (Il Corriere). Avvenire
segnala che domenica col Papa a visitare la sinagoga di Roma ci sarà
anche il capo della Chiesa cattolica del Medio Oriente, Twal. Molto interessante l'articolo di Angelo Pazzana su Libero quotidiano,
in cui si analizza un fumetto molto propagandato di un certo Joe Sacco,
che si inventa un massacro di centinaia palestinesi mai avvenuto
durante la guerra del '56 con modalità naziste. E' un caso tipico di
propaganda menzognera: un'invenzione presentata come se fosse storica e
difesa dall'autore come narrativa. E' chiaro che il lettore prende sul
serio questa invenzione, la applica al presente e si convince che
Israele è da sempre e per sempre uno Stato assassino, degno di essere
combattuto e umiliato in tutti i modi. Da segnalare infine l'articolo di Paolo Mieli sul Corriere
che recensisce un libro di un economista Phillip Simmonot che vede le
religioni come imprese che mirano al monopolio, ma hanno bisogno della
concorrenza. Mieli lo trova interessante, a me sembra una sfilza di
presuntuose banalità.
Ugo Volli |
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notizieflash |
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Il
premio della conferenza rabbinica mondiale:
fra i vincitori anche il rav Alberto Avraham Piattelli Il
prestigioso riconoscimento attribuito negli scorsi giorni al rabbino
capo di roma Riccardo Di Segni nell'ambito della World Conference for
Rabbis and Orthodox Community Leaders, organizzata dal Dipartimento per
i servizi religiosi della Diaspora della Organizzazione sionistica
mondiale era stato consegnato negli anni scorsi ad altri due rabbini
italiani, il presidente dell'Assemblea rabbinica italiana rav Giuseppe
Laras e il rav Alberto Avraham Piattelli, già rabbino capo della
Comunità Ebraica di Venezia e per molti anni direttore dell'ufficio
rabbinico della Comunità Ebraica di Roma e docente del Collegio
Rabbinico italiano dove tuttora insegna. Per una svista avevamo
dimenticato di ricordare anche il nome del rav Piattelli e ci scusiamo
con l'interessato inviando a lui e a tutti i suoi cari l'affettuoso
saluto di tutta la redazione.
Olanda: è morta Miep Gies, scoprì il Diario di Anna Frank Roma, 12 gen - Aveva
100 anni, ha trascorso i suoi ultimi momenti in una casa di riposo in
Olanda. Fu lei, Miep Gies, a scoprire i diari di Anna Frank, la bambina
simbolo della Shoah. La signora Gies è morta qualche settimana fa a
seguito di una caduta accidentale. Era l'ultima superstite del gruppo
che tra il luglio 1942 e l'agosto 1944, aiutò a nascondere Anna Frank,
i genitori, la sorella e altre quattro persone nella famosa casa sul
Prinsengracht, a Amsterdam, poi diventata un museo. Nel febbraio 2009,
quando aveva festeggiato il suo centesimo compleanno, lucida e modesta
come sempre aveva ripetuto di non sentirsi affatto un'eroina ed aveva
detto anzi che altri avevano fatto molto più di lei per cercare di
proteggere gli ebrei dalle persecuzioni naziste. Con il marito e
alcuni colleghi, dopo l'invasione nazista dell'Olanda aiutò a
nascondere Edith e Otto Frank, le loro figlie Margot e Anne e altri
ebrei che temevano di essere deportati nell'Achterhuis, un
appartamentino segreto posto sopra gli uffici dell'Opekta, nella parte
ovest di Amsterdam. Il nascondiglio venne scoperto la mattina del 4
agosto 1944 in seguito alla soffiata di un anonimo informatore della
Gestapo. Gli occupanti furono tutti arrestati. Miep Gies fu lasciata
andare perché l'ufficiale addetto alla perquisizione era austriaco come
lei. Nell'appartamento rimasto vuoto Miep Gies trovò poi il diario di
Anna e lo nascose in uno scrittoio pensando che la ragazzina sarebbe
ritornata. Al termine della guerra, quando venne a sapere che era morta
di tifo nel campo di Bergen-Belsen, consegnò l'insieme di fogli e
taccuini all'unico superstite della famiglia, il padre di Anna, che li
organizzò in un diario e li pubblicò nel 1947. Assieme al marito Jan,
Miep diventò una sorta di ambasciatrice alla memoria di Anna e del suo
diario, una delle testimonianze più toccanti degli orrori della Shoah.
Si adoperò molto anche contro i cosiddetti negazionisti e contro quanti
sostenevano che quello scritto era un falso.
Israele prepara il contro-rapporto Goldstone Tel Aviv, 12 gen - "All'origine
delle accuse mosse ad Israele di aver compiuto crimini di guerra ci
sono testimonianze distorte". Questa la replica di Israele al rapporto
Goldstone del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite. Il
quotidiano israeliano Maariv ha anticipato che il governo israeliano
sta realizzando un contro-rapporto sull'operazione Piombo fuso, la cui
pubblicazione è prevista nelle prossime settimane. L'esame delle
critiche mosse ad Israele è stato capillare. Il giornale precisa che
"non è stato trovato alcun caso in cui un soldato abbia colpito
intenzionalmente persone innocenti". Il testo messo a punto
dall'esercito è adesso al vaglio dei vertici politici israeliani, i
quali potrebbero divulgarlo nel prossimo futuro.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
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ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
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