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L'Unione informa |
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22 gennaio 2010 - 7 Shevat 5770 |
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alef/tav |
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Roberto Colombo, rabbino |
Solo
chi fugge dall’onore avrà onore (Talmud). Eppure è noto che sebbene
molti scappino dall’onore non viene loro dato alcun riconoscimento.
Probabilmente ciò accade perché durante la fuga essi si voltano spesso
per essere certi di essere rincorsi dal rispetto e dall’altrui
considerazione. (Rebbe di Kotzk) |
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La
mattina dopo la visita di domenica del papa nella sinagoga di Roma, chi
fosse andato a comprare i giornali non avrebbe trovato in edicola
alcuni quotidiani, dal momento che era lunedì, ma vi avrebbe trovato un
numero fresco fresco di Pagine Ebraiche che riportava notizie e
commenti alla visita del papa. Per un giornale ebraico, il giornale di
una piccola minoranza, non è un piccolo risultato. Il merito va
naturalmente a Guido Vitale, che ha lavorato con tanta intelligenza e
cura per fare un giornale ebraico "diverso", un giornale volto verso il
mondo e i suoi dibattiti, pluralista ed aperto alle diverse opinioni.
Ma va anche ai ragazzi che lo aiutano, che seguono gli eventi, che
scrivono, che si fanno le ossa nel mestiere di giornalista: il
giornalista di un giornale ebraico. La stampa ha avuto nel mondo
ebraico un ruolo forte e assai legato alle domande del presente. In
Germania, i giornali, le riviste sono nate con la Wissenschaft; in
America, la stampa yiddish è stata un momento essenziale del processo
di incontro degli ebrei russi con il mondo americano. In Italia, la
stampa ebraica è nata con l'Emancipazione e si è rafforzata con il
sionismo. Mi auguro che Pagine Ebraiche possa rappresentare un momento,
sia pur piccolo, di uno sguardo nuovo del mondo ebraico sul resto del
mondo, il principio di una nuova progettualità per gli ebrei italiani. |
Anna Foa,
storica |
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Qui Firenze - "Anche io fui salvato dalle suore di Santa Marta"
In
una delle zone più incantevoli di Firenze, la verde e dolce collina di
Settignano, ha sede il Convento delle Suore di Santa Marta: il luogo in
cui furono nascosti, a partire dal 1943 e insieme ad altri bambini, il
padre e lo zio di Riccardo Pacifici, l’attuale presidente della
Comunità ebraica di Roma. Ma il portone del convento è chiuso a chiave.
Dall’agosto del 2008, infatti, le sette sorelle che vi abitavano e che,
al suo interno, hanno portato avanti per decenni l’accoglienza e la
formazione di tanti ragazzi, sono dovute andare via. Troppi i costi da
sostenere. E così, ad occuparsi della scuola, che porta il loro nome e
che è situata a breve distanza dall’edificio, pensa dal 2001 una
cooperativa di insegnanti (nell'immagine sotto suor Mariana, preside
dell’istituto scolastico, mentre legge Pagine Ebraiche).
La
storia di queste religiose, che non hanno mai voluto farsi pubblicità,
è divenuta di dominio pubblico dal momento in cui il presidente
Pacifici, in occasione della visita di Benedetto XVI alla sinagoga
della capitale, ha ricordato lo straordinario coraggio dimostrato dalla
congregazione. Suggellando il ricordo con un abbraccio commovente a
suor Vittoria, venuta in rappresentanza dell’istituto, cui lo Stato di
Israele ha conferito la Medaglia dei Giusti tra le Nazioni. Tra
i tanti bambini ebrei che trovarono rifugio a Settignano, le stime
parlano di circa 120, c’era anche Umberto Di Gioacchino (nell'immagine
in alto), 69 anni portati benissimo (“Il segreto? Non mi sono mai
sposato” dice tra il serio ed il faceto), una vita passata tra mondo
della moda, teatro, musica e scuola della Comunità ebraica di Firenze,
di cui è stato per lungo tempo insegnante. Umberto, ti ricordi qualcosa di quel periodo? No, purtroppo ero troppo piccolo: avevo appena tre anni. Tutto ciò che so a riguardo mi è stato raccontato in seguito. Chi ti ha parlato per la prima volta di quello che avevano fatto le suore di Santa Marta? Ne
sono venuto a conoscenza in modo piuttosto casuale, dopo oltre un
decennio. Direi quasi di rimbalzo. In casa mia parlare della guerra e
delle persecuzioni razziali è sempre stato un tabù. Non ne parlavate davvero mai? Quando
a mia zia Anna (la moglie del rabbino Nathan Cassuto ndr) chiedevo cosa
avesse provato in quei momenti era solita rispondere: “È stato
terribile, non puoi capire!”. E la cosa finiva là. Mio padre ha
combattuto con i partigiani ma l’ho scoperto soltanto parecchio tempo
dopo la fine del conflitto, cioè quando arrivò a casa nostra una
tessera dell’ANPI a lui intestata. Cosa ti hanno raccontato? Che tipo di bambino eri durante la tua permanenza nel convento? Dicono
che non socializzassi, che mi isolassi dal resto del gruppo. Bussavo
continuamente sui mobili e sui muri: le suore pensavano fossi
autistico. Sono tornato ad essere un bambino “normale” soltanto quando
ho potuto riabbracciare i miei genitori. Anche se ho incominciato a
parlare molto tardi. Hai mai avuto modo di conoscere Emanuele e Raffaele Pacifici? Loro
erano già abbastanza grandicelli e io poco più di un neonato. Non credo
che siamo mai entrati in contatto. I grandi stavano con i grandi ed i
piccoli con i piccoli. Neanche dopo la fine della guerra? No, non ci siamo mai conosciuti. Ma ovviamente conosco la loro storia. Ai fratelli Pacifici fu cambiato il cognome in Pallini. Sono curioso: quale era ufficialmente il tuo cognome? Non
te lo so dire. Di sicuro, per evidenti motivi di sicurezza, le suore
non tenevano un registro con la lista dei nomi degli “ospiti” ebrei! E
ormai, anche volendo, non è rimasta in vita nessuna di loro a cui
potrei eventualmente chiederlo. Per quanto a lungo sei stato a Settignano? Circa
sei mesi, dall’ottobre del 1943 all’aprile del 1944. Poi, un’amica di
famiglia ospitò me ed i miei genitori in un casolare a Colle di
Compito, nei pressi di Lucca. Ci restammo fino all’arrivo degli
Alleati. A questa signora e alle suore devo la mia vita. Del convento, come detto, non ricordi niente. Hai delle reminiscenze, invece, di quei mesi nel casolare? Sì,
di un bombardamento, che mi divertì moltissimo perché lo scambiai per
dei fuochi d’artificio. E poi dei pulcini che razzolavano e pigolavano
in cerca di cibo nel giardino. Ma flash ancora più nitidi ce l’ho
dell’immediato dopoguerra. E riguardano mia zia. Ce li vuoi raccontare? Ho
sempre impressa nella mente la scena di lei che, ancora vestita di
stracci, apre l’armadio di mia madre e fissa meravigliata il suo
guardaroba, composto da abiti normalissimi ma che, in quel momento, le
dovevano sembrare chissà quale cosa. E poi di quando, sulla spiaggia di
Viareggio, rivolta ad un soldato esclama: “Ero sicura che non l’avrei
mai più rivisto”. Si riferiva al mare. Da grande ti sei occupato anche di teatro. Hai mai provato a portare sul palco gli anni delle persecuzioni? Sì,
ad esempio ho messo in scena lo spettacolo “Quei giorni in nero”:
l’ultima performance, comunque, risale a tanto tempo fa. Recentemente,
però, ho ricevuto una telefonata da Duccio Levi Mortera, che sembrava
intenzionato a riproporlo. Se ne farà qualcosa? Vedremo, mi piacerebbe molto. Qual è la trama? Ti dico solo che si parla di Pio XII.
Adam Smulevich
Qui Roma - Le infinite ombre del Rapporto Goldstone
“C'è una fantasia su Israele che domina sulla realtà” ha affermato l'onorevole Fiamma Nirenstein
vicepresidente della Commissione Esteri, della Camera dei
Deputati nel concludere il Convegno “Il Rapporto Goldstone:un
pericoloso fraintendimento”, organizzato dall'Associazione Parlamentare
di Amicizia Italia Israele, in collaborazione con la European Friends
of Israel, che si è svolto nella Sala del Refettorio di Palazzo San
Macuto, sede della biblioteca della Camera dei Deputati. Un
incontro organizzato per spiegare come e perché si è giunti alla
risoluzione del 16 ottobre 2009 con la quale Il Consiglio Onu per i
Diritti Umani, (e successivamente l'Assemblea Generale), ha approvato
un rapporto stilato dal giudice sudafricano Richard Goldstone, sul
conflitto tra Israele e Hamas del gennaio scorso, che accusa Israele di
avere commesso crimini di guerra durante il conflitto dello scorso
inverno contro Hamas.
A parlarne, l'ambasciatrice Laura Mirachian, rappresentante permanente d’Italia presso l’Onu e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra, il professor Dore Gold,
presidente del Jerusalem Center for Public Affairs di Gerusalemme ed ex
ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite di New York il generale Giovanni Marizza ex Vice comandante del corpo d’armata multinazionale in Iraq. Dopo il saluto del presidente dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia Israele, Enrico Pianetta, la parola è passata al moderatore della serata, il giornalista del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, che ha spiegato come sulla vicenda dell'operazione Piombo Fuso, vi sia molta disinformazione e anche molta malafede. L'Onu
risponde o no alle principali sfide del mondo di oggi? Si domanda
retoricamente l'ambasciatrice Laura Mirachian, sembrerebbe di no visto
che il Rapporto Goldstone è la dimostrazione più evidente di creare la
bagarre e non appianare il conflitto. "Quando si parla di Medioriente,
l'Europa non è unita e questa è parte del problema"sostiene la
Mirachian che spiega come paradossalmente in tutta la situazione
Mediorientale i palestinesi c'entrano poco o niente "I palestinesi sono
come un vaso di coccio in mezzo a due vasi d'acciaio" mentre "c'è un
fatto di essenziale importanza ed è che Israele non può essere lasciato
solo". "Dobbiamo chiederci chi ci accusa, e chi ha votato contro
di noi" interviene subito dopo il professor Dore Gold che spiega come
il Consiglio per i Diritti Umani si sia costantemente focalizzato su
Israele, tanto che lo stesso Segretario generale dell'Onu ritiene
che questo organismo sia stato ingiusto con Israele. "La
risoluzione, che dice di “accogliere” e “sostenere” il rapporto
Goldstone, ossia il dossier di oltre cinquecento pagine sulla presunta
violazione dei diritti umani durante la Guerra di Gaza da parte di
Israele e di Hamas è stata approvata con 25 voti favorevoli e sei
contrari. L’Italia è tra le poche nazioni del Consiglio che hanno
votato contro, insieme a Stati Uniti, Paesi Bassi, Slovacchia, Ungheria
e Ucraina. Tra coloro che hanno votato a favore invece Cina,
Russia, Egitto, e Pakistan, e questo è un fatto". Spiega il professor
Gold."Non è la giustizia in gioco è il potere politico". Le accuse
più gravi contenute nel Rapporto sostengono che Israele avrebbe ucciso
in maniera deliberata dei civili. Ma già il punto di partenza è
sbagliato. "Israele ha agito per difesa" sostiene il professor Dore
ponendo l'accento sul fatto che per otto anni le cittadine israeliane
intorno alla Striscia di Gaza sono state prese di mira da oltre 9000
razzi da parte di Hamas. La guerra di Gaza, scoppiata il 27 dicembre
2008, è una conseguenza di questo continuo attacco alla popolazione
civile israeliana, che ha continuato a perpetrarsi anche dopo il
disimpegno dalla Striscia da parte israeliana nell'agosto 2005. E,
altro punto focale, precisa Dore, "prima di bombardare Israele ha
dato dei preavvisi alla popolazione civile attraverso il lancio via
aerea di volantini informativi e con comunicati in lingua araba
che l'esercito israeliano ha fatto entrando nelle emittenti di Hamas.
E' Hamas che ha usato la sua gente come scudi umani, utilizzando le
moschee, le scuole i tetti delle abitazioni come posti di lancio dei
suoi missili". Il convegno si conclude con l'intervento del
generale Giovanni Marizza: "Quando questo Rapporto è uscito sono
rimasto colpito per la sua anomalia" sostiene il generale nel riportare
un commento del giurista di fama internazionale ed ex ministro della
Giustizia canadese Irwin Cotler: "Questo Rapporto rappresenta l'unico
tribunale in cui la sentenza precede il dibattito processuale"
Lucilla Efrati |
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Dialogo - Un dibattito libero e aperto, ma senza fraintendimenti
Il
lettore avrà constatato, leggendo le numerosissime e molto
diversificate opinioni che esprimono in tutta libertà i collaboratori
di questa testata, come il dibattito in campo ebraico riguardo alla
visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma sia lontano
dall'affievolirsi. Se questa vivacità dimostra una nuova volta quanto
il notiziario quotidiano risponda all'esigenza di uno spazio aperto al
libero confronto, d'altro canto mi ha fatto capire con grande
dispiacere come le mie personali opinioni pubblicate lo scorso venerdì, 15 gennaio, rischiassero di essere fraintese. Quando
ho scritto che l'Assemblea rabbinica italiana non è, come alcuni
giornalisti hanno mostrato di credere, la Conferenza episcopale
italiana, intendevo semplicemente sottolineare come i criteri
gerarchici e disciplinari che regolano i rapporti all'interno della
Chiesa cattolica non costituiscano il metro appropriato per misurare la
realtà ebraica italiana. Tutto ciò non certo per sminuire le funzioni
attribuite all'Assemblea, e tantomeno per mancare di riguardo al suo
presidente, il rav Giuseppe Laras. Ma al contrario, per esaltare e
difendere l'autorevolezza e l'insindacabile libertà di giudizio di
ognuno dei suoi membri. Devo di conseguenza al rav Laras non
solo questo chiarimento, ma anche le mie pubbliche scuse e al lettore
l'assicurazione che quanto è stato pubblicato non ha mai inteso
costituire una critica rivolta a chicchessia, ma, al contrario,
l'esaltazione della libertà di tutti.
Guido Vitale
Comix - Fattoria 54, un fumetto da Israele
Una
curiosa e interessante collaborazione quella dei fratelli Seliktar. Lei
scrittrice e poetessa, lui illustratore e fumettista. Fattoria 54,
nuova presenza del fumetto israeliano nel nostro mercato, è il racconto
della crescita di una ragazza israeliana attraverso quattro tappe della
sua vita. Le storie hanno un doppio binario, se da una parte
percorrono la vita di Noga, e portano il lettore alla percezione
dell’atmosfera innaturale (forse per noi), in cui vivono i cittadini
israeliani sottoposti costantemente alle tensioni omicide delle
organizzazioni terroristiche palestinesi; un altro binario entra passo
per passo nelle vicende degli ultimi anni della storia di Israele.
Nell’ultimo episodio del libro vediamo Naga entrare nell’esercito
israeliano e mandata nei Territori “occupati”, così come vengono
chiamati con una grossolana approssimazione. Il fumetto è
costruito da una serie di inquadrature dove spesso appaiono brevi frasi
per descrivere o far dialogare i personaggi. Il disegno nervoso e
volutamente impreciso o grezzo, aiuta a definire l’atmosfera,
l’ambiente in cui operano i personaggi, ma poco efficace per raccontare
gli stessi. I sentimenti, le emozioni e i pensieri stessi se non sono
affidati al testo scritto, fanno difficoltà a emergere nella loro
compiutezza. La scelta poi di un secondo colore per accompagnare il
bianco e nero, ricaduta su un rosa quasi scuro, lascia il lettore
sempre sulla soglia del cuore dei personaggi e dei fatti raccontati.
C’è un senso di incompiutezza per il lettore, come se non potesse
capire o conoscere tutto quello che risiede dentro la storia.
Probabilmente per un lettore straniero a Israele o infarcito di molta
disinformazione, questa soluzione può ingenerare l’idea che i Seliktar
possano avere quella o questa idea sulla situazione politica nel Medio
Oriente. In realtà il sospetto è che gli autori abbiano voluto fermarsi
solo sulla soglia dell’intimità, rispettando quelli che possono essere
gli stati d’animo degli israeliani. Un fumetto ne troppo intimista
ne troppo pubblico, forse non riuscito nella sua pienezza, ma sempre
estremamente interessante per seguire attraverso l’arte dei comix, la
storia umana di un popolo. Fattoria 54 è uno dei tanti fumetti
israeliani che stanno arrivando in Italia, dando spazio a nuovi autori,
ma soprattutto veicolando tematiche e creatività nuove per un mercato
ormai un po’ troppo ripetitivo: America-Giappone-Francia ripetuto
all’infinito. L’editore è Comma 22 che sta cercando di operare con un
catalogo diverso e ricco di autori di grande qualità come Breccia e
Brian Talbot.
Andrea Grilli |
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Mentre
si approssima il Giorno della Memoria le pagine dei giornali si
infittiscono di articoli e notizie che rimandano a quello che è il
contenuto della dolorosa celebrazione. Fa da effetto traino la scelta,
probabilmente non causale, da parte di Joseph Ratzinger di visitare il
Tempio Maggiore di Roma una decina di giorni prima del rinnovarsi della
ricorrenza. Particolare attenzione è dedicata alla programmazione
televisiva, sulla quale si soffermano Simonetta Robiony per la Stampa, Emilia Costantini per il Corriere della Sera, Silvia Fumarola per la Repubblica, Micaela Urbano su il Messaggero ma anche il Giornale e la Nazione.
Al centro dell’offerta c’è la proiezione, per la serata del 27 gennaio,
del film per la tv di Alberto Negrin «Mi ricordo di Anna Frank».
Peraltro, già nella settimana appena trascorsa il nome della ragazzina
olandese - che visse nascosta per due anni in un appartamento di
Amsterdam per poi, nel 1944, dopo una delazione, essere deportata con i
famigliari a Auschwitz e, successivamente, a Bergen-Belsen, dove vi
perì poco tempo prima della liberazione del campo - era inopinatamente
asceso agli onori della cronaca. Come è risaputo la notorietà di questa
giovane vittima del nazismo è legata al diario che scrisse durante il
lunghissimo biennio di cattività coatta nell’«Achterhius», ossia un
insieme di locali occultati ad occhi estranei. Un parlamentare ha messo
in discussione la validità didattica dell’opera la quale conterrebbe
passaggi sconvenienti per un pubblico troppo giovane poiché legati,
direttamente o indirettamente, alla sfera dell’intimità della
protagonista nonché alla sua maturazione sessuale. Registrato questo
fatto, alcune puntualizzazioni si impongo, tanto più dal momento che la
Frank nei giorni a venire assurgerà, ancora una volta, a simbolo di una
condizione umana fatta di vessazioni e di persecuzioni ma anche di
speranze e desideri. La scelta, nel dopoguerra, del padre di Anna, Otto
Frank, di permetterne la pubblicazione, sia pure in una versione da
egli stesso rivista, nella quale diversi riferimenti agli aspetti più
intimi erano stati cancellati o modificati, risultò ben presto
controversa. Benché l’opera, che si segnalava, allora come oggi, per il
suo valore testimoniale e la sua indiscutibile qualità letteraria,
rivelando così il talento della sua autrice, conoscesse ben presto una
notevole diffusione e un largo successo, nella edizione offerta al
grande pubblico restituiva di Anne una immagine troppo vincolata alle
esigenze di quanti ne avevano rimaneggiato parte dei contenuti. Infatti
nei registri narrativi del testo coesistono, intrecciandosi in un
viluppo inestricabile, più livelli di riflessioni, laddove la
dimensione sociale dell’esistenza degli inquilini dell’alloggio
segreto, completamente condizionata dalla necessità di sfuggire alla
cattura da parte dei nazisti, era schiacciata in una sfera privata che
occupava di sé ogni aspetto della vita quotidiana. Anne racconta di ciò
e non di altro. Racconta della vita pubblica e delle relazioni sociali
sottrattele come della inevitabile ridondanza di quella sfera intimista
che, in situazioni coatte come quelle da lei e dai suoi famigliari
vissute, quest’ultima tende enfaticamente ad assumere. Il Diario poco o
nulla ha a che fare con la Shoah, che pure costituiva il funereo
orizzonte e la cornice affittiva dei pensieri dei clandestini, ma che
non poté essere raccontata in quanto le vittime dello sterminio erano
tali anche perché poste nella condizione di non potere più comunicare
nulla. Chiedere che passi delicati (quali non lo sono, poi, in un
diario?) rispetto alla sensibilità dei contemporanei siano celati, nel
nome di un malinteso senso del pudore, vuole dire non solo non avere
colto il senso dell’opera (e di ciò che, per il tramite della medesima,
si intende ricordare) ma diffidare preventivamente della capacità di
discernimento sia dei mediatori culturali chiamati in causa (in questo
caso gli insegnati) sia dei destinatari (gli allievi delle scuole). Di
Shoah e di deportazione si occupa anche Gianluca Di Feo su l’Espresso,
leggendo per noi il nuovo libro di Liliana Picciotto Fargion,
ricercatrice del Centro di documentazione ebraica contemporanea di
Milano, la quale prosegue nel solco di un lavoro da moltissimi anni
intrapreso, interamente dedicato alla deportazione italiana, ovvero ai
nostri connazionali vittime dello sterminio ma anche di quanti - molti
per la verità - furono volenterosi collaboratori della macchina della
violenza di stato. Il libro è più che mai opportuno poiché la politica
della memoria, che è andata affermandosi in questi ultimi anni nel
nostro paese, in alcuni casi ha fatto abbondante ricorso alla numerosa
presenza di «giusti» per attenuare, ancorché a volte inconsapevolmente,
le tante responsabilità nostrane. Insomma, i fulgidi esempi morali di
quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, salvarono dalla
morte certa i perseguitati non costituiscono un contrappeso, nella
bilancia della storia come della giustizia, all’amoralità di quanti
assistettero indifferenti e alla immoralità di coloro che alla “caccia
all’ebreo” parteciparono attivamente. Concludiamo questa incursione nel
campo della memoria rimandando all’articolo di Andrea Tarquini su la Repubblica
dove si parla dei maneggi che stanno dietro al furto della scritta di
Auschwitz, violentemente trafugata il 18 dicembre scorso. Su un tema
apparentemente diverso ma con un registro per più aspetti non estraneo,
poiché sempre di ricordi e di passato si tratta, per il Venerdì della Repubblica
Marco Cicala racconta della ricerca dei propri trascorsi di quanti,
nati in una famiglia originaria dell’Est europeo e poi trasferitisi in
Occidente, tornano ora nelle terre d’origine a cercare tracce dei loro
avi. Non è un fenomeno nuovo, peraltro, ma l’apertura negli ultimi
vent’anni delle frontiere orientali lo ha di certo incentivato. Va
anche in questo senso quanto Francesca Pierantozzi risconta su il Messaggero
quando resoconta le rivendicazioni del collettivo «La Force du Nom» che
cerca di permettere, a quanti si sono consorziati in esso, di
riacquistare i cognomi originari di contro alla giurisprudenza francese
che vieta tale revisione anagrafica. Nella riscoperta del patronimico
si celano molti significati simbolici che segnalano, peraltro, un
mutamento profondo nell’ebraismo europeo, laddove l’identità, un tempo
rifiutata in quanto foriera di emarginazione, viene oggi recuperata
come una dimensione qualificante dell’agire e dell’essere individuale.
Non va dimenticato, infatti, che a suo tempo erano le stesse famiglie
ebraiche, naturalizzate francesi, che chiedevano il mutamento del
cognome, per renderlo meno “riconoscibile”. Ciò facendo si intendeva
segnare una frattura con il proprio passato non meno che manifestare
una adesione al paese del quale si diveniva parte integrante. Ma, come
dicono i promotori dell’iniziativa, «l’identità non è nazionale ma
narrativa». E le narrazioni di sé sono molteplici e, spesso,
felicemente contraddittorie.
Claudio Vercelli
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notizieflash |
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Ordigni dalla Striscia verso Israele, un segnale preoccupante Gaza, 22 gen - Di
pochi giorni fa l'annuncio da parte di Hamas di non voler interrompere
la sostanziale tregua di fatto adottata nei confronti di Israele negli
ultimi mesi, parallelamente al rilancio dei tentativi negoziali su un
ipotetico scambio fra il militare israeliano Gilad Shalit e alcune
centinaia di palestinesi detenuti nelle carceri dello Stato israeliano.
Intenzione dalla quale peraltro non hanno rinunciato a dissociarsi
esplicitamente altre fazioni della galassia islamica di Gaza. Ed oggi,
testimoni oculari riferiscono di cinque esplosioni, probabilmente colpi
di mortaio, sparati da Gaza contro Israele. A breve distanza di tempo
lo Stato israeliano ha risposto al fuoco. Fortunatamente non c'è stata
alcuna vittima ma l'episodio segnala una ripresa delle attività dopo
alcuni giorni di relativa calma seguiti a una precedente fiammata di
violenza registrata nelle prime settimane di gennaio.
Mitchell avvia i colloqui per il rilancio dei negoziati Gerusalemme. 21 gen - Il
rilancio dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi, questo
l'obiettivo dell'emissario americano per il Medio Oriente, che oggi ha
avviato una serie di colloqui in Israele. Ha già avuto un colloquio di
due ore con il ministro della Difesa, Ehud Barak e ha in agenda
incontri con il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, con il premier
Benyamin Netanyahu e con il presidente, Shimon Peres. L'incontro con il
presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, è invece
stato fissato per domani a Ramallah (Cisgiordania), con uno spostamento
rispetto alle attese. Quest'ultimo si ritiene sia il momento cruciale
del viaggio dell'inviato di Barack Obama, impegnato ormai da diverse
settimane in un'azione di pressing sull'Anp per convincere Abu Mazen a
riprendere i colloqui malgrado il mancato congelamento totale delle
colonie israeliane. Anche Peres, citato oggi dai media, ha sollecitato
Abu Mazen a non rifiutare, invitandolo ad accontentarsi della moratoria
parziale offerta (negli insediamenti della Cisgiordania) da Netanyahu e
a tornare subito al tavolo della trattativa, pena il rischio - ha
ammonito - di "una nuova intifada" nei Territori in grado di travolgere
la linea politica moderata del rais. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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