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    1 febbraio 2010 - 17 Shevat 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni,

rabbino capo
di Roma
Questa è la settimana in cui leggeremo la parashà di Itro, quella dei dieci comandamenti, che prende il nome dal suocero di Moshè che ebreo non era, anzi, era sacerdote di culti pagani, per poi abbracciare il monoteismo. Il Decalogo propone, tra l'altro, due domande: se la Torà è tutta santa e tutte le mitzwot sono importanti, che ci sta a fare una sintesi di dieci affermazioni? E ancora: quale è il rapporto delle nazioni del mondo (simboleggiate da Itrò) nei confronti di questi dieci principi? Secondo la tradizione rabbinica gli ebrei devono osservare tutta la Torà e non solo dieci regole, e i popoli della terra devono osservare sette regole, e non dieci. Sembrano problemi vecchi e fermi a millenni fa, ma, come ha dimostrato nel suo discorso nella Sinagoga di Roma Benedetto XVI, la questione è attuale e irrisolta, perché tocca il cuore delle differenti identità e del modo in cui si pongono rispetto alla Torà.
La pacata riflessione fatta ieri su queste pagine da Guido Vitale sul rapporto del Centro di documentazione ebraica contemporanea sull'antisemitismo e il pregiudizio mi trova del tutto d'accordo. Ripreso con clamore dalle agenzie di stampa nel Giorno della Memoria, il rapporto era già  di un anno fa e l'enorme, incredibile dato del 44 per cento degli italiani antisemiti, si riferiva, come ci spiega appunto uno dei suoi autori, Betti Guetta, ricercatrice del CDEC, all'insieme di sentimenti di ostilità e di pregiudizio che pervade la società italiana, non a un vero e proprio antisemitismo, dato che è dell'11 per cento, cioè non superiore a quanto viene dagli esperti considerato "fisiologico". Voglio con questo dire che l'antisemitismo non c'è o che è privo di rilevanza? No, affatto. Sono anzi ben consapevole della diffusione del razzismo, dell'antisemitismo, del negazionismo, dell'antisionismo tanto di sinistra che di destra, come ci testimoniano numerosissimi siti sul Web. Credo che dobbiamo seguire con molta attenzione il fenomeno, ma mettersi a strillare che quasi la metà degli italiani è "antisemita" è innanzitutto falso, e poi anche assolutamente controproducente. Perché rappresenta una rinuncia ad agire, a lavorare per stanare e sradicare il pregiudizio, per spiegare e demolire il razzismo. Razzismo contro tutti, non solo antisemitismo. Se davvero credessi che metà degli italiani è antisemita, non mi resterebbe che fare le valige, se non per me certo per i miei figli e nipoti. Il clamore non ha mai giovato alle inchieste di questo genere, rendendole, da strumenti di analisi quali sono, oggetto di mera deprecazione. Lanciare alte grida non serve, c'è bisogno di lucidità, rigore nell'analisi, voglia di trasmettere valori e conoscenze. E il chiasso non giova alla conoscenza, soprattutto quando il chiasso deforma e amplifica senza limiti i dati, creando panico invece che consapevolezza. Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  Memoria - Il grande incontro a Roma Tiburtina

Binario MemoriaLa grande razzia nel Ghetto di Roma iniziò intorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono in 26 zone operative della capitale alla ricerca di altri ebrei. Dopo il gigantesco rastrellamento furono catturati e imprigionati oltre mille ebrei romani. Due giorni dopo, i prigionieri furono stipati dentro 18 vagoni piombati. Il treno partì dalla stazione di Roma Tiburtina, diretto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Solo 17 di loro fecero ritorno alla fine del conflitto: sedici uomini e una donna. Questa triste pagina della storia è stata ricordata oggi alla Stazione Tiburtina con una targa e una corona deposti per l'occasione.

Binario MemoriaLa manifestazione promossa dalla Fondazione del Museo della Shoah, dall'Associazione nazionale ex deportati (Aned), dalla Comunità ebraica di Roma, dal Comune di Roma e dal gruppo Ferrovie dello Stato ha avuto inizio con le parole del Presidente del Museo Leone Paserman, seguite dalla lettura, ad opera dei ragazzi della scuola Faraday, di alcuni brani tratti da “16 ottobre 1943” di Giacomo De Benedetti. Momento toccante della mattinata la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona quel tragico momento, Lello Di Segni.
“Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”, con questa celebre frase, il presidente onorario del Museo della Shoah ed ex presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick ha iniziato il suo intervento, rivolgendosi soprattutto ai giovani perché non dimentichino e sappiano che “noi italiani abbiamo contribuito a questa tragedia che non deve ripetersi”. 

“Ma quello che a noi interessa, il motivo per cui siamo qui è il futuro” - ha spiegato l'assessore alla cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Victor Magiar - la memoria è necessaria per la costruzione di un futuro diverso, perché è al futuro che noi ci rivolgiamo oggi”. Le considerazioni di Magiar sono state riprese da tutti gli altri interventi, fra questi, quello del Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, che ha spiegato e ribadito come la memoria non debba essere fine a se stessa ma un "inno alla vita, ricordare quindi per ricostruire"; del presidente delle Ferrovie dello Stato Innocenzo Cipoletta; del vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo, dell'assessore al lavoro della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, dell'onorevole Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e del presidente dell'Aned Vera Michelin Salomon, che ha affermato come il lavoro della sua associazione sta continuando, i membri dell'Aned sono sempre presenti nelle scuole per apportare il loro importante contributo all'educazione civile - “Ma c'è ancora molto da fare - avverte - il problema non sono i ragazzi delle scuole, ma la popolazione in generale"

Valerio Mieli



Eyal Golasa, un israeliano sfida la curva nera

EyalSta per concludersi la sessione invernale del calciomercato, seconda fase della compravendita di calciatori professionisti che ogni anno tiene con il fiato sospeso milioni di appassionati, pronti ad approfittare perfino dell’intera pausa pranzo odierna per andare alla ricerca di aggiornamenti sui siti della Gazzetta e del Corriere dello Sport. Tra i tifosi italiani, tantissimi i messaggi che già si possono leggere online, c’è ancora chi sogna di vedere Didier Drogba o Franck Ribery nel nostro campionato e chi invece spera più modestamente in un ricambio dignitoso per lo spompato terzino della propria squadra del cuore. Mentre si firmano gli ultimi contratti, le voci di corridoio diventano bollenti e Maurizio Mosca prova vanamente ad indovinare quale casacca vestirà Ledesma, dalla capitale arriva una notizia destinata a far parlare a lungo nei circoli sportivi. E non solo per motivi squisitamente tecnici.
Ieri pomeriggio Eyal Golasa, diciannovenne centrocampista di Netanya in forza al Maccabi Haifa, ha sostenuto le visite mediche di rito con la Lazio. Il club capitolino, infatti, avrebbe individuato nel ragazzo il rinforzo giusto per il reparto mediano e pare voglia metterlo sotto contratto al più presto (secondo il quotidiano Yediot Ahronot un accordo fino al 2014 sarebbe già stato firmato nella notte tra sabato e domenica). Per l’annuncio ufficiale dell’acquisto si attendono i risultati dei testi fisici e si aspetta di capire con certezza quando il talento dell’under 21 israeliana potrà effettivamente cominciare ad allenarsi con il resto della rosa. Perché Eyal, al pari di moltissimi suoi coetanei e connazionali, sta attualmente svolgendo il servizio militare. Impegno non semplice da procrastinare, come la vicenda del collega Ben Sahar (come si legge sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche, il mensile dell’ebraismo italiano) insegna. Il suo eventuale esordio in serie A, pertanto, difficilmente potrà avvenire prima della prossima stagione. Una prospettiva che ha fatto storcere la bocca alla dirigenza laziale, che preme invece per un immediato inserimento di Golasa nell’organico. Comunque, appena verrà resa nota la data a partire dalla quale il giocatore sarà libero dai suoi obblighi extrasportivi, arriverà con tutta probabilità l’annuncio ufficiale dell’ingaggio da parte della società.
Chi conosce un minimo le dinamiche del calcio italiano sa molto bene che l’arrivo a Roma di Golasa troverà la forte (e forse violenta) opposizione di un nutrito gruppo di supporter biancocelesti xenofobi e antisemiti. D’altronde il cuore del tifo, la politicizzatissima curva Nord, è la stessa curva che fino a poco tempo fa aveva come idolo indiscusso Paolo Di Canio, l’attaccante che dopo ogni marcatura esultava facendo il saluto romano, prontamente imitato da centinaia di persone sugli spalti. E come non ricordare un derby di qualche anno fa, quando nel settore degli aquilotti venne esposto, tra gli applausi, uno striscione con scritto “Squadra di negri, curva di ebrei”, rivolto ai sostenitori della Magica. Certamente non un episodio isolato: svastiche e croci celtiche sono di casa tra i laziali, tanto che le squalifiche del campo e le multe fioccano. Non che le altre tifoserie del campionato italiano siano immuni dalla piaga razzismo - i cori su Balotelli ce lo ricordano quasi ogni domenica - ma quella biancoceleste è forse la più intollerante e violenta di tutte. Basta pensare alla storia di Aaron Winter, stella olandese della Lazio nei primi anni Novanta. Quante gliene fecero pagare gli ultras per via di quel nome ebraico e per il colore nero della sua pelle. Accolto sui muri della Capitale da scritte inneggianti alla purezza della razza, fece ricredere tutti sul campo, diventando uno dei beniamini di quella squadra. Ennesima dimostrazione di quanta ipocrisia ci sia negli ambienti, spesso malati, del tifo. Se sei bravo ti si perdona la “colpa” di essere “inferiore”, se non sei un calciatore sopraffino resterai per sempre “un ebreo e un nero di merda”. La stessa cosa che potrebbe succedere a Golasa, nel caso segnasse ad esempio un goal agli odiati cugini giallorossi. Da bersaglio di fischi e beceri urlacci a ottavo re di Roma, la promozione sarebbe automatica e più veloce della luce.
Da quando Claudio Lotito è presidente della Lazio, a onor del vero, la società ha iniziato a combattere una durissima battaglia contro il razzismo negli stadi (ed in particolare nel suo). Lotito, imprenditore che ha accumulato una fortuna con alcune imprese di pulizie e sanificazione, sta provando a ripulire il mondo del calcio. Osteggiato da una rumorosa minoranza di tifosi laziali, è intenzionato a portare a termine quella che considera una missione. L’ingaggio di Golasa, per l’appunto, va interpretato non solo come un innesto qualitativamente importante, ma anche come una sfida alle frange più estremiste degli ultras.

Adam Smulevich


Memoria - Mantova, un Osservatorio per il presente

Presente della MemoriaIl presente della memoria è per il secondo anno il titolo dell’evento dedicato ad Articolo3 Osservatorio sulle discriminazioni all’interno della programmazione per il Giorno della memoria. Monitoraggio della stampa – che da alcuni mesi è diventato regionale – consulenze giuridiche, formazione e informazione: Articolo3 ha presentato venerdì 29 gennaio il suo Rapporto per il 2009, alla presenza di un pubblico di 300 persone e con due ospiti d’eccezione, Gian Antonio Stella e Mostafa El Ayoubi. Nato a Mantova nel 2008, al Tavolo permanente per le celebrazioni del Giorno della memoria, Articolo3 è stato voluto dalla Comunità ebraica di Mantova, dall’Istituto mantovano di storia contemporanea, dall’Istituto di cultura sinta, da Sucar drom e da Arcigay Mantova, con la collaborazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. [...]

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Memoria - Venezia,  la Shoah e le intolleranze di oggi

VeneziaUna sala gremita di spettatori accoglie la cerimonia ufficiale del Giorno della Memoria al teatro Goldoni di Venezia. In apertura gli interventi del presidente della Comunità ebraica di Venezia, Vittorio Levis e del sindaco di Venezia, Massimo Cacciari.
Nel suo discorso Levis si è interrogato sul senso del Giorno della Memoria. Burocraticamente lo stato italiano ha decretato che l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz fosse dedicato al ricordo della Shoah, delle leggi razziali e della deportazione.  La legge è nata in un momento di travaglio politico quando ancora erano forti le voci negazioniste e in questo modo si è pensato di poter contribuire alla conoscenza diffusa dei fatti che hanno straziato l’Europa. [...]

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Memoria - “Il libro dei deportati”, Mantelli descrive il suo progetto

copertina libroIl 27 gennaio è uscito il secondo volume de “Il Libro dei deportati”, monumentale opera sulla storia della deportazione dall’Italia ai Lager nazisti. "Deportati, deportatori, tempi, luoghi" (ed. Mursia) racconta la realtà dell’Italia occupata: da Asti a Firenze, da Pavia a Trieste, quindici saggi per ricostruire la memoria di un paese. Il progetto di ricerca, finanziato dalla Compagnia di San Paolo, è diretto da Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli. Proprio con Mantelli, docente di Storia all’Università di Torino, in occasione della due giorni di convegno (28-29 gennaio) incentrata sul nuovo volume, abbiamo ricostruito le tappe di questo articolato e difficile lavoro. [...]

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  L'esodo, la liberazione di un popolo ma anche di se stessi

Donatella Di CesareMitzraim, l’Egitto, può essere letto anche come Meitzarim, cioè “luoghi angusti”. L’Egitto non rappresenta solo la schiavitù e l’oppressione fisica; indica anche l’angustia (metzer), l’angoscia, la depressione dell’anima che soffoca, che non riesce a respirare (neshamà, anima, ha due lettere, shin e mem, in comune con neshimà, respiro). Perché l’anima non sa più ascoltare la voce dell’altro, prima ancora della propria voce interiore. Così rimane chiusa, prigioniera. Rimane ferma alla riva del passato, non osa attraversare le acque del presente alla ricerca dello spazio aperto del deserto. Teme il futuro e rischia di morire asfissiata in un passato che non passa. La liberazione dell’esodo non è solo quella del popolo, ma è anche quella personale. E spesso si resta alla riva, nell’angoscia dettata dal proprio sé, forse il più feroce carceriere.

Donatella Di Cesare, filosofa
 
 
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Due temi dominano oggi la rassegna, il viaggio di mezzo governo italiano in Israele (non solo Berlusconi, ci sono otto ministri) e la scoperta di nuovi documenti sul silenzio di Pio XII di fronte ai nazisti. Il viaggio è un evento importante e significativo, che testimonia del rovesciamento della politica italiana dalla posizione filoaraba comune a Moro, Andreotti, Craxi, D'Alema in una sincera amicizia nei confronti di Israele, compresa e ricambiata da parte israeliana (Antonio Ferrari sul Corriere). Per questa ragione Berlusconi sarà il primo italiano ad avere il raro onore di parlare alla Knesset dopodomani. Per avere un'immagine dello stato delle relazioni fra Italia e Israele, si possono leggere i commenti di Fiamma Nirenstesin sul Giornale, quello di Angelo Pezzana su Libero di ieri e le due interviste dell'ex ambasciatore Avi Pazner, sul Corriere e su Repubblica.
Berlusconi ha avuto però l'ingenuità di concedere un'intervista a Haaretz, che ha riportato sì le posizioni pro-israeliane del presidente del consiglio, ma ha tendenziosamente intitolato l'articolo come un'intimazione a bloccare le "colonie", sulla base inizio di una risposta sul problema degli insediamenti in Giudea e Samaria, che in realtà è molto complessa e articolata. Tutta la stampa italiana, naturalmente ha seguito l'esempio di Haaretz  (fra gli altri Galluzzo sul Corriere, Stabile su Repubblica, Conti sul Messaggero).
Trovate tutta l'intervista sul Giornale, ma per comodità dei lettori riporto tutta l'affermazione di Berlusconi: "«La politica israeliana degli insediamenti può rappresentare un ostacolo alla pace. Voglio dire al popolo e al governo israeliani, da amico, con il cuore in mano, che perseverare in questa politica sarebbe un errore. o apprezzato il coraggio del premier Netanyahu che ha annunciato una moratoria di dieci mesi. Non si potrà mai convincere i palestinesi della buona volontà di Israele, se Israele continuerà a edificare su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di un accordo di pace. Tuttavia quanto accadde a Gaza deve farci pensare. Non si possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate, devastazioni e violenza infra-palestinese e lanci di razzi in territorio israeliano. Gli arabi vivono in Israele e partecipano alla sua splendida vita democratica, e la guerra sarà davvero finita quando i palestinesi accetteranno di ripristinare la grande tradizione araba di tolleranza e di ospitalità verso gli ebrei nel loro territorio. Anzi, oggi bisogna andare oltre la tolleranza e affermare una piena convivenza e cooperazione, con una totale libertà religiosa, civile e culturale. Condannare gli insediamenti con gli stessi argomenti dell'estremismo è troppo facile, è ipocrita e non è degno delle classi dirigenti dell'Occidente democratico. lo non ci sto.» Come vedete, un omaggio rituale alle posizioni europee è poi confrontato con le vere posizioni israeliane e reso sufficientemente duttile. Lo stesso vale per l'altro tema sottolineato dai giornali, la restituzione del Golan. In cambio Berlusconi rivendica la posizione filoisraliana dell'Italia come sua responsabilità, parla di Israele come un pezzo d'Europa nel Medio Oriente, prende una posizione chiarissima sull'Iran e sui terroristi di Hamas.
A lato delle considerazioni di politica estera, Berlusconi afferma di essere vittima di un'aggressione mediatica e questo dà modo a giornali tradizionalmente anti-israeliani (per esempio D'Avanzo su Repubblica) di lanciarsi in un elogio del sistema legale israeliano che ha saputo disarcionare potenti come Olmert e Katsav. ma Israele non era lo stato dell'apartheid e dell'ingiustizia?

L'altro tema è la pubblicazione di due documenti che spiegano meglio la posizione di Pio XII sulla Shoah, tratte dagli archivi inglesi (Il Giornale, Pierangelo Sapegno sulla Stampa). Uno è un rapporto dell'ambasciatore americano in Vaticano di un colloquio avvenuto il 19 ottobre '43, tre giorni dopo la deportazione di oltre mille ebrei romani, quando i treni per Auschwitz erano ancora in viaggio. Il papa non ne parla affatto e invece si dice preoccupato "per la presenza di «piccole bande comuniste» che si andavano organizzando nei dintorni della capitale e avrebbero potuto «commettere violenze in città nel periodo tra l'evacuazione tedesca e l'arrivo degli Alleati»." (Corriere) Insomma, neanche nel segreto della diplomazia il Papa esprime disagio per la razzia di esseri umani avvenuta sotto le sue finestre, ma gli danno fastidio i partigiani. Il secondo caso è ancora più grave: "il secondo documento, più ampio, risale al novembre 1944. In questo caso l'incontro è tra Pio XII e l'ambasciatore britannico in vaticano Francis D'Arcy Godolphin Osborne. Roma era stata liberata in giugno, ma il conflitto continuava: proprio in quel momento i tedeschi stavano deportando in massa ad Auschwitz gli ebrei dell'Ungheria, divenuta teatro di guerra fra l'Armata Rossa e le forze del Terzo Reich. Nel frattempo i sovietici avevano riconquistato i Paesi baltici e si erano affacciati in Polonia. D'Arcy Osbome, come lui riferisce nel resoconto del colloquio, parlò del suggerimento che aveva rivolto al Papa il ministro degli Esteri britannico Anthony Eden, esortandolo a diffondere un pubblico appello in favore degli ebrei ungheresi. Pacelli gli rispose che proprio in quei giorni stava ricevendo pressioni affinché denunciasse gli abusi compiuti dai russi sulle popolazioni dei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e della Polonia, ma non aveva ancora preso una decisione in proposito." E' impressionante. Roma è libera, il papa non ha nulla da temere, gli chiedono di prendere posizione per gli ebrei, e lui si mette a parlare di estoni, lettoni (fra l'altro in  buona parte protestanti o ortodossi). Hanno un bel difenderlo cattolici peraltro rispettabili e pieni di buona volontà come Andrea Ricciardi (Il Corriere) e il cardinal Silvestrini (La Stampa). Ma è chiaro che anche in condizioni di assoluta sicurezza e senza rischi per sé o per la sua istituzione, al Papa del destino degli ebrei non interessava nulla, mentre temeva molto tutto quel che puzzasse di comunismo.

A proposito di comunismo, tutto da leggere sul Giornale l'articolo di Lehner sull'ingratitudine e – diciamo – l'assenza di filosemitismo di Togliatti e Nilde Iotti. Continuando con i temi vari, sembra che la Lazio abbia ingaggiato un  promettente giocatore di calcio israeliano e che però adesso tutti siano preoccupati della reazione dei tifosi, notoriamente estremisti di destra (Cardone su Repubblica).
Per quanto riguarda il Medio Oriente, come riferisce fra gli altri Molinari sulla Stampa, gli americani hanno fatto sapere di aver dispiegato missili antimissile sul Golfo in previsione di un attacco iraniano (Israele dovrebbe cavarsela da sé, comunque vi sono indizi di un coordinamento strategico, per esempio il capo della Cia Panetta è appena venuto in visita a Gerusalemme).
Da leggere, ancora sulla Stampa, l'intervista a Daniel Pipes, sempre molto informato, sul "tramonto" della soluzione dei due stati in Eretz Israel. Interessante il fondo dello Herald Tribune, sulla "scadenza non rispettata dell'Iran": il grande tema dei prossimi mesi è cosa fare col nucleare iraniano, una decisione che ormai è immediata.
Il Giornale, L'Unità ecc. danno rilievo alla vicenda del terrorista Mahamoud Al Mahbou ammazzato a Dubai dove stava comprando armi per Hamas, naturalmente dando per buona la versione di Hamas per cui gli assassini sarebbero persona dal passaporto straniero, magari al seguito del ministro Landau, cioè "agenti del Mossad". Il fatto è che nessuno ne sa niente, che Dubai è letteralmente "un porto di mare" o piuttosto uno snodo aereo e un grande mercato in cui passano molte migliaia di stranieri al giorno. Si tratta di un terrorista, sequestratore e assassino. Il commento migliore è quello citato da Giorno, Nazione, Carlino: "Landau ieri si è limitato a citare un versetto biblico: «Allo stesso modo ha detto muoiano tutti i nemici del Signore»."

Ugo Volli

 
 
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Monsignor Tadeusz: 'Ho sbagliato ma non sono negazionista'
Città del Vaticano, 1 feb - 
 "Ho sbagliato a dire che le mie parole erano state manipolate" ha detto
monsignor Tadeusz Pieronek all'agenzia di stampa KAI (Katolicka Agencja Informacyjna) rivedendo la posizione espressa nela scorsa settimana dopo un'intervista rilasciata al giornalista Bruno Volpe. Una frase sbagliata, ma nessun intento negazionista: così il vescovo polacco  Pieronek, protagonista la scorsa settimana di una contestata intervista al sito 'Pontifex', ha spiegato in una dichiarazione fatta pervenire oggi all'agenzia KAI  il suo punto di vista sulla vicenda. "La Shoah? Un'invenzione degli ebrei", era titolata l'intervista apparsa sul sito", poi il vescovo aveva smentito accusando il giornalista Bruno Volpe di aver manipolato le sue parole. Quest'ultimo si era quindi rivolto all'avvocato Carlo Taormina, affinché chiedesse ragione al vescovo dell'accusa di manipolazione. Il vescovo risponde ora con una nota alla KAI, in cui ammette di aver usato l'espressione "invenzione ebraica" e chiede scusa a quanti si sono sentiti offesi dalle sue parole, ma rifiuta comunque l'accusa di negazionismo. "Sono stato io a dire durante il colloquio con il direttore Volpe che 'la Shoah era un'invenzione degli Ebreì. Naturalmente questa mia sfortunata frase, risultato di un'abbreviazione mentale, non esprime il mio giudizio. Avevo in mente la parola, l'espressione, il termine "Shoah", con il quale il genocidio degli Ebrei era stato definito dal noto premio Nobel americano, scrittore ebreo Elie Wiesel. Autore dell'invenzione dello sterminio degli Ebrei ed esecutore di tale inaudito genocidio fu la Germania di Hitler".
 
 
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