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L'Unione informa |
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1 febbraio 2010 - 17 Shevat 5770 |
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Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma |
Questa
è la settimana in cui leggeremo la parashà di Itro, quella dei dieci
comandamenti, che prende il nome dal suocero di Moshè che ebreo non
era, anzi, era sacerdote di culti pagani, per poi abbracciare il
monoteismo. Il Decalogo propone, tra l'altro, due domande: se la Torà è
tutta santa e tutte le mitzwot sono importanti, che ci sta a fare una
sintesi di dieci affermazioni? E ancora: quale è il rapporto delle
nazioni del mondo (simboleggiate da Itrò) nei confronti di questi dieci
principi? Secondo la tradizione rabbinica gli ebrei devono osservare
tutta la Torà e non solo dieci regole, e i popoli della terra devono
osservare sette regole, e non dieci. Sembrano problemi vecchi e fermi a
millenni fa, ma, come ha dimostrato nel suo discorso nella Sinagoga di
Roma Benedetto XVI, la questione è attuale e irrisolta, perché tocca il
cuore delle differenti identità e del modo in cui si pongono rispetto
alla Torà. |
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La pacata riflessione fatta ieri su queste pagine da Guido Vitale sul
rapporto del Centro di documentazione ebraica contemporanea
sull'antisemitismo e il pregiudizio mi trova del tutto d'accordo.
Ripreso con clamore dalle agenzie di stampa nel Giorno della Memoria,
il rapporto era già di un anno fa e l'enorme, incredibile dato
del 44 per cento degli italiani antisemiti, si riferiva, come ci spiega
appunto uno dei suoi autori, Betti Guetta, ricercatrice del CDEC,
all'insieme di sentimenti di ostilità e di pregiudizio che pervade la
società italiana, non a un vero e proprio antisemitismo, dato che è
dell'11 per cento, cioè non superiore a quanto viene dagli esperti
considerato "fisiologico". Voglio con questo dire che l'antisemitismo
non c'è o che è privo di rilevanza? No, affatto. Sono anzi ben
consapevole della diffusione del razzismo, dell'antisemitismo, del
negazionismo, dell'antisionismo tanto di sinistra che di destra,
come ci testimoniano numerosissimi siti sul Web. Credo che dobbiamo
seguire con molta attenzione il fenomeno, ma mettersi a strillare che
quasi la metà degli italiani è "antisemita" è innanzitutto falso, e poi
anche assolutamente controproducente. Perché rappresenta una rinuncia
ad agire, a lavorare per stanare e sradicare il pregiudizio, per
spiegare e demolire il razzismo. Razzismo contro tutti, non solo
antisemitismo. Se davvero credessi che metà degli italiani è
antisemita, non mi resterebbe che fare le valige, se non per me certo
per i miei figli e nipoti. Il clamore non ha mai giovato alle inchieste
di questo genere, rendendole, da strumenti di analisi quali sono,
oggetto di mera deprecazione. Lanciare alte grida non serve, c'è
bisogno di lucidità, rigore nell'analisi, voglia di trasmettere valori
e conoscenze. E il chiasso non giova alla conoscenza, soprattutto
quando il chiasso deforma e amplifica senza limiti i dati, creando
panico invece che consapevolezza. |
Anna Foa,
storica |
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Memoria - Il grande incontro a Roma Tiburtina
La
grande razzia nel Ghetto di Roma iniziò intorno alle 5,30 del 16
ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il
quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si
distribuirono in 26 zone operative della capitale alla ricerca di altri
ebrei. Dopo il gigantesco rastrellamento furono catturati e
imprigionati oltre mille ebrei romani. Due giorni dopo, i prigionieri
furono stipati dentro 18 vagoni piombati. Il treno partì dalla stazione
di Roma Tiburtina, diretto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Solo 17 di loro fecero ritorno alla fine del conflitto: sedici uomini e
una donna. Questa triste pagina della storia è stata ricordata oggi
alla Stazione Tiburtina con una targa e una corona deposti per
l'occasione.
La
manifestazione promossa dalla Fondazione del Museo della Shoah,
dall'Associazione nazionale ex deportati (Aned), dalla Comunità ebraica
di Roma, dal Comune di Roma e dal gruppo Ferrovie dello Stato ha avuto
inizio con le parole del Presidente del Museo Leone Paserman,
seguite dalla lettura, ad opera dei ragazzi della scuola Faraday, di
alcuni brani tratti da “16 ottobre 1943” di Giacomo De Benedetti.
Momento toccante della mattinata la testimonianza di chi ha vissuto in
prima persona quel tragico momento, Lello Di Segni. “Chi
non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”, con questa celebre
frase, il presidente onorario del Museo della Shoah ed ex presidente
della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick
ha iniziato il suo intervento, rivolgendosi soprattutto ai giovani
perché non dimentichino e sappiano che “noi italiani abbiamo
contribuito a questa tragedia che non deve ripetersi”.
“Ma
quello che a noi interessa, il motivo per cui siamo qui è il futuro” -
ha spiegato l'assessore alla cultura dell'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane Victor Magiar
- la memoria è necessaria per la costruzione di un futuro diverso,
perché è al futuro che noi ci rivolgiamo oggi”. Le considerazioni di
Magiar sono state riprese da tutti gli altri interventi, fra questi,
quello del Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici,
che ha spiegato e ribadito come la memoria non debba essere fine a se
stessa ma un "inno alla vita, ricordare quindi per ricostruire"; del
presidente delle Ferrovie dello Stato Innocenzo Cipoletta; del vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo, dell'assessore al lavoro della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, dell'onorevole Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e del presidente dell'Aned Vera Michelin Salomon,
che ha affermato come il lavoro della sua associazione sta continuando,
i membri dell'Aned sono sempre presenti nelle scuole per apportare il
loro importante contributo all'educazione civile - “Ma c'è ancora molto
da fare - avverte - il problema non sono i ragazzi delle scuole, ma la
popolazione in generale"
Valerio Mieli
Eyal Golasa, un israeliano sfida la curva nera
Sta
per concludersi la sessione invernale del calciomercato, seconda fase
della compravendita di calciatori professionisti che ogni anno tiene
con il fiato sospeso milioni di appassionati, pronti ad approfittare
perfino dell’intera pausa pranzo odierna per andare alla ricerca di
aggiornamenti sui siti della Gazzetta e del Corriere dello Sport. Tra i
tifosi italiani, tantissimi i messaggi che già si possono leggere
online, c’è ancora chi sogna di vedere Didier Drogba o Franck Ribery
nel nostro campionato e chi invece spera più modestamente in un
ricambio dignitoso per lo spompato terzino della propria squadra del
cuore. Mentre si firmano gli ultimi contratti, le voci di corridoio
diventano bollenti e Maurizio Mosca prova vanamente ad indovinare quale
casacca vestirà Ledesma, dalla capitale arriva una notizia destinata a
far parlare a lungo nei circoli sportivi. E non solo per motivi
squisitamente tecnici. Ieri pomeriggio Eyal Golasa, diciannovenne
centrocampista di Netanya in forza al Maccabi Haifa, ha sostenuto le
visite mediche di rito con la Lazio. Il club capitolino, infatti,
avrebbe individuato nel ragazzo il rinforzo giusto per il reparto
mediano e pare voglia metterlo sotto contratto al più presto (secondo
il quotidiano Yediot Ahronot un accordo fino al 2014 sarebbe già stato
firmato nella notte tra sabato e domenica). Per l’annuncio ufficiale
dell’acquisto si attendono i risultati dei testi fisici e si aspetta di
capire con certezza quando il talento dell’under 21 israeliana potrà
effettivamente cominciare ad allenarsi con il resto della rosa. Perché
Eyal, al pari di moltissimi suoi coetanei e connazionali, sta
attualmente svolgendo il servizio militare. Impegno non semplice da
procrastinare, come la vicenda del collega Ben Sahar (come si legge
sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche,
il mensile dell’ebraismo italiano) insegna. Il suo eventuale esordio in
serie A, pertanto, difficilmente potrà avvenire prima della prossima
stagione. Una prospettiva che ha fatto storcere la bocca alla dirigenza
laziale, che preme invece per un immediato inserimento di Golasa
nell’organico. Comunque, appena verrà resa nota la data a partire dalla
quale il giocatore sarà libero dai suoi obblighi extrasportivi,
arriverà con tutta probabilità l’annuncio ufficiale dell’ingaggio da
parte della società. Chi conosce un minimo le dinamiche del calcio
italiano sa molto bene che l’arrivo a Roma di Golasa troverà la forte
(e forse violenta) opposizione di un nutrito gruppo di supporter
biancocelesti xenofobi e antisemiti. D’altronde il cuore del tifo, la
politicizzatissima curva Nord, è la stessa curva che fino a poco tempo
fa aveva come idolo indiscusso Paolo Di Canio, l’attaccante che dopo
ogni marcatura esultava facendo il saluto romano, prontamente imitato
da centinaia di persone sugli spalti. E come non ricordare un derby di
qualche anno fa, quando nel settore degli aquilotti venne esposto, tra
gli applausi, uno striscione con scritto “Squadra di negri, curva di
ebrei”, rivolto ai sostenitori della Magica. Certamente non un episodio
isolato: svastiche e croci celtiche sono di casa tra i laziali, tanto
che le squalifiche del campo e le multe fioccano. Non che le altre
tifoserie del campionato italiano siano immuni dalla piaga razzismo - i
cori su Balotelli ce lo ricordano quasi ogni domenica - ma quella
biancoceleste è forse la più intollerante e violenta di tutte. Basta
pensare alla storia di Aaron Winter, stella olandese della Lazio nei
primi anni Novanta. Quante gliene fecero pagare gli ultras per via di
quel nome ebraico e per il colore nero della sua pelle. Accolto sui
muri della Capitale da scritte inneggianti alla purezza della razza,
fece ricredere tutti sul campo, diventando uno dei beniamini di quella
squadra. Ennesima dimostrazione di quanta ipocrisia ci sia negli
ambienti, spesso malati, del tifo. Se sei bravo ti si perdona la
“colpa” di essere “inferiore”, se non sei un calciatore sopraffino
resterai per sempre “un ebreo e un nero di merda”. La stessa cosa che
potrebbe succedere a Golasa, nel caso segnasse ad esempio un goal agli
odiati cugini giallorossi. Da bersaglio di fischi e beceri urlacci a
ottavo re di Roma, la promozione sarebbe automatica e più veloce della
luce. Da quando Claudio Lotito è presidente della Lazio, a onor
del vero, la società ha iniziato a combattere una durissima battaglia
contro il razzismo negli stadi (ed in particolare nel suo). Lotito,
imprenditore che ha accumulato una fortuna con alcune imprese di
pulizie e sanificazione, sta provando a ripulire il mondo del calcio.
Osteggiato da una rumorosa minoranza di tifosi laziali, è intenzionato
a portare a termine quella che considera una missione. L’ingaggio di
Golasa, per l’appunto, va interpretato non solo come un innesto
qualitativamente importante, ma anche come una sfida alle frange più
estremiste degli ultras.
Adam Smulevich
Memoria - Mantova, un Osservatorio per il presente
Il presente della memoria
è per il secondo anno il titolo dell’evento dedicato ad Articolo3
Osservatorio sulle discriminazioni all’interno della programmazione per
il Giorno della memoria. Monitoraggio della stampa – che da alcuni mesi
è diventato regionale – consulenze giuridiche, formazione e
informazione: Articolo3 ha presentato venerdì 29 gennaio il suo
Rapporto per il 2009, alla presenza di un pubblico di 300 persone e con
due ospiti d’eccezione, Gian Antonio Stella e Mostafa El Ayoubi. Nato a
Mantova nel 2008, al Tavolo permanente per le celebrazioni del Giorno
della memoria, Articolo3 è stato voluto dalla Comunità ebraica di
Mantova, dall’Istituto mantovano di storia contemporanea, dall’Istituto
di cultura sinta, da Sucar drom e da Arcigay Mantova, con la
collaborazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. [...]
L'articolo prosegue sul Portale dell'ebraismo italiano moked.it
Memoria - Venezia, la Shoah e le intolleranze di oggi
Una
sala gremita di spettatori accoglie la cerimonia ufficiale del Giorno
della Memoria al teatro Goldoni di Venezia. In apertura gli interventi
del presidente della Comunità ebraica di Venezia, Vittorio Levis e del
sindaco di Venezia, Massimo Cacciari. Nel suo discorso Levis si è
interrogato sul senso del Giorno della Memoria. Burocraticamente lo
stato italiano ha decretato che l’anniversario della liberazione del
campo di Auschwitz fosse dedicato al ricordo della Shoah, delle leggi
razziali e della deportazione. La legge è nata in un momento di
travaglio politico quando ancora erano forti le voci negazioniste e in
questo modo si è pensato di poter contribuire alla conoscenza diffusa
dei fatti che hanno straziato l’Europa. [...]
L'articolo prosegue sul Portale dell'ebraismo italiano moked.it
Memoria - “Il libro dei deportati”, Mantelli descrive il suo progetto
Il
27 gennaio è uscito il secondo volume de “Il Libro dei deportati”,
monumentale opera sulla storia della deportazione dall’Italia ai Lager
nazisti. "Deportati, deportatori, tempi, luoghi" (ed. Mursia) racconta
la realtà dell’Italia occupata: da Asti a Firenze, da Pavia a Trieste,
quindici saggi per ricostruire la memoria di un paese. Il progetto di
ricerca, finanziato dalla Compagnia di San Paolo, è diretto da Nicola
Tranfaglia e Brunello Mantelli. Proprio con Mantelli, docente di Storia
all’Università di Torino, in occasione della due giorni di convegno
(28-29 gennaio) incentrata sul nuovo volume, abbiamo ricostruito le
tappe di questo articolato e difficile lavoro. [...]
L'articolo prosegue sul Portale dell'ebraismo italiano moked.it
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L'esodo, la liberazione di un popolo ma anche di se stessi
Mitzraim,
l’Egitto, può essere letto anche come Meitzarim, cioè “luoghi angusti”.
L’Egitto non rappresenta solo la schiavitù e l’oppressione fisica;
indica anche l’angustia (metzer), l’angoscia, la depressione dell’anima
che soffoca, che non riesce a respirare (neshamà, anima, ha due
lettere, shin e mem, in comune con neshimà, respiro). Perché l’anima
non sa più ascoltare la voce dell’altro, prima ancora della propria
voce interiore. Così rimane chiusa, prigioniera. Rimane ferma alla riva
del passato, non osa attraversare le acque del presente alla ricerca
dello spazio aperto del deserto. Teme il futuro e rischia di morire
asfissiata in un passato che non passa. La liberazione dell’esodo non è
solo quella del popolo, ma è anche quella personale. E spesso si resta
alla riva, nell’angoscia dettata dal proprio sé, forse il più feroce
carceriere.
Donatella Di Cesare, filosofa |
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rassegna stampa |
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Due
temi dominano oggi la rassegna, il viaggio di mezzo governo italiano in
Israele (non solo Berlusconi, ci sono otto ministri) e la scoperta di
nuovi documenti sul silenzio di Pio XII di fronte ai nazisti. Il
viaggio è un evento importante e significativo, che testimonia del
rovesciamento della politica italiana dalla posizione filoaraba comune
a Moro, Andreotti, Craxi, D'Alema in una sincera amicizia nei confronti
di Israele, compresa e ricambiata da parte israeliana (Antonio Ferrari
sul Corriere).
Per questa ragione Berlusconi sarà il primo italiano ad avere il raro
onore di parlare alla Knesset dopodomani. Per avere un'immagine dello
stato delle relazioni fra Italia e Israele, si possono leggere i
commenti di Fiamma Nirenstesin sul Giornale, quello di Angelo Pezzana su Libero di ieri e le due interviste dell'ex ambasciatore Avi Pazner, sul Corriere e su Repubblica. Berlusconi
ha avuto però l'ingenuità di concedere un'intervista a Haaretz, che ha
riportato sì le posizioni pro-israeliane del presidente del consiglio,
ma ha tendenziosamente intitolato l'articolo come un'intimazione a
bloccare le "colonie", sulla base inizio di una risposta sul problema
degli insediamenti in Giudea e Samaria, che in realtà è molto complessa
e articolata. Tutta la stampa italiana, naturalmente ha seguito
l'esempio di Haaretz (fra gli altri Galluzzo sul Corriere, Stabile su Repubblica, Conti sul Messaggero). Trovate tutta l'intervista sul Giornale,
ma per comodità dei lettori riporto tutta l'affermazione di Berlusconi:
"«La politica israeliana degli insediamenti può rappresentare un
ostacolo alla pace. Voglio dire al popolo e al governo israeliani, da
amico, con il cuore in mano, che perseverare in questa politica sarebbe
un errore. o apprezzato il coraggio del premier Netanyahu che ha
annunciato una moratoria di dieci mesi. Non si potrà mai convincere i
palestinesi della buona volontà di Israele, se Israele continuerà a
edificare su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di
un accordo di pace. Tuttavia quanto accadde a Gaza deve farci pensare.
Non si possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate,
devastazioni e violenza infra-palestinese e lanci di razzi in
territorio israeliano. Gli arabi vivono in Israele e partecipano alla
sua splendida vita democratica, e la guerra sarà davvero finita quando
i palestinesi accetteranno di ripristinare la grande tradizione araba
di tolleranza e di ospitalità verso gli ebrei nel loro territorio.
Anzi, oggi bisogna andare oltre la tolleranza e affermare una piena
convivenza e cooperazione, con una totale libertà religiosa, civile e
culturale. Condannare gli insediamenti con gli stessi argomenti
dell'estremismo è troppo facile, è ipocrita e non è degno delle classi
dirigenti dell'Occidente democratico. lo non ci sto.» Come vedete, un
omaggio rituale alle posizioni europee è poi confrontato con le vere
posizioni israeliane e reso sufficientemente duttile. Lo stesso vale
per l'altro tema sottolineato dai giornali, la restituzione del Golan.
In cambio Berlusconi rivendica la posizione filoisraliana dell'Italia
come sua responsabilità, parla di Israele come un pezzo d'Europa nel
Medio Oriente, prende una posizione chiarissima sull'Iran e sui
terroristi di Hamas. A lato delle considerazioni di politica
estera, Berlusconi afferma di essere vittima di un'aggressione
mediatica e questo dà modo a giornali tradizionalmente anti-israeliani
(per esempio D'Avanzo su Repubblica)
di lanciarsi in un elogio del sistema legale israeliano che ha saputo
disarcionare potenti come Olmert e Katsav. ma Israele non era lo stato
dell'apartheid e dell'ingiustizia?
L'altro tema è la
pubblicazione di due documenti che spiegano meglio la posizione di Pio
XII sulla Shoah, tratte dagli archivi inglesi (Il Giornale, Pierangelo Sapegno sulla Stampa).
Uno è un rapporto dell'ambasciatore americano in Vaticano di un
colloquio avvenuto il 19 ottobre '43, tre giorni dopo la deportazione
di oltre mille ebrei romani, quando i treni per Auschwitz erano ancora
in viaggio. Il papa non ne parla affatto e invece si dice preoccupato
"per la presenza di «piccole bande comuniste» che si andavano
organizzando nei dintorni della capitale e avrebbero potuto «commettere
violenze in città nel periodo tra l'evacuazione tedesca e l'arrivo
degli Alleati»." (Corriere)
Insomma, neanche nel segreto della diplomazia il Papa esprime disagio
per la razzia di esseri umani avvenuta sotto le sue finestre, ma gli
danno fastidio i partigiani. Il secondo caso è ancora più grave: "il
secondo documento, più ampio, risale al novembre 1944. In questo caso
l'incontro è tra Pio XII e l'ambasciatore britannico in vaticano
Francis D'Arcy Godolphin Osborne. Roma era stata liberata in giugno, ma
il conflitto continuava: proprio in quel momento i tedeschi stavano
deportando in massa ad Auschwitz gli ebrei dell'Ungheria, divenuta
teatro di guerra fra l'Armata Rossa e le forze del Terzo Reich. Nel
frattempo i sovietici avevano riconquistato i Paesi baltici e si erano
affacciati in Polonia. D'Arcy Osbome, come lui riferisce nel resoconto
del colloquio, parlò del suggerimento che aveva rivolto al Papa il
ministro degli Esteri britannico Anthony Eden, esortandolo a diffondere
un pubblico appello in favore degli ebrei ungheresi. Pacelli gli
rispose che proprio in quei giorni stava ricevendo pressioni affinché
denunciasse gli abusi compiuti dai russi sulle popolazioni dei Paesi
baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e della Polonia, ma non aveva
ancora preso una decisione in proposito." E' impressionante. Roma è
libera, il papa non ha nulla da temere, gli chiedono di prendere
posizione per gli ebrei, e lui si mette a parlare di estoni, lettoni
(fra l'altro in buona parte protestanti o ortodossi). Hanno un
bel difenderlo cattolici peraltro rispettabili e pieni di buona volontà
come Andrea Ricciardi (Il Corriere) e il cardinal Silvestrini (La
Stampa). Ma è chiaro che anche in condizioni di assoluta sicurezza e
senza rischi per sé o per la sua istituzione, al Papa del destino degli
ebrei non interessava nulla, mentre temeva molto tutto quel che
puzzasse di comunismo.
A proposito di comunismo, tutto da leggere sul Giornale l'articolo
di Lehner sull'ingratitudine e – diciamo – l'assenza di filosemitismo
di Togliatti e Nilde Iotti. Continuando con i temi vari, sembra che la
Lazio abbia ingaggiato un promettente giocatore di calcio
israeliano e che però adesso tutti siano preoccupati della reazione dei
tifosi, notoriamente estremisti di destra (Cardone su Repubblica). Per quanto riguarda il Medio Oriente, come riferisce fra gli altri Molinari sulla Stampa,
gli americani hanno fatto sapere di aver dispiegato missili antimissile
sul Golfo in previsione di un attacco iraniano (Israele dovrebbe
cavarsela da sé, comunque vi sono indizi di un coordinamento
strategico, per esempio il capo della Cia Panetta è appena venuto in
visita a Gerusalemme). Da leggere, ancora sulla Stampa,
l'intervista a Daniel Pipes, sempre molto informato, sul "tramonto"
della soluzione dei due stati in Eretz Israel. Interessante il fondo
dello Herald Tribune,
sulla "scadenza non rispettata dell'Iran": il grande tema dei prossimi
mesi è cosa fare col nucleare iraniano, una decisione che ormai è
immediata. Il Giornale, L'Unità
ecc. danno rilievo alla vicenda del terrorista Mahamoud Al Mahbou
ammazzato a Dubai dove stava comprando armi per Hamas, naturalmente
dando per buona la versione di Hamas per cui gli assassini sarebbero
persona dal passaporto straniero, magari al seguito del ministro
Landau, cioè "agenti del Mossad". Il fatto è che nessuno ne sa niente,
che Dubai è letteralmente "un porto di mare" o piuttosto uno snodo
aereo e un grande mercato in cui passano molte migliaia di stranieri al
giorno. Si tratta di un terrorista, sequestratore e assassino. Il
commento migliore è quello citato da Giorno, Nazione, Carlino: "Landau ieri si è limitato a citare un versetto biblico: «Allo stesso modo ha detto muoiano tutti i nemici del Signore»."
Ugo Volli |
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Monsignor Tadeusz: 'Ho sbagliato ma non sono negazionista' Città del Vaticano, 1 feb - "Ho sbagliato a dire che le mie parole erano state manipolate" ha detto monsignor
Tadeusz Pieronek all'agenzia di stampa KAI (Katolicka Agencja
Informacyjna) rivedendo la posizione espressa nela scorsa settimana
dopo un'intervista rilasciata al giornalista Bruno Volpe. Una frase
sbagliata, ma nessun intento negazionista: così il vescovo
polacco Pieronek, protagonista la scorsa settimana di una
contestata intervista al sito 'Pontifex', ha spiegato in una
dichiarazione fatta pervenire oggi all'agenzia KAI il suo punto
di vista sulla vicenda. "La Shoah? Un'invenzione degli ebrei", era
titolata l'intervista apparsa sul sito", poi il vescovo aveva smentito
accusando il giornalista Bruno Volpe di aver manipolato le sue parole.
Quest'ultimo si era quindi rivolto all'avvocato Carlo Taormina,
affinché chiedesse ragione al vescovo dell'accusa di manipolazione. Il
vescovo risponde ora con una nota alla KAI, in cui ammette di aver
usato l'espressione "invenzione ebraica" e chiede scusa a quanti si
sono sentiti offesi dalle sue parole, ma rifiuta comunque l'accusa di
negazionismo. "Sono stato io a dire durante il colloquio con il
direttore Volpe che 'la Shoah era un'invenzione degli Ebreì.
Naturalmente questa mia sfortunata frase, risultato di un'abbreviazione
mentale, non esprime il mio giudizio. Avevo in mente la parola,
l'espressione, il termine "Shoah", con il quale il genocidio degli
Ebrei era stato definito dal noto premio Nobel americano, scrittore
ebreo Elie Wiesel. Autore dell'invenzione dello sterminio degli Ebrei
ed esecutore di tale inaudito genocidio fu la Germania di Hitler". |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
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