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L'Unione informa
 
    17 marzo 2010 - 2 Nisan 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Adolfo Locci, rabbino capo di Padova Adolfo
Locci,
rabbino capo
di Padova
“...olocausto da bruciarsi con il fuoco, profumo gradito al Signore” (Vaiqrà 1:9). Questa espressione è usata sia per l’olocausto di un animale domestico (bovino o ovino), presentabile generalmente da persone benestanti, sia per quello di un volatile presentato da persone più povere. Per questo i Chakhamim hanno detto: “Sia chi offre di più sia chi offre di meno, basta che indirizzi il suo cuore verso il cielo”. Dunque, secondo i maestri, il sacrificio è accettato più per la disposizione del cuore dell’offerente che per il valore dell’offerta. Allora potrebbe anche verificarsi che i ricchi ritengano di offrire un volatile se effettivamente basta il “pensiero” per vedere accettata la propria offerta. Rav Shelomo Aviner spiega che il principio dell’intenzionalità del cuore può realizzarsi solamente quando la persona ha offerto al massimo delle sue facoltà.  
Nella disputa fra Usa e Israele sulla costruzione di 1600 case a Gerusalemme Est l'unico esponente di primo piano dell'amministrazione Obama che ancora tace è Rahm Emanuel, il capo di gabinetto della Casa Bianca che non si è mai inteso con il premier Nethanyahu. E che è molto occupato a preparare un viaggio di famiglia a Gerusalemme per la maggiorità religiosa del figlio.   Maurizio
Molinari,
giornalista
Maurizio Molinari  
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  Minerbi: dialogo tra ebrei e cattolici? 
Ma se il Vaticano snobba Israele...


Sergio MinerbiHa sempre usato parole nette sul rapporto tra ebrei e cattolici, sottolineando in un recente saggio come la politica della Santa Sede possa portare il dialogo a una «insormontabile impasse». Perché se Giovanni Paolo II avviò il «tentativo di cristianizzare la Shoah», Papa Ratzinger è il pontefice il cui nome è legato allo scontro sulla beatificazione di Pio XII; alla revoca della scomunica ai quattro vescovi (tra cui il negazionista Richard Williamson) ordinati illegittimamente da monsignor Lefebvre; alla reintroduzione del messale preconciliare nella cui preghiera del Venerdì santo si anela alla rimozione dell’«accecamento» (formula poi dallo stesso Ratzinger modificata) degli ebrei. Eppure «in questo momento - dice Sergio Itzhak Minerbi, esperto in economia, studioso autorevole dei rapporti tra Israele e Vaticano, famoso per la sua verve polemica - il problema principale non è più la questione del dialogo tra ebrei e cattolici: adesso c’è di mezzo la volontà della Santa Sede di delegittimare lo Stato d’Israele in tutti i modi».
A cosa si riferisce, Minerbi? Da decenni la Chiesa cattolica ha riconosciuto lo Stato d’Israele. E lei stesso ha dato un giudizio positivo sulla visita compiuta il 17 gennaio scorso da Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma.
«È vero, ma quella visita ormai è quasi un’eccezione che conferma la regola. Qualcosa è cambiato, ma in peggio. Innanzitutto Benedetto XVI ha visitato il Tempio maggiore dopo che il 19 dicembre scorso aveva riconosciuto le ”virtù eroiche" di Pio XII, sul cui eroismo molti sono scettici, e io ancora di più. Ma il 19 gennaio, in vista dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi prevista a ottobre, sono stati pubblicati i Lineamenta, una nuova edizione della vecchia politica mediorientale della Santa Sede che consiste nel delegittimare e addossare a Israele tutte le colpe del conflitto. Il punto 75, per citarne uno, dice che "la soluzione dei conflitti è nelle mani del Paese forte che occupa un Paese o gli impone la guerra. La violenza è nelle mani del forte ma anche del debole, che per liberarsi” - riecco la teoria della liberazione - ”può ugualmente ricorrere alla violenza a portata di mano. Diversi nostri Paesi (Palestina, Iraq) vivono la guerra e tutta la regione ne soffre direttamente, da generazioni. Questa situazione è sfruttata dal terrorismo mondiale più radicale". Così il Vaticano ha riassunto molto bene la propria posizione, del tutto differente dalla mia. Con questo paragrafo non siamo più all’equidistanza. Israele anzi diventa responsabile di avere causato il terrorismo mondiale».
Lo considera un passo indietro?
«No, è la continuazione senza lacuna di quanto fu in passato: la Santa Sede ha dimostrato ostilità a Israele da quando lo Stato esiste. Perché iniziassero delle normali relazioni diplomatiche si dovette attendere la fine del 1993, l’anno della stretta di mano tra Arafat e Rabin. In seguito, Giovanni Paolo II prima di visitare la Terra santa - che io chiamo Israele - ricevette Arafat in Vaticano».
È recentissimo però l’«incidente spiacevole» - come lo ha definito Netanyahu rilanciando peraltro in seguito la sfida - dell’annuncio di nuove costruzioni di case nella parte araba di Gerusalemme. Un fatto che ha reso irosa Washington, e non solo.
«Israele non ha mai accettato che Gerusalemme fosse esclusa nella sua interezza da abitazioni ebraiche. Certo tirare fuori la questione in quel momento non è stato un passo molto furbo».
Ne è nata una crisi diplomatica pesantissima.
«Oh, la maestra Clinton ha già dato la bacchettata al povero scolaro Netanyahu. Ma sul lungo periodo, come la Chiesa è fondamentalmente antiamericana, così Israele è a favore degli americani: per questo le posizioni sono diametralmente opposte, non abbiamo le stesse idee su come dirigere il mondo. La Chiesa sposa le tesi dei terroristi palestinesi».
In che termini vede una possibile ripresa dei negoziati?
«Da buoni commercianti, i palestinesi vogliono “vendere” tutto, anche il proprio ritorno al tavolo negoziale. Evidentemente pensano che senza negoziato ma con l’aiuto degli Usa otterranno di più. Sono costretto a essere scettico sull’esito positivo di un possibile negoziato. Ritengo che i palestinesi non abbiano alcuna fretta di arrivare al loro Stato mentre - follemente - sperano che alla fine, invece di spartire la Palestina, se la mangeranno tutta intera. Nel frattempo sono foraggiati da Ue e Onu con centinaia di milioni a fondo perduto senza che siano capaci di creare un solo posto di lavoro».
Intanto Israele potrebbe giungere a un’azione di forza contro l’Iran? Lo studioso Moshe Vered ha avvertito che potrebbe essere l’inizio di una guerra di anni.
«Non sono nel segreto delle cose, ma come semplice cittadino mi consta non che Israele stia preparando un attacco, bensì che stia cercando di indurre i Paesi occidentali a fermare l’Iran nel suo armamento. E non è la stessa cosa».
La tesi di Georges Bensoussan, ripresa di recente da Anna Foa sull’Osservatore Romano, dice che l’elemento fondante di Israele fu il sionismo, solo più tardi sostituito dalla Shoah. E che basando su quest’ultima la propria identità politico-religiosa Israele «rischia il ripiegamento sulla catastrofe» invece che puntare sulla «speranza del futuro». Lei che emigrò in Israele alla fine della seconda guerra mondiale, cosa ne pensa?
«Mah, quando si esamina la politica di uno Stato, o di un governo, piuttosto fatalmente ci sono quelli che mettono in risalto un elemento o un altro. Personalmente quando penso alla nascita di Israele evidenzio la volontà dei pionieri che costruirono il Paese e furono costretti a una guerra imposta da tutti i Paesi arabi coalizzati contro il nascente Stato, e la vinsero: questo mi pare l’elemento fondante».
Come giudica a oggi i rapporti tra Benedetto XVI e Israele?
«Se fossi una maestra di scuola difficilmente arriverei al ”lodevole”... È possibile che il Pontefice sia un po’ prigioniero della Curia. Resta il fatto che a inizio 2009, operazione Piombo fuso, in una settimana giunsero cinque espressioni di solidarietà ai poveri arabi palestinesi. Ma in otto anni di missili sulla testa dei civili, all’indirizzo di Israele non era arrivata una parola. Fondamentalmente nell’analisi politica che la Santa Sede fa sul Medio Oriente sbaglia totalmente, prendendo tra l’altro una posizione antiamericana così come successo in altre parti del mondo, per esempio in Algeria. C’è una simpatia strana ma insita nella loro dottrina per cui gli islamici sono tutti bravi e simpatici, mentre gli ebrei sono tutti disgraziati».
Che vanno convertiti, lei sottintende?
«Nei confronti degli ebrei viene sempre usata la parola riconciliazione; con i musulmani si parla di cooperazione».
Ipotizzava un Ratzinger «un po’ prigioniero della Curia». Come definirebbe Benedetto XVI?
«Antipatico, ma fondamentalmente credo una persona seria».
Cioè?
«Prendiamo il caso Williamson: ci vuole un coraggio civico enorme per rimettersi in causa, scrivere a 4500 vescovi e - invece che rifugiarsi nell’infallibilità del Papa - raccontare che sul caso non era stato informato. Bravo. Un punto a suo favore anche quando, già rientrato dalla visita ad Auschwitz, si corresse nella frase che aveva ripreso da quella di Giovanni Paolo II parlando di "sei milioni di vittime, un quinto della popolazione polacca”. Del resto anche l’idea di firmare le "virtù eroiche" di Pio XII alla vigilia della visita al Tempio mi sembra più nello stile di alcuni eminenti cardinali che del Papa... Ma forse sbaglio, non sono nel segreto delle cose. È un giudizio che non mi concerne, ma come dicevo non so se Benedetto XVI riesca a dominare la Curia o se sia la Curia a dominare lui: ho l’impressione che quest’ultima sia l’ipotesi più vera. Nella migliore delle ipotesi ha un’amministrazione che non funziona».
Tornando al rapporto ebrei-cattolici, come potrebbe continuare il dialogo secondo lei, e su quali basi?
«Io agirei in modo del tutto diverso da quanto si fa attualmente. Per dirne una, di recente c’è stata una riunione del Dialogo ebraico-cattolico in cui si è discusso di ecologia, un problema neutro su cui si trovano tutti d’accordo. Sarebbe stato meglio discutere di bioetica, tema che investe tutti i cittadini italiani nel momento in cui il governo di Roma ha sposato in pieno le tesi del Vaticano sulla procreazione assistita».
Sta dicendo che l’Italia è asservita al Vaticano?
«L’Italia non è asservita a nessuno. Ma nelle cose è un po’ come quell’automobilista che non conosce la strada e segue quello che gli sta davanti».

Paola Bolis, il Piccolo, 17 marzo 2010

«Mio padre volontario per liberare Trieste»


Trieste -  Sarà imperniata su ”Benedetto XVI e gli Ebrei” la conferenza - organizzata dall’Associazione Italia-Israele e dal Museo della comunità ebraica ”Carlo e Vera Wagner” - che Sergio Itzhak Minerbi terrà oggi alle 17.30 al Museo stesso, in via del Monte 7.
Nato a Roma nel 1929, Minerbi arrivò nell’allora Palestina nel ’47. Laureato in Economia e relazioni internazionali dell’Università di Gerusalemme, un dottorato di ricerca alla Sorbona, numerose pubblicazioni, Minerbi è stato docente all’Istituto per l’ebraismo contemporaneo dell’Università di Gerusalemme e professore ospite di Scienze politiche all’Università di Haifa. Dal 1961 all’89 ha fatto parte del ministero degli Esteri israeliano. È stato ambasciatore ad Abidjan (Costa d’Avorio) e a Bruxelles presso le Comunità Europee, il Belgio e il Lussemburgo. Nell’89 ha creato la Shanti Consultants Ltd, società di consulenza economica mirata a rafforzare i rapporti e la cooperazione economica con l’Italia.
Minerbi giunge oggi in una città con cui ha dei legami (due Minerbi rivestirono cariche di spicco nella vita sociale ed economica della Trieste del primo Ottocento). Ma poi «mio padre andò volontario nella Grande guerra per liberare Trieste. E voglio sperare che la città sia soddisfatta di questa liberazione. È passata dall’essere l’unico porto austroungarico a località alla periferia dell’Italia, ma oggi deve sfruttare il nuovo assetto politico-economico dell’Ue per tornare a essere sbocco sul mare» della Mitteleuropa. «Auspico anche - chiude Minerbi - una cooperazione tecnico-scientifica e industriale con Israele: l’Italia ha un’ottima schiera di tecnici e può utilizzare idee e tecnologie che nascono in Israele ma che stentano poi ad avere un largo respiro».

il Piccolo, 17 marzo 2010

Ugei: “Intollerabile gesto di Zarate, il giocatore chieda scusa”

Giuseppe Piperno “Il gesto di Zarate è intollerabile, il saluto romano rievoca periodi storici tragici culminati come tutti ben sappiamo. Sarebbe auspicabile che il giocatore ora porgesse le sue scuse”, ad affermarlo è stato Giuseppe Piperno, presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, in una nota rilasciata alla stampa. “L’episodio - prosegue la nota - assume una gravità maggiore proprio per l’effetto che può avere sui bambini che vedono Zarate come un idolo da seguire. Dispiace molto che ciò avvenga nella Lazio, società da sempre impegnata a combattere ogni forma di antisemitismo e di razzismo, ora però crediamo che sia compito delle autorità sportive valutare il caso e prendere i necessari provvedimenti.”

Giuseppe Piperno, presidente dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia

Qui Firenze - Onore a una eroina silenziosa

LocandinaDomani mattina il popolo ebraico renderà il giusto onore a una delle sue salvatrici: il nome di Maria Agnese Tribbioli, fondatrice nel 1927 della Congregazione delle Pie Operaie di San Giuseppe di via dei Serragli, verrà scritto nel registro dei Giusti tra le nazioni. Il riconoscimento ufficiale avverrà nel corso di una cerimonia organizzata nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio alla quale parteciperanno le più importanti autorità civili e religiose cittadine, tra cui il sindaco Matteo Renzi, l’arcivescovo Giuseppe Betori e il rabbino capo Joseph Levi.
In apertura di mattinata è previsto l’intervento di Cesare Sacerdoti, figlio di uno dei tanti ebrei salvati dalla religiosa e promotore di questa iniziativa. Seguiranno gli interventi di alcuni docenti universitari, che ricostruiranno le tappe più significative nella vita della Tribbioli. Sarà poi Gideon Meir, ambasciatore di Israele in Italia, a consegnare medaglia e pergamena dell’istituto Yad Vashem a Marta Lombardi, attuale superiora generale della Congregazione.
Negli anni delle persecuzioni nazifasciste numerosi ebrei trovarono rifugio all’interno della Casa Generalizia della Congregazione, sfuggendo così alla deportazione nei campi di concentramento. Ad aprir loro le porte fu proprio Maria Agnese Tribbioli, che preferì non avvertire le altre suore della rischiosa decisione presa (non a caso in seguito verrà definita “operaia silenziosa”).
Il ricordo della donna è nelle parole commosse di Emanuela Vignozzi, vicaria generale delle Pie Operaie di San Giuseppe: “È sempre stata molto umile, modesta, non raccontava mai quello che aveva fatto nel corso della sua vita. Anche in questo caso operò silenziosamente, per non allarmare la comunità sui rischi che avrebbe creato questa azione assistenziale nei confronti degli ebrei”.
E mentre il popolo ebraico le conferisce la massima onorificenza prevista per chi scelse la via del coraggio invece di quella dell’indifferenza, in Vaticano è in pieno svolgimento il suo processo di beatificazione.

Adam Smulevich
 
 
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  Ze'ev Levy (1921-2010)

Donatella Di CesareNel kibbutz Hama’apil è scomparso ieri 16 marzo 2009/1 nissan 5770 Ze’ev Levy, filosofo e professore emerito di filosofia ebraica all’Università di Haifa. Ze’ev Levy era nato a Dresda nel 1921 e nel 1934 era emigrato con la famiglia in Eretz Israel. Dopo aver completato la scuola a Tel Aviv, aveva lavorato duramente, dedicandosi all’agricoltura nel Kibbutz Cheftzi-bah; era diventato pastore e manteneva così la sua famiglia. Ma un giorno contrasse una malattia infettiva e fu costretto all’isolamento. Approfittò di quel periodo per riprendere gli studi. Si dedicò prima alla matematica, poi alla filosofia. Studiò con passione Spinoza. Il Kibbutz lo aiutò. Ze’ev Levy poté ottenere in breve tempo la laurea, con una tesi su Rosenzweig, e poi la libera docenza. Fu tra i primi ad insegnare filosofia ebraica in Israele. Dal 1973 al 1989 ricoprì la cattedra a Haifa. Ha scritto libri di etica e bioetica; ha tradotto moltissimi autori in ebraico, tra cui Levinas, e ha pubblicato numerose opere di rilievo su Spinoza, Mendelsohn, Nachman Krochmal, Hermann Cohen, Martin Buber. Chi lo ha conosciuto lo ricorda per la sua cultura, la sua umanità, la sua straordinaria modestia.

Donatella Di Cesare, filosofa


A proposito di antisemitismo - 3

Francesco Lucrezi“Se perfino gli Stati Uniti rimproverano Israele, è indiscutibile che, almeno stavolta, gli israeliani abbiano torto”. Quante persone, di fronte alle recenti polemiche riguardo ai contestati progetti edilizi a Gerusalemme Est, in questi giorni, avranno fatto un’osservazione di questo tipo? Certamente molti. La rappresentazione della controversia offerta dai mezzi di comunicazione non lascia spazio a molti altri giudizi: e, anche quando la responsabilità non venga fatta ricadere unicamente su Israele, non c’è dubbio che le ragioni della controparte emergano come fortemente meritevoli di considerazione. Stavolta non si tratta di fronteggiare proclami di distruzione dello stato ebraico, ma semplici richieste di spazio, di territorio, apparentemente funzionali alla legittima realizzazione del futuro stato palestinese.
Il problema è che la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana ha della questione una percezione molto diversa da quella degli osservatori europei, o americani. Gli israeliani sanno bene, infatti, che le rivendicazioni palestinesi si intrecciano, o si fondono, con posizioni - diffusissime in tutto il mondo arabo - di contrapposizione radicale nei confronti dello stato ebraico, delegittimato e criminalizzato nella sua stessa identità, non certo per semplici questioni di confini, o per qualche specifico contenzioso politico o amministrativo. Non dimenticano che, ogni qual volta si sia registrato qualche timido passo di dialogo, si sono sempre immediatamente levate, nel fronte avverso, alte denunce di ‘tradimento’, molte piazze si sono riempite di folle sdegnate, gli attentati terroristici si sono moltiplicati. Ricordano bene qual è stato il prezzo di sangue dell’accordo con l’O.L.P., nel 1993, con le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme devastate da un’impressionante serie di attentati suicidi, o la risposta all’evacuazione da Gaza, nel 2005, con la quotidiana pioggia di missili sulle strade, le case e le scuole di Sderot. Sanno quanto sia ancora radicata la negazione del diritto di Israele a esistere, e quanto essa prescinda completamente dalle specifiche misure prese, di volta in volta, dal governo di Gerusalemme. Hanno constatato mille volte come, per molti dei propri interlocutori, qualsiasi linea di confini, anche la più ridotta, apparirebbe sempre eccessiva.
In Europa e in America le richieste degli arabi vengono lette come giuste premesse sulla strada per la pacifica convivenza, ma gli israeliani sanno, per triste esperienza, che non è così. Ciò non significa, naturalmente, che Israele abbia sempre ragione, o non possa sbagliare, ma solo che è del tutto ingenuo pensare che possano essere i suoi comportamenti, più o meno ‘virtuosi’, a determinare l’atteggiamento, nei suoi confronti, della generalità del mondo arabo, e ad avvicinare o allontanare la pace.
E’ giusto che Israele rispetti i diritti dei palestinesi. Ma, lo farà esclusivamente per fedeltà ai propri valori di fondo, alla propria vocazione di giustizia, senza farsi nessuna illusione riguardo a riconoscimenti esterni o possibili premi in termini di pace e sicurezza. 

Francesco Lucrezi, storico
 
 
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In Medio Oriente si sta vivendo una situazione che più pericolosa non potrebbe essere: Abu Mazen, nonostante i successi riportati in economia con l’aiuto di Israele, è sempre più debole; Hamas ha, per la prima volta dalla sua presa del potere, dovuto riconoscere al proprio massimo dirigente, quel Khaled Meshal che vive a Damasco, che la situazione è sempre più difficile da gestire, coi palestinesi che forse incominciano a comprendere in quale situazione si sono ingarbugliati; il presidente Obama non sa più in quale direzione andare, tra calo costante di popolarità e impotenza di fronte, tra gli altri, al problema Iran (sarà solo una coincidenza se il generale Petraeus ha dichiarato che “la minaccia nucleare iraniana non è imminente”?); Mubarak è, per la prima volta da quando è salito al potere, in grave difficoltà di fronte alle prossime elezioni politiche; il re di Giordania deve avere anch’egli i suoi problemi, anche se non sono ancora del tutto chiari, se arriva a prendere, di nuovo, gravi provvedimenti nei confronti di suoi sudditi palestinesi, e intanto ricomincia a soffiare sul fuoco con falsi proclami (del genere: la volontà degli israeliani di ricostruire l’antico Tempio al posto della moschea della spianata). Di fronte a queste debolezze Netanyahu deve dimostrare di saper tenere ferma la barra del comando, nonostante i colpi che i suoi amici, i suoi nemici, e chi non si capisce se gli sia amico o nemico, gli portano per cercare di nascondere le proprie difficoltà. Non molto diversa dalla sua è poi la situazione del presidente siriano Assad, apparentemente forte tra l’amicizia iraniana e quella nuova delle potenze occidentali, che oramai gli concedono tutto. In simile situazione non resta che attendere gli eventi che ci porteranno una situazione che non potrà che essere del tutto nuova. Sul Corriere Paolo Valentino ci riporta quanto negli USA scrivono sostenitori e avversari di Obama, per chiudere con queste parole: forse alla Casa Bianca manca una strategia complessiva, mentre Antonio Ferrari fa una ricostruzione, purtroppo parziale ed imprecisa, degli avvenimenti degli ultimi anni in Medio Oriente. Sul Foglio leggiamo una attenta ricostruzione dei numeri, che non vanno mai dimenticati, della storia di Gerusalemme: dal 1967 la popolazione araba è passata dal 28 al 36 per cento (ma non si parla di genocidio da parte degli israeliani?), 12 mila arabi hanno chiesto la cittadinanza israeliana preferendola a quella offerta dalla Autorità Palestinese; tutto ciò succede in una Gerusalemme “araba” che nel 1876 contava 12 mila ebrei su una popolazione complessiva di 25 mila, e nel 1948 ne contava 100 mila a fronte di 48 mila musulmani e 25 mila cristiani. Dopo questo inquadramento l’articolo ricorda che in Israele si cerca di ricostruire, casa per casa, quella che ne fu la storia per riassegnarne la proprietà alle famiglie che le possedevano nel 1948 (quando la Giordania cacciò tutti gli ebrei confiscandone gli averi). Da tale ricostruzione si evince che il quartiere Sheikh Jarrah, teatro delle attuali controversie per le costruzioni contestate di 1600 alloggi, fu dalle sue origini (nel 1891) fino al 1948 un quartiere ebraico; si legge pure che nessun arabo è stato cacciato da Gerusalemme; il fatto tuttavia che la comunità internazionale non abbia mai riconosciuto questi fatti ha spinto i passati governi israeliani ad annettere Gerusalemme in modo autonomo. Pure su Avvenire Scaglione ricorda che in quei quartieri di Gerusalemme Est vivevano anche gli ebrei prima di essere cacciati dopo la conquista giordana del 1948. Sullo stesso Avvenire troviamo pure una storia delle due intifade che presenta numerose scorrettezze. Sarà nuova intifada? E’ troppo presto per poterlo affermare. Sul Foglio si legge comunque che a scendere in piazza sono soprattutto giovani perché gli adulti preferiscono godere i frutti della pace economica siglata con Israele. E nello stesso articolo, a dimostrazione di quanto complessa sia la attuale situazione politica dell’area tutta, si legge che il Capo di Stato Maggiore Gabi Ashkenazi è in visita ufficiale ad Ankara dove è stato ricevuto in pompa magna dalla guardia d’onore; l’importante è che questo sia avvenuto, ma non se ne deve parlare assolutamente. Sul Wall Street Journal Bret Stephens firma un interessante articolo nel quale spiega che il conflitto tra Israele e Palestinesi non è territoriale ma esistenziale; se Israele ha accettato di avere un vicino palestinese, non è possibile affermare il viceversa, e qui sta una chiave del problema che non si deve dimenticare. Nella grande quantità  di articoli di oggi, ancora da segnalare la perfetta analisi di Emanuele Ottolenghi su Liberal dopo il discorso di Lady Ashton di fronte alla Lega Araba al Cairo: un programma in tre punti che vede relazioni storicamente sempre idilliache tra Europa e Arabi (forse la baronessa non ha studiato bene la storia quando andava a scuola), assicura la vicinanza dell’Europa alle posizioni arabe circa il conflitto con Israele, e pare trascurare la minaccia iraniana (forse su questo terzo punto in alcuni arabi saranno sorti dei sospetti). In una simile situazione, con simile amica, Ottolenghi chiude significativamente chiedendosi perché mai i palestinesi si dovrebbero dar da fare per risolvere i vari problemi della regione. Ancora su Liberal un articolo descrive le immense spese americane (400 milioni di dollari/anno) per armare ed addestrare le forze di polizia di Abu Mazen che saranno destinate, in futuro, a unirsi alle forze di Hamas per combattere contro Israele, e non per tenere l’ordine in casa. Dispiace, ma non stupisce purtroppo, leggere su Terra l’intervista a Paola Canarutto che definisce “idolatria” quella degli israeliani per la Tomba di Rachele a Betlemme e per la “Moschea” di Abramo a Hebron; lo stesso parlare delle Porte di Davide e di Salomone sarebbe un non senso, ma risponderebbe solo alla volontà di annessione delle terre (bisognerebbe chiederle se ha mai saputo delle scoperte archeologiche che stanno confermando tutta la storia biblica). Sul Corriere viene descritta, in una breve, la visita del presidente brasiliano Lula che ha rifiutato di recarsi alla tomba di Herzl (ma si è recato al mausoleo di Arafat). Che i rapporti tra i governi israeliano e brasiliano non fossero buoni lo si sapeva da tempo. Dopo questa visita è difficile prevedere un miglioramento. Infine da segnalare un interessante articolo di Toni Capuozzo sul Foglio coi retroscena delle guerre e delle votazioni in Afghanistan (guerra giusta) e in Iraq (guerra da chiudere al più presto); così vuole il politically correct, ma Capuozzo ce ne dà una chiave di lettura diversa.
Nei giorni scorsi si sono lette e ascoltate parole sulle quali ciascuno di noi dovrebbe riflettere. Il giornalista Tramballi, ad esempio, ha accusato, sic et simpliciter, Israele di aver scatenato la guerra dei 6 giorni, senza che venisse data alcuna spiegazione sulla situazione creata da Nasser nel giugno del 67 e senza una sola parola sul progetto, esplicitamente dichiarato, di "ributtare a mare i sionisti" (insieme a tante altre accuse infondate e gratuite pronunciate dallo stesso giornalista in una serie di trasmissioni del programma di Radio tre Prima pagina). In un’altra trasmissione di RAI tre si è sentito parlare, tra le altre cose, della “pretesa” di Israele di considerare Gerusalemme la propria capitale; discorso che si potrebbe accostare alla “pretesa di chiamare Giudea e Samaria” quella che è da tutti chiamata la Cisgiordania, o chiamare “monte del Tempio” quello che è noto come “spianata delle moschee”. Non molto diversamente da quanto avviene negli USA dove un giornalista dell’ufficio di Gerusalemme del New York Times ha sostenuto che il presidente Obama non sarebbe popolare in Israele perché “gli israeliani sono razzisti”. Presto questa teoria sarà fatta propria anche dai nostri media? Temo che il prossimo futuro porterà un ulteriore incremento di parole e atti che avremmo sperato non ascoltare né vedere più.

Emanuel Segre Amar 

 
 
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Pubblicò una black list di professori universitari ebrei,                
il PM ha chiesto per l'autore tre anni di reclusione   
Roma, 16 mar -
Tre anni di reclusione o, in alternativa, tre anni di attività sociali presso la Caritas. Questa la richiesta che il pm Giuseppe Corasaniti ha fatto nei confronti di Paolo Munzi, che nel febbraio 2008 pubblicò su internet una "black list" di 162 docenti universitari indicandoli come appartenenti a una presunta lobby ebraica. Contro Munzi, sono costituiti parte civile l'Unione comunità ebraiche italiane (Ucei), la Comunità ebraica di Roma e due docenti citati nella lista.
 
 
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