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L'Unione informa
 
    23 marzo 2010 - 8 Nisan 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  Roberto Della Rocca Roberto
Della Rocca,

rabbino 
Nel primo secolo dell'era volgare, all'epoca di Rabban Gamliel II°, la situazione di grave pericolo nella quale versava il popolo ebraico rese necessaria l'introduzione della Birkhàt ha Minìm, una preghiera speciale contro apostati e delatori. Si tratta di quella dodicesima benedizione, che recitiamo tre volte al giorno assieme alle altre diciotto, che costituiscono la parte principale della preghiera quotidiana, la "Amidà". Non è facile definire con esattezza chi siano questi "Minìm". Eretici, apostati, sadducei, giudeo cristiani, sovversivi? Nella visione tradizionale sono diventati tutti coloro che, non riconoscendo nella Tradizione orale la struttura portante del popolo ebraico, minacciano l'integrità religiosa di Israele e la sua unitarietà. In verità la parola "Min", singolare di "Minìm", in ebraico significa "specie"; nei documenti di identità infatti è la parola che indica il sesso di una persona. Come se i Minìm, in tutte le epoche, fossero il paradigma di coloro che ci pongono quella ridondante domanda: che tipo di ebreo sei? A quale specie di ebraismo appartieni? Laico, ortodosso, riformato, conservativo, sionista etc.? "Sono Ebreo!", è la secca risposta del profeta Giona ai marinai che gli chiedono da dove viene e a quale popolo appartiene, insegnandoci che ciò basta e non è necessario aggiungere ulteriori definizioni.
E' desiderando la verità a vuoto e senza tentare di immaginarne in anticipo il contenuto che si riceve la luce. E' questo tutto il meccanismo dell'attenzione. (Simone Weil)   Matilde
Passa,
giornalista

Matilde Passa  
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  Rassegna stampa: la libertà dei commentatori è patrimonio di tutti

Pagine EbraicheIl commento alla rassegna stampa di ieri pubblicato su questo notiziario quotidiano e firmato dal professor Ugo Volli era in parte dedicato a quanto apparso sui giornali riguardo alle polemiche che attualmente attraversano la Comunità di Roma.
Il contenuto delle valutazioni ha suscitato interventi e reazioni di altri lettori. A tutti vorrei offrire le valutazioni che seguono.
E' necessario innanzitutto ribadire ancora una volta quanto viene chiaramente riportato nella nota che accompagna immancabilmente e quotidianamente ogni notiziario: 
“L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento”. 
Ogni opinione espressa dai collaboratori della redazione deve di conseguenza essere attribuita esclusivamente ai firmatari degli articoli e non può in alcun modo essere attribuita all'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Il commento alla rassegna stampa costituisce una libera valutazione del contenuto dei giornali. Tutto il contenuto della rassegna è a disposizione degli iscritti al Portale dell'ebraismo italiano all'indirizzo http://moked.it/rassegna-stampa/ agevolmente raggiungibile anche dal pulsante “leggi la rassegna” posto con evidenza in testa all'area del commento alla rassegna.
Tutti i lettori sono invitati a prendere direttamente conoscenza del contenuto dei giornali e formarsi una propria opinione, senza necessariamente rifarsi, se non è questo il loro desiderio, a quanto riportato dal commentatore del giorno.
Tutti sono invitati a rendersi disponibili, unendosi alle decine di collaboratori attualmente esistenti.
I collaboratori si esprimono in totale libertà e a tutti loro, nessuno escluso, vorrei esprimere stima e gratitudine per il contributo prezioso e utile a dimostrare l'estrema ricchezza di opinioni e di diversità che da sempre caratterizza la minoranza ebraica in Italia.

gv

 
 
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  Torah oggi - L'amaro e il dolce

Scialom Bahbout“Allevate molti allievi”: è questo uno degli insegnamenti della Grande Assemblea, composta dai Maestri che ricevettero il testimone dai Profeti.  L’alto numero degli allievi garantisce la trasmissione della tradizione: pochi maestri significa bassa probabilità che le tradizioni vengano recepite in maniera corretta dalla giovane generazione e rendano la comunità in grado di superare qualsiasi bufera, proveniente dall’esterno o dall’interno.
Da qualche anno è in corso un’analisi attenta del progressivo decadimento della comunità ebraica italiana: alcune scelte (o non scelte) di ordine normativo - che forse potevano essere giustificate in passato e le cui motivazioni sarebbe troppo lungo esaminare - sono divenute oggi molto problematiche. Pur tra mille difficoltà, alcuni rabbini stanno cercando di mettere ordine in una materia complessa, per cercare di adeguare gli standard halakhici dell'ebraismo italiano, e dare maggiore credibilità all’ebraismo italiano sul piano internazionale.
Il maggior rigore halakhico applicato alla kasheruth in generale e a quello di pesach in particolare, nonché le decisioni sulle procedure di conversione, prese a suo tempo dall’Assemblea dei Rabbini d’Italia, hanno cercato di portare equilibrio e certezza in un campo particolarmente delicato. Del resto quanto più forte è una comunità sul piano ebraico, sia teorico che pratico, tanto più facile è prendere decisioni non necessariamente rigide: per esempio, una comunità composta da talmidè chachamim può permettersi atteggiamenti diversi da una comunità in cui le norme della kasheruth sono disattese da una sua parte consistente. In alcuni aspetti normativi relativi alla kasheruht o altri aspetti della halakhà, permane tuttora una differenza tra le stesse comunità italiane e in generale questo non contribuisce alla chiarezza. In questo discorso rientra anche la cosiddetta guerra delle ciambellete: ma, com’è scritto nel libro dei Giudici, a proposito del miele trovato da Sansone nelle fauci di un leone , me-az jatzà matok: da un'amara situazione, ne è scaturita una dolce: le famose ciambellette a prezzo calmierato!.

rav Scialom Bahbout
 
 
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«Combatto quell'idea di Comunità chiusa»
Roma - Tobia Zevi 26 anni, è il più giovane consigliere dimissionano (ed è figlio di Luca, architetto e a sua volta a lungo esponente della Comunità, ed è nipote di Tullia, 91 anni, storica presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane). Ex leader dei Giovani ebrei, Tobia è politicamente attivo nel Pd romano. La sua contestazione alla presidenza Pacifici non è pesante nei contenuti ma riflette la preoccupazione di molti giovani ebrei progressisti romani.
Qual è il punto, Zevi? «Con questo metodo di governo, vediamo il pericolo di un ebraismo monoidentitano. Cioè che per gli ebrei italiani l'identità diventi un fatto esclusivo. Quindi il pericolo di una Comunità chiusa in se stessa che corre il rischio di una deriva identitaria. Da questo punto di vista le nostre dimissioni, che vengono percepite come un fatto negativo, in realtà possono rappresentare un'occasione per riflettere su un problema».
In sostanza cosa contestate a Pacifici? «Vorrei dire che, secondo me, Riccardo è un dirigente capace, con un grande consenso. Il vero problema è la paura. Mi spiego. In Italia la paura attraversa molte pieghe della società, visto che ci stiamo trasformando in un Paese multietnico e multiculturale. Molte istanze portano a localismi e odiose forme di settarizzazione. Gli ebrei non sono più i “diversi” per eccellenza, come avveniva in passato, ma sono ormai diversi tra i “diversi”. Quindi il timore è che la paura attraversi anche la nostra Comunità, la porti sempre più a chiudersi in se stessa, ripeto, per questa deriva identitaria, magari a causa dei tanti pericoli corsi in passato e che ora riguardano Israele, per esempio con l'Iran». Invece di questa Comunità «chiusa» Zevi ha in mente un modello diverso: «Un ebraismo che si occupi dei diritti, della difesa dei più deboli, ovviamente della propria vita religiosa e culturale ma in una visione di scambio e di incontro con le nuove realtà della nostra società. Ecco, tutto questo adesso non mi sembra ci sia. Comunque, noi dopo le dimissioni ci rimboccheremo le maniche per lavorare. Magari non nel Consiglio ma certamente nella Comunità».
Paolo Conti, Il Corriere della Sera, 23 marzo 2010 

Leone Paserman «È l'arroganza 
di chi ha perso ma si sente superiore» 

Roma - «Riccardo? Un uomo di grande dirittura morale, su questo non possono esserci dubbi. Un protagonista, un decisionista? Non vedo quale sia il problema...». Leone Paserman, ex presidente della Comunità ebraica romana. E' un sincero sostenitore di Riccardo Pacifici: lo ha avuto a lungo come vicepresidente e nelle ultime elezioni lo ha appoggiato. Ora Paserman presiede la Fondazione Museo della Shoah. Paserman non ha dubbi: «Non condivido affatto le motivazioni di quelle dimissioni. Le accuse sono inconsistenti. Sappiamo bene tutti delle polemiche per la visita di Benedetto XVI in Sinagoga, e ne abbiamo discusso apertamente. Ma per il resto tutte le altre accuse non si reggono in piedi». Prendiamo, Paserman, la questione morale... «Riccardo è un uomo di indubbia trasparenza morale. Gli aiuti a qualcuno? Pacifici ha un grande cuore e se aiuta lo fa proprio nell'ottica di poter dare una mano a chi è in difficoltà». E la mancanza di democrazia interna? «Questa, poi, è una contestazione assolutamente ridicola. Si sono svolte libere elezioni con una notevole affluenza, anche più alta che in passato. Pacifici ha avuto la maggioranza assoluta. Quindi ha il pieno diritto di governare. Non vedo perché debba scendere a compromessi e dividere la collaborazione con chi non stima, lo tratta con arroganza e ostenta una supposta superiorità intellettuale». A cosa si riferisce, presidente Paserman? «Io ci vedo anche un discorso classista. Molti di questi dimissionari sono gli ultimi rappresentanti di un'area che per decenni ha governato la Comunità. Ora grazie al voto le cose sono cambiate. E c'è chi si sente intellettualmente superiore a Pacifici. Ma che assurdità...». In quanto alla «vicinanza» con l'area Berlusconi? «Pacifici ha rapporti solo istituzionali. Infatti ha ricevuto la visita anche di Emma Bonino. E poi, vogliamo dirlo? Il governo Berlusconi è molto pi sensibile alle ragioni di Israele dei governi Prodi-D'Alema. E tutto questo nell'ambiente ebraico ha la sua indubbia influenza...».
Paolo Conti, Il Corriere della Sera, 23 marzo 2010 

Ovadia: bene hanno fatto a contestare Pacifici
“Fosse per me farei una Comunità degli ebrei italiani democratici. Il giorno dopo le dimissioni in blocco dei consiglieri di minoranza della Comunità ebraica romana, Moni Ovadia festeggia: “Sia lode a loro, non aspettavo altro”.
[…] “È un po' che dovevano svegliarsi, meglio tardi che mai”, insiste invece Moni Ovadia. “Da tempo sono disinteressato alle questioni che riguardano le Comunità ebraiche, ma sono sempre stato convinto che Riccardo Pacifici, se non fosse ebreo, sarebbe in un partito di destra. Ma il problema non sono tanto i partiti - prosegue Ovadia - è che le Comunità sono disposte a svendere qualsiasi cosa pur di andar dietro a chi fa le moine al governo israeliano. Hanno accettato una legge di stampo nazista sugli immigrati, non dicono quasi nulla sulla discriminazione dei nostri fratelli rom. C'è un ex-fascista che vuole la 'photo opportunity'? E loro stendono i tappeti. Poi questi stessi politici li vedi che vanno ad Auschiwitz, escono dai cancelli e dicono 'Mi sento israeliano'. Perché non ebreo? Perché non sinti, non rom, non slavo, non testimone di Geova? E' una bizzarra dichiarazione. Il ruolo delle Comunità ebraiche oggi - sostiene Ovadia - è tutto in subordine alle politiche del governo di Israele. Non vedo vivacità, non riconosco la linea vibrante e rivoluzionaria dell'ebraismo. Vedo solo pavida autoconservazione, senza nessun affiato morale. Ma l'ebraismo è uno schianto, non è una lagna.
Invece qui basta dire che le 1600 case che Netanyahu vuole costruire a Gerusalemme est sono uno schifo per sentirsi dare dell'antisemita”.
Paola Zanca, il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2010 

 
 
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Ergastolo per Heinrich Boere, ex killer delle SS
Berlino 23 mar -
Condannato all'ergastolo dalla Corte di Berlino l'ex SS Heinrich Boere. Lo scorso dicembre l'imputato aveva confermato, tramite una lettera, l'uccisione di tre persone. Nella missiva Boere, allora membro del Feldmeijer kommando delle Ss, spiega di aver ricevuto in segreto nomi e indirizzi delle persone da eliminare: un farmacista e due ciclisti. Gli ordini venivano forniti all'ex nazista tramite un pezzetto di carta che doveva essere distrutto una volta eseguita l'operazione. Per il 6 maggio è invece attesa la definizione del processo a carico di  John Demjanjuk, il presunto boia di Sobibor, accusato di essere uno dei responsabili dell'eccidio di  27.900 ebrei. A causa delle condizioni di salute precarie di Demjanjuk, oramai ottantanovenne, la Corte potrebbe essere costretta a ritardare la data del verdetto.


Israele e Usa, amici in disaccordo
Tel Aviv, 23 mar -
In attesa della visita privata del premier Netanyahu alla Casa Bianca, il segretario del governo israeliano, Zvi Hauser, stempera i toni e parla di “dissensi fra amici” in merito agli ultimi contrasti fra l'amministrazione americana e il governo israeliano. In un'intervista alla radio, Hauser ha sottolineato che i pareri discordanti fra Israele e Usa in merito a Gerusalemme Est risalgono alla Guerra dei sei giorni del 1967. "Da allora  la loro posizione di fondo non è cambiata, e nemmeno la nostra" ha affermato il segretario israeliano. Hauser ha poi voluto sottolineare l'accoglienza “calorosa” ricevuta da Netanyahu in America dal vicepresidente Joe Biden e dal segretario di Stato Hillary Clinton. 

 
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Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste, in redazione Daniela Gross.
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