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L'Unione informa |
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7 aprile 2010 - 23 Nisan 5770 |
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alef/tav |
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Adolfo Locci, rabbino capo di Padova |
“I
figli di Ahahron, Nadav e Avihu, presero ognuno il suo
incensiere...e usci un fuoco da davanti all’Eterno e li divorò, e
morirono davanti all’Eterno” (Vaiqrà 10:1-2). Una delle
spiegazioni date alla morte tragica dei figli di Aharon è quella di
essersi presentati ubriachi nel momento dell’offerta dell’incenso.
Tuttavia, dal testo scritto della Torà non si evince questa motivazione
esplicitamente se non per il fatto che qualche verso dopo ai sacerdoti
viene comandato di non presentarsi ubriachi nell’espletamento delle
funzioni sacre. Ma altre due indicazioni sono presenti nel testo:1. Presentarono un fuoco estraneo; 2. Fecero un atto non comandato.
Come si collegano questi due indizi con il bere vino fino
all’ubriacarsi? Un detto talmudico insegna che quando “entra il vino
esce il segreto”; in effetti il vino, in dose eccessiva per alcuni ma
anche minima per altri, abbatte le barriere esterne della personalità
rivelando quelle più profonde e nascoste. Un insegnamento mistico
afferma che quando queste barriere sono infrante, l’uomo ha più
possibilità di recepire le saggezze superiori di quando è in piene
facoltà mentali. Forse allora la vera intenzione e/o colpa di Nadav e
Avihu è stata quella di voler “bruciare” le tappe, cercare di arrivare
il più in fretta possibile ad un livello superiore di conoscenza dei
segreti divini attraverso un mezzo estraneo (il vino) e non richiesto
(i percorsi per la contemplazione sono altri). La Torà ci vuole dunque
ricordare che le tappe non vanno bruciate ma superate una dopo l’altra,
attraverso una giusta sequenza di passaggi che possono portarci al
raggiungimento di un obiettivo.
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Uno
Tzaddik udì un boscaiolo gridare: "Se non temessi Dio ti spaccherei la
testa con questa scure". Disse ai suoi discepoli: "Mi sento umiliato.
Non so se trascinato dalla passione sarei stato capace di fare lo
stesso".
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Vittorio Dan Segre,
pensionato |
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davar |
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"Stati Generali e Ancien régime, quale riforma per lo Statuto"
Provo
a intervenire nel dibattito sulle riforme dello Statuto riconsiderando
il problema dall’inizio. Un nuovo assetto giuridico-funzionale
dell’ebraismo italiano dovrebbe garantire, meglio di quanto faccia ora,
alcune esigenze essenziali: rappresentanza democratica, tutela delle
minoranze di opinione, tutela delle situazioni a rischio (piccole
comunità, ebrei “lontani”), efficienza organizzativa, rapporti sereni e
costruttivi con il rabbinato nel libero esercizio delle sue
prerogative. Si dice che le proposte di modifica all’assetto attuale
possano rispondere a molte di queste esigenze. Ho l’impressione che lo
facciano solo in parte e che creino esse stesse altri problemi, e
proverò a dimostrarlo. In pratica si propone di abolire l’attuale
congresso, che viene eletto da un voto universale e che si riunisce
ogni quattro anni; il congresso elegge un consiglio e dal consiglio
emerge una giunta. Si passerebbe ora ad un nuovo sistema in cui il
congresso non c’è più ma viene sostituito da un Consiglio di 60 membri
di durata quadriennale, composto dai 21 presidenti di Comunità, 4
rabbini e per il resto da delegati direttamente eletti dagli iscritti.
Questo consiglio si riunirebbe 3-4 volte all’anno (in luoghi diversi)
cominciando ad eleggere una giunta di 9 persone di cui un membro è uno
dei quattro rabbini. Il nuovo sistema, si dice, garantirebbe una
maggiore rappresentanza diretta delle piccole comunità e una maggiore
snellezza operativa. La prima garanzia è sicura, ma bisogna vedere se è
sproporzionata; la seconda è una promessa incerta. Mi sembra di vedere
in questa composizione qualcosa che ricorda gli Stati Generali
dell’inizio della rivoluzione francese: nobili, clero e terzo stato.
Non una novità, ma roba da Ancien régime, a meno che non prefiguri una
rivoluzione. Per quanto riguarda le piccole e medie Comunità, è giusto
che siano rappresentate anche in misura superiore alla loro consistenza
numerica, altrimenti non lo sarebbero quasi per niente. Ma non vedo
perché Comunità sotto ai 200 membri debbano avere ciascuna un suo
rappresentante che conta quanto quello di comunità ben più numerose.
Sarebbe forse più giusto un rappresentante (magari a rotazione) per
gruppi di tre – quattro piccole Comunità. Quanto all’efficienza del
sistema, qui cominciano i veri dubbi. Riunire per tre-quattro volte
all’anno da tutta Italia dei mega-consigli (60 persone, tutti volontari
con non molto tempo a disposizione) più invitati e staff, comporta uno
sforzo organizzativo ed economico non indifferente. Con risultati
dubbi, considerata l’esperienza quotidiana dei consigli locali. Si
rischia di disperdere tempo ed energie su questioni politiche generali
o istituzionali che fanno perdere di vista i problemi reali. Tanto per
fare un esempio, il consiglio della Comunità di Roma in questi mesi si
è riunito le ultime volte per discutere prima il problema del
crocifisso nelle scuole, l’ora di religione e i minareti in Svizzera,
poi i problemi della visita del Papa, quindi, dopo aver approvato in
pochi minuti di discussione “bulgara” il bilancio preventivo 2010, si è
dedicato alla discussione sulle dimissioni di due consiglieri, e - al
momento in cui scrivo queste note - non ha ancora finito la seduta.
Questo per dire che esistono infinite questioni politiche e procedurali
che distolgono l’attenzione dalle questioni essenziali, e se questo
succede a Roma, dove al massimo i consiglieri perdono ogni volta una o
più nottate, può tranquillamente succedere nel consiglio che dovrà
diventare un parlamentino nazionale. Dopo tre riunioni esaurite su
questi temi, avremmo un anno di totale inefficienza. Insomma ci deve
essere un sistema più funzionale e snello di quello previsto e il
problema non deve essere solo quello di rappresentare tutti, perché
alla fine non si rappresentano i problemi reali. Un altro tema
caldo è quello del rapporto con i rabbini. Le proposte che sono state
fatte hanno sollevato, tra i rabbini, in gran parte delle proteste e
solo in parte degli assensi. Il problema che premeva sui riformatori
era soprattutto la difficoltà dei dirigenti comunitari di liberarsi di
un rabbino capo non gradito, cosa ora possibile solo con un meccanismo
molto complesso di revoca. L’Assemblea rabbinica, consultata su questi
temi, ha risposto, seppure con alcune divergenze di opinione, che è
d’accordo sul principio di un incarico di rabbino capo a termine, cioè
definito per un certo numero di anni. Ma oltre al principio rimangono
irrisolte altre importanti questioni: alla scadenza quali sono i
criteri per decidere un eventuale rinnovo? E cosa si garantisce, in
termini di continuità e sicurezza economica al rabbino “non rinnovato”?
E soprattutto, come si può impedire che il meccanismo della scadenza a
termine e del mancato rinnovo diventi uno strumento micidiale di
ricatto per i rabbini che non vogliono sottoporsi a quella che molte
Comunità in dissoluzione considerano l’unica missione rabbinica utile,
vale a dire le conversioni ad ogni costo? La proposta di nuovo Statuto
ha anche contemplato, sempre per avvilire la funzione rabbinica, la
sostanziale abolizione della necessità del rabbino capo, che finora è
stato un organo istituzionale; al suo posto può esserci semplicemente
un rabbino, generico, senza poteri sostanziali ed esposto ancora più
all’arbitrio dirigenziale. Nel rigettare quest’ultima ipotesi tutti i
rabbini sono stati d’accordo, caso raro, ma indicativo. Un altro
problema riguarda la Consulta rabbinica. L’assetto attuale prevede
l’esistenza di una Consulta rabbinica di tre membri nominata dal
congresso da una rosa di cinque candidati eletti dall’Assemblea
rabbinica. I tre fanno parte del Consiglio, e uno di loro della giunta.
La Consulta ha funzioni di controllo su questioni rabbiniche
essenziali, come tutte le decisioni dell’UCEI che possano riguardare la
halakhà, nonché la vigilanza sulle scuole rabbiniche. La riforma non è
chiara sul destino della Consulta rabbinica, il che sarebbe un’enorme
falla istituzionale, mentre la composizione della compagine rabbinica
nel “gran” Consiglio (sarebbe quella la nuova Consulta?) è strana; due
rabbini capi ad ingresso automatico (quelli di Roma e Milano), più due
scelti dall’Assemblea rabbinica. Visto che tre su 60 erano pochi, si è
voluto dare un contentino in più, salendo a quattro, ma nessun consesso
rabbinico che debba decidere qualcosa può essere di numero pari. Sui
criteri di scelta dei quattro, l’Assemblea rabbinica ha protestato;
personalmente, come parte in causa, debbo tacere, mentre caldeggerei la
candidatura del rabbino di Milano, prima di tutto perché è mio amico e
poi perché è saggio ed equilibrato; scherzi a parte (non sulla serietà
di rav Arbib), anche questa strana soluzione di selezione andrebbe
ponderata meglio, perché le risorse rabbiniche in Italia, oltre ad
essere scarse, sono anche mal distribuite e mal utilizzate e non ci si
può limitare a pensare solo ai rabbini capi. Insomma: è molto
giusto dibattere su temi organizzativi così importanti, ma bisogna aver
cautela prima di scegliere soluzioni radicali e affrettate che
potrebbero portare ad effetti imprevisti e dannosi.
rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
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Ebraismo e diritto. Il contributo fondamentale di Rabello
È stata appena pubblicata, nella Sezione Studi Giuridici della Collana
dell’Università di Salerno (Edizioni Rubbettino), un’opera di grande
rilievo scientifico e culturale, il cui interesse andrà certamente
molto al di là della pur vasta schiera dei cultori dei diritti antichi.
Ci riferiamo alla raccolta, in due volumi, di Alfredo Mordechai Rabello
Ebraismo e diritto. Studi sul diritto ebraico e gli ebrei nell’impero
romano. La
silloge è suddivisa in cinque sezioni, rispettivamente dedicate ai
seguenti campi di investigazione: a) la condizione giuridica degli
ebrei nell'impero romano pagano; b) la condizione giuridica degli ebrei
nell'impero romano cristiano; c) la Collatio legum Mosaicarum et
Romanarum; d) gli ebrei nella Spagna romana e visigotica; e) il diritto
ebraico. Le pagine di tale ultima sezione, in particolare, possono
essere lette come una sorta di “viaggio di Ulisse”, lungo le rotte
percorse da Israele sulla via del ritorno alla casa del Padre; come un
tributo alla dimensione atemporale della Torah - le cui lettere
sopravvivono sempre, anche quando la carta, e la carne, bruciano, come
nel rogo di Rav Chaninah (T.B., Avodà Zarà 18a) -, a una parola che
perfora il tempo, cambiando sempre di senso nella fissità della
lettera, dividendo come uno scoglio le acque della storia. Esse aiutano
a capire in che modo i precetti mosaici, eterni e immutabili, abbiano
conosciuto la straordinaria capacità di adattamento che ha permesso al
popolo ebraico di assumere mille volti, parlare mille lingue e
fecondare mille civiltà, restando sempre sé stesso; in che modo, come
recita Bialik, la rigida halachah, “pedante, grave, dura come il
ferro”, sia stata mitigata dalla compassionevole haggadah, “indulgente,
lieve, tenera come il burro”. Per la sua salvezza, l’uomo ha bisogno di
entrambe, di legge e misericordia, di severità e di poesia, come Dante
ebbe bisogno di Virgilio e di Beatrice. In generale, Rabello aiuta
a capire in che modo il diritto ebraico abbia conservato e maturato la
propria peculiare forza etica, elaborando per l’uomo sempre nuovi
parametri comportamentali atti a fungere da barriera contro il male,
“facendo siepe” intorno alla Legge, come è scritto nella Mishnah (Avòt
1.1) e come ebbe a ricordare, nel suo campo di morte, Primo Levi. Una
forza, una duttilità e una perenne modernità che rendono la sapienza
rabbinica, com’è noto, particolarmente preziosa come strumento di
orientamento nei nuovi, inesplorati terreni della bioetica, come
eloquentemente attestano i saggi sull’ubàr, il nascituro,
sull’eutanasia, la procreazione assistita, la fecondazione artificiale. Se
il livello di conoscenza del diritto ebraico, nel suo insieme, ha fatto
notevoli progressi negli ambienti accademici europei, ciò è avvenuto,
in buona misura, grazie all’opera di Rabello, a cui va riconosciuto il
merito di avere dimostrato l’attualità e la funzionalità di tale
millenaria tradizione giuridica, la sua peculiare posizione a cavallo
tra diritti antichi e moderni, tra norma giuridica, precetto religioso
e imperativo etico universale. E se, sessantaquattro anni dopo la
Shoah (che, come scrive Gorge Steiner, aveva sospinto l’ebraismo
europeo “verso i margini cinerei del silenzio”) e sessantuno dopo
l’Indipendenza di Israele, la risorta patria degli ebrei è tornata a
dispensare al mondo gli inesauribili tesori di una millenaria
tradizione giuridica, assolvendo di nuovo alla propria missione
profetica di “luce per le nazioni”, ciò si deve anche all’impegno e al
coraggio di Alfredo Rabello, che gli ha conquistato l’unanime stima e
gratitudine dell’intera comunità scientifica internazionale. Anche se,
fra tante luci, non sarebbe corretto nascondere alcune ombre, come, per
esempio, l’embargo decretato contro di lui e i suoi colleghi
connazionali da quei sedicenti Professori britannici che - in perfetta
sintonia con gli scienziati italiani del ‘38 - non lo gradirebbero su
una Cattedra del Regno, in ragione della “responsabilità oggettiva”
della sua cittadinanza. Ma seguiamo l’insegnamento di Alfedo, nella
Nota di presentazione della raccolta, e ricordiamo il bene, non il
male, fiduciosi che, una volta realizzati gli auspici del salmista,
anche il ricordo di Amalek possa allontanarsi.
Francesco Lucrezi, storico
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rassegna stampa |
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Tutti
i giornali mettono in risalto la posizione della Chiesa sulle recenti
vicende legate agli episodi di abusi sessuali; non posso certo
affermare che il papa abbia colpe personali nel tentativo di affossare
i procedimenti contro i colpevoli di tali abusi, o che al contrario
abbia personalmente operato per portare luce su tali episodi. Ma il
dibattito è oggi molto ampio, con le dichiarazioni del decano del Sacro
Collegio Angelo Sodano e quelle del cardinale Segretario di Stato
Bertone. Sodano, sul Corriere,
in un articolo di Bruno Bartoloni, risponde alle critiche mosse contro
la Chiesa e contro papa Ratzinger facendo egli pure un parallelismo con
accuse mosse ad altri papi, tra i quali Pio XII; in tal modo dimostra
di non aver voluto o saputo comprendere il nocciolo delle recenti
discussioni. Il paragone con Pio XII, accusato di aver taciuto, lui che
poteva e doveva parlare, non regge se poi Sodano afferma che “non è
responsabile il Pontefice” se “un suo sacerdote si è macchiato di colpe
gravi”. Rav Laras, che ben conosce la storia, su La Stampa
mette in guardia su quanto si sta dicendo in questi giorni, parole che
potranno alimentare nuovi istinti di antisemitismo; parla anche di
drammatica confusione ai vertici della Chiesa. Il Corriere
intervista Tullia Zevi che afferma che la Chiesa non comprende che non
si tratta di una campagna di aggressione, ma di libertà di parola. Su Repubblica Amos Luzzatto (che ha rilasciato un’intervista anche al Manifesto
che preferisco non commentare) osserva che “su Pio XII non c’è nessuna
aggressione da parte ebraica, ma una critica storica e culturale”. Sul Giornale
R.A. Segre scrive una sua analisi della situazione vissuta oggi da
Israele e Vaticano per concludere che “in un mondo dove la tendenza è
di omologare tutto, sta il loro diritto ad essere e restare
differenti”. Ripreso dal Fatto,
Die Zelt ascrive le responsabilità più al cardinale Bertone che non al
papa; ma Bertone, in Cile, preferisce non andare oltre nella
discussione aperta, e presentatagli in conferenza. Non posso poi tacere
la posizione della Radio Vaticana che arriva a far paragoni con le
persecuzioni subite dai primi cristiani nell’antica Roma... Sul Riformista
Peloso interroga invece uomini della Chiesa, in centro Europa, che
cercano di comprendere in altro modo il nocciolo delle critiche mosse
alla Chiesa. Ritengo doveroso chiudere questo argomento segnalando la
lettera inviata da Giorgio Israel al Riformista,
reo di aver pubblicato una intervista fattagli con gravi errori, già
segnalati alla testata prima della pubblicazione, ma non recepiti
dall’articolista. Solito problema di coloro che usano la stampa ed i
media per far passare il proprio pensiero al di là di quella che è la
verità oggettiva. L’Unità
pubblica un’intervista al Primo Ministro del Fatah Salam Fayyad; a
rimorchio delle recenti prese di posizione di Obama egli critica il
mancato blocco totale delle costruzioni in Giudea, Samaria e a
Gerusalemme, la mancata, scrupolosa realizzazione della Road Map da
parte di Israele (si vedono sempre solo le colpe di Israele, su
l’Unità), e la volontà dei due popoli a vivere in pace, uno accanto
all’altro; anche su questo punto mi permetto di far osservare che, se
posso ben credere al desiderio anche del popolo palestinese di trovare
la pace, questo non sembra essere anche negli interessi della sua
dirigenza. Fiamma Nirenstein sul Giornale dà
voce alla protesta elevata da detenute palestinesi nelle carceri
israeliane contro un serial televisivo che sta passando nelle reti
turche; nessun abuso viene commesso dagli israeliani contro di esse (il
serial ha parlato di una palestinese abusata dagli israeliani e poi
uccisa, dopo la liberazione, dai suoi parenti per via dell’onta
subita). Ancora sulla Turchia una lunga analisi di Alexandre Del Valle;
descrive quelli che sarebbero i reali interessi di Erdogan a far
entrare la Turchia in Europa, quelli che sono gli attuali rapporti con
paesi così diversi come l’Iran, la Siria, l’Arabia Saudita, e tanti
altri, la violenza dei ripetuti attacchi contro Israele, già storico
alleato, e la dura lotta contro i militari, difensori del laicismo;
intanto, tra i libri più venduti, troviamo anche nella Repubblica Turca
i Protocolli dei Savi di Sion. Michael Sfaradi su l’Opinione
ci informa delle informazioni di polizia passate dalla Gran Bretagna ad
Hezbollah, a seguito della vicenda dell’uccisione del terrorista a
Dubai; solo l’Inghilterra persegue questa posizione anti-israeliana, e
Sfaradi si interroga sulle reali motivazioni: non saranno stati lesi
non meglio precisati interessi britannici? Precisa e puntuale la
lettera di Mario Pacifici al Riformista, accusato di aver pubblicato quella intervista apparsa l’altro giorno alla Khaled, terrorista di gran bell’aspetto. Sul Foglio,
in una serie di interessanti editoriali, si legge della nuova fiammata
di terrorismo in Iraq, dopo il successo politico delle recenti
elezioni, e la presenza massiccia al voto anche dell’elettorato
sunnita, mal visto dai terroristi; ad un mese dal rinnovo del Consiglio
dei Diritti Umani all’ONU,
Libia ed Iran, con tutta probabilità, siederanno in questo Consiglio
accanto a paesi come Cuba ed Arabia Saudita: ha ancora senso questa
ONU, dopo il fallimento già visto della Società delle Nazioni? E, sullo
stesso filone, in un terzo editoriale descrive
l’iniziativa del Pakistan dopo il referendum svizzero che ha bocciato
la costruzione di nuovi minareti. Infine, sempre sul Foglio,
un quarto editoriale sull’accordo che Obama sta per firmare con la
Russia, a chiusura di una trattativa iniziata già all’epoca di Nixon,
per la riduzione degli armamenti atomici; ci si chiede,
all’International Research Institute di Oslo, se qualcuno conosce a
fondo la reale situazione della non trasparente Russia di Putin: anche
da questo fattore parte la disapprovazione che si riscontra in quei
paesi europei che meglio hanno conosciuto la mentalità dei russi.
Infine, su La Stampa, una breve informa degli arresti di 90 giovani, al Cairo, rei di aver protestato contro il regime di Mubarak. Emanuel Segre Amar
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notizieflash |
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MO: Netanyahu parteciperà al vertice sulla sicurezza nucleare Gerusalemme, 7 apr - Il
premier israeliano Benyamin Netanyahu parteciperà al vertice per la
sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama
nei giorni 12-13 aprile. A darne notizia è il quotidiano
filo-governativo Israel ha-Yom aggiungendo che Netanyahu sarà
accompagnato dal Consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal
direttore generale della Commissione per la energia atomica Shaul
Chorev. Fonti vicine a Netanyahu citate dal giornale hanno escluso che
la sua presenza al vertice possa essere sfruttata da altri partecipanti
(ad esempio, da dirigenti arabi) per invocare che le installazioni
atomiche di Israele vengano sottoposte a controlli internazionali.
Israel ha-Yom aggiunge che, con tutta probabilità, Obama non tornerà ad
incontrare Netanyahu avendolo già ricevuto due settimane fa. Al tempo
stesso il premier prevede che durante il suo soggiorno a Washington
potrà incontrare altri responsabili di governo americani per i quali -
precisa il giornale - sta preparando risposte dettagliate ad una serie
di richieste politiche avanzate da Obama, fra cui il congelamento di
progetti edili ebraici a Gerusalemme est. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
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