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L'Unione informa |
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14 aprile 2010 - 30 Nisan 5770 |
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alef/tav |
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Adolfo Locci, rabbino capo di Padova |
“Questa
è l’insegnamento riguardo ogni macchia di tzara’at e alla tigna, alla
tzara’at dell’abito e della casa...per insegnare quando si sia puro e
quando si sia impuro...” (Vaiqrà 14:54-57). Yesha'ia Ben
Avraham Ha-Levi Horowitz (1570-1630) sostiene che l’individuo è
composto di tre strati: l’anima - la parte più interna - il corpo -
quella di mezzo - i suoi averi - la parte esteriore. Queste elementi
costituiscono gli strumenti che, se usati correttamente, portano l’uomo
alla shelemut, la perfezione. A sostegno di questo pensiero, nella Torà
è scritto che quando Giacobbe arrivò a Shechem, vi arrivò shalem,
perfetto, e i commentatori spiegano: completo nel corpo, nelle facoltà
e nell’anima. Tuttavia, questi parti sono soggette, se usate
impropriamente, all’impurità e la parashà di questa settimana ci
presenta varie casistiche al riguardo: la perfezione dell’anima può
essere intaccata dall’impurità di un morto (provocata dall’assenza
dell’anima); l’impurità del corpo è causata dalla tzara’at (lebbra) e
dalla zivà (blenorragia); il depauperamento degli averi è rappresentata
da forme di piaghe che colpiscono gli abiti, la casa o altri oggetti.
Se da una parte è nostro dovere purificare ognuna di queste
imperfezioni per proseguire nel nostro scopo di raggiungere la
perfezione come fece Giacobbe, dall’altra è proibito rinunciare alla
purità, anche di una sola di queste componenti, restando
consapevolmente mancanti. |
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Render bene a chi ci ha fatto del male, che a lui basta la sua cattiva azione (da "Le Mille e una notte"). |
Matilde Passa, giornalista |
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davar |
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Qui Firenze - Nuova luce sulla sinagoga
Quando
il candidato sindaco Matteo Renzi aveva presentato alla cittadinanza i
cento punti che intendeva realizzare nei primi mesi del suo mandato, in
tanti avevano scosso la testa. Comprensibile lo scetticismo mostrato
dai fiorentini: in una città in cui sono si sono resi necessari tempi
biblici per completare la prima linea della tramvia (lunga appena sette
chilometri), la gente tende ad accontentarsi di molto meno. Anche di
cinque proposte e basta, purché rivolte al bene di tutti e
concretizzabili nel breve periodo. “Guarda che non siamo mica grulli”,
si usa dire sui lungarni. Nel giugno scorso Renzi è diventato il
sindaco più giovane nella storia di questo strano capoluogo di regione
sempre indeciso se guardare con nostalgia al passato o con maggiore
fiducia al futuro. Alcuni punti del suo programma elettorale sono
ancora in sospeso tra impedimenti burocratici ed intoppi di vario
genere, ma il numero delle idee divenute nel frattempo realtà è
significativo. Tra qualche ora ce ne sarà una in più: l’illuminazione
notturna della sinagoga. Era il punto numero ottantacinque:
“Illuminazione pubblica e innovativa di tutta l’area della sinagoga di
via Farini in funzione di sicurezza ma soprattutto per consentire il
godimento anche da lontano del luogo di culto”. Promessa mantenuta. È
questa la ciliegina sulla torta ai quindici anni di lavori che hanno
interessato la struttura sia interna che esterna della sinagoga,
ritornata allo splendore di un tempo grazie allo straordinario impegno
profuso dall’architetto Renzo Funaro e dal team di collaboratori ai
suoi ordini. L’appuntamento per festeggiare la conclusione dei lavori è
fissato per il tardo pomeriggio di giovedì, quando gli ebrei fiorentini
apriranno i cancelli di via Farini a chiunque vorrà condividere la
gioia di una collettività che torna ad esibire con rinnovato orgoglio
il suo gioiello più prezioso. Insieme a loro ci saranno molti uomini
delle istituzioni e della cultura (compreso il presidente UCEI Renzo
Gattegna). Nell’occasione verranno eseguite quattro melodie inedite di
Castelnuovo Tedesco, scritte appositamente per il tempio ebraico di
Firenze tra il 1939 ed il 1943, anni in cui il compositore visse negli
Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste. E sarà
inaugurata una mostra fotografica che mostrerà angoli insoliti del Beth
HaKnesset fiorentino. Ieri era giorno di conferenza stampa. Mentre
i giornalisti prendevano posto tra i banchi della sinagoga, a poca
distanza una allegra comitiva di studenti delle elementari ascoltava
aneddoti ebraici raccontati da una delle guide turistiche della
cooperativa Sigma Daniela Misul, presidente della Comunità fiorentina,
approfittava di quella simpatica e rumorosa presenza per formulare un
appello agli uomini della carta stampata: “Scrivete che la sinagoga è
aperta a tutti. Sono molte le scolaresche che già adesso vengono a
visitarla, sarebbe bello che venisse anche qualche adulto in più”. Ad
attendere i visitatori, a partire dal tramonto di domani, ci sarà un
edificio tirato a lucido e mai come adesso indissolubilmente legato
alla città che lo ospita dal 1882. Le ragioni di questo legame vincente
sono anche di natura estetica, come spiega Funaro: “Questo edificio è
uno dei quattro elementi architettonici immediatamente riconoscibili
dal piazzale Michelangelo. Insieme alla cupola del Duomo, a Palazzo
Vecchio e alla facciata di Santa Croce”. In pratica i luoghi in cui si
amministrano vita laica e religiosa di Firenze. Una giornalista chiede
all’architetto perché ci siano voluti addirittura quindici anni per
restaurare la sinagoga. Lui risponde con franchezza: “I finanziamenti
erano cadenzati annualmente, così abbiamo deciso di organizzare il
lavoro per lotti funzionali. È stata una soluzione economica ed
efficace”. E poi ricorda i grandi meriti del suo predecessore Enzo
Tayar, primo presidente dell’Opera del Tempio Ebraico: “Se siamo
arrivati a questo risultato è anche grazie a lui”. Ma sono in tanti a
meritare una citazione: “Un ringraziamento speciale va alla Silfi (la
società a cui è affidata la gestione della rete di illuminazione
pubblica del Comune) e a tutti coloro che hanno contribuito fornendo
supporto morale e liquidità”. Qualche cifra può chiarire meglio le
dinamiche finanziarie degli interventi eseguiti: “Sono stati spesi
complessivamente 2658000 euro. Di questi 700000 provenienti dal
Ministero dei beni culturali, 1300000 dalla Regione Toscana e 350000 da
due fondazioni bancarie: Ente Cassa di Risparmio di Firenze e
Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Il resto è arrivato da donazioni
private e dalle risorse a disposizione dell’Opera del Tempio Ebraico
(che in buona parte foraggiata dall’UCEI)”. In queste ore
vengono ultimati i preparativi per la grande festa. Eppure Funaro non
si siede sugli allori ed è già con la testa al futuro: “Esiste una
grande sala inutilizzata nei pressi della cupola. Non nascondo che mi
piacerebbe farci una stanza della Memoria”. Ecco il principale progetto
a lungo termine. Nel breve periodo c’è da completare la
riqualificazione del cimitero storico di Viale Ariosto. Ad oggi sono
state riportate alla luce circa trecento lapidi, alcune risalenti al
Cinquecento. Le parole con cui l’architetto saluta la stampa hanno il
sapore della promessa che diventerà presto una certezza: “Per il
momento ne abbiamo montate la metà, tra non molto proseguiremo con le
altre”.
Adam Smulevich
Qui Ferrara: sabato al via la Festa del Libro Ebraico
Sarà
un momento musicale, sabato 17 alle 21,30 ad aprire la prima Festa del
Libro Ebraico che si svolgerà sino al 21 aprile a Ferrara. Il
Concerto di apertura è affidato all' Orchestra Città di Ferrara,
direttore Marco Zuccarini, che proporrà, di Sergej Prokofiev una
Ouverture su temi ebraici, seguita dalla Sinfonia n. 4 di Gustav
Mahler; soprano solista: Maria Gabriella Munari. Intensissimo il programma della prima giornata della Festa, domenica 18 aprile. In
mattinata, alle 10, l'inaugurazione ufficiale in Sala Estense, quindi,
alle 11, nel Palazzo Municipale, l'aperta della mostra sulle "Origini
del libro ebraico in Italia" a cura di Gadi Luzzatto Voghera. Alle
12, appuntamento all'ex Chiostro di San Paolo dove, per tutta la durata
della Festa, ci si può perdere all'interno della più grande libreria
specializzata in libri di e sugli ebrei: oltre 1500 titoli, da
sfogliare ma anche da acquistare. Nel pomeriggio, sarà un continuo
susseguirsi di incontri e presentazioni: a San Paolo si succederanno
l'un l'altro, a partire dalla 14,30, Lia Levi con il suo "La sposa
gentile", Michele Sarfatti, "Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende,
identità, persecuzione"; Silvia Berti, Gadi Luzzatto Voghera, Saul
Meghnagi introducono poi il secondo volume, dedicato all'ebraismo, de
"Le Religioni e il mondo moderno a cura". E ancora Sofia Bianconi e
Siro Centofanti illustrano "La legislazione razzista in Italia e in
Europa" e Paolo Fabbri il volume "Ave Maria per l'ebreo Vita Finzi". In
parallelo, alla Sala Estense, alle 15,30,l'incontro dedicato a "Isaac
Bashevis Singer: da Varsavia a New York, alla conquista del Premio
Nobel" cui intervengono Florence Noiville, capo-redattrice di Le Monde
des Livres, Parigi e l'editore Ulrico Carlo Hoepli. Momento per
molti versi clou di questa prima giornata, alle 17, in Teatro Comunale,
il confronto su " Pregiudizi sugli ebrei, pregiudizi degli ebrei"
coordinato Riccardo Calimani (Presidente MEIS). Intervengono: Ferruccio
De Bortoli (Direttore del Corriere della Sera, Milano) Gian Arturo
Ferrari (Presidente del Centro per il Libro e la Lettura, Roma), Arrigo
Levi (Consulente personale del Presidente della Repubblica, Roma),
Renato Mannheimer (Presidente ISPO, Milano), e Enrico Mentana. Nel corso dell'incontro sarà proiettato un video inedito di Moni Ovaidia. Alle 19, aperitivo al Chiostro San Paolo, momento informale di incontri. Nella
stessa sede, alle 21, "Dialoghi Mediterranei", Concerto di Miriam
Meghnagi (in caso di maltempo il concerto avrà luogo presso la Sala
Estense) Mattina e pomeriggio (dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle
17), dall'infopoint di San Paolo partono, ogni mezz'ora, i tour guidati
(a piedi) " Sulle tracce di Bassani: tra ghetto e sinagoghe" e, con
cadenza oraria diversa, gli "Itinerari Bassani: la casa, le mura, il
giardino, l'orto degli Ebrei", questa volta in bicicletta: Visite e
bici vanno prenotate in tempo a: Itinerando. Servizi di Accoglienza Turistica, tel: 0532 202003 - itineran@libero.it.
Informazioni aggiornate sul programma: www.festalibroebraico.it
Lo scandalo pedofilia e le «colpe» degli ebrei
Una
storiella yiddish racconta di un ebreo che in treno sente un passeggero
dichiarare: «Gli ebrei sono la causa di tutti i nostri guai».
Interviene dicendo: «Sono d'accordo. Ma anche i ciclisti». «Che cosa
c'entrano i ciclisti?». «Non c'entrano come gli ebrei?». Questa
barzelletta ritorna di attualità quando gli ebrei (coi massoni e gli
atei) vengono indicati come una delle cause - se non addirittura la
principale - della bufera che sta scuotendo l'autorità della Chiesa.
Perché è di autorità, è di potere che si tratta, non di fede o di
religione. Come in tutte le lotte di potere, anche in questo caso la
storia - come diceva Marx - si manifesta prima in chiave di tragedia,
poi di commedia. Questo non significa che la bufera che il
Vaticano deve affrontare non comporti pericoli dai quali è giusto
difendersi e falsità che debbono essere smentite. Tuttavia la denuncia
di presunte responsabilità ebraiche in questa crisi ha qualche cosa di
comico e di grottesco. Comico per l'immaturità con cui la Chiesa
che, è bene ricordare, ha invitato la Congregazione per la Propaganda
della Fede - sta difendendosi ignorando i principi basilari della
propaganda e della contro propaganda. Grottesco per il tentativo di
farlo sventolando lo spauracchio giudaico. L'elemento base della
propaganda, che si tratti della diffusione di un'idea o della vendita
di un dentifricio, è che sul mercato esista il prodotto che si vuol
vendere. Lo sapevano già i bolscevichi quando inventarono il ruolo del
commissario politico. Quel delegato del partito comunista
preposto ad ogni iniziativa, istruito nelle tecniche di collegamento
fra gli slogan non necessariamente veritieri ma immediatamente
comprensibile alla folla - come pace e pane - e la logica di concetti
destinati agli intellettuali, sempre per fondata su fatti veri e
concreti - come un'epidemia a Londra o a uno sciopero di ferrovieri in
Francia. In un mondo che ha bisogno - nel vuoto delle ideologie,
nella confusione dell'informazione e della globalizzazione,
nell'incertezza economica e sociale di punti di riferimento di fede e
di verità, prendersela con gli ebrei, avrebbe commentato Talleyrand,
«più di un crimine è un sbaglio». La Chiesa, con tutti i suoi
difetti, non è un'associazione di malaffare come proclamava Voltaire. È
una struttura complessa, vetusta, forte della sua provata aspirazione
alla santità e alla misericordia, ma composta da comuni mortali che il
potere - grande o piccolo - rischia di corrompere. E dunque
comprensibile che quando in essa emergono personaggi decisi a ripulire
gli armadi dagli scheletri, sapendo che la verità è la più efficace
delle menzogne, si scontrino con forti resistenze. Sarebbe stato utile,
in questi frangenti, ricordare la parabola del Grande Inquisitore, di
Dostoievskij. La storia di Gesù che torna sulla terra e il Grande
Inquisitore mette in prigione accusandolo di un peccato imperdonabile.
Quello di essere portatore di verità che solo pochi possono comprendere
e solo gli eletti possono realizzare con esistenze esemplari. Chi
invece nella Chiesa ha raccolto il suo messaggio legittimandosi nel suo
nome, di Gesù non crede di aver più bisogno. Preferisce per mantenersi
al potere, perfezionare il compromesso che ha imposto o raggiunto con
il popolo: ottenere obbedienza in cambio di pane e sicurezza. Gli ebrei
non sono più un pane da gettare in pasto dopo la Shoah. Molti dentro e
fuori alla Chiesa si ostinano a non capirlo e ancor meno quanto possa
essere controproducente a metterseli fra i denti. Non a causa di un
potere immaginario che gli ebrei non hanno e non hanno mai avuto. Ma a
causa di quei principi di moralità e giustizia ebraici su cui si regge
ogni società civile, che la Chiesa ha fatto suoi e sulla base dei quali
sarebbe più proficuo collaborare, piuttosto che osteggiarsi.
Vittorio Dan Segre, il Sole 24 ore, 14 aprile 2010 |
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A proposito di antisemitismo - 4
In un lucido intervento sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche,
l’Osservatore denunciava, con pacata obiettività, la subdola ambiguità
e faziosità di larga parte della stampa italiana (segnatamente,
dell’influente la Repubblica), costantemente orientata a coniugare il
rispetto della memoria della Shoah e l’apprezzamento per l’arte e la
cultura ebraica con una visione quanto meno sbilanciata del conflitto
mediorientale, tendente a collocare lo stato ebraico, più o meno
sempre, dalla parte del torto. Gli ebrei, si sa, vanno
elogiati per la loro creatività, vanno commemorati come vittime e hanno
tutti i diritti, tranne quello di difendersi. E poco importa se chi non
si difende non può vivere, e neanche creare. Una sottile variante di
tale atteggiamento si può vedere, a mio avviso, nel modo in cui le case
editrici italiane presentano gli scrittori israeliani - molto amati dal
nostro pubblico -, mettendone sempre in grande risalto il ruolo svolto
nel “movimento per la pace”. Una annotazione di carattere personale che
non appare quasi mai riscontrabile per scrittori di altra nazionalità,
le cui opinioni politiche sono - giustamente - ritenute ininfluenti per
un giudizio artistico sulle loro opere. Intendiamoci. Che la
maggior parte degli scrittori israeliani abbiano posizioni
prevalentemente “di sinistra” (pur con le notevoli differenze che
questa definizione assume nel panorama israeliano rispetto a quello
italiano) è senz’altro vero. Ed è innegabile che personalità come
Grossman, Yehoshua e Oz, ammirate e celebrate in tutto il mondo,
contribuiscano altamente, con la loro arte e la loro alta statura
morale, non solo al prestigio di Israele, ma anche alla causa della
pace, del dialogo e della comprensione fra tutti i popoli. Resta però
l’impressione, alquanto sgradevole, che queste reiterate annotazioni
svolgano la funzione di una sorta di “bollino di garanzia”,
rassicurando il pubblico che lo scrittore, “pur essendo israeliano”, è
favorevole alla pace, e contribuendo così a far pensare che il resto
del popolo d’Israele, probabilmente la maggioranza, sia ad essa
contrario. Un giudizio falso. La pace è, da sempre, il sogno di tutti i
cittadini di Israele, al di là delle differenti valutazioni sulle
concrete possibilità di raggiungerla, e sui possibili modi per
riuscirci. E se è merito degli scrittori tenere accesa, anche nei
momenti più bui, la luce della speranza, senza il contributo umile,
silenzioso e quotidiano dei giovani soldati di Tsahal non esisterebbero
né scrittori, né speranza.
Francesco Lucrezi, storico
Confrontarsi in una realtà più grande
Tra
sabato e domenica ho partecipato alla conferenza Analyzing jewish
Europe today: Perspectives from a new generation, organizzata a Berlino
dall’American Joint e dall’American Jewish Committee. Una cinquantina
di ricercatori in campo ebraico ha riempito le tre giornate con
relazioni diversissime. Alcuni titoli: “Essere sefarditi su Facebook.
Social network e costruzione dell’identità tra giovani ebrei
sefarditi”; “Memoria ebraica e memoria comunista nell’Inghilterra del
dopo-guerra”; “La città comincia nella mente: Berlino nella percezione
dei giovani immigrati ebrei russi”; “Alternative possibili alla
Disneyland ebraica”. In un quadro così variegato Melissa Sonnino ha
presentato i primi risultati della ricerca sui giovani ebrei italiani
condotta dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas. Le questioni
da affrontare sono enormi in tutto il mondo: come assicurare la
continuità ebraica? Come plasmare un rapporto a due dimensioni tra
Israele e la Diaspora? Quali sono le elementi essenziali dell’identità
ebraica? Chi sono e quanti sono gli ebrei, e chi lo stabilisce? Si può
essere minoranza di una minoranza? Quale rapporto hanno i giovani ebrei
con la società che li circorda? . Oggi costa meno volare a
Stoccolma che prendere il treno per Bari. E forse passa proprio di qui
un rilancio ulteriore, nella sua specificità, dell’ebraismo italiano.
Aprire gli orizzonti e confrontarsi con comunità assai più numerose
della nostra. Immaginarsi al centro di una rete più vasta, dove
ciascuno può contribuire alla crescita dell’altro. Le sfide sono molte
e complesse, ma anche le competenze, le conoscenze e le opportunità che
abbiamo davanti sono straordinarie.
Tobia Zevi, associazione Hans Jonas
Singapore dreaming. Per Todd Solondz è il nuovo sogno Usa
In
“Life During Wartime” (“Perdona e Dimentica”) quando Ciaràn Hinds
afferma, “Il mondo là fuori può essere estremamente crudele”, Charlotte
Rampling risponde: “Il vero nemico è dentro ognuno di noi”. Per lei la
guerra è una metafora di qualcosa di più profondo come i conflitti
interiori? Naturalmente ci sono le guerre che noi tutti
conosciamo, come quella che va avanti da decenni in Medio Oriente o le
guerre in Africa, alle quali il film fa indirettamente riferimento ma
il film parla per delle guerre interpersonali. Undici anni dopo “Happiness”, sono cambiate tante cose nel mondo. Quali sono stati per lei gli eventi più significativi? Credo
che lo spartiacque più importante tra Happiness e questo film sia stato
indubbiamente l'11 settembre, mentre, se consideriamo una prospettiva
più a lungo termine, la grande differenza è il molo che ha assunto
Internet nelle nostre vite e la maniera in cui le sta riplasmando. Ma
naturalmente il film parla della guerra. E per chiunque viva negli Usa,
questa è una guerra molto particolare. Innanzitutto perché è la prima
in cui non c'è più la leva obbligatoria. La maggior parte della gente
non ha nessun coinvolgimento diretto. Io vivo a New York e non conosco
nessuno che, a sua volta, conosca qualcuno che sia partito per la
guerra. Ma c'è una cosa che non dimenticherò mai dell'11 settembre. A
quell'epoca il sindaco era Rudolph Giuliani, e quando la gente smarrita
si chiedeva cosa dovessimo fare, Giuliani disse: «Andate a fare
shopping. Dovete continuare a spendere e a comprare» e lo disse senza
alcuna ironia. Lei riesce sempre a rendere dignitosi personaggi dall'aspetto sgradevole e perfino le situazioni e i comportamenti più negativi. E
questa la grande sfida. Naturalmente da un lato è molto triste quello
che il figlio dice al padre, «Non ho nessuna simpatia per te», perché,
considerato quello che ha fatto al figlio, nessuno potrebbe mai essere
solidale con lui. Tuttavia, il ragazzo ama comunque il padre e, quindi
in questo c'è dolore e c'è bellezza. E quindi la vera sfida è essere in
grado di riconoscere che è vero che si tratta di un mostro ma che è
anche vero che quel mostro ha un cuore che batte. La cosa buffa è che
le storia dei miei film sono molto più leggere e morbide della vita
vera. La vita vera è molto più dura perché nel mondo reale dominano la
crudeltà, l'indifferenza. Per difenderci da tutto questo e andare
avanti abbiamo una straordinaria arma di sopravvivenza, vale a dire la
tendenza a non riconoscere o non accettare i nostri veri sentimenti,
moventi, motivazioni. E questo ci permette di accettare tutti i nostri
fallimenti, le nostre imperfezioni. Lei
ha sempre raccontato storie che parlano della perdita dell'innocenza
dei ragazzi. Crede che il mondo in cui viviamo oggi sia il più sicuro
per crescere dei figli? Il luogo in cui cresci non ha
alcuna importanza. Se hai undici anni, hai undici anni e non puoi farci
niente. I bambini assorbono le cose e se ne impossessano in modi
diversi. Spesso i genitori sono molto preoccupati del fatto che i
ragazzini vengano esposti ad alcuni fatti, immagini o informazioni sul
sesso o sulle cose brutte. Non sanno, invece, che i bambini sono dotati
di sensori naturali che li proteggono. Ma se i genitori per eccesso di
preoccupazione creano dei tabù allora questi creano angosce nei
ragazzi, perché i bambini, per loro natura, sono innocenti. Il
problema, spesso, sono i genitori. E lo stesso discorso che si fa con
la morte. In America gli adulti dicono che i bambini non devono andare
ai funerali e che non devono avere nessun contatto con la morte, come
se la morte non fosse una cosa normale. Cosa pensa della pedofilia negli Stati Uniti? Non
credo che in Europa la situazione sia molto diversa. Per me è la
metafora di ciò che è più spregevole e detestabile. E una sorta di test
per capire in che misura siamo in grado di riconoscere che anche i
mostri sono degli esseri umani. La uso però per costringere a pensare,
e comunque sempre in chiave metaforica. Ritengo anche che la pedofilia
oggi non sia più diffusa di quanto non lo fosse un secolo fa. Diciamo
che oggi se ne parla di più, o se ne parla in maniera diversa, e questa
è una questione di cultura. Non possiamo negare che ci sia anche una
certa isteria. Ultimamente ho notato una cosa assurda che qualche anno
fa non esisteva. Spesso negli Usa all'ingresso dei parchi c'è un
cartello che dice: «Nessun adulto può entrare se non è accompagnato da
un bambino». Qual è il significato politico di "Life During Wartime"? Diciamo
che questo mio ultimo film appare più apertamente politico proprio per
via del titolo, ma i film sono delle esplorazioni, sono fatti di
emozioni, impegno. Hanno delle qualità magiche e sono fatti da una
combinazione di elementi. All'interno della stessa famiglia una delle
sorelle è filo-israeliana, mentre l'altra è filo-palestinese. Per me
questa è una cosa normale. Sul braccio Helen ha un tatuaggio; è buffo,
perché pensavo che nessuno lo avrebbe capito che aveva a che fare con
la Jihad. Mi piace giocare con i miei personaggi. In questo caso sono
ebrei e parlando della guerra è chiaro che si parli anche di Israele. E che mi dice del suo rapporto con gli ebrei e con la religione? Innanzitutto
voglio precisare che sono ateo. Sono un ebreo ateo e quindi è chiaro
che conosco quel mondo, quell'ambiente, quella religione. Diciamo che
non nascondo il mio essere ebreo, ma non lo sbandiero neanche. In questo contesto di crisi, com'è possibile riuscire ancora a creare qualcosa di originale? E
tutto collegato: è al contempo una questione estetica e di budget.
Questo film è ambientato in Florida, ma abbiamo dovuto ricreare la
Florida a Toronto, Portorico e Minneapolis. Quando penso alla Florida
penso a qualcosa di pulito, intatto, ben conservato, piatto. Ai colori,
al verde, all'acqua, alla vegetazione lussureggiante, a cieli immensi,
ai colori. Ma penso anche ai condomini e ai centri commerciali. L'anno
passato sono stato a Singapore per lavoro e quando sono arrivato lì mi
sono accorto che somigliava molto alla Florida. L'unica differenza è
che a Singapore c'è la dittatura. Mi è piaciuta molto questa idea e mi
sono chiesto: quanti americani sarebbero disposti a rinunciare alla
libertà e alla democrazia se avessero la garanzia di poter vivere in
condomini belli e dotati di aria condizionata come questi e di avere a
disposizione centri commerciali pieni di ogni ben di Dio? Sono convinto
che l'idea stessa della democrazia sia ormai un lusso per pochi
privilegiati, mentre la massa di americani che lottano contro la crisi
economica e la disoccupazione, non credo che si spaventerebbe per
niente all'idea della dittatura in cambio della sicurezza. Anzi ci
metterebbero la firma domani stesso!
Brani
tratti dall'intervista contenuta nel libro “Sgradevole è bello, Il
mondo nel cinema d Todd Solondz”, edizioni Pendragon, pp. 149, euro 14.
Diego Mondella, il Riformista, 14 aprile 2010
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La Germania cattolica in crisi ora rinnega il “suo” Pontefice «Wir
sind Papst», «siamo diventati Papa»: nel titolo di apertura della Bild
Zeitung, infallibile termometro dell'opinione pubblica tedesca, c'era
l'orgoglio di tutta la Germania. Il giorno dopo l'elezione di Joseph
Ratzinger un intero popolo festeggiava.[...] Dall'aprile 2005 sono
passati cinque anni, ma sembra un secolo. E il rapporto tra Benedetto
XVI e il suo Paese di origine vive momenti difficili. [...] Angelo Allegri, il Giornale, 14 aprile 2010
Il dialogo spezzato Roma.
L'arrivo a Damasco di Robert Ford, l'ambasciatore nominato il 17
febbraio da Barack Obama, potrebbe essere rimandato a data da
destinarsi . C'è in bilico la sua conferma al Senato, ma soprattutto ci
sono notizie poco incoraggianti dalla Siria. Ford è la prova vivente
della volontà di dialogo dell'Amministrazione americana nei confronti
di Damasco, ma dopo il fallimento della mano tesa all'Iran anche la
politica di apertura verso l'alleato principale di Teheran è in
crisi. [...] Il Foglio, 14 aprile 2010 |
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Qui Casale - Visita al Museo Ebraico "Non c'è vita senza vita ebraica" In
sinagoga e al Museo Ebraico di Casale Monferrato si è svolta lunedì una
visita seguita da un pranzo conviviale del comitato Interfedi della
Città di Torino, nato durante le Olimpiadi 2006 e ora comitato
permanente presieduto da Valentino Castellani già sindaco di Torino e
presidente del Comitato Olimpico. In tutto una trentina di persone
(valdesi, greci ortodossi, 'arancioni', testimoni di Geova, cattolici
rappresentati da monsignor Bertinotti ....) che sono state ricevute dal
vice presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Claudia De
Benedetti, dal presidente della Comunità Ebraica di Casale Giorgio
Ottolenghi e dal rabbino capo di Torino Alberto Someck. Hanno recitato
congiuntamente la Benedizione del pane. Per loro come omaggio il volume
che raccoglie le iscrizioni della sinagoga. Al termine sul libro degli ospiti hanno lasciato questa scritta "Non c'è vita senza vita ebraica. Shalom".
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
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